ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

MICHELE NIGRO

Michele Nigro è nato a Battipaglia nel 1971. Lettore curioso e appassionato, fonda nel 2003 una rivista letteraria trimestrale e si occupa di giornalismo culturale. Suoi scritti compaiono in varie antologie, riviste, siti web.

"Sono interessato al Labirintismo perché credo che l’arte e nella fattispecie la scrittura siano in grado di sviscerare le motivazioni inconsce inevitabilmente presenti in ogni essere umano. Coltivare la scrittura significa prendersi cura della propria anima (Michele Nigro)".

 

L’agenda


L’ordine regnava indisturbato tra le pagine dell’agenda di Aldo.
Sarebbe stato difficile risalire alle origini di quell’impeto organizzativo, anche se i suoi ex compagni di scuola dichiaravano candidamente di non averlo mai sorpreso con la cartella in disordine e il diario senza i compiti elencati per materia. Conclusi brillantemente gli studi presso il Liceo classico “Orazio Flacco” di Busto Arsizio, senza batter ciglio si iscrisse alla facoltà di Storia dell’Università di Milano e polverizzando tutti i record fino ad allora monitorati dall’ateneo ambrosiano, riuscì a laurearsi con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi, chiedendo di poter anticipare di una sessione la seduta di laurea.
Fu una discussione quasi solitaria. C’erano lui, alcuni colleghi universitari, i genitori e il motivo di tanta fretta: Gisella. Si erano conosciuti tra il terzo e il quarto giorno di corso al primo anno e fu subito amore. Titolo della tesi: “La disorganizzazione tattica e logistica di Napoleone durante la campagna di Waterloo”.
Aldo aveva programmato tutto. “Non appena sarò laureato, andrò a lavorare presso l’archivio storico della Fondazione “San Mauro” di Abbiategrasso, il cui Presidente è uno zio di mamma…” – tranquillizzando Gisella sul futuro economico del loro connubio durante le soavi passeggiate domenicali lungo i Navigli. “Per quanto riguarda la casa, non preoccuparti… Ho pensato a tutto io! Esattamente tra una settimana avrò un appuntamento alle 11 e 15 con l’architetto Righelli, un vecchio amico di papà, che ristrutturerà la casa della mia nonna materna … Sei contenta, amore!?” – interrogava Aldo, quasi per dovere d’ufficio, la dolce Gisella che, un po’ per carattere e un altro po’ perché non riusciva assolutamente a contenere l’entusiasmante e preponderante capacità organizzativa del futuro marito, rispondeva sempre con un tenero e rilassato sorriso. Tra Aldo e Gisella conviveva da anni una terza presenza: l’agenda di Aldo.
Una presenza discreta ma decisiva, elegante e al tempo stesso dittatoriale, senza la quale non si andava da nessuna parte e capace di determinare, negli anni successivi al matrimonio, la definitiva e insindacabile cancellazione del verbo “approssimare” dal vocabolario della coppia.
Da quella tenera e composta unione erano nate Valeriana e Clotilde: due splendide bambine di impareggiabile intelligenza e dolcezza. Dopo la morte dello zio materno, Aldo fu nominato Presidente della Fondazione così come era stato ordinato dal defunto nel suo testamento.
La vita di Aldo e Gisella era perfetta. I giorni e gli anni trascorrevano lieti e senza attriti. Le asperità e i dubbi venivano appianati senza sforzo e il tempo non era nient’altro che un giocattolo facile da smontare.
“L’esistenza è un puzzle” – ricordava la targhetta posta sulla scrivania nell’ufficio di Aldo. Bastava solo incastonare i vari pezzi di tempo nel modo giusto e l’immagine della propria giornata sarebbe apparsa in tutta la sua perfezione. Tornando da lavoro, Aldo riviveva, ormai da anni, i soliti gesti collaudati: posava il cappello sulla console, salutava Gisella che si affacciava teneramente dalla sala da pranzo, si toglieva le scarpe sull’ingresso e dopo aver appeso la giacca all’attaccapanni, indossava soddisfatto la vestaglia da camera. Rarissimi i momenti in cui invertiva la sequenza delle operazioni. Gisella ricordava solo un paio di eventi durante i quali Aldo “si lasciò prendere la mano dal tempo”: quando lo chiamò urgentemente in ufficio non appena si ruppero le acque alla fine della gravidanza di Valeriana e quella volta nel Febbraio del 1983 quando la salutò affacciandosi nella sala da pranzo con ancora il cappello in testa! Piccole distrazioni perdonabili di un giovane maritino inesperto e intemperante!
La seconda metà del tardo pomeriggio Aldo la trascorreva nel suo studio privato. Confortato dal caldo abbraccio della sua vestaglia da camera preferita, si abbandonava, prima di cena, alla sua attività prediletta: l’organizzazione dell’agenda.
Aveva una bellissima agenda: i fogli erano bordati in oro e la copertina in pelle di color marrone scuro emanava un odore di stabilità storica. Ogni giorno Aldo lucidava la copertina con un prodotto svizzero che rendeva elastica la pelle e toglieva le macchie di sudore dopo una giornata di duro lavoro e di maneggiamenti. Il laccetto dorato che testimoniava fedele il susseguirsi dei giorni non era sfilacciato alla punta come spesso accade nelle agende delle persone sciatte, ma Aldo aveva provveduto a prevenirne lo sfilacciamento con una linguetta di plastica trasparente. Abbinato al prezioso strumento, una penna stilografica con inchiostro impeccabilmente nero regalatagli da Gisella in occasione del loro primo anniversario di matrimonio. Aldo viveva l’intera giornata aspettando quel momento di rilassamento e di pacata confidenza con la sua amante cartacea. Si sedeva alla scrivania e sotto la luce del lume apriva con gesto da maestro la sua meravigliosa agenda. Toglieva il cappuccio alla penna e con la precisa leggiadria di uno spadaccino depennava soddisfatto gli impegni affrontati, gli appuntamenti, le commissioni e anche le più minuscole memorie programmate il giorno prima.
ore 8:00, primo caffè con il capo settore ricerche storiche della Fondazione; “…fatto!”
ore 10:30, riunione generale con i soci onorari della Fondazione; “…fatto!”
ore 11:45, appuntamento con lo storico e scrittore Berardinelli per la stesura della prefazione al suo nuovo libro “Storia e tempismo storico”; “…fatto!”
E trascinando il suo parossismo organizzativo anche nella sfera privata:
ore 16:10, riunione insegnanti-genitori. Scuola media di Valeriana; “…fatto!”
ore 17:30, appuntamento con l’ortopedico di Clotilde; “…fatto!”
ore 17:50, comprare fiori Gisella; “…fatto!”
ore 18:10, squillo sul cellulare di Gisella per farle capire che arrivo; “…fatto!”
Aldo non tralasciava nulla. Anche quei gesti di umana dimenticanza che possono rendere gradevole un normale rapporto tra “esseri imperfetti”, Aldo li aveva eliminati fin dalla notte dei suoi tempi tardo adolescenziali.
Credeva, in questo modo, di poter controllare la propria esistenza, le sfortunate coincidenze e le sciagure di una vita lasciata al caso. Il “Caso”: un’entità che terrorizzava Aldo. Il “buio” ed il “vuoto”, nella scala delle fobie umane, potevano apparire quasi piacevoli se rapportati alla insondabile libertà del “Caso”… Un mostro con ventiquattro teste, quante sono le ore di una giornata, che spruzzava acidi corrosivi a base di “dolce far niente” e “svago”… Quante vite venivano sprecate nel mondo solo perché non avevano ricevuto una adeguata e saggia programmazione! Gente che bighellonava tra le strade di un’eterna indecisione, abituata a vedere appassire i migliori anni della propria esistenza dietro bigliettini volanti e pro memoria scadenti… Menti deboli e senza futuro. “Per fortuna che, ogni anno in occasione del Santo Natale, io regalo ai dipendenti della Fondazione… una bella agenda!” – ricordava orgogliosamente Aldo mentre osservava con sgomento dai finestrini del filobus le masse informi di persone che ondeggiavano nel mare dell’approssimazione. La sua vita, invece, era come il motore di una Ferrari e le ore della sua esistenza perfette e cadenzate come in una ruota dentata del miglior orologio svizzero!
Ma i suoi pensieri sarebbero stati, di lì a poco, sconvolti da una serie di eventi che avrebbero senz’altro minato la sua filosofia di vita apparentemente inossidabile.
Eventi che, distaccandosi dalla spiegazione razionale degli accadimenti naturali, approdavano nel tunnel buio delle ipotesi surreali…
Una sera, tornato a casa dopo una giornata di lavoro, Aldo si predisponeva ad assecondare il suo hobby preferito. Aprì l’agenda in corrispondenza del giorno appena trascorso e con la punta della stilografica andava alla ricerca degli impegni vissuti e quindi da depennare.
ore 9:00, scrivere lettera per il Presidente dell’Associazione Bibliotecari della Regione Lombardia; “…fatto!”
ore 9:46, mandare inviti al consolato spagnolo per la serata dedicata alle opere di Cervantes; “…fatto!”
ore 10:18, toccare il sedere della segretaria…
Non credeva ai propri occhi…! Chi aveva osato aprire la sua agenda e scrivere simili oscenità? In ufficio nessuno avrebbe mai pensato ad un simile scherzo e poi conosceva l’integrità morale dei suoi collaboratori e la seria professionalità della sua segretaria… Aldo, alzandosi dalla poltrona e allontanandosi dalla scrivania, cercava di osservare da un’altra angolazione la sua agenda adagiata sulla base del cono irregolare di luce prodotto dal lume… Rimase in piedi per alcuni interminabili minuti e mentre tamburellava nervoso con il dito indice della mano destra sulla narice destra, ricavò dal suo paniere di spiegazioni razionali l’unica che avesse le caratteristiche più plausibili.
“Valeriana e Clotilde hanno giocato nel mio studio ieri sera e così quelle bricconcelle hanno pensato di fare uno scherzetto al loro paparino…! Non c’è altra spiegazione! Ormai Valeriana ha quasi tredici anni, è una signorinella e quindi vive l’età delle prime sfide e dell’esplorazione dell’emotività genitoriale…!”- cercava di autoconvincersi il povero Aldo, ripescando dalla memoria antiche nozioni di psicologia casalinga. Così pensando, si apprestava a chiamare Gisella per farle notare la vicenda. Ma riesaminando con più attenzione la pagina violata della sua agenda, si accorse con terrore che la scrittura delle ore 10:18 era proprio la sua!
Con uno scatto isterico Aldo chiuse l’agenda senza scrivere gli appuntamenti del giorno dopo. Una cosa che non aveva mai tralasciato di fare in tutti quegli anni!
Cercò di dimenticare l’accaduto e con la perplessità nel cuore andò a dormire, non senza rigirarsi innumerevoli volte nel letto prima di prendere sonno…
Il giorno dopo Aldo infilò la sua agenda nella ventiquattrore e andò normalmente a lavoro, promettendo a se stesso che avrebbe organizzato subito la giornata non appena fosse arrivato in ufficio. Tutti i suoi collaboratori sembravano normali come sempre e riprendendo fiducia in se stesso, fece riaffacciare l’ipotesi dello scherzo. “Potrebbe essere qualcuno che sa imitare la mia scrittura e vuole prendersi gioco di me perché sa che sono un tipo preciso!”- pensava Aldo – “…Farò dei confronti con le calligrafie di tutti i dipendenti e appena scopro chi è il mattacchione, giuro, lo licenzio!”
“Farò finta di niente anche io!” – architettava Aldo.
Successivamente a questi pensieri di vendetta, entrò nell’ufficio la sua segretaria che, visibilmente rossa in viso, riuscì a dire solo poche parole: “…voglio dimenticare ciò che è accaduto ieri mattina solo per l’amicizia che mi legava allo zio di sua madre, l’ex Presidente della Fondazione, un vero gentiluomo che non si sarebbe mai permesso di palpare il mio…” – e quasi in lacrime corse velocemente fuori dall’ufficio.
Aldo rimase con l’agenda in mano e la bocca semiaperta. Era sconvolto e non capiva che cosa stesse succedendo. Continuava a pensare che anche la scena della segretaria fosse il proseguimento di uno scherzo di pessimo gusto… Per prima cosa Aldo strappò la pagina incriminata. Non aveva mai trattato così una sua agenda e il rumore dello strappo suggellava una rottura ben più profonda: quella tra la sua vita e la serenità. Anche se non riusciva ad individuare il demiurgo di questo stravolgimento… Stava impazzendo: questo almeno era sicuro! La giornata era cominciata male, anzi malissimo: il piccolo forellino della sera prima nello studio, quando aveva letto quell’appunto osceno, era diventato un cratere pieno di lava incandescente. Programmò il resto della giornata: doveva salvare almeno l’attività lavorativa, visto che non poteva più salvare la propria integrità mentale. Dopo il lavoro ritornò a casa e come sempre si apprestò ad organizzare l’agenda, cercando di allontanare dalla mente i mille dubbi su ciò che era accaduto. In un impeto di normalità forzata riprese a leggere e a depennare gli impegni svolti e portati a buon fine durante la giornata:
ore 11:25, aperitivo di lavoro con l’Unione Scrittori Esordienti della Federazione russa; “…fatto!”
ore 12:38, visita del Vescovo di Milano presso la mostra allestita nelle sale della Fondazione sui mosaici paleocristiani; “…fatto!”
ore 13:40, pranzo con l’assessore provinciale alla Cultura; “…fatto!”
ore…
ore...
ore 18:23, investire con l’auto e possibilmente uccidere il mio vicino di casa che occupa sempre il nostro parcheggio condominiale e si frega l’ascensore la mattina quando vado in ufficio…
Ora basta! Non ne poteva più di questa storia…! Aveva aggiornato l’agenda quella stessa mattina e non l’aveva abbandonata neanche per un minuto. Aldo era pallido in volto e sudava freddo… Avvertiva dei conati di vomito e per alcuni terribili secondi la stanza sembrò girare su se stessa… Aprì di corsa la porta dello studio e quasi urtava violentemente Gisella che stava andando da lui per informarlo di una terribile notizia appena giunta: “Hai saputo del Signor Marinelli…? E’ stato investito e ucciso verso le sei e mezza… stasera… al centro… sul colpo… mentre passava la strada… per entrare in chiesa… Che brutta fine, poverino…! E pensare che con me e le bambine è stato sempre tanto gentile!”
Senza accorgersi di avere le pantofole e la vestaglia da camera, Aldo si diresse verso la porta di casa per uscire in strada all’aria aperta e respirare…
Ma che stava succedendo? Doveva capire! La sua flebile lanterna di razionalità si stava per spegnere tra le onde tempestose di quegli eventi inspiegabili… Lui: che aveva sempre spiegato e organizzato ogni minuto della propria e altrui esistenza, ora non riusciva a trovare una risposta a queste strane coincidenze! “…E sì! Certo…!”- disse rincuorandosi – “…perché, in fin dei conti, di coincidenze si tratta!” E poi : “… io a quell’ora, è vero, passavo in macchina per il centro ritornando verso casa…” – ricordava meticolosamente Aldo mentre passeggiava nel parco vicino casa in pantofole tra l’ilarità dei passanti – “…ma se avessi investito una persona o fosse stato anche un cane – diavolo! - me ne sarei accorto! …Certo che me ne sarei accorto!” Nonostante gli sforzi, tutte le sicurezze crollavano una dietro l’altra come pere mature sotto il sole di una doppia vita che faceva pian piano capolino dalle pagine ordinate dell’agenda di Aldo! Ritornando lentamente verso casa, con Gisella che lo guardava dal balcone preoccupata, si avvicinò alla sua auto parcheggiata sotto casa e controllando la carrozzeria si accorse che il fanale destro era rotto e una evidente ammaccatura insanguinata confermava l’impatto avvenuto con un essere vivente! Stava facendosi strada, nel pover’uomo, l’ipotesi assurda e lontana dal suo ordine mentale, che in lui vivessero due Aldi… Uno meticoloso e ordinato, l’altro ribelle e nevrotico! Solo che di quest’ultimo non ne ricordava né le gesta, né i continui richiami alla consapevolezza ignorati per anni… L’unica occasione che aveva avuto per scrivere dal “carcere”, erano state le pagine illibate dell’agenda di Aldo. Avrebbe potuto continuare a palpare sederi e ad uccidere gente senza renderlo noto al suo ospite ma, come spesso accade ai criminali romantici ed estroversi, emerge l’esigenza di lasciare una traccia di sè, un segno di spacconeria nei confronti degli inquirenti, un modo per farsi voler bene dopo una vita di fughe e di abusi, per risultare simpatici nonostante le mani insanguinate, un qualcosa che sfidi la società perbenista da cui farsi accettare e al tempo stesso da evitare… Prima o poi la polizia avrebbe rintracciato la sua auto e non avrebbe potuto presentare agli inquirenti la spiegazione di un “altro Aldo” che viveva in lui e di cui non controllava le abitudini e le pulsioni… Doveva dire che era stato un incidente e che per l’angoscia era fuggito disperato…
Sì…! Avrebbe detto così! Forse i giudici avrebbero preso in considerazione l’emotività onesta di un lavoratore integerrimo quale era sempre stato e come tutti lo conoscevano…
Il problema era un altro; le domande erano altre: da quanto tempo era nato questo nuovo Aldo? Le scritte sull’agenda erano gli ultimi segni dell’attività dispettosa e sovversiva di Aldo-due? Se così stavano le cose, quali e quante malefatte aveva commesso negli anni precedenti? Gisella aveva notato qualcosa? A chi aveva fatto del male?
E soprattutto: perché era nato? Come eliminarlo?
Le ipotesi erano molteplici e oscillavano da una sfera squisitamente scientifica ad un’altra più semplicemente – si fa per dire! - “surreale”… La prima gamma di ipotesi avrebbe voluto tirare in ballo un certo tipo di droghe psicogene che annebbiando la memoria e potenziando parti dimenticate di noi, fanno compiere gesti inconsulti anche alle persone più pacate del mondo. Ma chi lo aveva drogato? E perché? L’altra classe di ipotesi avanzava più faticosamente, ma in modo più convincente e determinato, facendosi spazio a gomitate tra la testardaggine razionale di Aldo…
L’ipotesi surreale… Dopo anni di organizzazione e di apparente ordine, “l’Aldo ribelle” si era stancato di quel ruolo recessivo e aveva deciso di fare il suo debutto in società! Rovinando i piani dell’ “Aldo legittimo”…
Risalendo le scale lentamente e con la vestaglia aperta, l’uomo tutto di un pezzo che rispondeva un tempo al nome di Aldo, il roccioso Presidente di Fondazione, colui che aveva messo in crisi le strategie di guerra del più grande imperatore di tutti i tempi con una semplice tesi di laurea, il granitico organizzatore di agende, il bacchettatore dei perdigiorno, il domatore del tempo, il cesellatore di minuti e secondi, era ridotto uno straccio! Entrando nello studio, con Gisella al suo fianco che non riusciva ad articolare una sola parola, Aldo si avvicinò alla scrivania e sopra l’agenda trovò un biglietto con la propria calligrafia, ma che non ricordava di aver scritto prima di scendere in strada. Solo una frase: … fammi uscire..! Firmato: Alduccio tuo.
Risorgendo dalle proprie ceneri, l’Aldo ufficiale di quel corpo fu invaso da una nuova energia rivoluzionaria e stravolgente… Sentì una scossa vitale prendere il sopravvento su quella situazione angosciante… Si sentiva rinvigorito e straordinariamente forte e sicuro di sé! Aveva caldo e fremeva in quella vestaglia da camera divenuta scomoda: senza alcun indugio si spogliò e gettò la vestaglia dal balcone! Poi con uno sguardo furioso e cattivo prese l’agenda e correndo in cucina la gettò nel lavabo… Afferrò la bottiglia dell’alcol e spremendola fino all’ultima goccia cosparse l’agenda con il liquido infiammabile… Cercò freneticamente i fiammiferi svedesi che stavano vicino al forno e accendendone uno con mani tremanti diede fuoco all’agenda… La fiammata fu violenta e i peli sulla mano di Aldo andarono in fumo… Ma era felice e cominciò a ridere di gusto come se si fosse liberato di un peso di cui non era consapevole. Una diabolica risata che non apparteneva al buon Aldo o forse era il modo di ridere di quell’altr’Aldo che finalmente libero si gustava la scena di una vita organizzata che volgeva al termine. Un Aldo triviale e nudo cominciò a danzare intorno al tavolo della cucina e a sudare come uno stregone in trance…
La piccola traccia sopravvissuta dell’Aldo razionale capiva cosa stava succedendo: i due Aldi si erano uniti in un unico corpo senza conflitti e senza l’inconsapevolezza dell’uno nei confronti dell’altro. Solo un perfetto equilibrio regnava in quel corpo. Le componenti necessarie dell’essere umano avevano trovato finalmente il modo di coesistere. Il pacato e il furioso, il razionale e l’intrigante, il metodico e il rivoluzionario… Un’unica grande famiglia!
Ora che l’oggetto schiavizzante, l’agenda, era andato in fumo, nulla li avrebbe più separati. Insieme avrebbero vissuto i giorni più felici della loro nuova esistenza da conviventi: giorni di casuale decisionismo, di puro potere mentale e non più cartaceo, di disorganizzato ozio creativo e di rari bigliettini attaccati sul frigo…
“Ricordarsi di non ricordare!” – urlò Aldo con gli occhi iniettati di sangue.
Valeriana e Clotilde erano fuggite dalle amichette del secondo piano e Gisella si era nascosta dietro la tenda della sala da pranzo…
L’odore della pelle bruciata aveva invaso la casa e le ultime fiammelle sopra l’agenda carbonizzata stavano per esaurirsi.
Non avrebbe fissato più nessun appuntamento…
Aldo era libero.

 

 

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