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SIMONE CENSI
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Simone Censi di Macerata è scrittore amatoriale di poesie,
racconti brevi, testi teatrali e ricerche di carattere storico
basate su vecchi archivi. Appassionato di teatro dell’assurdo e
letteratura gotica.
"Labirinto
nella ricerca di se stessi in quella che può essere
vista come foresta di significati, di cui uno
centrale ed altri che orbitano intorno.La via di
fuga è data da dall'incontro di questi significati
che portano il lettore a trovarne sempre di nuovi e
via via fino all'uscita vista come la ricerca di un
significato superiore che guida alla veri
Perché la ricerca di una via di uscita
è insita nell’uomo” (Simone Censi).
Riflesso Tonico Labirintico
Canali semicircolari, utricolo e sacculo.
Con un disumano sforzo mi stacco dalla fonte di vita e cado. L’accellerazione
mi schiaccia ma il sistema motoneuronico gamma antigravitario mi
riporta a testa alta.
Per quando atterro e mi riprendo è già ora di correre via.
Il viaggio è il fulcro di tutto, perché presuppone un movimento
che può essere fatto anche da fermo se intorno tutto si muove.
Qualsiasi cosa intorno a noi si muove anche le cose ferme che
per quanto ferme sono composte da molecole in movimento e che,
anche impiegando secoli per movimenti millesimali, sono sempre
in movimento e nell’arco spazio temporale prima o poi non
ritroverete le cose dove le avete lasciate.
Anche Voi, che siete fermi sappiate che siete in movimento. Se
non vi piegate Voi al superiore volere del mondo lo farà il
supporto dove poggiate i Vostri stanchi sederi.
Così io.
Con il mio cavallo di legno tra un affollato deserto di stelle.
Fin dove la sabbia si incolla al cielo seguendolo nell’ eterno
andirivieni astrale, le dune arroventate dal sole venivano
solcate dal sicuro passo del mio puledro, ricomposte dolcemente
dal vento che al mio passaggio cancellava ogni traccia.
Così il destino dell’uomo che attraversa il mondo e dal mondo si
diparte senza che niente più rimanga sennò una tabula rasa
pronta per essere nuovamente solcata.
Il sole mi punta alla testa e sembra voglia far lievitare
qualcosa. Nel cranio ribollono mari in tempesta, imperversano
giorno dopo giorno nella mia mente ed ergono innanzi sulla mia
strada fortezze intangibili che imbizzarriscono il mio cavallo.
Arretra, soffre, nitrisce si ripropone e si impenna.
Disarcionato, lanciato, sbattuto e scaraventato.
Io a terra e il mio cavallo non più.
Intorno a me pareti di sabbia a farmi da prigione, stretto in un
intestino rabbioso di cunicoli. Avvolto tra spire mortali,
respiro affannato, polmoni bruciati dal caldo vento del deserto.
Ritornai a trovare la luce della notte dopo non so quanto tempo
e potei solo che riabbracciare il cadavere scomposto del mio
cavallo di legno. Lo lavai con le mie lacrime e anche la luna
pianse con me mentre lo seppellivo.
Partii a piedi da solo e voltandomi non vidi più il castello che
crollò come crollano le cose quando non ci fai più caso.
Denominatore comune delle barriere mentali: sono insormontabili
finché l’illogico intelletto le tiene in piedi e sono pronte ad
abbandonare la realtà lasciando dietro solo una folta nube di
sabbia che coprì il cielo.
Piovve sabbia per secoli ma non me ne accorsi affatto.
Camminai e mi addormentai più volte per la stanchezza. Un incubo
di un caldo soffocante che ti si appiccica ai vestiti e non
riesci più a togliertelo.
Il vento mi cullava e mi cantava una nenia all’orecchio. La
nenia quasi un canto sussurrato mi avvolgeva, mi conquistava e
mi portava giù sempre più giù quasi che mi volesse far sparire e
accasciandomi a terra. Così fu.
Quando rinvenni non ero più io, non eri più tu e quello che mi
circondava non c’era più.
Era tutto buio e vedevo le stelle nel limpido cielo. Nonostante
tutto vidi per terra un grande foro o forse me ne accorsi perché
ci caddi dentro. Riuscii a caderci dentro senza muovermi forse
perché chi si muoveva era lui e così quella voragine spasmodica
si contorceva, si disarticolava e si espandeva per la voglia che
aveva di ricomprendermi. Ed io non feci nessuna resistenza e
andai giù.
Un punto lontano e rosso mi illuminava. Poi con la velocità di
un proiettile mi trapassò più volte il cuore e la mente. Oramai
per quel punto rosso non ero altro che un passaggio, ma non
provai dolore fino a quando non fu più solo punto ma per la
velocità una linea che poi diventò curva flessibile che mi cinse
e mi stritolò.
Dibattendomi caddi da una nuvola all’inferno.
Una luce, un boato, il buio e un lampo, ancora il buio e un gran
caldo e la sabbia spostata dal vento mi aveva completamente
coperto. Accarezzai il mio cavallo di legno ritrovato e
disseppellito perché un cavallo di legno non può morire, ma io
non lo sapevo e lui nemmeno.
Il destriero ritrovato mi portò verso l’infinito. Ma non mi
bastava perché un destino era da compiersi e così ritornai sui
miei passi verso quella fortezza che prima non c’era e adesso
anche.
Con estremo coraggio salii le scale tutte d’un fiato e mi gettai
dalla torre più alta. Dello schianto morii, morii e rinacqui
sette volte. Un fiore cresce dal terreno, coltivato dalla mia
cenere e il vento lo carpì come carpì me, la malattia che non
perdona.
Ho sete, non so di cosa, ma ho sete.
Una mano spuntò dalla sabbia e mi trascinò sotto con essa. Tutto
era viola, viola, perdutamente viola, spudoratamente viola,
viola.
Sembrava la fine quando un’aquila senza ali mi portò nel cielo
sopra le nuvole e ancora più su.
Cademmo insieme ma io caddi rovinosamente a terra mentre lui
sparì. Ma sopravvissi e continuai a viaggiare con il mio cavallo
di legno in un deserto di stelle.
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