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ARTISTI LABIRINTISTI POETI NEL LABIRINTO
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SPLENDORE IMPLICATO INCONCETTO
La Gerusalemme celeste appare 11/11/2003 mostro di lucente grato corteo, chiostra illuminata di pietosa vampa che infiamma di carità in contemplato specchio di sapienza fatta intelletto la corolla del fior tutto rappreso in intimità, sedotta fragranza a spander di sé universale olezzo, petali ingemmati al calice infuso di profondo liquor, vermiglia polla inseminata stampa a contendere fruttuosa messe al sé che non si dona, se non per compianta redenzione astra di riflesso sembiante in aspersione muta di dolore astruso in gestione, parto maturo prima che il verbo èsca dalle ritorte spire d’inconcetto amore a riversar suo avio albore in forma distesa d’arto spessore.
Il coro alato d’involata scienza non canta intonsa intenzion di capienza, armonia che sape virtù essenza, il nesso di non proferita udienza qual si rende fede certa in presenza di musa indefessa in òre indòra erma.
Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 11 ALTROVE di FRANTUMATO PRESENTE L’altrove m’appartiene come il salto 12/11/2003 nel chiaro disperso abisso del doppio, tra lo scuro fondo e il grigio ovattato che imbavaglia il richiamo del perdente assenso alla scoperta del detègo immerso nella solestà dell’ombra.
L’ambra che imperla iridescente prisma, di splendore fatto misura guasta, sotto il corame opaco d’incrostata corpulenza d’abitudine al quanto rifulge intermittente, fiaccola arsa nell’ardore d’un inzolfato grano in reliquie di discinta identità.
La bestiale asinina animalità risorge con la cervice abbassata, con la soma che pende sul cordame dell’affranta malinconica viltà a fuggire prima che il conto chiuda di servizio il blocco della libertà.
Ostracismo che si modella in cocci d’irriconosciuta in frammenti specie di ristoro infra il cronometro stanco che instilla le occasioni non scoccate, ma assegna il nerbo d’esiliata mora, il nume del non ancora spennato a calami d’inchiostro latebrante sullo scrittoio di forgiato amante!
La tempra è il conto della serva fante nel condominio della gallìpoli in cui assiste al quid di garrula badante.
Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pagg. 12-3
In LìMINE RIGòRIS MUNDI Il solstizio d’inverno s’è irretito 13/11/2003 nell’uniforme ciclopico occhiale che gronda nell’orbita linfa uguale, al crespo dell’onda che al vento appende spuma di doglianza per non coesa al fin di suprema acme propria intesa col mistero indifferente d’attorno addentro l’ingemmata complessione del globo naturale, che non piange il necesse suo comporsi in sfera.
Il frutto che non colgo, anco maturo, non è un giallo essiliante suggestione, ma l’affusolata convoluzione di tendini, verde amaro collasso sulle concrezioni d’umore guasto dopo il colar del gusto appresso il pasto.
Dio, che rapprende il sudore al limbo, svapora il fumo della creazione nello stillare che doma il pensiero e lo dispone in sincrono d’errore prima e dopo dell’incesto che amore fa con il sesso orbo del suo seme, sparso ognora mentre fronda in concione col dispiegato impasto nel materno ciclo, che indugia ostaggio del dolore.
I tralci restano a piè del pallore, che si veste di toni salmodianti eterno riflusso di sensi impleti e scoloranti nel perdere assenzio, filtro vulgato d’eletta dispensa.
Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pagg. 14-5
L’ANIMA che NON MENTE al RICORDO Non ricordo tam più di te che l’ombra, 24/11/2003 eppure sento che mi sei vicina ancora oggi che t’hanno allontanato le rovine d’un vanìto passato, non più sicure d’esile presente assottigliatosi in sferza tagliente d’anni in sequenza di vigilia assente.
L’ultima volta sarà sempre prima nell’animo all’incontro della veste che ti segnò cinta d’aura celeste.
Tuttora mi rallegra quella calma, bonaria impronta quale si riflette in lume d’intimità col mistero di sovrana pietà anche nel dolore.
Si chiama forse carità cristiana quella che con sforzo di lingua piana non sarebbe mai densa di cordiale affabilità prodiga e gioviale, come nel circuito ben più che ovale del volto tuo segnato d’umana intelligenza autentica ed urbana.
La recita annunciava la scomparsa di quel sorriso d’incoraggiamento al debutto a una vita appena aspersa, ma non lo sapevo allor che la farsa era da così poco avviata e sparsa.
Tu non potevi prevedere il dopo, sì pieno di convulse apparizioni d’un astro occulto anche a sé in emozioni, ma anche per questo permani vitale, perché non ti privasti oscuro male per antevisar quel che tutto assale con seme di saggezza infuso d’ale al ratto concreto spiro animale.
Non sei più tu, ma più vera ancor sarai in quella coltre di puro intelletto che ti ricopre da un tempo in difetto, quel che non vivesti in merito affetto di terrena agra partecipazione al misto incanto di gioia e stupore che umana specie affatica in ardore, ma che ti plasma in sempiterno umore di pace senza affanno né rancore.
Ti serbo così per il mio onore incompiuto da una frequenza manca, ma non per questo abitudine stanca a disseppellir frammento che arranca di vita in comunion di sorte franca, perché più che l’orrore della morte valga incontaminata la forte identità d’alma al Ver non discorde.
Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pagg. 18-9
La FERREA NECESSITà del NULLA
Vorrei sprofondar nel nulla abissale 08/12/2003 da cui non si risolve l’esistenza, 09/12/2003 in cui il fondamento di vita langue, 10/12/2003 dove l’ancoraggio presente manca.
Non vorrei più pensare a qualcos’altro oltre ciò che si propone oportère, non vorrei badare a cose ma essere, essere io stesso cosa, e questo basta.
Non voglio più essere un’ora puntuale, ma un orologio senza più lancette a cui è stata strappata ogni coscienza, il funzionamento dell’ingranaggio.
Non posso pensare il particolare, se prima non mi si dà il generale, l’organo che suona anche a canne mozze ma che si gonfia di spirito intenso, corposo come l’aria che dilata le sue corde dritte tubolari senza timore di rappresentare il ruolo, vuota cortina d’inedia, la menzogna che priva elementare diritto all’opponente peculiare.
L’eccentrico è quel frutto d’oltremare che sboccia in cima all’endecasillabo, raro sì come delirante ambrosia che nutre e insieme perde sempre uguale, farmaco e monòpoli d’impotenza, divagazione sul me stesso a caso di sorprendente arditezza essenziale, chiara incavata cornice che sfugge della psiche che afferro e non detengo, disancorato ormeggio a mal ramengo, dolore di pancia che non comprendo, fuorché per il disagio del flamengo che ballo se la lampadina spengo.
Mi meraviglio che nulla abbia a fare in quest’alveare fatto di celle senza spazi tra l’uno e l’altro favo, privo del miele della comunione con il discreto impegno del mestiere.
Il malessere m’assale e m’avvince come una marea indecisa al colmo della sua salita, prima che ampie volute inarchi all’apice del salto senza ritorno alla sua indolenza.
L’apatia di sempre si sublima nel non riconoscere più nemmeno il volto confortante del solito incrociare gli sguardi distratti, prima del celebre pasto augurale che propizi la nostra umile mensa del disteso convegno familiare, l’intimo gelo in gesti abituali, la convenzione della compostezza, la materna larva del non professo, pia inconfessa norma d’armonia.
Sul pendio roccioso del dirupo non si nota distinzione di raro o denso nell’accumulo del verde che si stempera nei toni ingialliti d’un declinante autunno nell’abbraccio con l’invernale incipiente rigore.
Tutto è irripetibile necessità, anche dove naturale sarebbe non tentare un’impressione, ma ferma radicare la prospettiva a opaco aggregarsi d’omologhe tensioni dell’anima satura d’esperienze al davanzale sporgente al ciglioso scordato, se al momento non per altro.
Da F. Rossi, Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pagg. 30-2 DAL DIALETTO AL “FEDELE RICCETTO”… 29/12/2008
Cede il “filtro” del dialetto: più varia forma e stile assume orma necessaria, di parola e racconto “passionaria impronta”, Sé in offerta volontaria…!
Tutto il “privato” si dona a un contesto: Mondo segnato dal comune gesto di marcare “collettivo congesto”, Valore di popolo “mal digesto”…!
Cerimonial mortuario ossessionante, sensual barocco cristiano sembiante la trama qual s’ordisce al “Dilettante”…!
Religione di tràdito suggesto, col rito del “praticare” richiesto, si volge al fascino di Fede inchiesto…!
Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 7 L’“INDIVIDUO” SI LIBERA DEL “SOGGETTO”…! 29/12/2008
Libera del marxismo la scoperta il senso di colpa a trasgressa esperta del Mondo inchiesta, “ermetica coperta” l’“armatura”, sempre più “sciolta” e “incerta”…!
L’“individuo” urge sotto il voler d’espressa tempra: autonomia che si fa ressa attorno a Ideologia, compressa riflessiva esigenza, in canto “messa”…!
Si volge il Poeta a forme reali, dai contorni concreti gli “animali idiomi” onde si “slabbrano” ai “fanali”…!
Plurilinguismo adatto all’“occhio piano”, nel ritmo narrativo carducciano di poemi in vago “sapor” pascoliano…
Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 8 “FALSETTO” SULL’“ERESIA” 29/12/2008
L’“amor d’uguale” quale liturgia di dramma decadente si confessa alla maniera di Verlaine: la stessa aria di “falsetto”, acuta “mania”…
Oltre l’usato registro l’armonia povera, “diafana” e “velata” che essa inarca tra dolcezza e parodia, il confine valicando indefessa…!
Voce “d’individuo” autobiografia la più adatta, postuma, a segnar via d’anima “lacerata” in poesia…
Sempre si tratta infatti d’“eresia”: dopo le “Ceneri” quella di “pia strada”, “favola” di Cristo “a messa”…!
Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 9 AMORE DAL POPOLO AL POPOLO VISCERALE…! 29/12/2008
Poeta “prigione del senso represso” si dibatte inquieto contro l’ossesso del peccato che, vinto dal suggesto senso, si fa al Popolo “intento gesto”…!
Ante Amor rationem, “viscere onesto” che pulsa verso il venir mesto degli adulti al mondo, ragion d’“incesto” col sacrale volto di Madre al sesso…!
Cerca Egli la Lingua che “interior crea”, più umana dalla terra friulana, onde esser coscienza, “anima ipogea”…!
Narciso “eroe” s’apre agli altri in “gea” d’“infero cascame”, “sedotta dea” da letteraria “smania” “ipersciamana”…!
Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 10 LA “RELIGIONE DELL’UMANO”… 29/12/2008
Marx la scoperta che “affranca” umano il pondo, impersonale strato “albano” ove è indistinto “vita-poesia”, felicità del Friuli, albagia…!
Dal turbato segreto, ostile scia tra “Es” e “Io”, sacro dràma è il Leviatano quale Eden “divora”, alieno sciamano, che al Poeta è Eris, del Mondo sì “strano”…!
Sospeso militar, coscienza attende l’“esilio di borgata” per le “tende” d’un impegno che “sacro” non s’arrende…!
Confesso error d’istinto religioso: doveva al “cader” guidar “giudizioso” - Catarsi! - impulso al “martìr concettoso”…!
Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 11 “VITTIMA D’INIQUO”: “TUTTO SI TIENE” NEL “DIVERSO INQUIETO EGO”…! 29/12/2008
La prosa s’intrude a uccider Narciso, eloquenza che assassina quel viso nell’ordine nativo immerso, inciso da voce che esclama contro l’Eliso…!
La Maniera era matrona “impostata” svolgente “io” d’artificio, ammantata da parati di dramma in liturgia: iperboli aggettive a “inarcar scia”…!
Simbolismo classico ottocentesco strumento di Poesia, “donnesco misticismo”, predica e “al tempo innesco”…!
Esempio d’“individuo storicista”: corpo che “ingloba” a “associar” la “conquista”, lingua ideologia…, al Ver “rivista”…!
Da F. Rossi, Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia, 2010, pag. 12
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