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MASSIMILIANO MALAVOLTA
Massimiliano Malavolta è di Scandicci (Firenze).
- PENSIONE ELIDE
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- La saletta ricevimento
della pensione rassomigliava ad uno di quei saloon che ogni tanto
appaiono in vecchi film western, solo molto più piccola, tinteggiata con
colori caldi ed illuminata dalla luce soffusa di due piccole lampade a
petrolio che sembravano uscite da un negozio antiquario. La
proprietaria, una donna corpulenta e dal seno prosperoso non si
scompose molto vedendomi entrare; il suo viso, incorniciato da una folta
chioma che le ricadeva sulle spalle con vivaci boccoli neri, tradiva
forse più anni di quelli effettivi. Soltanto il gatto, uno splendido
persiano, parve far caso al mio ingresso drizzandosi veloce e
sospettoso.
- “Sono subito da
lei” mi disse, intenta a dare disposizioni ad un giovane. Alle loro
spalle, sopra al bancone, troneggiava il ritratto di una bambina avvolta
in un vestitino bianco crema, le mani raccolte dietro la schiena lo
appiattivano sul corpo mettendo in risalto la sua conformazione alquanto
esile. Lo sguardo rivolto in basso, le conferiva un aria malinconica ed
assorta. Sullo sfondo campeggiava l’ insegna ‘Pensione Elide’.
- Congedato che ebbe
il fattorino le chiesi se fosse stata disponibile una camera per passare
la notte “Ripartirò per Roma domani mattina presto” . Accettai
volentieri una matrimoniale. Con un sorriso imbarazzato mi chiese un
documento e presa la chiave della stanza mi fece strada lungo due rampe
di scale.
- “La colazione
signor Baldini, dalle sette e trenta alle otto e trenta” fece mentre era
in procinto di tornare da basso.
- “La ringrazio
Elide, sarò puntuale” risposi con aria da scolaretto diligente. Lei
proruppe in una risata sincera. Non si chiamava Elide ma Aurora, quello
era il nome della madre, che molti anni prima aveva aperto l’attività
col marito.
- Riposi il mio
trolley vicino alla porta del bagno. Mi invase subito un senso di
oppressione acuito dall’odore stantio che pervadeva la stanza. Dalla
trave centrale del soffitto una sola lampadina offriva una debole
illuminazione ma le profonde crepe che ornavano le pareti ormai
ingiallite dal tempo ne risultavano quasi messe in risalto. Aprii una
delle due ante di un logoro e polveroso armadio. Fin da bambino era
sempre stata la prima cosa che facevo entrando in una camera che non
fosse la mia… un misto di paura e curiosità infantile ancora mi assaliva
all’idea di quello che avrei potuto trovarvi all’interno. Perquisii
anche i cassetti che cigolanti e gracchianti non rivelarono alcunché e
dopo una breve ricognizione nel bagno mi affrettai ad aprire la finestra
nascosta da tende di un osceno color porpora e nella fretta urtai uno
sgabello. Tastai la tasca della giacca nella quale tenevo il mio spray
pensando che ne avrei sicuramente avuto bisogno durante la notte e
subito sentii l’aria fresca e carica di umidità inondare la stanza.
Chiusi gli occhi ed inspirai lentamente a pieni polmoni.
- Una porzione del
lago era visibile ma le sue acque erano nascoste sotto una uniforme
coperta di nebbia. Fiochi bagliori di stelle potevo intravedere nel
buio. Mi sedetti sullo sgabello. ‘Cosa ci facevo io in quella stanza
fatiscente? In un luogo che non conoscevo e di cui non mi interessava un
accidente?’ Sarei potuto arrivare a Roma la sera stessa e quella che
poco prima mi era sembrata un idea ragionevole ora mi appariva come un
colossale errore. Il senso di oppressione al petto si stava facendo
sempre più forte e nonostante la fredda serata autunnale sentivo tutte
le mie membra ribollire. Mi sporsi di nuovo dalla finestra per cercare
refrigerio ma il mio respiro si era fatto affannoso! Volevo scappare,
fuggire da quel luogo. Avrei potuto ridiscendere le due rampe di scale,
dire alla signora Aurora che una improvvisa telefonata sul mio cellulare
mi richiamava a Roma per l’indomani mattina, che non avrei potuto
pernottare come previsto. Al diavolo i trenta euro, avrei mangiato
qualcosa e subito sarei partito. Guardai l’orologio. Era ora di cena.
Rimandai la decisione a più tardi. Non volevo rimanere un minuto ancora
dentro quella camera.
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- La sala era
spaziosa e circondata da ampie vetrate. Se fosse stato giorno avrei
sicuramente potuto ammirare una splendida veduta del lago. Il ristorante
era pressoché vuoto ed i pochi commensali, con tutta probabilità gente
del luogo, mi scrutarono con insistenza mentre prendevo posto al mio
tavolo. Erano sguardi pungenti. Generalmente non amavo mangiare da solo
ma in quella occasione trovai la cosa rilassante, dovevo pensare,
riflettere, ricomporre quella ultima mezz’ora e convincermi a restare.
Indugiai sugli ottimi tortelli per qualche secondo, lo stomaco mi si era
chiuso, ma col passare dei minuti, quasi a suggellare una ritrovata
calma, mi vidi traghettato in una rabbiosa voracità. La cameriera, una
giovane dell’est decisamente affascinante, con un viso spigoloso e duro,
mi portò il secondo piatto di tortelli. Il consiglio che mi aveva dato
era stato quanto mai gradito, con ripieno di patate li sentivo
sciogliersi in bocca deliziato da un gustoso sugo di cinghiale.
- “Vedo che le sono
piaciuti” mi disse. Veniva da Bucarest, come tante, ma non avrebbe fatto
quel lavoro tutta la vita. In Romania si era laureata in sociologia e
frequentava dei corsi, le sarebbe interessato poter lavorare nel
sociale. La guardavo, leggera ed annoiata, passare da un tavolo all’
altro ma in quelle poche parole che ci eravamo scambiati avevo letto
determinazione e soprattutto voglia di riscatto.
- Vidi entrare Aurora
col suo passo deciso, si rivolse alla cameriera con fare amichevole. Mi
salutò con un sorriso come se non ci vedessimo da tempo “Buon appetito
signor Baldini”. Ricambiai con un cenno. Prese la pizza che aveva
ordinato e sparì. Mi tornò in mente il quadro affisso all’ingresso della
pensione. La ragazzina. Quel vestitino bianco. Mi richiamavano a
qualcosa che non avevo ben chiaro, poi come un lampo, un ricordo
lontano, sepolto dal tempo. Un’estate a Lido di Ostia con gli zii e mia
cugina Eleonora, le rovine di Ostia Antica, mia cugina che indossa un
vestitino simile. Bevvi un sorso di chianti, mi girava la testa. Mi
affrettai a finire la cena e tornai verso la pensione, convinto oramai a
restare per la notte.
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- “Mangiato bene
signor Baldini?”
- “Benissimo Aurora
quei tortelli di patate erano deliziosi”
- “Non li aveva mai
assaggiati?”
- “Francamente mai.
Ho seguito il consiglio della cameriera ed ho colmato questa
imperdonabile lacuna!”
- “Lo credo bene!
Ylenia non poteva darle miglior suggerimento e del resto voi romani
siete amanti dei primi piatti. Ylenia è tanto una cara ragazza, per me
come una figlia, le auguro tutto il bene di questo mondo”
- Continuava a pulire
il bancone, a svuotare i posacenere, a riordinare. I contorni
dell’ambiente erano cambiati e tutto mi sembrava caldo, accogliente e
rassicurante. Ad eccezione di quel ritratto, ma cercai di non farci caso
di non posarvi gli occhi sopra anche se era più forte di me. Mi sentivo
stanco e questo mi faceva sperare in un sonno profondo cosa che spesso
mi riusciva difficile quando non ero dentro al mio letto. Nei cinque
giorni precedenti, comunque, avevo dormito benissimo.
- “La prego si sieda.
Le faccio un caffè, signor Baldini”
- “Grazie Aurora, ma
la prego mi chiami Jacopo”
- Non avevo fretta
di salire nella mia stanza. Volevo aspettare ancora un po’. Trovavo
Aurora genuina, cosa rara di questi tempi. Per cinque giorni avevo
parlato solo con potenziali clienti assumendo un atteggiamento
impostato, come ho sempre visto nei rappresentanti, negli addetti
commerciali, negli agenti di viaggio, stretta di mano forte e sguardo
diretto. Non era stata una brutta esperienza alla fine. Prima di partire
ero molto preoccupato. Sono abituato a lavorare solo e davanti ad un
computer ma me la ero cavata più che bene. Del resto conoscevo bene ciò
di cui parlavo, molti dei prototipi che avevamo esposti ero stato io a
disegnarli.
- “E’ in viaggio per
lavoro, signor Jacopo?” mi disse sedendosi e porgendomi una della
tazzine.
- Le spiegai di cosa
mi occupavo, brevemente. Mi ascoltò interessata ma dovette cogliere una
mia fuggevole occhiata oltre il bancone perché si girò come ad osservare
l’oggetto delle mie attenzioni. Fui tentato, nonostante tutto, di
chiederle chi fosse la bambina ritratta ma Aurora, quasi leggendomi nel
pensiero, mi anticipò.
- “Le piace?” fece
“Quella è mia nipote. La vedo di rado perché mia sorella ha sposato un
francese. Vivono a Parigi, pensi!” Le brillarono gli occhi, di un verde
intenso, mentre gesticolando animatamente mi raccontava. Mi disposi ad
un deciso faccia a faccia col ritratto. “Lo dipinse il mio povero marito
diversi anni addietro ed è il ricordo più caro che ho di lui. Serena
oramai sarà una donna fatta. Mi lasci pensare…all’epoca aveva…sì undici
anni.” Mi parlò del marito. Si erano conosciuti all’isola d’Elba.
- “Sapesse. Signor
Baldini, Jacopo! Che carattere che aveva il mio povero marito! Dicono di
noi ma gli elbani sì che sono musoni”. Si toccò la fede. “Ma era tanto
un brav’uomo! Dipingeva sempre, almeno quando non era impegnato col
ristorante”.
- “Anche quei quadri
che ho visto salendo sono di suo marito?”
- “Certo, dipingeva
solo paesaggi della sua isola, poi, che cosa vuole, non aveva mica
girato tanto. Però per mia nipote fece un eccezione, le voleva un gran
bene”. Una smorfia di dolore le si dipinse sul volto. “Un male
improvviso, signor Jacopo, e in men che non si dica mi sono ritrovata
sola”.
- Rividi davanti ai
miei occhi il volto di Eleonora, l’ultima volta che ci eravamo visti.
- Indossava un
giubbotto tipo motociclista, i capelli raccolti facevano risaltare il
suo viso smunto e pallido, tenere rughe si affacciavano sui suoi occhi
nervosi e guardinghi ma ancora profondi e seducenti. Il suo alito sapeva
di alcool.
- “Sono venuta a
consolare il mio povero cuginone…!” disse, ma tradiva imbarazzo.
- L’ultima volta ci
eravamo visti in occasione del mio matrimonio. Le versai da bere e
parlammo della mia situazione.
- “Sei troppo buono, Filippo. Non era la donna adatta a te!”.
- In effetti con Clara era stata una cosa improvvisa; forse
l’inesperienza, la giovane età, l’infatuazione…….dopo neanche tre mesi
eravamo sposati. Le sue attenzioni erano per me qualcosa di nuovo ed
eccitante ma poco tempo occorse prima che mi rendessi conto che il
nostro matrimonio era stato un grossolano errore.
- Tuttavia rimasi male. Lo disse come fosse stata la cosa più ovvia
di questo mondo. Le risposi con astio, con una cattiveria che lei non
meritava.
- “Parli tu che non
sei ancora riuscita a trovarti uno straccio d’uomo”. Mi pentii subito.
La abbracciai forte. Era una donna randagia, emotivamente randagia e
molto vulnerabile. La vedevo debole, incapace di gestire la sua vita, ma
bella, bella da morire. Mi confidò che aveva intenzione di partire,
voleva andare in Africa magari al seguito di qualche comunità religiosa
ma anche di voler riprendere gli studi universitari ed altro ancora; un
fiume di idee che come fuochi d’artificio le esplodevano in testa.
Durante la cena ripensammo, emozionati, alla nostra giovinezza, le
vacanze al mare, le scappatelle all’insaputa dei nostri genitori, il
furto in un supermercato di ben tre confezioni di gomme da masticare.
Pian piano si sciolse e forse fu sul punto di chiedere aiuto.
- Provai, ricordo,
una forte attrazione nei suoi confronti, una attrazione fisica, tanto
che nei giorni seguenti ripensai a lei continuamente, la desideravo con
tutto me stesso, ma non ebbi la determinazione a chiamarla. Invero un
uomo Eleonora lo frequentava ma per quanto ne sapevo era sposato. Mi
giurò che era una storia chiusa e sepolta ma poco dopo si tradì.
- Rollammo una canna.
Per la verità non avevo più fumato erba dai tempi del liceo, non capivo
che gusto ci fosse, ma a lei piaceva, la rilassava, disse, e poi le
faceva tornare l’appetito. Non la smisi più di ridere e lei rise di me
che ridevo.
- Quando Eleonora
morì mi trovavo in Francia. Ho sempre pensato che tagliarsi le vene
fosse stato il suo ultimo disperato grido d’aiuto. Mi precipitai a Roma
per il funerale. La madre di Eleonora era morta anni prima. Dopo la
tragedia mia madre si riavvicinò a suo fratello ma mai completamente. Mi
sentivo come anestetizzato, incredulo di fronte ad un gesto così estremo
e di cui solo col tempo presi piena consapevolezza, come se il diluirne
il dolore mi avesse aiutato a sopportarlo. Così Emanuela risolse la sua
colpa o quella che credeva tale, lasciando me, solo, a decifrarne il
senso.
- Entrò Ylenia, aveva
finito il turno ed era passata a salutare. Si era fatto tardi e colsi
l’occasione per congedarmi. Salendo le vecchie scale della pensione ebbi
come l’impressione di essere osservato. Mi sdraiai sul letto, ancora
vestito e socchiusi gli occhi.
- Erano le ferie
d’Agosto a Lido di Ostia, quella settimana che quasi tutti gli anni
passavo con gli zii. Io e la mia cuginetta facevamo coppia fissa, lunghe
girate in bicicletta, racchette da spiaggia e bagni di ore tanto che le
nostre mani sembravano, una volta fuori dall’acqua, quelle di un ultra
centenario. Erano momenti di grande spensieratezza e libertà . A Roma
era impossibile godere degli stessi privilegi. La sera ci recavamo in
sala giochi a sperperare le nostre paghette. In città ci vedevamo
raramente quasi sempre a casa dei nonni e col passare degli anni le
occasioni si fecero sempre meno frequenti ma, nonostante avessimo preso
strade radicalmente diverse, rimase tra di noi un legame molto forte.
Eleonora era una ragazzina piena di vita e di energia. Mia madre la
chiamava ‘il maschiaccio’ ma conservava un candore tutto femminile. Il
suo volto continuava girarmi in testa e mi resi conto di non riuscire a
prender sonno. Sentivo l’affanno salirmi in gola. Cercai nel buio lo
spray che provvidenzialmente avevo messo sul comodino ma continuavo a
pensare a lei. Decisi di scendere per una boccata d’aria fresca. Mi
ritrovai nel corridoio malamente illuminato da deboli abayour fissate
alle pareti e che dovetti percorrere mano al muro fino alle scale.
Sentii il primo gradino sotto di me, afferrai lo scorrimano e lo
scricchiolare del legno sotto i miei piedi mi accompagnò, lentamente,
fino in fondo. Mi ritrovai davanti alla porta d’entrata e feci per
aprirla. Insistetti più e più volte ma la porta sembrava serrata. Era
tutto intorno buio, non riuscivo a scorgere luci neanche in strada.
Continuai ad insistere sempre più violentemente accanendomi su quella
maniglia che non voleva cedere. Dovevo uscire. Avrei voluto gridare.
Sentivo il cuore battere sempre più nervosamente e sudori freddi colarmi
lungo la fronte. Provai ad indietreggiare ma la mano non si staccava
dalla porta, nonostante i miei sforzi sembrava diventata un tutt’uno con
la maniglia. Mi girai come per chiedere aiuto e rimasi impietrito. Il
sangue smise di scorrermi addosso. Sentivo il gelo prendere possesso di
tutto il mio corpo. Era il quadro, ancora quel quadro. Qualcosa era
cambiato ma mi occorse qualche secondo per mettere bene a fuoco. Era
l’immagine ad essere mutata. C’era qualcosa di diverso nel vestito. Era
strappato, all’altezza della spalla. Gli occhi di quella bambina ora mi
stavano fissando. Erano scuri, profondi ed umidi, quasi imploranti. Mi
girai e insistetti ancora più febbrilmente nell’aprire la porta, urlai
con tutto il fiato che avevo in gola. Mi sentivo in trappola. Ebbi una
violenta fitta al petto, non riuscivo più a respirare, stavo morendo, ne
ero sicuro, stavo morendo……
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- Mi svegliai di
soprassalto, madido di sudore, ebbi per un attimo la sensazione di non
riuscire a prendere aria poi come un apneista che finalmente riesca a
trovare l’ossigeno agognato, inspirai a pieni polmoni e lentamente
riappoggiai la testa sul cuscino.
- Sì! Ora sì. Ora mi
era tutto chiaro, come per incanto. Il tassello che mancava si era
composto affiorando alla memoria da molto lontano. Era un particolare,
un dettaglio, qualcosa di non visto che riemergeva in tutta la sua
crudeltà dopo un viaggio durato anni.
- Com’era felice con
quel suo copricostume bianco che la zia le aveva comperato da uno dei
tanti ambulanti che sfilavano lungo la spiaggia. Si mirava assumendo
movenze che aveva visto negli adulti. La sua femminilità stava
sbocciando come un fiume in piena.
- Uscimmo nelle prime
ore del pomeriggio. Gli zii erano rimasti a casa e sarebbero arrivati in
spiaggia passata la calura. Le nostre biciclette ardevano sotto il sole.
Ci trovammo, come spesso accadeva, a girare entro le rovine di Ostia
Antica. Per noi erano quasi un rifugio. Il tempo era immobile là, in
mezzo alla storia. Forse si era fatto tardi ed un padre troppo premuroso
ci si fece innanzi. Era tranquillo mio zio. Giocammo tutti assieme, a
‘nascondersi ‘ come disse lo zio. Litigavamo sempre in quel gioco.
Quando la scoprivo esclamava elettrizzata ‘ non vale, non vale ‘ , per
poi scattare improvvisa e battermi sul tempo.
- Li intravidi tutti
e due dietro ad un anfratto. Sembrava che mio zio coprisse Eleonora col
suo corpo, quasi a nasconderla alla vista del mondo. Fu un attimo, un
lampo. Lui si girò di scatto e con un gesto veloce ricompose una delle
spalline del vestitino di Eleonora. Lei era ferma, immobile e gelida
come una statua di marmo. Si destò improvvisamente e scappo via.
- Rideva lo zio
perché quella bambina non sapeva perdere, “proprio come sua madre”, mi
disse, mentre pedalavamo verso casa. Lei ci seguì a qualche metro
distanza ed io non le chiesi mai perché fosse scappata.
- Si era fatta
l’alba.
- Un gabbiano, fino
ad un attimo prima acquattato, spiccò il volo, prima radente l’acqua,
poi su su , con un gran battito d’ali. Quando fu alto queste si
fermarono. Descrisse due ampi cerchi e sparì lontano oltre la riva del
lago.
- Più tardi, frutto
sicuramente della mia immaginazione, sembrò dipingersi, sul volto della
bambina ritratta, un sorriso. Mi sentii sollevato al cospetto di questo
nuovo giorno, in quel di Latera, sul lago del Bilancino, nella calda ed
accogliente pensione Elide.
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