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PSICOLOGI NEL LABIRINTO
Leggendo il “Manifesto del Labirintismo”, ho apprezzato questo movimento che rispecchia la mia idea di una realtà (quella contemporanea) che porta l’uomo di quest’epoca a sentirsi sempre più solo, incompreso, ansioso e depresso. Una realtà che si manifesta nell’arte e in autori come Baudelaire, Leopardi, Foscolo, ecc. che parlano di sé, ma parlano di una situazione tipica dell’uomo contemporaneo. Esiste, a mio parere, una certa inadeguatezza sempre più ampia, profonda e grave tra i nostri saperi disgiunti, frazionati, suddivisi in discipline da una parte, e realtà o problemi sempre più trasversali, multidimensionali, transnazionali, globali e planetari dall’altra. Di fatto la realtà odierna, sempre più iperspecializzata nei suoi saperi (artistici, letterari, psicologici, ecc.), e ciò impedisce di vedere il globale tanto quanto l’essenziale. La ricerca in psicologia, oggi, ha il problema di non poter studiare tutti i problemi particolari per renderli globali. Sempre di più, i problemi particolari possono essere posti e pensati in maniera corretta solo se visti all’interno del proprio contesto, che al contempo deve essere posto sempre nel contesto planetario. La sfida moderna dell’uomo che vive in un “labirinto”, che è la realtà nella sua complessità, è riuscire a comprendere la complessità stessa che è originata dall’inseparabilità delle diverse componenti che costituiscono il tutto. Bisogna capire che la psicologia è inevitabilmente legata alla sociologia, all’affettività, alla mitologia, ecc.; e tutte queste discipline sono tra loro legate come a formare una rete o una ragnatela simbolica. Si viene così a creare un tessuto interdipendente, interattivo e inter-retroattivo fra le singole discipline (psicologia, sociologia, arte, letteratura, ecc.) e il tutto; ma anche viceversa, il tutto è legato alle singole discipline. Il “nuovo pensiero”, quello dell’uomo chiuso in questo labirinto, nel quale cerca di orientarsi, è quello di pensare il problema contestualizzandolo e organizzandolo in base alle informazioni di cui si arriva a disporre. Ciò significa che esprimere il proprio mal’essere, il senso di solitudine e il sentirsi perso si realizza in maniera pratica nell’arte, come espressione del proprio stato d’animo, ma a questa espressione è legata una visione psicologica, un’analisi introspettiva che riguarda l’Io della persona all’interno di una realtà sociale in un determinato tempo e una specifica cultura. Questa è la mia idea, espressa in poche righe, del perché vorrei partecipare attivamente, e scrivere, per il movimento del Labirintismo. Angelo Franchitto
La creatività artistica come strada da percorrere per uscire dal labirinto dell’età moderna L’età moderna è caratterizzata sostanzialmente da una profonda crisi dell’Io che sconvolge l’uomo che si sente perso. Ci si ritrova a vivere in un labirinto esistenziale dal quale solo attraverso l’arte l’uomo riesce a esprimere il proprio mondo interiore. La difficoltà dell’uomo moderno è l’incomunicabilità. Allora come rimedio c’è l’espressione artistica, la creatività. Il genio dell’uomo trova una soluzione “stravagante”, per mettersi in contatto con gli altri, esprimere il proprio sé, superare il disagio che si è creato tra soggetto e realtà. Il problema della creatività artistica è stato ed è tuttora oggetto di interminabili discussioni. Sicuramente possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che “l’emozione artistica” è qualcosa che non facilmente possiamo tradurre in parole. Se prendiamo ad esempio il testo poetico, esso non è altro che il frutto di una scelta che l’artista opera in base a criteri personali (il cui meccanismo per il momento sfugge ad una analisi scientifica). Infatti il testo poetico acquista una forza intrinseca che fa da vettore ad un pathos unico ed irripetibile. L’idea che hanno iniziato a sostenere gli studiosi psicoanalisti dopo Freud fu l’ipotesi che esista un fattore psicologico sempre presente nelle opere d’arte; cioè il desiderio che lega alla figura materna. Dobbiamo tenere presente l’importanza che la figura materna riveste nell’organizzazione della personalità, da associare anche ad un altro fattore altrettanto importante: la depressione. Questi due fattori vengono trattati negli studi di A. Di Benedetto, secondo cui l’esperienza estetica può contenere sia l’elemento maniacale che l’elemento depressivo grazie a due tipologie di esperienze introiettate: · Primo il sentimento di “fusione” con il seno materno; · Secondo punto è il riconoscimento di un oggetto “separato”. Si tratta di due aspetti dell’esperienza psichica tra di loro contraddittori, di cui uno è di tipo “maniacale”, all’interno del quale vi è la fusione con qualcosa di grande; mentre l’altro è di depressione, in questo caso è implicito il dolore della separazione. Per quello che riguarda la creatività artistica, l’esperienza estetica contiene entrambi i due punti, arrivando a coniugare una sorta di gioiosa estasi mistica, di immedesimazione con l’oggetto, con un acuto senso di alterità e di individualità. André Bourguignon, nei suoi studi clinici relativi al genio creativo, vede nel padre l’accesso al pensiero astratto, mentre la madre è vista come porta d’accesso alla poesia. L’ipotesi è che la presenza esclusiva della madre dovrebbe favorire l’espressione lirica, mentre la situazione inversa andrebbe ad orientare l’individuo verso pensieri astratti, matematici e filosofici, come è accaduto per Descartes, Spinoza, Pascal e tanti altri che hanno perso la madre nell’infanzia . [Soft Break]Questa tendenza, molto interessante per lo studio psicologico/creativo, si verifica spesso, in particolare in letteratura. Buffon afferma che il genio non è altro che una grande attitudine alla pazienza. Infatti è ricorrente l’immagine di artisti, scrittori, pittori e musicisti, seduti al tavolo da lavoro, giorno e notte, con la penna o il pennello in mano. La volontà interiore è come una conferma dell’energia dell’autore-creatore. Caratteristiche che accomunano le persone creative da un punto di vista psicologico sono anche l’indipendenza e l’estraniarsi dalle banalità della vita. Infatti questi risultano essere tratti fondamentali, indispensabili entrambi al concepimento creativo, almeno quanto lo sono anche la marginalità e l’insofferenza che riflettono la rottura con i contemporanei. La ricerca della solitudine è un tratto ricorrente tra gli artisti, anche se è una dimensione interna che appartiene un po’ a tutti, ciò che rappresenta la particolarità è la scoperta della propria diversità, cioè la solitudine vista e concepita come estraneamento dal contesto in cui si è calati. Il peso della diversità è generalmente molto difficile da sostenere, basti pensare a grandi artisti, come Leonardo, Van Gogh, Kafka, per citarne alcuni. Essere diversi significa non avere alcun punto di riferimento esterno cui appigliarsi. L’artista è costretto a rapportarsi con un mondo al quale non si sente di appartenere e i cui ritmi, qualità e giochi non hanno alcun senso profondo. Per queste ragioni occorre avere molto coraggio per coltivare la propria diversità perché essa si oppone con forza alla menzogna collettiva, si costituisce quale norma individuale contro i pregiudizi della moltitudine. Numerosi sono gli artisti che hanno vissuto nel silenzio della creazione e non hanno lasciato alcuna discendenza tranne che le loro opere. Il ritiro dal mondo diviene, per queste persone una necessità e un istinto di conservazione. [Soft Break]Un fatto ricorrente è quello che, nella maggioranza dei casi, gli artisti non siano dediti al lavoro per essere famosi o perché la propria opera verrà pagata molto. Sarebbe questa una motivazione talmente superficiale che non ha nessun significato. E’ invece fondamentale, trovare la soddisfazione facendo qualcosa che piace fare. Antonin Artaud ha notato, nei suoi studi, come nessuno ha mai scritto o dipinto, scolpito, modellato, costruito, inventato, se non per uscire dal proprio inferno esistenziale. Si parla, dunque, di una motivazione molto più profonda e strettamente personale, che va ben oltre l’aspetto materiale e venale. Un’altra caratteristica, ugualmente evidente è la stravaganza. Questa è una caratteristica che ritroviamo soprattutto in artisti quali pittori e scultori, e, l’instabilità dell’umore che, secondo alcune teorie psicoanalitiche, porterebbe all’eccesso la normale tendenza ad avere più Sé contrapposti e in conflitto tra loro. Ciò significa che gli umori oscillanti, ritmici e transitori, che sono caratteristici della malattia maniaco-depressiva e dei temperamenti a essa connessi, possono anche mescolare, o sfruttare, umori osservazioni e percezioni apparentemente contraddittori. Teoricamente, da quanto studiato ed osservato, questi flussi di pensiero permetterebbero all’artista, di esprimere con maggior accuratezza i cambiamenti, le ambiguità e le contrapposizioni che realmente esistono sia nell’uomo sia nel mondo naturale. D’altronde un atteggiamento coerente nei confronti della vita non può, essere tanto sensibile quanto la capacità di convivere con uno stato psichico in costante mutamento. Tra i denominatori comuni nella vita degli artisti, importante è l’aspetto della precocità. Questa può essere osservata soprattutto nelle arti plastiche e nella musica, discipline che non necessitano la completa maturità del linguaggio per cominciare a esprimersi (ricordiamo i casi di Mozart e Picasso, per citarne qualcuno) . Il percorso interiore che porta a scegliere di creare per sopravvivere è un percorso duro, profondo, spesso inconscio ma seguito, accompagnato e sostenuto da un elemento indispensabile comune a tutti gli artisti: la passione. Essi ne sono colmi ed è grazie ad essa che accettano di lasciarsi travolgere in ogni minimo aspetto della propria vita, sacrificando la quotidianità in nome dell’arte. [Soft Break]Essere creativi significa, dunque, stabilire una profonda sintonia tra l’interno e l’esterno (tra sé e la realtà), tra la dimensione interiore e la opere nelle quali questa dimensione si concretizza. Non si tratta di un voler negare la realtà oggettiva, che comporterebbe la disintegrazione interiore, ma è un tentativo di volerne metabolizzare i contenuti, le richieste, i valori, rendendoli funzionali alla propria crescita interiore. Ciò accade, come meccanismo di difesa, dal momento che l’incapacità di adattarsi alla realtà esterna costituisce una pericolosa fonte di nevrosi, ma, in una valenza positiva, essa si ripropone come ricerca di un equilibrio tra universo esterno ed interno, a patto che tale equilibrio sia il frutto di una ricerca personale, creativa. Un fattore indispensabile all’artista è, per eccellenza, il fattore umano. Esso è ciò che ha consentito grandi progressi per l’umanità, che ha animato gli avventurieri dell’impossibile ed è presente in individui che hanno grande estro, come: poeti, maghi, profeti, inventori e musicisti. Il fattore umano rende queste persone uniche, profondamente diversi rispetto ai propri simili.
La creatività come modo per superare il senso di solitudine in questo labirinto
L’arte e la creatività sono i mezzi attraverso cui l’uomo contemporaneo prova ad uscire dal suo labirinto. Da diverse ricerche e indagini psicoanalitiche si è studiato come la mente sia più creativa quando avverte per sé un disagio di vita. Quando cioè ci sentiamo soli e il nostro senso di smarrimento aumenta. Si nasce da soli, e pur vivendo in una società globalizzata, senza frontiere, che ci mette in relazione con tante persone anche attraverso mezzi tecnologici (telefoni, internet), ancora ci sentiamo soli. Possiamo dire che ogni uomo vive una “propria” solitudine, come un qualcosa di personale. Una condizione umana che riguarda l’Io del singolo e che si differenzia da persona a persona. Proprio questa “unicità” nel vivere la solitudine in maniera così intima e personale, che ha una fonte originaria interiore all’individuo e che in maniera differente si radica nella psiche di tutti gli uomini, essa ci accompagna per tutta la vita. Per alcuni questo senso di solitudine diventa la strada della ricerca interiore. Il termine solitudine, etimologicamente, ci rimanda alla parola “separare”. Una parola composta da “se”, che indica il dividere; e “parare”, che indica il parto. Il termine solitudine, in questo senso rimanda alla separazione del nascituro dalla madre con la conseguente perdita di uno stato particolare. Quanto ricavato da questa indagine etimologica, possiamo arrivare ad affermare che la stessa parola solitudine rievoca all’uomo questa perdita “significativa” che ha vissuto con il parto. In una analisi psicoanalitica, essa si realizza come una condizione di un vivere caotico aggravato per di più da un’eredità biblica, come conseguenza delle azioni peccaminose compiute dall’umanità originaria. Possiamo parlare di come Adamo ed Eva persero il paradiso terrestre e furono condannati ad una vita di sofferenze e di dolore. Il dolore era dovuto alla perdita, alla separazione dei primi uomini con chi gli aveva generati. Quindi l’allontanamento dal paradiso terrestre è il simbolico parto che divide il nascituro dall’utero materno, luogo di sicurezza e protezione per eccellenza. Restando sul discorso della separazione dell’uomo da Dio, come metafora della separazione del bambino dalla madre, diciamo che questa separazione esiste già dal concepimento (cioè dall’originarsi dell’esistenza umana). A seguito della fecondazione, l’ovulo che ha assunto il patrimonio genetico del partner, questo inizia a distinguersi definitivamente dalla popolazione cellulare materna. Si identifica come un organismo estraneo. Inizia così quel processo di separazione che in futuro con la nascita, la crescita, il divenire adulto sarà rievocato con il senso di solitudine che investe la vita dell’uomo. La solitudine, sicuramente offre all’uomo illimitate opportunità per maturare e divenire un soggetto autonomo. Ma essa è spesso un rifugio di significati negativi. È una condizione spiacevole, a volte paurosa, che da opportunità per crescere si trasforma molto facilmente in un nemico dal quale fuggire a qualsiasi costo. Essa si presenta con moltissime sfaccettature, in genere imposte dalle circostanze della vita, quali: la prigionia, la malattia, l’isolamento percettivo o l’abbandono di una persona cara. Ma esistono anche forme di solitudini non coatte, bensì volute e ricercate da alcuni individui. In tal caso la solitudine è una scelta. Alcuni esempi sono i casi delle persone creative, degli asceti o di coloro che nella quotidianità, sentono il bisogno di ricercare un momento per stare con sé stessi, per recuperare le energie disperse nel mondo, per ritrovare quella parte soffocata dall’affanno della vita. O anche la scelta può essere una fuga dalle situazioni che non si riescono a gestire. Per quanto riguarda l’espressione artistica, l’essere soli è una forma di evasione dal mondo e dalle convenzioni sociali. Il problema della creatività artistica sfugge all’analisi psicologica. Sicuramente risulta chiaro che la convenzionalità del linguaggio verbale non può tradurre in modo adeguato la complessità dei contenuti consci ed inconsci della mente che operano sulla creatività. Il testo poetico, il romanzo, la scelta di un saggio, ma anche un’opera disegnata o il frutto di una foto d’arte, e quant’altro, non è che l’espressione artistica di un’opera che nasce in base a criteri del tutto personali, il cui meccanismo di scelta sfugge per ora ad un’analisi scientifica. Prendiamo ad esempio l’autore russo Kozlov. Egli iniziò a scrivere le sue poesie solo dopo aver perso la vista. La cecità lo portò a sentirsi solo, emarginato. La poesia era per Kozlov un modo per evadere dalla realtà, e attraverso l’arte egli esprimeva il suo mondo, il suo mal’essere. Sicuramente, la passione letteraria era sempre stata forte in Kozlov, che sul letto della malattia, arrivò a rappresentare una immagine commovente dell’uomo, immerso in mezzo a insopportabili sofferenze, non perdendo energie e andando alla continua ricerca personale di nuove motivazioni per vivere. Le creazioni di Kozlov hanno in sé il marchio della sua triste situazione, ma anche il senso profondo dei suoi sentimenti, la sopportazione per la sua condizione e il rispetto per la volontà di Dio. Ma allo stesso tempo osserviamo anche l’incantesimo, l’umanità, nel riuscire a percepire il pensiero delle menti delle persone a lui contemporanee, le quali con ammirazione si riconoscevano nel pensiero del poeta cieco. Questo saggio evidenzia quanto il labirinto moderno che rende l’uomo “solo” di fronte al suo vivere, non è però una condizione esclusivamente negativa, non fuggendo dalla propria vita, ne annegando nello sconforto, ma reagendo in maniera creativa, impegnandoci nell’arte, nella poesia e nella scrittura come mezzo per avventurarci nel nostro labirinto, fino a raggiungere una fortunata soluzione che ci permetta di “esistere”.
L’uomo moderno in crisi d’identità nel labirinto della vita moderna L’identità, in psicoanalisi, è un processo di formazione e costruzione del proprio sé che inizia con lo sviluppo del soggetto in età infantile, e si consolida in età adulta. Secondo Erik Erikson, il tema principale della vita è la ricerca di una propria identità, intesa come comprensione e accettazione di sé. Le basi per la costruzione della propria identità derivano dalla separazione tra il soggetto e il mondo esterno, mentre il suo sviluppo è possibile grazie a una serie di identificazioni, cioè, una serie di assimilazioni delle caratteristiche di modelli esterni (in primis quello dei genitori). Quando le caratteristiche che costituiscono l’identità sono completamente state acquisite in maniera stabile e duratura, l’individuo raggiunge quello che Margaret Mahler definisce come il processo di separazione-individuale. E’ proprio grazie a questo processo che secondo la Mahler si realizza la costruzione dell’identità di un individuo. Una costruzione destinata a rimanere più o meno stabile nell’arco della vita, a meno che non si verifichino eventi traumatici o stressanti per la loro particolare gravità. La crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, che si trova perso e confuso nel labirinto dell’esistenza, è una situazione che possiamo vedere rappresentata nelle opere di autori come Pirandello e Conrad, i quali, come vedremo leggendo questo saggio, rappresentano i loro personaggi con una certa psicologia, tanto che è possibile (leggendo i loro romanzi) psicoanalizzare il protagonista. L’arte, in questi casi, viene utilizzata come organo di conoscenza attraverso cui è ammessa l’impossibilità di conoscere la realtà più profonda mediante l’esperienza, la ragione, la scienza. Un esempio lo riscontriamo nell’opera di Conrad, “Lord Jim”, dove il protagonista ci viene presentato dall’autore come un individuo in difficoltà nel contatto con il reale (è presente nel personaggio una scarsa gratificazione con la realtà). Il Jim di Conrad possiede una serie di caratteristiche che lo identificano come un eroe-antieroe. Egli ci viene mostrato come un uomo in continua fuga che a un livello psicologico appare come una fuga dalla realtà evidenziando il problema (che emerge dalla lettura del romanzo) tra l’Io di Jim e il mondo. Da come ce ne parla l’autore si comprende benissimo come la mente di Jim sia fissa, ai limiti dell’ossessione, sull’episodio del Patna[Footnote]; il processo di colpevolizzazione viene invano respinto dall’Io e soprattutto il bisogno di autenticazione di sé subisce uno scatto traumatico in rapporto ai fatti concretamente presenti alla memoria. In tutta l’opera l’Io di Jim è alla ricerca, continua e disperata di possibili elementi che gli rendano possibile la sopravvivenza. Per questo “trauma” che Jim vive e che lo porta a una evidente crisi d’identità. Egli è un capitano di mare, ma dopo i fatti del Patna non riesce a sentirsi più tale, e si sente perso, confuso, disorientato. Non può tornare in patria perché suo padre non capirebbe, e soprattutto significherebbe perdere la fiducia in sé stesso (a livello psicologico Jim non può presentare a sé un’immagine diversa da quella dovuta al proprio super-Io). Va precisato che tutto ciò che accade nella mente del protagonista sono processi in buona parte inconsci e che l’Io prima di cedere a Thanatos (l’istinto di morte) metterà in atto vari meccanismi di difesa che più o meno riusciti esprimono il desiderio di sopravvivenza. Anche in Pirandello ritroviamo quella crisi storica e insieme esistenziale che segna l’uomo moderno. Nella rappresentazione letteraria il personaggio pirandelliano, vive una “condizione anarchica”, di sconfitta, di impotenza, e questo perché a lui manca una realtà stabile, definita e leggibile. Si può capire benissimo dall’opera come quello di oggi sia un uomo preso di continuo nella dialettica realtà/illusione, vita/forma, e che tende a ripetere e a raddoppiare sempre se stesso alla ricerca di un “altro” (nel senso di una alternativa) che mai riesce a raggiungere. L’eroe pirandelliano (come in Conrad) si frantuma a livello del proprio Io psichico. Leggendo l’opera de “Il fu Mattia Pascal” (1904) il protagonista del romanzo si sdoppia continuamente, alla ricerca di una identità perduta. Quello che colpisce nel Mattia Pascal è che da un lato la perdita di identità consente al personaggio di vedere lucidamente i meccanismi della società borghese, gli permette di rendersi conto dell’assurdità della vita, lo mette di fronte alla crisi dei rapporti sociali, divenendo un giudice delle menzogne sociali e creando una dialettica continua tra sé e la società (una sorta di confronto scontro tra l’Io e il reale). Dall’altro lato, però, la vita, una volta che è stata liberata dalle convenzioni, porta il protagonista alla ricerca ossessiva di una propria identità. Egli che tanto all’inizio voleva fuggire dal suo essere e dalla sua identità, ora cerca di ridare un nuovo volto alla vecchia coscienza sconfitta e frantumata. Ma, il nuovo Adriano Meis è costretto a scontrarsi con l’inevitabilità e l’irreversibilità delle convenzioni sociali. Il nuovo status si rivela perciò una trappola che non gli consente di realizzarsi, e che non gli lascia alcuna possibilità di esistenza fuori dalle convenzioni. Quello che Pirandello ci presenta è l’homo tragicus caratterizzato da una impossibile identificazione, che drammaticamente sdoppia la persona (il protagonista del romanzo, che rappresenta l’uomo moderno) tra il ruolo fisso che la vita gli impone e il flusso della vita che necessita e preme, tra il bisogno di una dimensione certa per sé e per gli altri e la disgregazione della persona. L’ironia che Pirandello mette nella sua opera si concretizza nell’esistenza che diviene una condizione di derisoria instabilità, di discontinuità della vita interiore. Ciò che l’arte fa per aiutare l’uomo ad uscire dal labirinto, altro non è che mostrarci la nostra condizione, renderla cosciente a noi stessi per renderci capaci di affrontarla. Un voler spronare le coscienze degli uomini moderni, che sono un po’ quegli eroi-antieroi che Conrad e Pirandello rappresentano nei loro romanzi.
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