|
ARTISTI LABIRINTISTI NARRATORI NEL LABIRINTO |
"
|
MASSIMO UBERTONE Massimo Ubertone è di Rovigo. E' avvocato e sino ad ora ha scritto solo per hobby. Da qualche mese ha però iniziato ad inviare miei racconti ad alcuni concorsi ed ha già avuto i primi riscontri positivi, con 3 segnalazioni d'onore con pubblicazione, e un secondo premio al " Premio Riviera" di Garda.
"Il tema dell'inconscio mi interessa, tanto che ne ho
fatto argomento anche di altri miei racconti e
novelle.Quanto all' immagine del labirinto, con tutto ciò
che ci sta dietro, basti dire che il mio autore di culto è
da sempre J.l. Borges, di cui ho letto tutto quanto
pubblicato in italiano, e alcune cose pubblicate solo in
spagnolo (Massimo Ubertone)".
DE MARIA Da bambino Gianni aveva paura di tutto. Del buio, per esempio, o dei cani. Ma queste erano le paure più facili, che si potevano dire. Quando il papà gli prendeva la manina per fargli accarezzare un cane, e diceva “vedi: non ti fa niente”, bastava piangere, e la mamma diceva al papà “ma dai Nino che così è peggio”, e poi, come se niente fosse, “scusi signora, sa, Gianni ha paura dei cani”, e tutto finiva benissimo, a farsi consolare al calduccio in braccio alla mamma. Le paure veramente brutte erano invece quelle che non si potevano dire, come quella di Babbo Natale. Tutti sanno che Babbo Natale è molto buono e vuole bene ai bambini, e così Gianni non poteva dirlo a nessuno che gli faceva paura. Anzi, forse avere paura di Babbo Natale era anche un peccato, di quelli che qualche volta si commettono solo con il pensiero, come desiderare i giocattoli degli altri bambini, oppure formicare, che era il peccato più brutto di tutti, così brutto che la suora non lo aveva nemmeno spiegato tanto bene, per la paura di andare all’inferno solo a pensarci, ma che Luca Birolo, che era un anno più grande di lui, gli aveva detto che si faceva pensando alle formiche che salgono su per le gambe delle bambine, gli entrano dentro le mutande e poi si infilano dentro il buco del sedere. Gianni si era molto arrabbiato con Luca Birolo, perché a lui di pensare una cosa del genere non gli sarebbe mai venuto in mente, ma dopo che glielo aveva detto ogni tanto gli veniva da pensarci e così faceva peccato. Per fortuna a casa di Gianni Babbo Natale non si faceva mai vedere. Arrivava di notte, lasciava i regali, e se ne andava via. La mattina c’erano i regali pronti sotto l’albero, e basta, che era la cosa migliore. Ma un giorno che lo aveva visto in carne e ossa, Babbo Natale, davanti alla Standa di Bologna, aveva avuto tanta paura che da allora, ogni volta che saliva in macchina con i suoi genitori per qualche viaggio, diceva in segreto una preghierina perché non si passasse per Bologna. E infine c’era la paura più grande di tutte, che era quella dei carri mascherati, e soprattutto di De Maria. Era una paura sotterranea, che durava tutto l’anno, ma che veniva alla superficie solo a carnevale, il giorno in cui si pranzava dalle zie. Le zie abitavano in un appartamento al primo piano con un balcone e tre finestre sul Corso, e l’ultima domenica di carnevale si andava a trovarle perché quella era la postazione migliore per seguire la sfilata. Dalla strada si potevano vedere da vicino solo le ruote dei trattori e dei rimorchi, ma da lì sopra ti passavano davanti al naso proprio i testoni di cartapesta che si muovevano, e le persone mascherate sopra i carri, che quasi potevi toccarle. Gianni aveva sempre una fifa boia, ma per non essere preso in giro doveva far finta di essere contento ed eccitato come i suoi cugini. Tutti aspettavano l’ultimo carro, quello di De Maria, perché era sempre il più bello, e facevano delle scommesse su quale sarebbe stato il tema di quell’anno, e se il carro di De Maria sarebbe stato ancora più spettacolare di quello dell’anno prima. Una volta, proprio quando stava per arrivare il carro di De Maria, Gianni aveva cercato di sgattaiolare via in casa senza farsi vedere, ma il papà lo aveva preso in braccio e lo aveva sporto un po’ dal balcone perché vedesse meglio. Il carro di De Maria quell’anno rappresentava una specie di tempio a piramide con un contorno di uomini rettile o uccello con tante ali, piume, e squame di colore argento e verde-azzurro. Riflettendoci, tanti anni dopo, Gianni aveva pensato che De Maria era probabilmente il nome della ditta che sponsorizzava il carro. Per lui però De Maria era l’uomo mascherato in cima alla piramide, più in alto di tutti, che era forse il dio che gli altri uomini uccello inginocchiati più in basso dovevano adorare. Aveva un copricapo di piume a raggiera, molto grande a cui era attaccata una maschera a becco che gli partiva da sopra la fronte; la faccia invece non si vedeva perché lui se ne stava chiuso come in un bozzolo dentro un mantello argentato. L’ultimo gradino della piramide arrivava più o meno all’altezza del terrazzino delle zie, per cui, quando il carro era passato lì davanti, potevano averlo sì e no a tre metri di distanza. Il papà allora aveva fatto una cosa che Gianni odiava: gli aveva preso la manina all’altezza del polso e aveva cominciato ad agitarla per salutare. Proprio in quel momento l’uomo uccello si era girato aprendo di colpo le ali verdi e argentate, e aveva alzato la testa, così che sotto quel becco arcuato che gli scendeva dalla fronte come un cappello erano apparsi due grandi occhi tondi, fatti di squame e lustrini attorno agli occhi veri. Per un attimo, da quegli occhi che stavano sotto il becco, invece che sopra, De Maria aveva fissato Gianni con una strana espressione indecifrabile, proprio come quella di un uccello o un serpente, poi si era girato verso l’altro lato della strada e il carro aveva proseguito oltre. Gianni quella volta non si era messo a piangere, non voleva essere preso in giro dai suoi cugini, e soprattutto non voleva che il papà gli dicesse ancora che era un fifone. Però da allora erano cominciati gli incubi, e la difficoltà ad addormentarsi che si era portato dietro anche da grande. In realtà, quello che a Gianni faceva paura, e tante volte non lo faceva dormire, non erano i travestimenti, o le maschere da mostro che gli apparivano non appena chiudeva gli occhi, ma la creatura invisibile che si nascondeva dietro, e che, non avendo altro nome, nella sua mente di bambino aveva chiamato De Maria. Ad aggravare il problema c’era anche la preghierina che le suore gli avevano insegnato e che doveva dire tutte le sere prima di dormire: “Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l’anima mia”. Ora, lui lo sapeva benissimo che Maria è la mamma di Gesù, ed è buonissima, anche più di Babbo Natale. Non c’entrava niente con De Maria, e a lei poteva donare qualsiasi cosa in tutta tranquillità. Poteva anche donarle l’anima, che tanto lui non ne aveva mai avuto proprio bisogno, ma non riusciva a credere che una persona buona come lei volesse veramente in dono il suo cuore, come la strega cattiva di Biancaneve. Così, al solo pensiero del suono di quelle parole, Gesùgiuseppemaria, si immaginava una figura tutta coperta da un manto azzurro, con il Bambino in braccio e Giuseppe vicino, e il viso nascosto chinato verso il basso. Poi, nella sua immaginazione ad un certo punto da sotto il manto vedeva sporgersi una mano ossuta con degli artigli gialli. Era naturalmente De Maria che voleva strappargli il cuore, e né Giuseppe, che era vecchio e non era nemmeno un vero papà, né Gesù, che era appena nato e non aveva ancora i superpoteri, potevano fare niente per fermarlo. Alla fine capiva che quella mano voleva anche la sua anima, e, per un motivo che non riusciva veramente a spiegarsi, gli sembrava che farsela portare via sarebbe stato ancora più terribile che farsi strappare il cuore. Per fortuna essere bambini è una condizione infelice da cui prima o poi si guarisce. Finalmente Gianni era diventato grande, gli incubi erano passati, e così anche molte delle sue paure. L’insonnia però era rimasta, e la sera, quando spegneva la luce, poteva restare sveglio anche tre o quattro ore. Le sue preoccupazioni erano diventate molto più concrete come lo sono quelle degli adulti: i soldi che non bastavano mai, l’incarico di prestigio dato al collega meno qualificato di lui, cose così. Però, ogni tanto, quasi inavvertita, riaffiorava la sensazione che De Maria fosse tornato a cercarlo, e che lo stesse fissando da dietro qualche nuova maschera. Bastava un particolare qualsiasi, un’immagine su un manifesto, o un mendicante con la barba lunga, e quell’idea faceva ancora capolino in un angolo remoto della sua mente. Una sera (si era trasferito a Firenze da alcuni anni, per un incarico universitario, ma questo episodio avvenne in una città straniera, durante una trasferta di lavoro) era andato al cinema da solo per vedere il film Batman. Ebbene, quella notte in albergo, e per alcune notti successive aveva dovuto tenere accesa la lampada sul comodino per paura di vedere sbucare dal buio la faccia sghignazzante di Jack Nicholson, truccata da Joker. Poi, circa due anni fa, a Gianni è successa una cosa. Non bella, all’apparenza. Per raggiungere il suo appartamento, un po’ lontano dal centro di Firenze, dopo l’ultima fermata dell’autobus si deve percorrere un tratto a piedi, per una strada mal illuminata. Era fine novembre, e rientrando a casa piuttosto tardi, si era fermato ad uno sportello bancomat per ritirare del contante. La macchina aveva appena iniziato ad emettere quel ronzio che precede l’espulsione delle banconote quando Gianni si era reso conto di una presenza alle sue spalle. Aveva girato un po’ la testa, e si era trovato di fronte il ghigno di un volto mostruosamente deformato, quasi cancellato da una velatura opaca. Da un lato di quella testa rosea senza orecchie pendeva un’appendice color carne, che si adagiava molle sul bavero dell’impermeabile. La mano destra, affondata nella tasca, spingeva verso il fianco di Gianni un oggetto rigido, forse un coltello o una pistola; l’altra mano, coperta da un guanto di cuoio, era girata con il palmo rivolto verso l’alto. Gianni, senza saperlo veramente, aspettava quell’incontro da quasi cinquant’anni. La maschera che De Maria aveva scelto per la resa dei conti non sembrava avere una bocca, e difatti non disse una parola: il suo gesto era di per sé abbastanza eloquente. Gianni prese le poche banconote e mentre le depositava con cautela sulla mano guantata, si sentì colpire violentemente all’altezza delle costole da qualcosa di metallico e duro: una sorta di pugno di ferro che corazzava l’altra mano del rapinatore. Sentì un dolore lancinante che quasi gli fece perdere i sensi, e, accasciandosi a terra, si attaccò istintivamente alla parte terminale della calza di nylon che travisava il volto del suo aggressore. Con un movimento fluido che gli parve avvenire in silenzio, al rallentatore, il velo della calza si alzò, e partire dal mento sulla bocca, il naso, fino a scoprire due occhi acquosi, spaventati e persi come quelli di un coniglio braccato. Una volta esposto alla luce, il volto nascosto che lo aveva perseguitato fin dai tempi dell’asilo parve a Gianni del tutto banale. Non assomigliava per nulla a Jack Nicholson, e non aveva niente di diabolico. Era il viso di un uomo della sua età, forse sconfitto dalla vita, in tutto simile a quello di tanti colleghi che trascinavano per i corridoi della facoltà il peso delle loro ambizioni appassite. Quando Gianni fu a terra, il rapinatore gli diede ancora un calcio nelle costole, ma senza convinzione, come per dovere professionale, poi fuggì via. Forse fu merito dell’anestetico, ma quella notte sul lettino del pronto soccorso per la prima volta dai tempi dell’asilo Gianni si addormentò di colpo, e dormì proprio come dovrebbero dormire i bambini: senza sogni e senza dolore.
|
Webmaster Prof. Massimiliano Badiali Copyright 2006-2009 All rights reserved