ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

VALERIA LEONE

Valeria Leone è nata a Benevento il 23 novembre del 1981. Giornalista pubblicista, da cinque anni scrive per un quotidiano. Lavora nel settore dei beni mobili artistici. Laureata con master  in Conservazione dei beni culturali ha pubblicato il suo primo romanzo Come una stella cadente con la casa editrice romana Il Calamaio ed il racconto Autoritratto ad acquerello nell’antologia Scrittori Sommersi- 25 racconti emersi. Ha partecipato a diversi concorsi letterari vincendone alcuni.www.myspace.com/valerialeone

 

"Il tema del labirinto e dell’inconscio da sempre affascinano l’uomo, in continua ricerca di se stesso e della propria strada. La vita è un groviglio di vie da imboccare ed incrociare, una scelta incessante dalle improbabili e sconosciute conseguenze così come l’inconscio è e resterà inesplorato e privo di orientamento almeno quanto un labirinto. È questione di scelte. Ma davvero si può scegliere quello che si è?O è solo un’illusione. È questa la chiave di lettura del mio racconto (Valeria  Leone)".

L’EVASIONE
(racconto liberamente ispirato ad una storia vera)

La vista è sempre la stessa da “casa” di Giovanni: un placido ippocastano, imponente e frondoso, alterna i rami a sprazzi di cielo. Combinando il verde con il blu a primavera, il giallo con il grigio in autunno. Sul marciapiede, piedi e storie diverse schiacciano le foglie in un frettoloso viavai.

Un tappeto di ricci e piccoli frutti, simili alle castagne, ma più lucidi, più piccoli, più belli, rotola ogni sera davanti agli occhi di Giovanni, sul verde di un’aiuola.

A Giovanni non manca la compagnia. Ed è sempre diversa: passanti, uomini, donne, giovani mamme con i propri bambini gli passeggiano davanti quasi ogni giorno a volte allegre, a volte stanche, a volte frettolose, altre volte tranquille.

E i bambini. Sono rumorosi, si inseguono, si azzuffano, corrono dietro a palloni di cuoio. Giovanni li guarda spesso giocare, di alcuni ha imparato i volti e li ritrova sempre con un senso di sollievo. Qualche punto fermo nella sua vita è dato da un paio di visi noti, dal susseguirsi puntuale delle stagioni, dalla ricerca quotidiana di un espediente per vivere.

É stata una pessima idea, come gli è venuto in mente! Il fatto è che a luglio faceva caldo e si stava bene per strada, dalle nove di sera alle sette del mattino l’aria era calda. E i bambini scendevano a giocare e si inseguivano tra gli alberi e gli facevano compagnia prima di andare a dormire.

Non ci aveva pensato, a luglio, che poi avrebbe iniziato a fare più freddo e i bambini sarebbero tornati a scuola, poi a casa a fare i compiti e alle nove a letto, al caldo, al massimo davanti alla play station. Di certo non sarebbero andati a giocare a pallone per strada, all’ombra dell’ippocastano. E le mamme non avrebbero spinto carrozzine, di inverno. Sarebbero rimaste nelle loro case moderne riscaldate dai termosifoni.

Ah, che pessima idea aveva avuto! Intanto ora il freddo incomincia a pungere e il vento stasera ha spazzato il tappeto di foglie nell’aiuola.

 Ieri notte è stata la più dura, il giornale non bastava a coprirsi. Che idea assurda! Scegliere come dimora una panchina! Che incosciente, che stupido incosciente era stato. Questo pensava, rabbrividendo.

L’incoscienza è la costante nella vita di Giovanni. Niente programmi, niente progetti. Lui quella vita se l’è scelta. Niente imposizioni, per carità. Vivere ogni giorno come in un’avventura, avere il mondo come casa. Un’idea romantica. Quando aveva iniziato se la cavava alla grande. Tanti espedienti, fantasiosi a volte, per vivere, mangiare, riscaldarsi. Si era procurato delle buffe marionette, con un cartone aveva allestito un teatrino portatile, comodo, maneggevole, e campava con i soldi lasciati nel cappello dai passanti. Anni da re aveva vissuto, Giovanni, niente da dire. Il re della strada. Cambiava alloggio e città come un uccello migratore e paragonarsi ad un uccello era l’idea più alta ed appagante che Giovanni potesse immaginare. Era tronfio e spavaldo in quei tempi, Giovanni.

Il fatto è che la vita costa, anche per quelli come lui, clochard, senza tetto, barboni, avventurieri o che dir si voglia. E poi la gente è diventata tirchia, diciamocelo. Inoltre la vecchiaia arriva per tutti e con essa acciacchi, reumatismi: il corpo diventa esigente, inizia a chiedere sempre di più. Puoi fingere di ignorarlo, con superbia, con strafottenza, ma poi ti serve il conto e ti tortura ed esige, esige, esige, diventa petulante.

Le marionette rendono meno di prima, la vita è cattiva perché ti toglie tutto anche se non hai niente. Anzi, se non hai niente ti toglie di più.

Giovanni non si fa scrupoli, non ha remore, rubare, scassinare, può farlo. Certo, è scomodo, è rischioso, è una grana in più. Ma c’è quel maledetto istinto di sopravvivenza!

Il problema è non farsi beccare, ma quel ginocchio, quel ginocchio lo rende incerto, claudicante: non si può correre con quel ginocchio. Ed un giorno ci si fa acchiappare dai poliziotti.

Ma dai, che idea assurda, come gli è potuta venire in mente? Perché diavolo qualche volta non pensa a lungo termine?

Obblighi speciali di sorveglianza: ogni giorno, dalle nove di sera alle sette di mattina, farsi trovare dagli agenti su quella panchina eletta a dimora, perché lui una dimora vera non ce l’ha. Questo è stato il patto con il giudice.

Ed ora è bloccato su questa panchina mentre il vento si alza prepotente ed una foglia lo schiaffeggia sul viso, beffarda.

Se non fosse per quell’orgoglio ostinato, le lacrime che bruciano negli occhi supererebbero la soglia invalicabile delle palpebre. Ah, questo vento, guarda un po’, fa bruciare gli occhi, li fa lacrimare. Con la mano ruvida Giovanni si strofina le palpebre. Così non va. Non è arrivato a quegli anni, Giovanni,  per darla vinta al vento, per farsi burlare dalle stagioni.

Al diavolo la violazione degli obblighi di sorveglianza.

Quel giudice odioso! Gli ha limitato la libertà, l’unico bene che sia riuscito a procurarsi nella vita con ostinata caparbietà. Quel bene gli è stato tolto con poche parole. L’unico bene che per lui contasse qualcosa. Obblighi speciali di sorveglianza! É quella parola che proprio non gli va giù: "obblighi". Phuà! "Sorveglianza". Phuà!

Sono le 19,30 e, mentre si allontana, con un intrinseco compiacimento, Giovanni immagina le facce degli agenti quando troveranno la panchina vuota. Prova a sorridere a se stesso in una vetrina, ma distoglie lo sguardo, intuendo un senso di colpa, di paura, salirgli su per le gambe malate. Se fa in fretta, forse riuscirà a tornare alla panchina in tempo, non vuole altre grane. Mai più davanti a un giudice. Lui che non si è lasciato mai giudicare da nessuno.

Un giaccone per stare più caldo e supererà anche questo inverno. Anche se quella panchina è così maledettamente esposta a nord.

Giovanni entra nell’ipermercato ostentando indifferenza, ma riesce ad essere goffo mentre gira circospetto tra gli scaffali. Niente da fare: non è tagliato per il furto.

Vera piuma d’oca. La sua amica Clementina, che vive da anni nella stazione, binario 8, gli aveva spiegato una volta che erano più caldi, i giacconi di vera piuma d’oca.

Dato che Giovanni era stato il re della strada, aveva sempre nutrito una sorta di protervia nonché una propensione per le cose belle. Per lui solo il meglio.

Così afferra il giaccone di vera piuma d’oca facendo cadere maldestramente la gruccia. Se lo prova. Caldo è caldo, ma come gli starà? Urge uno specchio. Giovanni si aggira nel reparto dimentico dell’ora, della fretta. Dimentico che per tornare alla panchina ci vorranno almeno tre quarti d’ora e sono già passate le 20,00.

Bello, bel modello questo giaccone. Lo prendo. Giovanni è indeciso sul colore, poi opta per il testa di moro: si nota meno lo sporco. 

Ma come si trafuga un giaccone? Oddio, andare di nuovo davanti al giudice per quel furto. Panico. Tanto tempo per decidersi, ed ora l’incertezza di agire, il dubbio, il tremore.

Che disdetta, fosse stato più deciso, più veloce, più agile. A saperlo, che per quel furto non ci sarebbe stata neanche punizione.

Bastava farsi trovare in tempo sulla panchina dagli agenti. Bastava arraffare e scappare, ma fare in tempo, correre, arrivare in orario.

E dire che lui, in fondo, non voleva evadere, voleva solo stare caldo, che diamine, possibile che non lo capiscano?

Intanto per il furto l’hanno prosciolto. Che beffa, pensa Giovanni, mentre si gira i pollici pensoso nella cella di San Vittore.

Sei mesi per la violazione degli obblighi di sorveglianza e niente per il furto.

Che beffa assurda: sei mesi rinchiuso in un carcere, la negazione e l’antitesi della sua filosofia di vita. É questo l’unico pensiero che tormenta Giovanni: rinchiuso tra quattro squallide mura, lui, il re della strada. E neanche la soddisfazione di essere lì per un gesto temerario: prosciolto per il furto! Phuà!

In cella per essere evaso dalla panchina. Violazione degli obblighi speciali di sorveglianza. "Obblighi", "sorveglianza".

Martellano nella testa di Giovanni, queste parole, mentre l’avvocato si danna per ottenergli una pena più blanda, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per la firma quotidiana.

"Obbligo", ancora. Phuà.

Nel cortile del carcere uno stormo di uccelli attraversa la porzione di cielo concessa ai reclusi. Giovanni rimpiange quasi gli scampoli di blu tra le fronde dell’ippocastano vicino alla panchina che aveva eletto a dimora.

Un fremito d’ali, una giravolta fatta con maestria fendendo l’aria e sembra che quei pennuti lo sberleffino, mentre volano liberi in cielo. Liberi.

Giovanni affonda le mani nelle tasche e volta loro le spalle, offeso e sdegnato. E rinuncia agli ultimi minuti dell’ora d’aria.


 

 

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