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NOEMI ISRAEL
Noemi Israel ha pubblicato quattro opere teatrali
(di cui le ultime due, Mezza Castità
e Tertium non datur terze
classificate al Premio Mecenate 2008 e 2009); un libro di racconti
umoristici; e inseriti in antologie: un monologo e un racconto
(quest'ultimo edito da Mursia). Inoltre è diplomata in Pianoforte
(Conservatorio "Cesare Pollini" di Padova). E'
cofondatrice del Labirintismo.
"Da nove anni sto affrontando
una psicoterapia analitica profonda di tipo freudiano (il che
significa tre sedute la settimana). Durante l'analisi capita spesso
di perdersi nei meandri di se stessi; per questo è fondamentale la
figura del terapeuta, col quale si lavora assieme all'analisi del
materiale emotivo fornito dai sogni. Quando si inizia un percorso di
questo tipo, si conosce soltanto il punto di partenza, ma l'approdo
appare confuso, incerto e a volte non raggiungibile. L'inconscio è
un labirinto severo, ma anche attento e implacabile, attraverso la
decifrazione del quale è possibile smascherare i segreti di noi
stessi e vivere meglio, in maniera più armonica con il resto del
mondo (Noemi Israel)".
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NEL LABIRINTO DI UNA SCRITTURA
LUCREZIA
FIGARO
Dulcamara
Maschere:
Arlecchino, Brighella, Zanni, Colombina, Mirandolina e Tiberino
Al centro, verso sinistra, una specchiera con lampadine bianche e la seggiola. A
destra, una dormeuse di velluto bordeaux con spalliera sul lato corto (solo da
una parte). Buttati sopra la dormeuse, una redingote di velluto blu coi bottoni
d’oro e un mantello nero, anch’esso di velluto, con fodera di raso. Un paravento
poco distante. Un attaccapanni nero laccato. Un borsone scuro di qualità modesta
sul fondo, con qualche capo di biancheria sporca che straborda. Una maglietta
sul pavimento. A fianco della specchiera, un’altra seggiola. A destra la porta.
Accese solo le luci della specchiera.
Figaro si sta struccando fiaccamente davanti allo specchio. Indossa un’ampia
camicia bianca di seta, calzoni beige a “coulotte”, un giustacuore corto di raso
blu, calze lunghe bianche fin sotto i calzoni, mocassini neri di tipo
ecclesiastico. Ha i capelli lunghi fino alle spalle, raccolti da un fiocco di
raso nero. Sente dei passi. Qualcuno sta bussando alle porte vicine. Il suono è
lontano e man mano si avvicina. Bussano anche alla sua porta. Figaro si volta e
guarda chi c’è.
LUCREZIA: (indossa un abito nero da sera, corto al ginocchio, e scarpe eleganti
col tacco a spillo. I capelli sono raccolti da un’acconciatura alla moda. Sul
braccio tiene il soprabito scuro e in mano una pochette di raso nero. Col fiato
corto) Finalmente. Ho bussato anche agli altri camerini, ma sono tutti andati
via. Temevo di non trovarti più. (Lui la scruta con diffidenza) È piccolo questo
teatro. (Figaro riprende a struccarsi, fissandola nello specchio) Sei bravo.
(Lui piega appena in avanti il capo. Lucrezia si siede sull’altra seggiola)
Molto bravo. (Figaro posa il dischetto di cotone) Infatti sono qui a proporti un
lavoro. Una scrittura. (Lui resta immobile) Privata.
FIGARO: (si volta di scatto verso di lei) Non accompagno donne sole!
LUCREZIA: (schermendosi) No, non è come pensi. (Silenzio e imbarazzo) Però, che
reazione... qualcosa mi dice che ti hanno già offerto cose del genere. (Figaro
versa ancora crema sul dischetto e prosegue la pulizia del viso) Va be’, non
importa. La mia, è una scrittura seria. (Lascia dieci banconote da cento,
disposte a raggiera, vicino alla trousse) Sono mille. Per tre ore. Un giorno la
settimana. Mi sembra non male, considerato che ti pago anche la prova. (Figaro
guarda i soldi e ascolta con più interesse) Non voglio prestazioni di alcun
tipo. Mi capisci, vero...? Ti scrivo io un copione, tu lo studi e poi me lo
reciti, una volta alla settimana.
FIGARO: (grugnando) Non sono sicuro di riuscire a imparare a memoria le battute.
Lavoro anche altrove.
LUCREZIA: Lo so. Sei un cuoco.
FIGARO: Chef. Quasi.
LUCREZIA: Quasi?
FIGARO: Secondo, ma con un po’ di fortuna... la prossima volta divento primo.
LUCREZIA: E il teatro?
FIGARO: Oh, arrotondo. (Abbassando il tono della voce) Contingenze...
LUCREZIA: Qual è il tuo vero nome?
FIGARO: (sbuffa spazientito, con le mani appoggiate alle cosce. Lei fa il tono
professionale) Senti Figaro, il giovedì pomeriggio so che non lavori da nessuna
parte.
FIGARO: Ah, invadente, la signora, fa indagini per conto suo.
LUCREZIA: Giovedì andrebbe bene anche a me. Qui ci sono otto pagine. (Le mette
sul ripiano) Se mi reciti le battute come Figaro, sei perfetto. Ti scrivo
l’indirizzo. (Tira fuori carta e penna) Puntuale, per favore.
FIGARO: (si pulisce le mani e prende in mano il copione) Che roba è?
LUCREZIA: Non è difficile. Ci vediamo giovedì. (Si alza. Fa per uscire).
FIGARO: E se non vengo?
LUCREZIA: Uhm... mancia. (Lui incassa la frecciata) Ad ogni modo, giovedì, vedi
di far sparire questo tono sgarbato, perché è proprio per sentire il contrario
che ti pago. Intesi? (Figaro si trattiene, inspira a fondo e si alza in piedi.
Lei gli dà la mano e sorride) Ciao. Studia, eh!
FIGARO: (meno ruvido) Farò quello che posso. In genere, sono molto occupato.
(Lucrezia se ne va e lo lascia solo sul palcoscenico, I suoi passi si odono
anche quando è dietro le quinte. Figaro torna al suo posto, prende in mano il
copione e dà una rapida scorsa. Incredulo) Mille cucuzze per prendere un tè ed
essere gentili?! (Scoppia a ridere e risfoglia il copione) L’ha pure
sottolineato. «Comportarsi con signorilità e stile». (Si fa una risatona) Chissà
che problemi ha questa signora? È una scena talmente banale, insulsa. (Riguarda
velocemente le pagine) Mai guadagnato così facile. Qui in teatro non facciamo
mille in tutta la compagnia, in tre mesi! Il mondo deve essere pieno di maschi
imbecilli. (Rivolto alla sua immagine nello specchio) Grazie... grazie...
grazie... (Si manda un bacio e infila il gruzzolo nella tasca dei calzoni. Poi
inizia a leggere con più attenzione) Però, se ha scelto me e paga in anticipo,
forse è una persona seria. (Pausa) Nessuno paga in anticipo, mai. (Pausa) Certo,
potrei non andare. (Pausa) Mancia, dice. Ma non accetto mance senza merito.
Sarebbe come... un’elemosina. (Con una smorfia schifata). No, questo mai. Sono
un gentiluomo, anche se povero. (Pausa) Tre ore di recita. In un mese fanno più
dello stipendio che prendo in cucina. Devo prepararmi bene. (Si slega i capelli,
si sbottona il giustacuore, che lancia sulla dormeuse) Quando mi ricapita di
raddoppiare le entrate così facile? Posso finalmente mettere via qualcosa per
me. E poi? (Cercando nello specchio il da farsi) Me ne vado. Sì, sparisco.
(Riconta le banconote) Ha detto che sono bravo. E paga anche la prova. (Riprende
in mano il copione) Studierò. Non mi va di fare brutta figura.
Buio. Musica di Simeon ten Holt (Canto Ostinato dalla Sezione 60 in poi,
escludendo il I Tema) fino a dove indicato.
Le luci lentamente scoprono la scena.
Un tavolo rotondo di legno e due seggiole. Sopra al tavolo, due tazze da tè, il
samovar, la zuccheriera e un vassoio d’argento colmo di dolcetti.
Lucrezia sistema due cucchiaini e le salviettine. Indossa lo stesso abito di
prima. Guarda l’orologio e si dirige verso la quinta di destra.
LUCREZIA: Vediamo se è puntuale. (Esce e rientra indietreggiando con Figaro
davanti a sé, che indossa un abito grigio scuro con camicia bianca e scarpe nere
e ha i capelli sciolti. Lui avanza baldanzoso e si guarda attorno. Soddisfatta)
Cinque esatte.
FIGARO: Sarei salito anche prima.
LUCREZIA: E perché non lo hai fatto?
FIGARO: Perché mi piace aspettare. (Lucrezia sorride) Ho una bella notizia.
LUCREZIA: Davvero?
FIGARO: A-ha. (Ruba di strada un dolcetto e se lo mangia) Ti farà piacere.
LUCREZIA: Cosa aspetti a dirmela?
FIGARO: No, sennò poi non ti interessa più di me.
LUCREZIA: (gli versa il tè nella tazza e gliela porge, mettendogli in bocca un
altro dolcetto) Dimmela. (Figaro prende la tazza, beve un sorso, ma si nega e
lascia la tazza sul tavolo).
Avanzano entrambi sul proscenio, sul quale (circa a metà) è collocato un piccolo
cubo nero di legno. Si fermano a contemplare l’orizzonte.
FIGARO: È bellissimo, qui.
LUCREZIA: Ti piace?
FIGARO: Sì.
LUCREZIA: Ho scelto questo appartamento per la vista e la terrazza.
FIGARO: Solo tu, in questa città, potevi trovare una porta sull’infinito.
(Appoggia il piede sul cubo e il gomito sul ginocchio).
LUCREZIA: Come sei lirico.
FIGARO: La bella notizia è... che oggi, ieri, l’altro ieri e tutti i giorni
prima non ho fatto che pensare a te.
LUCREZIA: Bella per te, allora.
FIGARO: No, anche per te. Appena ho potuto mi sono precipitato qui.
LUCREZIA: E con ciò?
FIGARO: Non mi andava di essere altrove. Sono una nota di colore e sto bene a
casa tua.
LUCREZIA: Sei davvero tanto allegro?
FIGARO: Felice? Sì.
LUCREZIA: E cosa ti rende così felice?
FIGARO: Vedere... guardare... sentire... e starti vicino.
LUCREZIA: Vuoi ancora un po’ di tè?
FIGARO: Grazie, ma stavolta lo servo io. (Ritornano al tavolo e lui versa a
entrambi).
LUCREZIA: (si siedono) A parte gli scherzi, qual era la buona notizia?
FIGARO: Non mi credi, vero?
LUCREZIA: Penso ci sia dell’altro.
FIGARO: (continuando a sorseggiare) Può darsi. Quanto sarebbe diversa la mia
vita se non ti conoscessi! Ci penso spesso. (Pausa) Strano...
LUCREZIA: Cosa?
FIGARO: Come qualcosa di banale, per esempio una data, un compleanno, a volte
trasformano l’intero senso di una vita. (Le prende dolcemente la mano) Sono
felice perché ci sei. Non è abbastanza?
LUCREZIA: (gioca con la mano di lui fino a intrecciare le dita e, finché sono
seduti, rimangono uniti) Sei l’unico che mi parla in questo modo.
FIGARO: Lo so. Gli altri non esistono. (Mangia un dolcetto) Resto con te fino al
tramonto.
LUCREZIA: Va bene. (Sorride e allunga la ciotola dei pasticcini) Goloso.
Le luci si abbassano. Le sagome di entrambi si fissano nella penombra. Figaro si
alza e lei lo accompagna fuori scena a destra, consegnandogli un altro copione.
Lucrezia rientra sul palcoscenico. La luce del crepuscolo che si staglia sulle
pareti. Lei si aggira inquieta. Alla fine sparecchia ed esce di scena dalla
quinta di sinistra.
Termina la musica.
Buio.
(continua................................................)
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