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ARTISTI LABIRINTISTI NARRATORI NEL LABIRINTO |
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IL LABIRINTISMO NARRATIVO
SILVANA PICARDI Ritengo che le emozioni espresse in tali pagine rientrino nel concetto di Labirintismo in quanto denunciano rispettivamente: lo stato d'angoscia che si prova dentro di sè (Lei non era nata..con il fiocco); la volontà, ma non la forza e la capacità di uscire fuori dal sè (Non voglio più vetri); il desiderio di provare a farlo (La pioggia deve scivolarmi addosso).- prof.ssa Silvana Piccardi Silvana Picardi è docente di materie letterarie presso la scuola media statale a Napoli.
MI PRESENTO Ricordate Mary Poppins ? Allora non perdete tempo ad immaginare come sono: alta, ma non troppo, bionda non naturale, cicciotta quanto basta per riempire lo spazio intorno a me. Con aria sognante e con il borsone stracolmo di novità, salterello per le vie della città. Nelle sale da ballo fra un tango, una salsa e un merengue, sgranocchio noccioline e nei locali della scuola con passo felpato e, per lo più, con voce squillante intono: “ Buongiorno,…buongiorno, non vedete il sole che sorride dietro le nuvole? ” Così saluto i colleghi mentre, con la distrazione connaturata in me, lascio la porta aperta e qualcuno di lontano grida: ”Accidenti, ma hai sempre la stessa testa? Non vedi che piove a dirotto! ” “Ma perché che testa ho?” penso fra me. Sono appena andata dal parrucchiere, non si vede? La gente non vede, a prima mattina già pensa che è sera. “ Vero piove, ma non è bella la pioggia mentre ti bagna il viso? I colleghi si guardano, ma intanto sorridono al mio sorriso. E’ vero io sono gioiosa, solare. Mi diverto spesso a inventare storie con la nuvoletta Birichina e con Preziosetta che fa sempre dispetti. Spesso non lascio in pace nemmeno l’arcobaleno ed ecco che me lo ritrovo lì davanti a me e, credetemi non posso fare a meno di saltellarci dentro con i miei amici. Trasformo canzoni e filastrocche, faccio viaggiare i miei alunni sul Danubio senza pagare nemmeno un euro e se capita un viaggio in Francia, in Spagna o in Inghilterra, beviamo champagne, balliamo il can can e giochiamo con il torello mentre di lontano il Big Bang ci avverte che l’ora è finita. Per me è tutto bello e se qualche volta inciampo, la qual cosa mi capita spesso, mi ritrovo a terra con le gambe all’aria, ma non troppo; non state a sbirciare tanto non vi faccio vedere niente, porto sempre i pantaloni. Dicevo, cado, ma non temete, mi rialzo subito e non piagnucolo come tante femminucce. Io sono debole, ma sono così forte, ma così forte che quando voglio togliere un chiodo dal muro con le pinze, perché le tenaglie come il solito non le trovo mai, nel tirare, faccio tanta e tanta forza che sbatto la testa contro il muro, ma rido contenta per esserci riuscita, anche se mi sono procurata un bernoccolo. Accidenti, io sono proprio così, non porto mai l’ombrello, non mi importa se non ho l’imbuto, tanto prendo una bottiglia di plastica, la taglio, la rovescio e patapunfeteeeeeeee faccio cadere il liquido sul vestito appena messo, ma non mi arrendo, non mi freno, sono tenace: trasformo le cose che vedo finché non trovo pace. Fra disastri ed armonie, stuzzichini e tramezzini, chiacchiere e frittelle, trovo sempre le parole belle. Se non esistessi mi piacerebbe inventarmi!
Lei….non era nata con il fiocco! Com’è difficile scrivere e descrivere talvolta sensazioni che si provano e, com’è difficile descrivere il vuoto, lo sgomento che si sente dentro di sé. Si avverte un malore strano, non definibile.. eppure ..eppure se quel malore potesse o volesse manifestarsi nella sua pienezza comparirebbe con segni evidenti di sofferta agonia. “ Agonia? “ Perché aveva scritto agonia, la nostalgica Silpì? Cosa le balenava in mente ora e, quali erano i processi di pensiero che si ingarbugliavano come i fili di una lenza incapaci di prendere l’esca? Silpì, lo sapeva. Sapeva bene che ancora una volta non era contenta di lei. Sapeva che lei non era nata con il fiocco rosa…già ai suoi tempi, forse, non si usava benedire la nuova vita sbandierando ai vicini il lieto evento. Ma, tutti sapevano che lei c’era…era nata! Esisteva. Viveva. Respirava.. respirava ancora! Che strano, eppure, a volte aveva la sensazione di stare fuori dal mondo. Sospesa , anzi ancorata nel suo Nadir[1], il nik che, non a caso connaturava la sua natura, si sentiva lontana dal mondo. E lei di lassù osservava, percepiva o le sembrava d’introiettare dentro di sé immagini e situazioni, forse non vere. Eh, già forse la prospettiva, la diversa collocazione delle cose intorno a sé, le facevano vedere o intravedere scenari alterati. Era come se le sue fossero delle illusioni ottiche. Ma era davvero così? Lei ci credeva o voleva crederci? Ma lei era nata senza fiocco, non aveva una precisa identità, si dimenava dondolandosi a volte fra la gente proprio come un’altalena oscillante che vibra nell’area per sfidare il vento, che si adagia per ammirare col volto spalancato il cielo, che si ferma, solo un attimo per assaporare il contatto sull’asfalto di fuoco. Si, per lei la terra scottava, la realtà la bruciava, l’agghiacciava, la tormentava! Alcune volte, poi la frantumava quando decideva di scendere da quell’altalena di corsa quando non era perfettamente ferma. Lei non era nata con il fiocco, ma era nata nel segno della bilancia, forse questo era il suo segno distintivo e distinto che connaturava la sua esistenza.
Non voglio più vetri Prigioniera senza colpe se ne stava lì ad osservare la vitalità del mondo intorno a sé, in quello spazio di vita circoscritto che la castigava relegandola dall’altra parte. Guardava impietrita ad occhi fissi. Apriva le sue finestre sul mondo con quello sguardo triste e pietoso per le sofferenze del mondo. Il vecchio Don Peppe trascinava il suo esile peso nell’attraversare la strada. Impugnava con la destra il suo bastone e si poggiava saldamente con tutto il corpo per prendere forza nell’altra gamba che inesorabilmente non riusciva a tenere il passo. Nella mano sinistra, aveva sempre qualcosa da portare al di là della strada, qualcosa da vendere ai passanti, qualcosa per far sorridere i bambini e, perché no per farli anche piangere quando le mamme dicevano di no E, così andava stancamente, sempre più stanco. Sirietta lo guardava impietosita, dentro di sé sentiva l’impulso di uscire nella strada, prendere quei cesti e portarli lei alla riva opposta. Si, le sembrava proprio una riva, un ostacolo quel pezzo di strada e, quando pioveva l’immaginava avanti a sé come un torrente, un fiume alla deriva. Ma, la deriva era dentro di lei. La tempesta si abbatteva impetuosa nel suo cuoricino che batteva forte, sempre di più. Non sapeva spiegarsi perché o che cosa le proibisse di fare quell’azione degna e, così per distogliere l’attenzione da quella scena che la tormentava, confondeva i suoi pensieri. Guardava in giù, osservava più in là con occhio attento per trovare un nuovo scenario per fantasticare. Talvolta capitava di vedere il buffo caldarrostaio con quel pancione traballante. Osservava le ruote del carretto, il fumo odorante che si sprigionava nell’aria e, poiché non sentiva alcun odore seguiva i vapori con gli occhi, seguiva con lo sguardo il suo dileguarsi verso l’alto, verso il cielo. Le tornava così alla mente una canzone che le cantava sempre sua madre: Avevo un bel pallone rosso e blu Si è rotto il filo è volato via In alto in su Sempre più in su Sono fortunati i bimbi…..e continuava così. Già, ma come continuava la canzoncina? Come era possibile che erano fortunati i bimbi che non avevano più il palloncino? Questa storia della fortuna aveva dovuto incuriosirla e, ora che ci pensava ricordava la storia che le raccontava, sempre la sua mamma. < C’era un bambino che aveva un pallone rosso e blu, un giorno si spezzò il filo e il bambino era contento > < Mamma, perché > < Perché i palloni vanno in cielo dagli angeli…il bambino ha scritto un bigliettino…ci ha scritto i suoi desideri e, se è buono, l’angelo l’accontenta > Sirietta sembrava soddisfatta, ma non le piaceva perdere il palloncino e poi la sua mamma non glielo comprava mai. < Il pallone col filo si sgonfia – diceva – si rompe e tu piangi > e così dicendo le comprava il palloncino con l’elastico protetto dalla plastica cucita a triangoli. < Vedi questo è più bello, ci puoi giocare così > e le faceva vedere come fare. Il vapore intanto saliva e si dileguava, la fila di coppetti di carta intanto diminuiva: il brav’uomo anche quell’oggi aveva venduto le sue castagne e Siria ne era contenta. Che piedi gonfi, però, poverino! < Che ciccia che ha, che pancione > pensava e, intanto guardava Don Peppe. < Poverino, lui non ha venduto niente, dovrà fare cinque viaggi come stamattina per rimettere a posto la sua merce, meglio che me ne vada così non mi faccio vedere > Ma, Don Peppe la vedeva e lei sapeva. A volte sembrava che la rimproverasse, a volte pareva che implorasse. In ogni caso lei si sentiva davvero male. < I vetri, forse erano i vetri che glielo impedivano? > si domandò Ma i vetri si rompono, si infrangono, come possono impedire la fuga all’altra sponda? Come possono i vetri ostacolare l’inserimento nel mondo? I carcerati stanno in prigione, ma hanno le barre e, le barre sono di ferro, non si possono rompere. I vetri, invece, i VETRI si ROMPONO. Perché non li aveva frantumati tutti? Perché non era uscita allo sbaraglio ad aiutare Don Peppe, a spingere il carretto di quel pesante omino? Perché non era anche lei là con la manina nella mano a strillare: < Voglio il pallone, voglio venire in braccio…voglio darti la mia manina mamma, tienila stretta, non lasciarmi scappare…voglio piangere e tu sgridami, sculacciami come ha fatto quella mamma…mamma anche io voglio piangere per strada > I vetri, mi facevano soffrire, non voglio più vetri nella mia vita, voglio gioire! Siria scriveva e intanto piangeva, da tempo non lo faceva. Le mani tremavano sulla tastiera dopo aver scritto di getto un suo passato ormai dimenticato. Voleva continuare a scrivere, capire il perché del suo turbamento, ma si doveva calmare. Asciugò un po’ le lacrime che scivolavano giù in fretta, frettolose per dare il via ad altre che emergevano a getto continuo. Siria, ormai non vedeva più, le mani continuavano a battere tasti ormai conosciuti. No, non poteva continuare, doveva fermarsi, almeno un po’. Accese così una sigaretta, si soffiò il naso ed aspettò.
La pioggia deve scivolarmi addossoLa pioggia mi è piaciuta sempre. E’ bello sentirla sul viso mentre procedi cauta per ripararti tutta ed è ancora più bella quando la guardi, la tocchi, la senti. E’ come se ti penetrasse dentro, toccasse i tuoi pensieri. Già i tuoi pensieri! Quanti ricordi sono legati alla pioggia, mi domandavo percorrendo il viale. A passo svelto, ma con l’intento di bagnarmi tutta, mi lasciavo inzuppare. Chi sa se volevo che penetrasse tutta dentro di me. Avevo sete di pioggia. La pioggia che bagna pian piano, rende molle il tuo viso e, tu glielo lasci fare, l’assecondi, la invochi addirittura per adempiere il miracolo della vita. Quante suggestioni, quante memorie in questo tratto di strada che mi porta verso l’acquisizione di ciò che mi danneggia. Eppure, procedo, proseguo il mio cammino, ma dove, con chi? La mente vaga all’impazzata, mi rivedo col viso schiacciato contro i vetri del mio passato. Il visino pallido osserva. Gente frettolosa si incammina al mercato, mamme con le borse gonfie procedono trascinando per mano i loro infanti ancora non stabili su quelle gambette tremolanti. La mano decisa nella manina ribelle mi dà gioia. Il caldarrostaio trascina in fretta il suo carroccio fumante nella attesa di ripararsi sotto l’arcata per completare il suo giro. Eccolo, si è appostato di fronte a me. Compro o non compro le castagne lesse? Mamma che dirà? Intanto la pioggia avanza il suo passo, gracili donne corrono danzanti. Corpulente immagini stancamente trascinano il pesante corpo mentre la pioggia cade, cade, cade. Col visino schiacciato osservo, ma non godo. Con gli occhi spalancati ammiro, ma non guardo. Con la bocca tremante sospiro, ma non invoco. Le parole sono in me tutte impresse nella memoria, il canto di quel pianto echeggia in me come la cicala che non si spaura. < La cicala? Ma che c’entra ora la cicala?> Continuo a camminare e davvero mi sembra di sentire la cicala che troneggia nel ciel cinerino. Già, la cicala, che risponde al pianto australe, che gareggia fino a zittire in questo incanto naturale che trionfa. Ricordi, ancora ricordi di belle immagini di dannunziana memoria. Intanto procedo, procedo e ricordo. L’echeggiare della clamorosa risata, avvenuta di recente in classe, mi fa sorridere. < Succede sempre così quando si affronta lo studio della “Pioggia nel pineto”, ma l’altro giorno Antonio è stato troppo forte >, mi son detta. Col viso tra le mani ammiccava, alludeva…..guardava i suoi compagni mentre procedevo. < Ecco, da qui si evince la prima metamorfosi di Ermione > sottolineavo nel leggere: <il tuo volto molle …ebbro > Certo la bella dea dai vestimenti leggeri doveva pur godere in quella verzura che catturava le sue membra mentre il poeta la lasciava tacere. Mentre la pioggia penetrava dolcemente trasformandola e plasmandola a suo volere. Ma, intanto i suoi occhi erano polle in mezzo all’erba, i suoi alveoli erano mandorle, lei stessa pareva uscir da scorza! Che bella immagine e che clamorosa risata a spezzare l’incanto di quel divenire natura quando il malizioso proferisce ad alta voce: < Mamma mamma e questo poveretto – alludendo al poeta- ora come fa?> Continuavo a ridere da sola mentre percorrevo il lungo viale che mi riportava a casa dopo aver acquistato solo il fumo che avrebbe portato via le mie ansie. < Come avrebbe fatto il vate a destreggiarsi al cospetto di una creatura così foggiata? Mi chiedevo. < come faccio, cosa faccio io? Mi lascio travolgere dalla pioggia incauta che intanto ghiaccia il mio passo?> Un calore mi prendeva dentro, la pioggia ormai più fitta travolgeva i miei pensieri. Il ricordo del nasino schiacciato contro i vetri, ritornava alla memoria…quel vetro ostacolava i miei sensi. Non avevo mai toccato la pioggia come ora. Non avevo mai sentito il desiderio di bagnarmi tutta eppure, eppure il mio pensiero affermava: lascia che la pioggia ti scivoli addosso.
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