ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

MARIA ANTONIETTA FREGNANI

 

Dello stesso autore

 POESIA   

Maria Antonietta Fregnani è nata a Forlì  nel 1954. Nel periodo tra il 2001 e il 2002, in un periodo di grandi cambiamenti per la mia vita, ha scritto una raccolta di poesie. 

 L’ABBANDONO


Guarda che siamo stati insieme ventiquattro anni. Quasi un quarto di secolo!
E già, quando ci siamo conosciuti ero una ragazzina. Ero bella? E me lo dici solo adesso. Anche tu non eri male.
Me lo hai ripetuto mille volte che per te l’aspetto non conta…
Ancora con questa fissa. Mi occupavo troppo del mio aspetto esteriore?
Ma se per anni, quasi mi sono dimenticata del mio corpo. Semplicemente me ne mancava il tempo. Andavo dal parrucchiere solo per tagliarmi i capelli, vale a dire una volta l’anno.
Ma dai, se mi truccavo pochissimo, giusto nelle occasioni importanti, anche perchè lo sai che ho sempre sofferto di allergie. Già, e per te ogni volta era troppo.
Mi passavo un poco di matita all’interno dell’occhio, tanto per esaltarne un po’ il colore chiaro e indefinito, poi un leggero strato d’ombretto sulle palpebre e qualche tocco di rimmel per allungare le ciglia. Qualche volta, invece del lucida labbra utilizzavo il rossetto. Tu ogni volta mi guardavi con aria schifata e poi mi dicevi: - Non vedi che così conciata sembri più vecchia? Stai tanto bene semplice, senza trucco. – dicevi proprio così: c o n c i a t a!
Io questa cosa degli uomini non l’ho mai capita. La propria compagna è sempre più bella acqua e sapone, però quando guardano le altre e fanno apprezzamenti, sono sempre donne truccate e tiratissime.
I vestiti per me non sono mai stati un problema, portavo moltissimo i jeans. E poi mi piaceva comprare al mercatino dell’usato o fare scambi con le amiche. Per fortuna, come diceva mia mamma quando ero ragazzina, anche uno straccetto mi stava bene.
E’ vero, per alcuni anni sono andata regolarmente in palestra una volta a settimana, tanto per non arrugginirmi completamente. Mi faceva stare bene. In quell’ora staccavo completamente la spina con il resto del mondo. Dimenticavo tutto: la famiglia, la casa e il lavoro. Mi concentravo sugli esercizi, sudavo, contavo, sudavo e ero contenta. Uscivo tutta accaldata e correvo fino a casa, mi sentivo leggera. Ti avevo chiesto tante volte di venire con me, ti avrebbe fatto bene.
Oggi non sembra assurdo anche a te? Ammettilo dai, era un desiderio legittimo e quasi dovevo giustificarmi utilizzando il mio problema fisico congenito, la sub lussazione all’anca, che non si vede ma c’è.
– Devo andare in palestra almeno una volta alla settimana, il dottore dice che devo tenere l’articolazione sempre in movimento e mantenere il tono muscolare. –
Era un problema reale, ma che bisogno c’era di giustificarmi, avrei dovuto dirti:
- Vado in palestra perché mi piace, perché ci tengo al mio corpo. Per mantenermi in forma. Per piacermi, per piacerti di più. Che male c’è? -
Tu mi dicevi sempre che per te il corpo non aveva nessuna importanza, che mi avresti amata anche se fossi diventata cento chili, brutta, vecchia e zoppa. Lo so, era e voleva essere un gran complimento, una grande dichiarazione d’amore, eppure a me non faceva piacere, anzi mi infastidiva. Volevo sentirmi riconosciuta nella mia femminilità, desiderata anche per il corpo, volevo sentirmi bella anche per te.
Ma come, se quando mi facevano un complimento tu ne eri infastidito. Mi accusavi di superficialità e esibizionismo, soprattutto negli ultimi anni. Qualche volta capitava che ti chiedessero, senza malizia: - E’ sua figlia? – Mi ricordo benissimo la tua reazione, mi mettevi il muso e poi, appena soli mi dicevi: - Lo vedi che non ti vesti in modo appropriato alla tua età! –
Esagerata! No, non esagero. D’accordo, allora forse ho un po’ esagerato. Ammetto che nell’ultimo anno ero un po’ sopra le righe in tutto. Conosco anche la tua teoria dello scompenso ormonale. Può darsi che il sistema endocrino fosse un abbastanza sfasato, ma non banalizzare. Chiedevo attenzione, certo, ma la tua di certo non l’avevo.
Certo è che se mi ripenso in quel periodo, mi rivedo e mi vien da sorridere, un po’ mi riconosco, un po’ no.
Avevo cercato di spiegarti come mi sentivo. Era come se improvvisamente mi fossi svegliata su di un piano inclinato, liscio liscio, senza nessun appiglio per rallentare l’inevitabile discesa, quello scivolare, lento e inesorabile. Ero affetta da una sorta di pletora compulsiva, come se avessi voluto risarcirmi di tutto ciò che non avevo e avrei potuto o dovuto fare in quei miei quarant’anni suonati, più verso i cinquanta. Tutto un po’ eccessivo. Solo il lavoro procedeva uguale, con impegno, ma uguale. L’ufficio non è la mia vita come invece era stata la scuola.
Per il resto tutto era un po’ sopra le righe, una lotta con il tempo e il senso di morte, ecco cos’era. Una minuziosa e pedante battaglia quotidiana con i minuti e le ore. Mi alzavo presto. Facevo ginnastica, flessioni, torsioni, allungamento, interno coscia, addominali, pettorali, glutei, tutto a gruppi di trenta. Poi di corsa, colazione, l’acqua alle piante, la lavatrice da fare o i panni da stendere.
Dopo un’attenta cura dei denti, mi ficcavo sotto la doccia, poi la crema sul corpo e un po’ di trucco. Mi vestivo, ogni giorno una mise diversa che sembrava dire: hei là, sono qui!
Mi costa non poco ammettere che a volte avevi ragione.
Poi, prima di uscire, una breve sosta davanti allo specchio, tanto per controllare se c’ero ancora. E via. A dire il vero, l’ordine giusto era un’altro, prima il caffè, perché lo sai che senza la mia dose di caffeina non connetto, tutto il resto a seguire. Più che un dettaglio era un rito.
Uscivo, inforcavo al volo la bici e pedalavo con fare energico per dieci minuti che moltiplicato per due fa venti, che venti minuti al giorno per cinque giorni su sette, forse non Ë male. Alle sette e trenta, sette e quaranta riuscivo a passare il badge nell’orologio. Poi tre piani di scale con passo sostenuto. Durante la mattinata, per lo spostamento da un piano all’altro, solo scale, no categorico all’ascensore. A pranzo solo un succo di frutta o un cappuccino, tanto ultimamente ingrasso solo a respirare. Poi verso le tre e mezza - quattro, altra pedalata, sotto il sole o sotto la piaggia, verso casa. Un saluto a voi, giusto il tempo di chiudere la porta e giù scivolavo fuori dai vestiti per infilarmi dentro le panta, anche se mi pare che a quell’ora nostro figlio non ci fosse quasi mai. Due volte la settimana ri-uscivo immediatamente per la pedalata supplementare lungo le mura, almeno cinque chilometri andare, cinque a tornare. In realtà il loro perimetro Ë di dieci, ma solo la metà sono praticamente privi di interruzioni.
Gli altri pomeriggi accendevo il computer e giù a scrivere il mio diario, a riscrivere, sviluppare appunti presi al volo durante la giornata sulla mia inseparabile agenda “pecora nera” o su pezzetti di carta, a seconda di dove mi trovavo quando si affacciavano un pensiero o un’idea. A volte rimanevo incollata alla tastiera fino a ora di cena. Riemergevo sentendo la tua voce piena di rimprovero: - Allora, non si cena questa sera? –
Dai ammettilo. Davi per scontato che toccasse a me occuparmene, avevamo per oltre vent’anni fatto lo stesso lavoro ma il tuo tempo valeva più del mio. In realtà t’infastidiva quel eccesso di energia, stavo cercando qualcosa con la passione del fare che tu avevi quasi perso.
Ma ormai non mollavo, via i sensi di colpa e spazio per me. Dedicavo meno tempo possibile alla casa e alla cucina. Solo il giardinaggio mi dava piacere, quasi quanto occuparmi del mio aspetto. Mi sentivo gratificata dal fatto che non dimostravo la mia età.
Certo, ero anche un tantino esagerata, jeans stracciati, magliette sexy.
Quando accompagnavo nostro figlio al mare, allora non aveva ancora l’auto, mi piaceva sentire i suoi amici dire: non ci presenti tua sorella? Che scema che ero, avevo scoperto a quarantacinque anni il piacere di civettare un pochino, gli ultimi fuochi prima del tramonto definitivo.
Dopo cena, qualche volta decidevo di uscire per incontrare un’amica. Ma tu non volevi mai uscire! Ti lasciavo apatico davanti al televisore e lÏ ti ritrovavo, quando pieno di rimproveri rispondevi muto al mio saluto.
Comunque più spesso la mia giornata tipo si concludeva in casa. Dopo cena ero impaziente di chiudermi in camera da letto a leggere e scrivere. Procedevo ad una sommaria pulizia della cucina, dovere al quale non avevo imparato a sottrarmi, e prima di ficcarmi sotto le lenzuola altra pausa in bagno, crema per il viso e altro rito, la pulizia dei denti: quindici movimenti in una direzione, quindici nell’altra, per ogni arcata dentale, e per finire l’idropulsore.
Lo so, lo so. Sul tema denti sei diventato sensibile. Ci hai sofferto molto anche se dicevi che non te ne fregava niente della protesi: - Curali bene tu che hai la fortuna di averli sani. Non fare come me che me ne sono fregato e li ho persi praticamente tutti. – mi parevi mia nonna con mia madre.
» vero, un po’ la genetica, ma il fumo? Avevo tentato in tutti i modi, per anni. Ti ho supplicato, minacciato, per sei mesi te le ho nascoste fino a quando le ho viste sbucare da ogni cassetto, ogni angolo dell’armadio o della dispensa. Non hai mai saputo e voluto rinunciare alle cattivi abitudini. Ti eri creato non pochi problemi alla bocca, anche se avevi continuato ad avere un buon sapore, salvo il retrogusto alla nicotina.
Il dentista ti aveva sempre detto che avevi delle radici poderose ma una facilità alla carie e alle tasche, che andavano ripulite periodicamente. A questo ci pensava il dentista, in senso stretto e in senso lato. Nonostante economicamente non navigassimo nel lusso, per anni ti avevo preso appuntamenti inutili con il dentista e l’igienista, ma tu avevi sempre altro da fare.
Poi Ë arrivato il momento di intervenire e non hai più potuto rimandare. Ricordo i tuoi appuntamenti con il dentista. Ogni volta, oltre al dolore tornavi a casa depresso. Ogni dente estratto era come se ti avessero strappato una radice profonda con la vita, un po’ del tuo futuro, e vacillavi, negativo con il mondo intero. Un fantasma d’ostilità si aggirava tra di noi.
Mi sentivi sfuggire, percepivi nuove distanze. Ormai fiutavi il pericolo, eppure la tenerezza che ho sempre desiderato ti sembrava ancora un gesto di debolezza. Alternavi periodi nei quali ti aprivi, mostravi più attenzioni per le mie richieste. Appena qualche nodo sembrava sciogliersi tagliavi il filo e nuovamente ricadevi nel tua presenza-assente, ti rintanavi nel tuo vuoto, fino al nuovo scossone. Avevi paura di perdermi, di ammettere che per te ero importante e così mi dicevi che ormai avevi acquisito un’autonomia affettiva. Che ti bastavi, che avresti vissuto bene anche solo.
Continuavo ad allontanarmi da te, non credevo più nella possibilità di cambiare le cose, insieme.
E poi il rancore, il mio, il tuo. Sai quanto è pericoloso, come un aguzzino al quale ci si affeziona.
Quando ho avuto l’incidente mi hai lasciata sola. Te ne ricordi? Per una volta nella vita che avevo la necessità che qualcuno agisse per me, il bisogno di lasciarmi andare, di sentirmi sostenuta, accudita e protetta, tu non c’eri.
No, lo dico, Ë la verità. La tua Ë vera fobia per la malattia. Scusa, no, mi dispiace ma non basta dire che non sopporti gli ospedali.
Se ricordi, alle visite specialistiche mi hanno accompagnata mia madre, a volte mia sorella, persino mio fratello. A Modena per il ricovero prima dell’intervento ci sono andata da sola, in treno.
A certo che, il giorno dell’intervento mi sei venuto a trovare. Ma durante la convalescenza, le visite di controllo?
Si, tante grazie, poi mi hai accompagnata quando mi hanno tolto i ferri.
Va beh, va beh, lasciamo perdere.
Si, Ë vero dopo l’incidente mi sono progressivamente allontanata. Non avevo più voglia di sopperire alle tue mancanze, ne avevo abbastanza delle mie. Avevo deciso. Non avrei più fatto file per i tuoi appuntamenti per visite mediche alle quali non ti saresti mai presentato. Non ti avrei più spinto a tenere contatti, non avrei fatto le telefonate che non ti piaceva fare, non sarei andata a trovare tua sorella al posto tuo… Avevo detto basta. O più autonomia e reciprocità o ognuno per sè.
Come puoi dire che me ne sono andata all’improvviso. Certo, un taglio è sempre un gesto violento. Quando uno dice: io me ne vado, Ë sempre improvviso. Ma erano quasi tre anni che discutevamo continuamente. Ho impiegato mesi per farti riconoscere il problema. Prima di iniziare la mia psicoterapia avevo pensato a noi, ti avevo proposto di fare terapia di coppia, avevo insistito.
Sì, quando me ne sono andata hai ammesso che forse era stato un errore non tentare, ma ricordo perfettamente anche le tue parole di allora: - Vacci tu se hai dei problemi. Io non ci credo, sono tutte menate per sfigati che non hanno strumenti. -
Io avrei tentato, figurati, avevo così bisogno di salvare il mio sogno di famiglia perfetta, almeno la nostra l’avrei voluta perfetta.
Ma non Ë vero, come puoi dire che mi sono arresa troppo facilmente. E’ ridicolo. Non penserai mica che per più di vent’anni tutto sia stato perfetto. Io sono tenace, non sono una che molla alla prima difficoltà.
Ho tentato, ci ho provato, poi ho iniziato il mio percorso e purtroppo mi sono trovata altrove.
Non si fa così? Non dovevo farlo così, dirlo in quel modo? Allora dimmi tu come si fa. Me lo sono chiesto più volte, allora e più tardi, quando il senso di colpa mi aveva agguantata come un morbo ripugnante, con la sua febbre e i suoi deliri. Non riuscivo a mangiare, non dormivo. Notti e notti senza il sollievo di qualche ora di sonno. Ero colpevole. Nei tuoi confronti, nei confronti di nostro figlio e del mondo intero. Desideravo sparire improvvisamente da questo pianeta, pur di non sentirmi causa della tua sofferenza.
Ancora oggi ci penso e non mi sono saputa dare una risposta. C’era un modo giusto?
A distanza di quasi cinque anni, da quando mi sono trasferita a Roma, quel piano è sempre più inclinato e le giornate sempre un po’ più brevi. Ormai l’unica ginnastica sono i settantaquattro gradini sempre più pesanti, a scendere e salire, calpestati due o tre volte al dì. Senza più rabbia, senza risentimento.
Indossi il tuo smoking da concerto.
Ora ti guardo, cerco di riconoscerti in questo tuo nuovo aspetto. Te ne stai chiuso lì dentro quel abito un tempo su misura. Sembra sgonfio, svuotato. Il corpo rigido e abbandonato. Le guance e le tempie incavate, il naso camuso ora sottile, affilato, la sua punta e le orecchie sembrano trasparenti, come di cera. Ho dato disposizione che non toccassero la tua espressione. Il tuo viso così, inclinato verso sinistra, quando mi guardavi, nella sedia accanto al letto. Ma tu non mi guardi più, i tuoi occhi belli, nascosti dietro le palpebre socchiuse sono come sprofondati lontano, dietro un vetro opaco.
Questa stanza Ë gelida, nonostante fuori sia praticamente estate. C’Ë una specie di non odore, un’aria asettica e vagamente artificiale, così che i profumi si percepiscono ancora più intensamente. Il bocciolo di rosa rossa che mia madre ti ha appoggiato sul petto, lo ha privato di tutte le spine per paura di ferirti. Il profumo della gomma lacca che lucida l’impugnatura della tua bacchetta da studio. Te la metto tra le mani, verticale, come quando salutavi il pubblico a fine concerto.

 

 

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