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IL
LABIRINTISMO NARRATIVO
MARIO BORGHI
"Anche
se ci illudiamo, alla fine siamo sempre prigionieri del
labirinto, dal quale non usciremo mai, almeno in questa
vita.
Scrivo solo ciò che percepisco nel mio labirinto"
(Mario Borghi).
Mario Borghi nasce a Sanremo (IM)
il 19 luglio 1964, residente as Ozieri (SS).
Imprenditore.
IL SALONE DEGLI SPECCHI
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Non ci sono finestre nel
salone.
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Contro le pareti,
tremolanti luci artificialmente soffuse, risaltano
indistinguibili profili ed inquietanti ombre in
lento e perenne movimento.
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- Nell'aria un leggero
profumo: droga sublime, assenzio che rapisce, che
imprigiona, che fa impazzire, che logora la mente,
che eccita i corpi.
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Quanta gente entra ed
esce dal salone infernale, dove si godono pazze
allucinazioni! Tutti felici, anche chi è conscio
dell'ineluttabile male che subirà.
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In quel salone abita
l'amore mentale.
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Quello fisico, da solo,
non è apprezzato: troppo misero ed inutile; non
appaga, non serve a nulla.
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Silenziose figure senza
tempo si aggirano - chi frettolosamente, chi
noncurante, chi con invitante e sfacciata aria di
sfida - tra i centomila specchi, grandi e piccoli,
di ogni dimensione, sparsi per il salone, disposti
secondo astratte geometrie ovunque: per terra, sui
muri, sui soffitti, sulle porte; tra quelle arcate
inquietanti vetri e frammenti irregolari di specchi
segnano gli itinerari degli ospiti, luminosi e
perversi.
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E' il labirinto proibito,
dal quale non si può uscire indenni.
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Le immagini virtuali dei
visitatori passano contemporaneamente sulla miriade
di specchi, poliedriche espansioni della realtà,
riflettendo nebbiose situazioni di lontane figure ad
altrettanti silenziosi e frementi voyeurs.
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Si può godere
segretamente e pazzamente osservando chi passeggia,
scoprirne i vizi, senza sapere da dove provenga la
sua immagine e senza temere di essere rimproverato;
ci si può mostrare liberamente, spiare le altrui
debolezze, ma la reale posizione di chi osserva è
segreta e virtuale, come quella di chi si mostra,
persa in quella realtà speculare capovolta una
doppia infinità di volte.
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Le immagini riflettono e
rifrangono mille volte, prima di arrivare alle menti
degli osservatori. Si possono osservare i mondi
segreti di altre dimensioni e dare libero sfogo ad
ogni desiderio, anche a quello più inconfessabile,
più indecente, più volgare: troverai sicuramente chi
ti ammirerà e ti ricercherà.
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Tutti sono felici di
potersi mostrare agli infiniti spettatori, dei quali
non si potrà mai identificare la reale posizione, né
il reale numero.
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Tutti felici di poter
ricambiare con lo spettacolo del loro intimo,
protetti dal segreto disegno degli infiniti
specchi, che rimandano ai nostri occhi mondi
inquieti.
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L'osceno, l'immondo ed
il volgare, solo con ricercata e pulita
raffinatezza.
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Chi tenta di
rintracciare qualcuna delle figure che si aggirano
tra gli specchi potrebbe essere ucciso, ancor più se
si tenta di rintracciarle al di fuori di quel tempio
labirintico.
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Anch'io oggi passeggio
tra gli specchi ed osservo. Godo di infinite
visioni, di pazzeschi universi.
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Solitario provoco e
risveglio gli istinti più bassi di chi mi circonda.
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Ma mi annoio.
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All'improvviso appari.
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Ti vedo, mi sorridi ma
non ti guardo. Chissà dove sei e a quanti,
contemporaneamente, starai sorridendo, nel
caleidoscopico labirinto speculare.
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Riappari, ti vedo, mi
sorridi. Ricambio con una volgarità.
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Non desisti, non
resisti. Ma dove sei? Quante volte la tua immagine è
riflessa prima di arrivare ai miei occhi?
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Stai veramente guardando
me?
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Ed io Te?
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O per buffa legge fisica
le nostre immagini rimbalzano su infinite superfici
fino a riverberare in altri occhi?
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Ti fuggo, mi è bastato
spiarti una sola volta, sei la perfezione, mi
attanagli, mi togli il respiro, ti voglio.
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Non mi concedo oltre, ma
tu mi insegui ed appari continuamente negli specchi
che io osservo e mi inviti a liberarmi dei miei
segreti, lo ammetti e lo dimostri in ogni modo: MI
AMI.
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Non mi fido,
probabilmente stiamo comunicando con altre persone,
vittime delle intercettazioni abusive e permesse nel
salone.
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No, ecco, ci stiamo
vedendo di nuovo. Tu ti avvicini e mi rendo conto
che tra noi ci sono sempre meno specchi, ci vediamo
sempre più grandi, più aperti, più nitidi, mi
convinci sempre più stai pronunciando il mio nome.
Ti esibisci solo per me.
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Molte creature inquiete
tentano di intromettersi tra i nostri specchi
abbandonàti, ma oramai non c'è più spazio per loro,
non li guardiamo più, rapiti dalle note di un
lontano violino, lentamente viaggiamo nel tempo e
nella luce, attraverso il paradiso di quegli
infiniti specchi.
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Continuiamo, tra i
sorrisi ed i cenni d'intesa, ad avvicinarci, siamo
sempre più vicini ed ascoltiamo la struggente
melodia dell'arpa degli dei.
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Dove sei? Tutto si
accende, inebrianti note escono da magici strumenti
e danzatrici egiziane muovono soavi passi tra gli
insostenibili profumi dei loro corpi.
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Mi riempio di te, del
tuo sorriso, della tua luce e dei tuoi occhi. Io
sono arrivato, non ho più specchi davanti a me, non
guardo più nessuno, sono pronto. Tremendi orgasmi mi
stanno squassando la mente, non ho più alcun
ritegno, solo per te.
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Anche tu ci sei, siamo
sempre più vicini, mostri la tua persona. Non ci
sono più specchi tra di noi, ma non possiamo ancora
abbracciarci, non è dato neppure pensarlo.
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Una luce color cobalto
ti avvolge, radiosa immagine mi ipnotizzi ed io,
rapito dall'estasi, sono felice. L'orgasmo si è
oramai impadronito dei miei movimenti.
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Nessuno dei presenti sa
a chi sto sorridendo, qualcuno crede stia guardando
lui e ricambia. Qualcuno lancia sfacciati messaggi,
ma lascio perdere; il mio intimo si è schiuso in
tutta la sua magia, non ci sei che tu, nuda, solare,
perfetta creatura maledetta. Ti offri senza vergogna
e pudore, mi cerchi.
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Ci ripenso, non mi fido,
mi allontano, proseguo tra gli specchi. Osservo
altre figure meno attente a me. Lancio perversi
messaggi, sfogo la mia pazzia. Non ti voglio più,
vattene.
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Ma tu sei sempre
presente, sempre accanto a me. Sempre più vicino. Mi
hai convinto. Mi volto di nuovo verso di te, ci
sono. Sei proprio chi cercavo.
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Allungo la mano, ti
voglio accarezzare, lo so che è proibito, ma voglio
avere anche il tuo corpo, non resisto, devo
corrompere le nostre menti... ecco... ci sono,
quasi... sorridi... ti offri a me... porgi il tuo
corpo... scintillano i tuoi occhi... freme la mia
mente... ancora un istante e ci siamo.
L’infinitesimo da non sorpassare.
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Fulminea l'ombra, scura
e rapida la mano, veloce il proiettile che ti
raggiunge, sobbalzi, sei colpito al petto ma non
muori, non esce sangue, rimane la tua nuda presenza,
rimane il tuo volgare incedere...ma non muori.
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Un urlo silenzioso mi
trafigge la mente, mentre lo specchio va in
frantumi con la tua faccia sorridente ancora
impressa.
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Non eri tu, c'era ancora
uno specchio: l'ultimo, quello di cobalto.
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Il proiettile diretto a
te ha trafitto a morte me.
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Scompari dopo che il tuo
bestiale sorriso si è nuovamente moltiplicato
centomila volte in centomila frammenti; il tuo corpo
si è suddiviso in centomila porzioni, sotto lo
sguardo goloso dei presenti, che si muovono ciechi
per vedere e godere meglio, con i loro occhi e con
le loro menti malate, per assaporare almeno qualche
briciola del mio delirio.
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C'era ancora uno
specchio tra noi: il tuo. Da quello specchio
violentavi centomila persone con un solo sguardo ed
a tutte sorridevi, dal tuo mondo blu cobalto, a
tutte facevi cenno di avvicinarsi, a tutte chiedevi,
a tutte promettevi. Le hai tradite tutte e chissà
ora dove sono, mie compagne di sventura, distrutte
in qualche angolo del salone, distrutte meditando
progetti di morte o di vendetta. E' la maledizione
dello specchio.
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Il tuo vizio è il più
nefando, uccide lentamente e corrode l'esistenza di
chi ha la sfortuna di incontrarti.
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Fortunatamente hai
successo solo nel labirinto degli specchi: non sei
felice perchè non puoi scegliere, non conosci
l'equilibrio.
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Peggio per me, non
dovevo fermarmi, non dovevo fermarmi, non mi dovevo
svelare, non mi meritavi. Ma ho amato, a modo mio,
così come sono capace.
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Una parte di me è andata
in frantumi con lo specchio, ma ti amavo.
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E mentre nel delirio
della pazzia e del dolore esco di corsa dal salone
magnetico, ti vedo fuggevolmente in uno dei
frammenti caduti per terra. Sorridi. Fai cenno di
avvicinarmi. Ricominci la tua farsa meschina.
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Gli occhi si velano, la
vista e la mente si annebbiano. Mi sembra di vedere,
nascosta dietro un tendone, la danzatrice
egiziana, che sorride, accarezzando il suo
serpente.
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Ai suoi piedi, tra la
polvere di una clessidra in frantumi, ti vedo... non
mi importa.
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Tanto non piango.
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Tanto è una follia.
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...ma tutto ciò mi rende
terribilmente felice.
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E lo rifaccio.
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E rinasco.
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