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STEFANO
SANTARSIERE
- Stefano Santarsiere è uno scrittore di
33 anni. Vive a Casalecchio di Reno (BO). Nel 2005 ha
pubblicato il romanzo 'L'arte di Khem' (Edizioni Pendragon -
BO); nel 2007 ha partecipato all'antologia "Tutto il Nero
dell'Italia' (Edizioni Noubs - CH) e in uscita è un'altra
antologia per Ediscere Edizioni (Verona) con un racconto.
www.santarsiere.it.
"Per quanto riguarda il labirinto, l'interesse che ho è
rivolto alla sua carica simbolica, come raffigurazione
dell'incertezza della vita umana, dei nostri propositi, del
nostro destino. Il labirinto dell'inconscio, in particolare,
è l'idealizzazione dei desideri che fatichiamo a esprimere e
che manifestano la loro urgenza in uno spazio privo di
autocensure e in forma allegorica. La domanda che mi sono
posto in questo racconto è se la soddisfazione, anche in
forma onirica, di questi desideri, possa rispecchiarsi nella
realtà quotidiana. In sostanza: basta SOGNARE di fornire una
risposta ai nostri desideri inconsci, per godere di una
qualche soddisfazione? (Stefano Santarsiere)"
- IL
VENDITORE DI POSIZIONI
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Da un’ora non smetteva di
rigirarsi nel letto.
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Solitamente si addormentava
prima ma stavolta le riusciva impossibile. Fissava Alfio
nell’oscurità, invidiandone il sonno pasciuto che restituiva
tutto quel rumore. Si era grattata la gola una quindicina di
volte. Fino a sentirla bruciare. Per un attimo il russare
calava d’intensità, poi ricominciava alle stesse frequenze.
Allora lei afferrava il cuscino e lo spostava nervosamente
da un lato, tuffandoci sopra la testa. Si sforzava di
ignorare quel ronfo sordo che faceva tremare il letto, ma
doveva sempre arrendersi: la sua attenzione ne era attratta
come da una calamita. Sopraffatta dalla sua stessa lucidità,
provava a deviare i pensieri da quel fracasso. Fingeva che
non ci fosse nessuno di fianco a lei. Si concentrava sui
dettagli della sua quotidianità, sul lavoro, sulla
consulente con cui aveva sottoscritto un servizio di
notifiche via sms delle operazioni bancarie. Ma erano idee
troppo evanescenti per il silenzio della camera da letto,
dove il russare di Alfio risuonava come un cantiere in piena
attività. Macchine per movimento terra. Un plotone di ruspe.
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A tratti diventava roco, più
energico, innalzandosi come se lo sforzo di respirare
trasfigurasse nell’acme di una gigantesca fonderia. Oppure
restava sospeso per lunghi attimi, in apnea. Lei in ascolto
trattenendo il fiato, paventando il momento in cui si
sarebbe sbloccato. E puntualmente, recuperando aria, il
marito esplodeva in una specie di scomposto latrato.
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Pensò di alzarsi. Qualunque
cosa pur di sfuggire all’opprimente giacere sotto i colpi di
mortaio di Alfio. Rabbrividì al pensiero di scoprirsi e
percorrere il corridoio tra la camera da letto e il salotto,
dove magari si sarebbe addormentata davanti alla
televisione. E quel brivido la fece stringere nelle sue
stesse braccia. Andare più giù sotto le coperte, dove il
russare era leggermente attutito.
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Ecco, le coltri erano più
accoglienti del buio freddo che incombeva tutt’intorno.
Chiudendo gli occhi le sembrò di escludere anche un po’ di
quei rumori gutturali. Il ritmo di quell’innaturale
inspirare-espirare entrò in una specie di languida sintonia
con la sua mente sfinita. Le parve di abbandonare il proprio
corpo. Il buio si stemperò in una luce lattiginosa: e nel
giro di poco lei immaginò di librarsi a mezz’aria.
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Usciva all’aperto, ma non
avvertiva freddo. Aprì gli occhi su un mondo di opifici e
strade dritte, sotto un cielo color cemento bagnato.
Seguendo il bandolo di quel tumulto cavernoso che echeggiava
dappertutto, le parve di sorvolare un’area industriale
dedita a produzioni siderurgiche. Altissime ciminiere
eruttavano pennacchi di fumo. Scritte incomprensibili
spiccavano sui tetti dei capannoni:
Non c’è limite al
peggio. Oppure:
solo quelli che hanno gli occhi nel vuoto han diritto di
uscire dal gioco.
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Ci fu una specie di
dissolvenza incrociata e si ritrovò su una risaia
vastissima, che rifletteva un sole metallico: una sorta di
occhio malevolo che scrutava centinaia di mondine chine
sull’acqua. Le mondine si muovevano all’unisono,
raccogliendo il riso con movimenti meccanici come pupazzi a
molla, seguendo il ritmico russare che riempiva lo spazio
tra cielo e terra. Anche lì.
-
Altra dissolvenza. Era in
mezzo a un’esibizione di aerei d’epoca. Biplani a motore la
sfioravano portandole il rumore a un centimetro dalle
orecchie. Acrobazie vertiginose la terrorizzarono. Occhiali
tondi e copricapo di cuoio di aviatori folli la circondarono
per un bel pezzo.
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Poi lo spettacolo svanì e lei
si ritrovò ancora più in alto, in un punto al di sopra della
foschia. Era immersa in un cielo color acquamarina,
illuminata dai raggi dorati di un sole pomeridiano. Grandi
nuvole che parevano di organza veleggiavano all’orizzonte.
Lassù il fracasso sembrava addolcirsi, svanire nel mondo
ostile che si allontanava sotto.
-
Il suo sguardo individuò
qualcosa. Un oggetto bianco e largo che si avvicinava. Dopo
un po’ riconobbe la forma sinuosa di un pianoforte a coda
che galleggiava nell’aria. Oltre la superficie dello
strumento, vide spuntare la testa del pianista che stava
eseguendo un brano di arpeggi e pause, di note che si
ripetevano una volta, due volte, poi crescevano di un’ottava
e infine rinnovavano il fraseggio. Non faticò a riconoscere
il Sogno d’amore di Franz List. Un’esecuzione
impeccabile.
-
Librandosi dinanzi al
pianoforte, avrebbe voluto chiudere gli occhi e godersi la
musica, finalmente libera dal fragore che l’aveva inseguita
fino al limite delle nubi. Ma era incantata dalla luce che
la circondava, da quel cielo saturo di tonalità cristalline
che il sole spandeva nello spazio.
-
Il pianista sprigionò una
vertiginosa progressione armonica. Raggiunse la tonica
finale della melodia e
s’interruppe, una mano sollevata sulla tastiera e il capo
chino.
-
Quindi si alzò dallo sgabello e venne avanti allargando le braccia.
-
“Che piacere!” annunciò. Era un uomo di mezza età, ma piccolo di
statura come un ragazzino di dodici anni. La fronte cotta
dal sole lo faceva somigliare a un affittacamere di una
località di villeggiatura; gli occhi color lavanda erano
spalancati come noci, nonostante la luce. Ma era vestito in
modo straordinario: un frac color perla, un gilet nero,
un’enorme cravatta a scacchi il cui nodo pareva tener dritta
tutta la persona. Ed esibiva un sorriso che sembrava
inghiottire una parte di cielo, come un buco nero.
-
Lei non tese le sue mani, anzi si ritrasse un poco. Il pianista non
fece caso al gesto della donna e ripeté che era un piacere
ricevere la sua visita. “E non le sembra che l’ambiente, e
la musica meravigliosa con la quale accolgo le mie
visitatrici siano molto meglio del posto da cui provengono?
Da cui proviene lei,” osservò. “Ah, potere di un
ospite munifico!” disse, a mani giunte e sollevando lo
sguardo. “Che effetto straordinario hanno nell’animo delle
persone un paesaggio invitante e le giuste maniere! Se
Churchill avesse invitato Hitler nella contea di Oxford, offrendogli un
brandy al calduccio dei suoi immensi caminetti, sarebbe mai
scoppiata la seconda guerra mondiale? Avrebbero discusso
amabilmente per tre ore e il furer avrebbe restituito la
cortesia in Baviera, con della Weizenbier
e dell’ottimo rindfleisch.” L’uomo occhieggiò la sua
visitatrice, come a sollecitare un’opinione su
quell’ipotesi, ma subito riprese. “E se Giulio Cesare avesse
usato maggior garbo nei confronti di
Bruto e Casca Longo? Chi avrebbe osato rifilargli una sola
coltellata?”
-
Lei lo osservava in silenzio, cercando di cogliere il significato
di quegli strani discorsi.
-
L’uomo parve indovinarne i pensieri e aggiunse: “Voglio dire, cara
signora, che la pacatezza e la buona disposizione di spirito
sono alla base del progresso civile,” si fece avanti,
muovendo un passo nel vuoto e spostandosi di un metro. “Se
tali qualità vengono a mancare, tutto è perduto. L’uomo
scade nella sua dimensione bestiale. E diviene preda di sé
stesso.”
-
“Certo,” approvò la donna.
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Il pianista restò un momento in silenzio e poi disse, con una
sfumatura commossa nella voce: “Deve evitare di smarrire la
sua tranquillità, signora. Deve recuperare la buona
disposizione di spirito.”
-
“Non capisco,” rispose lei. “E comunque, posso sapere con chi ho a
che fare?”
-
“Oh!” eruppe il pianista. “Che scriteriato! Che villano! E dopo
tutti i discorsi sulle buone maniere, sull’ospitalità! Oh,”
rise, tenendosi la pancia e piegando il mento sull’enorme
nodo di cravatta, “Il mio nome è Ipno.”
-
“Ipno?” fece lei, stupita.
-
“Fu il mio amico Ovidio a chiamarmi così. Venne a farmi visita
prima di cominciare a scrivere le Metamorfosi.”
-
“Lei è il dio del sonno?”
-
“Non mi definirei un dio,” disse il pianista. “E’ una questione di
stile. L’umiltà è un’altra dote salvifica. Mi chiami
imprenditore.”
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Adesso la donna stava per scoppiare a ridere. Per impedirselo fissò
gli occhi stralunati del pianista che si allargavano
irrequieti, febbrili, come se quella conversazione avesse
uno scopo ben preciso nella mente dello strano personaggio.
Come se ci fosse un doppio fondo nella cassettiera dei suoi
pensieri.
-
“Oggi come oggi, qualunque cosa possiede un controvalore in
denaro,” continuò lui. “E tale controvalore, nell’economia
di scambio, è commisurato all’utilità individuale. Se il
sonno è la maggiore di tutte le utilità, e io ne rappresento
il sublime dispensatore, perché non ci devo guadagnare la
mia fetta?”
-
“Non fa una piega,” convenne lei. “Quindi dovrei pagarla per
lasciarmi dormire?”
-
L’uomo fece un gesto con la mano come per allontanare una zanzara.
“Nossignora! Non posso lucrare su un bene di prima necessità
come l’induzione del sonno. Sarebbe come lucrare sull’acqua
potabile, sull’ossigeno.” Levò uno sguardo deciso sulla
donna. “Io guadagno sulle attività migliorative del
sonno,” spiegò. “Sui beni di corredo. Sul di più che non è
previsto nel pacchetto gratuito
buio-melatonina-addormentamento.”
-
D’un tratto la donna capì. Alfio.
-
E nello stesso istante, come se quel pensiero avesse innescato un
sortilegio, i rumori di suo marito ricominciarono.
Anche lassù, oltre le nuvole. Un russare profondo e
incalzante che echeggiava come un corno da nebbia, senza
origine e senza direzione. La donna reagì con un fremito di
sorpresa e di rancore.
-
“Io ho il potere di evitarle la tortura,” dichiarò il pianista, in
tono partecipe.
-
“E come?” ribatté lei.
-
“Si lasci pregare…” L’uomo si avvicinò. “Posso?” Prese la mano
destra della donna, le aprì le dita, la guidò delicatamente
fino all’orecchio destro e ve la poggiò sopra. Poi, con
entrambe le mani, prese la donna per le spalle e la girò
lentamente sul fianco destro. Esercitò una leggera pressione
della testa sulla mano. L’uomo fece la stessa cosa con la
mano sinistra, con l’unica differenza che le aprì il dito
indice e lo infilò per un centimetro nel condotto uditivo -
e lei quasi non sentì più l’immenso russare di suo marito.
Infine le ritrasse le ginocchia. Raccolse le cosce sul
ventre. Le accavallò le caviglie.
-
“Chiuda gli occhi,” le sussurrò.
-
Lei obbedì, e per alcuni minuti si lasciò cullare in quella
posizione. Le palpebre calate. Il rumore che si era ritirato
in fondo alle sue percezioni. E sentì di poter perdonare
l’indifferenza di Alfio, la sua ostinazione a russare
nonostante lei non riuscisse a chiudere occhio per ore.
-
Perché adesso anche lei poteva dormire.
-
E proprio mentre i suoi pensieri svanivano nel passaggio dalla
veglia al sonno, la voce del pianista la fece sussultare.
-
“Fa trecento euro,” esclamò tutto contento.
-
La donna lo guardò incredula. “Che vuol dire?”
-
“E’ il costo di questa posizione!”
-
“Non capisco.”
-
“Vuole dormire nonostante tutto il fracasso di suo marito? E allora
non si faccia condizionare da inutili parsimonie,” la
esortò. “Cosa sono trecento euro di fronte alla serenità di
un riposo ininterrotto? Che prezzo ha per lei la
distensione, la lucidità quotidiana, l’efficienza della
propria mente in seguito a un sonno ristoratore? Il sonno
di un’intera notte!”
-
“Ma…” balbettò la donna, disorientata da quelle parole.
-
“E i disturbi da deficit di riposo dove li mettiamo?” incalzò il
pianista. “Irritabilità. Mancanza di concentrazione.
Atteggiamento irresoluto. E perfino, nel lungo periodo,
squilibri delle funzionalità cardio-vascolari e del peso
corporeo. E’ questo che vuole?” Strepitò alzando le
sopracciglia. “Diventare una cicciona abulica e malata di
cuore?”
-
La donna sbatté le palpebre. Si passò la lingua sulle labbra. Il
pianista la scrutava con una luce ossessiva nelle pupille.
“Suo marito non smetterà mai di russare,” dichiarò,
asciutto. “Non sono difetti che svaniscono. Anzi peggiorano
con l’età e con l’assottigliarsi delle mucose faringee. E
non vi saranno cerotti, spray nasali, fluidificanti,
aerosol, auto-ipnosi, stimolazioni sensoriali, niente di
niente che risolverà il problema. E lei finirà per odiare
quell’uomo.” A quel punto sorrise, allargando la bocca nera
che inghiottiva luce. “E’ questo che vuole? Logorare il suo
matrimonio e anche la sua salute, la sua socialità, la sua
carriera…”
-
“Voglio vederne altre,” l’interruppe lei, attirata nel vortice
della negoziazione.
-
“Ma certo!”
-
Il pianista aiutò la donna sistemarsi in una nuova posizione:
pancia in su, gambe incrociate a far pressione sul basso
ventre, gli indici di entrambe le mani infilate nelle
orecchie, gomiti larghi. “Lei è una persona magra,
complimenti!” Disse. “Ciò favorisce l’efficacia della
posizione.”
-
“Questa quanto viene?”
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“Trecentocinquanta. Ma le posso fare il tre per due. Settecento per
tre notti.”
-
“Mmm… il russare non lo sento,” osservò la donna socchiudendo le
palpebre. “Ma in questa posizione rischio di farlo io.”
-
“Niente paura. Proviamone un’altra.” E sistemò la donna a pancia in
giù. Palmi premuti sulle orecchie. Avambracci sotto il petto
per bloccare i movimenti. “Sa cosa diceva il mio amico
Eraclito? Per coloro
che sono svegli esiste un solo mondo comune, mentre chi si
addormenta entra in un mondo suo proprio.”
-
“Non mi passa il sangue,” disse la donna.
-
“Perché ha un seno florido,” ammiccò il pianista.
-
Provarono altre cinque posizioni per non sentire il russare. Il
pianista aveva un nome diverso per ognuna di esse: la
posizione della farfalla, dell’agave, del bimbo sazio. Per
ognuna proponeva un prezzo, uno sconto, una promozione.
-
Nel frattempo non cessava di raccontare aneddoti e curiosità
risalenti al suo fantasmagorico passato: “Meno male che lei
non ha le pretese del mio amico Endimione. Voleva imparare a
dormire a occhi aperti!” Oppure: “Sa che durante la stesura
della Teogonia, Esiodo assumeva delle droghe per venire da
me tutte le volte che gli gradiva?”
-
Infine la donna fece la sua scelta: la posizione della preghiera.
Testa poggiata sul mento. Gomiti distesi a fare pressione
sulle dita che tappavano le orecchie. Costo:
quattrocentocinquanta per cinque notti.
-
L’accordo fu sancito con una stretta di mano. “Non se ne pentirà,”
disse il pianista. “Ha fatto la scelta migliore per lei e
per suo marito, che in ogni caso non ha colpa!”
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E si allontanò, esibendosi in una serie impressionante di piroette
miste a inchini, ripetendo “Che piacere fare affari con lei.
Torni a trovarmi!”
-
Ma la donna, che era rimasta nella posizione della preghiera, stava
già scivolando in quel sonno che agognava da ore.
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“Cara?”
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La voce di Alfio la svegliò. Inghiottì un grumo di saliva che le
era rimasto in bocca. La luce filtrava attraverso i fili
della persiana.
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“E’ ora,” le sussurrava il marito sfiorandole una spalla. “Ho
preparato il caffè. Mi dispiaceva svegliarti prima. Dormivi
così profondamente...”
-
Fece un profondo respiro. Si passò la lingua sulle labbra e con un
certo sforzo sollevò la testa. Sentiva le braccia
leggermente intorpidite, un po’ di prurito sotto il mento.
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“Che ore sono?” borbottò.
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“Le sette e venti.”
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In macchina accese l’autoradio e si godé alcune hit del periodo.
Apprezzava la musica pop e le melodie di certi artisti
anglosassoni. Ma ascoltando il brano di una musicista
americana le venne in mente un’opera di Franz List.
L’impareggiabile Sogno d’amore. Chissà perché avrebbe
desiderato sentire quel pezzo per pianoforte, quanto di più
lontano dalla musica trasmessa in quel momento alla radio.
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Lavorò con impegno e concentrazione per tutto il giorno. Si sentiva
perfettamente in forma, a proprio agio. Qualche collega se
ne accorse e non lesinò i complimenti: lei li respingeva con
pudore, ma senza negarsi un intimo orgoglio. In qualche modo
intuiva che erano elogi meritati.
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Alle quattro del pomeriggio ricevé l’sms. Il testo diceva:
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Cassa di Risparmio di Sant’Anastasio. Servizio ‘Dimmi con un sms’.
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Come da lei richiesto, abbiamo provveduto all’addebito sul Suo
conto della somma di € 450 a favore di Ipnos S.r.l.
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Messaggio del beneficiario: Che piacere fare affari con lei. Torni
a trovarmi!
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