ARTISTI LABIRINTISTI

POETI NEL LABIRINTO

 

 

 

FRANCESCO ROSSI

                                                                                                                                                              

 

Dello stesso autore

 NARRATIVA   

" Nell'immagine del "labirinto" si può compendiare idealmente l'archetipo di una sostanziale dialettica tra aspetti contradditori, eppure essenzialmente integrati, dell'esistenza umana, nelle sue implicazioni individuali e collettive. Si tratta, in fondo, di una rappresentazione ancestrale, che consente di oggettivare in forma problematica la più ampia risonanza gnoseologica della ricerca di senso in capo all'humanitas operante in ogni circostanza storica ed in qualunque contesto spaziale. Nel labirinto, infatti, visivamente si rende intellegibile lo sforzo umano di pervenire ad un ordine metodologico, pur nella circolare refrattarietà della materia vivente a comporsi in un quadro di immediata comprensibilità. E' insomma la permanente dialettica tra "dionisiaco" ed "apollineo" a pervenire ad una sua efficace rappresentazione nell'ideale immaginifico del labirinto, così come si tratta sempre della medesima approssimazione all'ordine, malgrado l'incongruenza apparente tra macrocosmo e microcosmo che si avverte nel tentativo di far corrispondere sostanzialmente i moventi dell'agire umano anche più individuali alle grandi forze che sembrano far procedere la Storia. E' l'esistenza stessa che, appunto, si presenta sotto un'altra speculare opposizione rispetto a quella oggettivabile secondo l'archetipo del labirinto: essa si rende, cioè, all'occhio del poeta come un coacervo di esperienze da cui non è dato escludere la presenza inquietante dell'"ombra". Quest'ultima è comunque interpretabile in base ad un ordine, attraverso, tra le altre, la simbolizzazione paradigmatica del "cerchio", figura non a caso esemplare del gravitante anulare orrido vuoto in spire di avvolgente erosione della coscienza attorno alla sua stessa più ferma stabilizzazione di coerenza gravitazionale; dell'ombra la sensibilità poetica, sotto forma di pensiero riflesso in espressiva affabilità per assimilazione ed integrazione di immagini, il cerchio al pari del labirinto, si sforza di comprendere la manifestazione e le ragioni anche più riposte, pressoché in ogni ambito, appunto, della vicenda esistenziale umana, singolare e collettiva (prof. Francesco Rossi)

 

SPLENDORE IMPLICATO INCONCETTO

 

         La Gerusalemme celeste appare                                                        11/11/2003

         mostro di lucente grato corteo,

         chiostra illuminata di pietosa vampa

         che infiamma di carità in contemplato

specchio di sapienza fatta intelletto

la corolla del fior tutto rappreso

in intimità, sedotta fragranza

a spander di sé universale olezzo,

petali ingemmati al calice infuso

di profondo liquor, vermiglia polla

inseminata stampa a contendere

fruttuosa messe al sé che non si dona,

se non per compianta redenzione astra

di riflesso sembiante in aspersione

muta di dolore astruso in gestione,

parto maturo prima che il verbo èsca

dalle ritorte spire d’inconcetto

amore a riversar suo avio albore

in forma distesa d’arto spessore.

 

Il coro alato d’involata scienza

non canta intonsa intenzion di capienza,

armonia che sape virtù essenza,

il nesso di non proferita udienza

qual si rende fede certa in presenza

di musa indefessa in òre indòra erma.

 

Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 11

ALTROVE di FRANTUMATO PRESENTE

         L’altrove m’appartiene come il salto                                         12/11/2003

         nel chiaro disperso abisso del doppio,

         tra lo scuro fondo e il grigio ovattato

         che imbavaglia il richiamo del perdente

assenso alla scoperta del detègo

immerso nella solestà dell’ombra.

 

L’ambra che imperla iridescente prisma,

di splendore fatto misura guasta,

sotto il corame opaco d’incrostata

corpulenza d’abitudine al quanto

rifulge intermittente, fiaccola arsa

nell’ardore d’un inzolfato grano

in reliquie di discinta identità.

 

La bestiale asinina animalità

risorge con la cervice abbassata,

con la soma che pende sul cordame

dell’affranta malinconica viltà

a fuggire prima che il conto chiuda

di servizio il blocco della libertà.

 

Ostracismo che si modella in cocci

d’irriconosciuta in frammenti specie

di ristoro infra il cronometro stanco

che instilla le occasioni non scoccate,

ma assegna il nerbo d’esiliata mora,

il nume del non ancora spennato

a calami d’inchiostro latebrante

sullo scrittoio di forgiato amante!

 

La tempra è il conto della serva fante

nel condominio della gallìpoli

in cui assiste al quid di garrula badante.

  

Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pagg. 12-3

 

In LìMINE RIGòRIS MUNDI

         Il solstizio d’inverno s’è irretito                                                13/11/2003

         nell’uniforme ciclopico occhiale

         che gronda nell’orbita linfa uguale,

         al crespo dell’onda che al vento appende

spuma di doglianza per non coesa

al fin di suprema acme propria intesa

col mistero indifferente d’attorno

addentro l’ingemmata complessione

del globo naturale, che non piange

il necesse suo comporsi in sfera.

 

Il frutto che non colgo, anco maturo,

non è un giallo essiliante suggestione,

ma l’affusolata convoluzione

di tendini, verde amaro collasso

sulle concrezioni d’umore guasto

dopo il colar del gusto appresso il pasto.

 

Dio, che rapprende il sudore al limbo,

svapora il fumo della creazione

nello stillare che doma il pensiero

e lo dispone in sincrono d’errore

prima e dopo dell’incesto che amore

fa con il sesso orbo del suo seme,

sparso ognora mentre fronda in concione

col dispiegato impasto nel materno

ciclo, che indugia ostaggio del dolore.

 

I tralci restano a piè del pallore,

che si veste di toni salmodianti

eterno riflusso di sensi impleti

e scoloranti nel perdere assenzio,

filtro vulgato d’eletta dispensa.

 

Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pagg. 14-5

 

L’ANIMA che NON MENTE al RICORDO

         Non ricordo tam più di te che l’ombra,                                             24/11/2003

         eppure sento che mi sei vicina

         ancora oggi che t’hanno allontanato

         le rovine d’un vanìto passato,

non più sicure d’esile presente

assottigliatosi in sferza tagliente

d’anni in sequenza di vigilia assente.

 

L’ultima volta sarà sempre prima

nell’animo all’incontro della veste

che ti segnò cinta d’aura celeste.

 

Tuttora mi rallegra quella calma,

bonaria impronta quale si riflette

in lume d’intimità col mistero

di sovrana pietà anche nel dolore.

 

Si chiama forse carità cristiana

quella che con sforzo di lingua piana

non sarebbe mai densa di cordiale

affabilità prodiga e gioviale,

come nel circuito ben più che ovale

del volto tuo segnato d’umana

intelligenza autentica ed urbana.

 

La recita annunciava la scomparsa

di quel sorriso d’incoraggiamento

al debutto a una vita appena aspersa,

ma non lo sapevo allor che la farsa

era da così poco avviata e sparsa.

 

Tu non potevi prevedere il dopo,

sì pieno di convulse apparizioni

d’un astro occulto anche a sé in emozioni,

ma anche per questo permani vitale,

perché non ti privasti oscuro male

per antevisar quel che tutto assale

con seme di saggezza infuso d’ale

al ratto concreto spiro animale.

 

 

Non sei più tu, ma più vera ancor sarai

in quella coltre di puro intelletto

che ti ricopre da un tempo in difetto,

quel che non vivesti in merito affetto

di terrena agra partecipazione

al misto incanto di gioia e stupore

che umana specie affatica in ardore,

ma che ti plasma in sempiterno umore

di pace senza affanno né rancore.

 

Ti serbo così per il mio onore

incompiuto da una frequenza manca,

ma non per questo abitudine stanca

a disseppellir frammento che arranca

di vita in comunion di sorte franca,

perché più che l’orrore della morte

valga incontaminata la forte

identità d’alma al Ver non discorde.

 

Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pagg. 18-9

 

La FERREA NECESSITà del NULLA

 

 

Vorrei sprofondar nel nulla abissale                                         08/12/2003

da cui non si risolve l’esistenza,                                                09/12/2003

in cui il fondamento di vita langue,                                          10/12/2003

dove l’ancoraggio presente manca.

 

Non vorrei più pensare a qualcos’altro

oltre ciò che si propone oportère,

non vorrei badare a cose ma essere,

essere io stesso cosa, e questo basta.

 

Non voglio più essere un’ora puntuale,

ma un orologio senza più lancette

a cui è stata strappata ogni coscienza,

il funzionamento dell’ingranaggio.

 

Non posso pensare il particolare,

se prima non mi si dà il generale,

l’organo che suona anche a canne mozze

ma che si gonfia di spirito intenso,

corposo come l’aria che dilata

le sue corde dritte tubolari

senza timore di rappresentare

il ruolo, vuota cortina d’inedia,

la menzogna che priva elementare

diritto all’opponente peculiare.

 

L’eccentrico è quel frutto d’oltremare

che sboccia in cima all’endecasillabo,

raro sì come delirante ambrosia

che nutre e insieme perde sempre uguale,

farmaco e monòpoli d’impotenza,

divagazione sul me stesso a caso

di sorprendente arditezza essenziale,

chiara incavata cornice che sfugge

della psiche che afferro e non detengo,

disancorato ormeggio a mal ramengo,

dolore di pancia che non comprendo,

fuorché per il disagio del flamengo

che ballo se la lampadina spengo.

 

 

 

Mi meraviglio che nulla abbia a fare

in quest’alveare fatto di celle

senza spazi tra l’uno e l’altro favo,

privo del miele della comunione

con il discreto impegno del mestiere.

 

Il malessere m’assale e m’avvince

come una marea indecisa al colmo

della sua salita, prima che ampie

volute inarchi all’apice del salto

senza ritorno alla sua indolenza.

 

L’apatia di sempre si sublima

nel non riconoscere più nemmeno

il volto confortante del solito

incrociare gli sguardi distratti,

prima del celebre pasto augurale

che propizi la nostra umile mensa

del disteso convegno familiare,

l’intimo gelo in gesti abituali,

la convenzione della compostezza,

la materna larva del non professo,

pia inconfessa norma d’armonia.

 

Sul pendio roccioso del dirupo

non si nota distinzione di raro

o denso nell’accumulo del verde

che si stempera nei toni ingialliti

d’un declinante autunno nell’abbraccio

con l’invernale incipiente rigore.

 

Tutto è irripetibile necessità,

anche dove naturale sarebbe

non tentare un’impressione, ma ferma

radicare la prospettiva a opaco

aggregarsi d’omologhe tensioni

dell’anima satura d’esperienze

al davanzale sporgente al ciglioso

scordato, se al momento non per altro.

 

Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pagg. 30-2

DAL DIALETTO AL “FEDELE RICCETTO”…

29/12/2008

 

Cede il “filtro” del dialetto: più varia

forma e stile assume orma necessaria,

di parola e racconto “passionaria

impronta”, Sé in offerta volontaria…!

 

Tutto il “privato” si dona a un contesto:

Mondo segnato dal comune gesto

di marcare “collettivo congesto”,

Valore di popolo “mal digesto”…!

 

Cerimonial mortuario ossessionante,

sensual barocco cristiano sembiante

la trama qual s’ordisce al “Dilettante”…!

 

Religione di tràdito suggesto,

col rito del “praticare” richiesto,

si volge al fascino di Fede inchiesto…!

  

                Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 7

L’“INDIVIDUO” SI LIBERA DEL

“SOGGETTO”…!

29/12/2008

 

            Libera del marxismo la scoperta

            il senso di colpa a trasgressa esperta

            del Mondo inchiesta, “ermetica coperta”

            l’“armatura”, sempre più “sciolta” e “incerta”…!

 

            L’“individuo” urge sotto il voler d’espressa

            tempra: autonomia che si fa ressa

            attorno a Ideologia, compressa

            riflessiva esigenza, in canto “messa”…!

 

            Si volge il Poeta a forme reali,

            dai contorni concreti gli “animali

            idiomi” onde si “slabbrano” ai “fanali”…!

 

            Plurilinguismo adatto all’“occhio piano”,

            nel ritmo narrativo carducciano

            di poemi in vago “sapor” pascoliano…

 

 

         Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 8

“FALSETTO” SULL’“ERESIA”

29/12/2008

 

            L’“amor d’uguale” quale liturgia

            di dramma decadente si confessa

            alla maniera di Verlaine: la stessa

            aria di “falsetto”, acuta “mania”…

 

            Oltre l’usato registro l’armonia

            povera, “diafana” e “velata” che essa

            inarca tra dolcezza e parodia,

            il confine valicando indefessa…!

 

            Voce “d’individuo” autobiografia

            la più adatta, postuma, a segnar via

            d’anima “lacerata” in poesia…

 

            Sempre si tratta infatti d’“eresia”:

            dopo le “Ceneri” quella di “pia

            strada”, “favola” di Cristo “a messa”…!

 

            Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 9

AMORE DAL POPOLO AL POPOLO

VISCERALE…!

29/12/2008

 

            Poeta “prigione del senso represso”

            si dibatte inquieto contro l’ossesso

            del peccato che, vinto dal suggesto

            senso, si fa al Popolo “intento gesto”…!

 

            Ante Amor rationem, “viscere onesto”

            che pulsa verso il venir mesto

            degli adulti al mondo, ragion d’“incesto”

            col sacrale volto di Madre al sesso…!

 

            Cerca Egli la Lingua che “interior crea”,

            più umana dalla terra friulana,

            onde esser coscienza, “anima ipogea”…!

 

            Narciso “eroe” s’apre agli altri in “gea”

            d’“infero cascame”, “sedotta dea”

            da letteraria “smania” “ipersciamana”…!

 

            Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 10

LA “RELIGIONE DELL’UMANO”…

29/12/2008

 

            Marx la scoperta che “affranca” umano

            il pondo, impersonale strato “albano”

            ove è indistinto “vita-poesia”,

            felicità del Friuli, albagia…!

 

            Dal turbato segreto, ostile scia

            tra “Es” e “Io”, sacro dràma è il Leviatano

            quale Eden “divora”, alieno sciamano,

            che al Poeta è Eris, del Mondo sì “strano”…!

 

            Sospeso militar, coscienza attende

            l’“esilio di borgata” per le “tende”

            d’un impegno che “sacro” non s’arrende…!

 

            Confesso error d’istinto religioso:

            doveva al “cader” guidar “giudizioso”

            - Catarsi! - impulso al “martìr concettoso”…!

  

            Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 11

“VITTIMA D’INIQUO”: “TUTTO SI TIENE” NEL

“DIVERSO INQUIETO EGO”…!

29/12/2008

 

            La prosa s’intrude a uccider Narciso,

            eloquenza che assassina quel viso

            nell’ordine nativo immerso, inciso

            da voce che esclama contro l’Eliso…!

 

            La Maniera era matrona “impostata”

            svolgente “io” d’artificio, ammantata

            da parati di dramma in liturgia:

            iperboli aggettive a “inarcar scia”…!

 

            Simbolismo classico ottocentesco

            strumento di Poesia, “donnesco

            misticismo”, predica e “al tempo innesco”…!

 

            Esempio d’“individuo storicista”:

            corpo che “ingloba” a “associar” la “conquista”,

            lingua ideologia…, al Ver “rivista”…!

 

         Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 12