ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

MARCO SETTEMBRE

Marco Settembre (il7) è dottore in Sociologia cum laude e scrive regolarmente articoli su MArte Live Magazine, l’organo di informazione on-line del network culturale ed artistico Marte Live. E’ anche attivo come artista visuale: come pittore ha tenuto diverse mostre a Roma e in Umbria ottenendo alcuni riconoscimenti e risultando tra i vincitori del concorso comunale L’Arte a Roma. In contatto con un editore, è in attesa di pubblicazione.

"Il mio interesse per il tema del labirinto è legato alla fascinazione che sempre ha esercitato su di me il movimento surrealista. Le produzioni artistiche che tentano di scandagliare i profondi recessi dell’animo u-mano hanno sempre catturato la mia attenzione, convinto come sono che le apparenze del mondo e della vita possono da un momento all’ altro rivelarsi degli scenari di cartone, capaci di vacillare e mostrare la loro inconsistenza da un momento all’altro dinanzi all’irruzione dell’im-ponderabile. Al tempo stesso tutto ciò che ho appena scritto, oltre ad essere un’opinione assai discutibile, è anche il vezzo pseudo-intel-lettuale di qualcuno che vuol spacciarsi per esteta decadente. Ritengo infatti che la dimensione ironica sia una delle componenti di questo  labirinto cosmico, in cui ci troviamo esposti alle beffe di un destino a cui conviene rispondere con lo stesso linguaggio per non perdere l’o-rientamento e anzi, divertirsi un po’ (Marco Settembre)"

Pantomima amarognola!

A me francamente sembrava di aver chiuso solo un occhio, eppure... A prescindere dal fatto che un artistoide ha tutto il diritto di non chiudere oc-chio per tutta la notte, poi nessuno al mondo dovrebbe impedirgli di chudere un occhio per un istante, così, quasi per gioco, per vedere se la visione mo-noculare in condizioni di sonno arretrato garantisce una visione sfocata di tutto il dannato mondo circostante, cavoli. E invece, che mi capita? – “Bada!”, mi dicevano in casi simili vent’anni fa – mi sono ritrovato in macchi-na con gli occhi che lacrimavano ed un sonno assurdo ancora appiccicato alla mia zucca, apparentemente semivuota, al momento. E stavo perlomeno attento a non imboccare nessuna deviazione dal percorso, a meno che non fossero le solite deviazioni dalla norma, quelle che chi mi conosce ha impa-rato ad accettare. Se però quello era un giorno come tutti gli altri, la legge di Murphy, l’unica che conosco, sarebbe scattata a determinare associazioni indebite a macchia di leopardo per il resto del tempo (o devo pensarlo con la T maiuscola?) Se qualcosa può confermare la profezia che vado mulinandomi in testa, ebbene, quel qualcosa entrerà in azione il prima possibile, ecco quello che dice la mia legge di Murphy. Il motore almeno non tossicchiava quella mattina, forse dipendeva dai primi caldi, che prosciugano l’umidità dai bronchi e dai pistoni, ma non pensai di ritenermi fortunato solo perché avevo ormai raggiunto il parcheggio interno della Sede. Se le grandi arterie di circo-lazione si gonfiano spesso del sangue dei sinistrati, i parcheggi come questo rassicurano un po’ chi ci entra, pensando a tutti coloro che invece devono soffrire chissà quanto a restarne al di fuori, esclusi. Io no, però certo non mi bastava per sentirmi a posto con tutti i miei me stesso, che pure cercavano parcheggio in un mondo dalle arterie intasate come una vecchia mummia vi-va ma barcollante.
“Giovane, non può parcheggiare sulle cisterne di fegato, si sposti, più avanti troverà una piazzola di terracotta smaltata”; il vecchio parcheggiatore, con-vinto di far bene a trovarsi lì, aveva i denti sparsi su tutto il viso e un casco oblungo dal quale sbucavano diversi coltellini svizzeri disposti a riccio. Mi spostai, e con una manovra da manuale di contrappuntatore spugnale “real-time” sistemai il veicolo in verticale, infilandomi senza metafore sessuali, per il momento, tra un armadietto di plastica azzurra e un grande girasole a schiaffi meccanici.
Alcune note stridenti sgusciavano fuori dall’acuminato car stereo di un proba-bile responsabile vendite creando onde da mal di mare negli strati d’aria accumulati sul parcheggio flottante, ma io non c’entravo niente, a meno che non dovessi fare colazione; la mia radio, viceversa, prima che la chiudessi stava trasmettendo i discorsi smozzicati di un sedicente esperto di qualcosa, che diceva: “...superare il problema astratto e forse parziale dell’inconscio come spauracchio e giungere alla sua vera essenza” Uh! Alle 8:41 di mattina!
Per favorire la mia fuoriuscita dall’abitacolo di quella che sembrava la carlin-ga a specchio del mio trabiccolo missilistico, emisi vari sbuffi a singhiozzo come un mantice scassato e con un gesto più che plateale  feci in modo di immettermi nel brulichìo di impiegati sgambettanti, carrelli in movimento, scartoffie svolazzanti. Era quello il solito andazzo o dovevo pensare che se mi ponevo queste domande non potevo escludere di essere portatore di emo-zioni inconsulte? Avrei provato a rispondere più tardi, ora ero impegnato a escludere l’idea di non essere l’unico ingranaggio in funzione, nè l’unico gra-nello di vetro capace di bloccare i meccanismi. I miei, peraltro. 
L’immensa struttura rotante composta da innumerevoli parti mobili si faceva ammirare non senza generare una forma di strabismo, forse necessaria per farsi coinvolgere nelle spire di un agglomerato apparentemente privo di lo-gica costruttiva, in cui centinaia di materiali diversi sfidavano qualsivoglia stile architettonico decretandone il superamento in un incessante consumo di stili. Ma, superate le porte girevoli, in cui percepii la Volontà cieca, schopen-haueriana e oscura, di qualcuno o qualcosa che mi spingeva a mordermi la coda come un cane proprio dentro quel posto, mi ritrovai nell’atrio, o anche nel mare magnum delle scelte degli altri. Com’erano bravi, lo facevano ap-posta a mettersi a confronto con la mia incompetenza? Ma non potevo arren-dermi subito. Ecco, dopo la macchinetta per la distribuzione di orticaria, a de-stra in fondo, potevo avanzare verso la disordinata piattaforma del disgusto che mi competeva, se non ricordavo male.
Mi sembrava però di procedere per accumulazione, e sebbene fosse un pro-cedimento spontaneo, mi parve come se volessi colmare una manchevolezza di cui avrei dovuto prima e in qualche altro modo, cogliere il senso.
All’apertura di una gabbia ascensionale (o ascensoriale?), mi lasciai coinvolgere da un brutale movimento verticale alla cui manutenzione squadre intere di micro-organismi si dedicavano nelle ore di chiusura degli uffici. Un senso di disagio si impadroniva di me mentre, dentro quel cubicolo, mi sentivo innalzare come un pinnacolo svettante, insieme ad altri che proble-matizzavano la mia euforia con un’angoscia allusiva. Ne uscii dopo un tempo indefinito e cercando di dissimulare l’espressione devastata che premeva da dentro per affacciarsi sul mio volto. “Accesso 16 lato Nord, livello 30, settore L2F, corridoio 39, stanza 415B, nicchia 4”, queste le indicazioni riportate a caratteri unti su un complesso orbitale di strutture in perenne movimento, tutte anch’esse dissimulate da un “effetto parete” assai poco convincente. “Lo vedi che sono LORO a fare così?”, pensai; “non devo esagerare ad as-sumermi la colpa...”
Perplesso da tanta ragguardevole perizia nel farsi beffe del mio auto-controllo, ordinai del latte di quaglia freddo ai tuberi molli vestiti da ma-snadieri che fino a quel momento m’avevano fissato con la scusa che cer-cavano evidentemente di seguirmi. Mi risposero con un brusìo; forse senza volere gli ero parso minaccioso, magari pensavano che le quaglie fossero animali loro consanguinei o modelli di robot sotto falso nome. Ma vent’anni fa avrei detto loro di peggio; era un peccato infatti conoscersi in quelle disgra-ziate circostanze. Le stanze! Non persi altro tempo e cercai di vederle, ma le regole della instabile struttura erano incise ovunque:
“Nel rispetto delle regole del Polo Direzionale Fantasma e della Neuro-Giun-zione Filastroccale del Gran Rigurgito Perenne, si ricorda che ogni attività all’interno dello stabile deve contenere almeno uno degli elementi sottoin-dicati:
Sanguinaccio, sudore e lacrime, produttività di gruppo, aspirapolvere e suc-chiasoldi, statuette di pane raffermo e retorica stantìa, acclamazione della censura, maschere da Polifemo con ali di pollo cucite sugli zigomi alti, un rastrello per l’inciampo dei tonti”.
E ancora: “E’ severamente vietato in azienda l’uso di psicofoni tascabili con detonatore a coscienza, lingue di Menelicche, bombe “Alienation” a sputo di sentenze”.
“Ciò che è conscio lo è solo per un momento”
“L’uso delle cartelline porta-letame è proibito dalle 12 alle 15 per una pretesa assenza di idiozia nell’area fannullonica 3B”.
L’ultima volta che ero stato lì era tutto diverso, ora la disposizione degli ar-redi s’era inasprita: intravedevo gli uncini bucaguanciali a scatto, nascosti nei bagni e dietro le bacheche carnose.
Uno speciale tunnel a scomparsa contrassegnato con una zampa di upupa, segnava l’ingresso nel nuovo reparto BMIULSCCQEUEN (Bestie Meccaniche Impazzite Urlanti Lanciate Senza Controllo Contro Qualsiasi Essere Umano E Non). “Qualora ci si trovasse per errore ingurgitati nel folle teatrino del do-lore, si prega di avvertire gli organi competenti tramite l’apposito citofono, prima del possibile massacro”.
“Si prega di non lasciare corridoi in giro”.
Cominciavo a pensare di poter essere classificato tra i possessori di braccia di gelatina, visto il tremore con cui mi penzolavano giù, ma in quel momento, con una brusca frenata e un frastuono come di stoviglie lanciate giù da una scala antincendio, un paio di sculture di corteccia viola mi spinsero con una garbata, melliflua violenza verso una porta lontanissima, che tra le tante, si accese, mi si presentò davanti e si capovolse. C’ero dentro con tutte le scar-pe, e mi sentii come quando da piccolo ancora non riuscivo ad allacciarle... alla mia mente.
Dentro la Stanza della Sede. Apparvero in rapidissima sequenza varie inter-sezioni di improbabili piani, le geometrie si fusero in una bizzarra scomposi-zione di ortaggi e disegni infantili, delineando infine... un saloncino ad ampol-la arredato con mobili smaltati e colonne tortili in resina acetalica  che ospi-tava un’unica scrivania vuota. Con uno sforzo da sub-umano notai che da un cassetto semi aperto del mobile o della memoria, un uomo piccolissimo cer-cava di risalire fino al piano, arrampicandosi con fatica, anche lui.
Raggiunta la superfice, l’ometto dagli occhi vispi prese un microfono e disse:
“Non badare al mio aspetto, non tornerò normale finché non lo farai tu. La prego si accomodi. Io sono solo il dirigente porta-coriandoli del settore 455, rappresento il ventre molle dell’impero di facezie e mi occupo di connettere il mondo irreale al mondo fetibondo. Sono dieci volte che tento di spedirle la lettera di convocazione, per costringerla ad una difficile integrazione, ma tu nelle giornate non idonee ti presenti qua spontaneamente ogni volta creando scompiglio. La Creatura di Palle che alberga molti piani al di sopra di questa stanza sarà contento di me, non certo di te”.
Riuscii a stento ad interrompere quella fastidiosa voce fin troppo amplificata: “Papà... secondo von Hartmann l’inconscio è la matrice originaria e indiffe-renziata della realtà, della quale tutta questa materia e il mio spirito sono opposte manifestazioni...”
“Ma quale inconscio del cavolo!?”
“E allora ascoltami: sono approdato in questo stupido labirinto sbilenco di marionette malvestite per risolvere le vostre dannate questioni metafisiche a suon di bastonate psichiche e non per diventare parte di luoghi e personaggi tanto raccapriccianti quanto insulsi! Io voglio fare il fumettista di notte, e...”
L’omino sorpreso gettò la testa all’indietro spalancando gli occhi di ambra: “Vedo che hai preso l’ascensore, eh? E non diventare rosso, piccolo ipocrita, so bene quello che fai con... Comunque, la new economy ha creato molte nuove figure professionali. Nel labirinto delle relazioni aziendali si configurano reti di competenza che intrappolano l’individuo, utilizzando solo una piccola parte del suo potenziale operativo. Fumettista? Le elenco immediatamente le figure professionali delle quali abbiamo bisogno; dunque…
Cesellatore dimensionale spazi angusti, proroga L.
Capo trituratore meningo-posturale all’anagrafe, con qualifica di sonda fognaria immersa.
Genuflettore precario per rifiuti olfattivi, lato B, adempimenti silurali.
Maschera pendolare di quinto livello sotto-catramato all’induttore ma-jonesico centrale.
Budello maggiore con incarichi di malgoverno peduncolare all’emisfero larvale ovest...”
“Bastaaa!”, urlai.
Dal soffitto calò una tendina di ragnetti accompagnati da una cortina fumogena tossica, dovuta al sigaro di mio padre, che egli maneggiava con fare osceno, specie se rapportato alla scena in cui mia zia si agitava sul sofà aspettando che lui finisse di toccarsi per passare... alle vie di fatto. Non po-tevo scegliere momento più sbagliato per confessare la mia omosessualità. Me ne resi conto e mi fermai. Il mio compagno era due passi dietro di me, nel corridoio (mai lasciare corridoi in giro), e squittì una risatina da ochetta; c’erano delle tensioni sotterranee tra noi, ma lo amavo in quel momento. Quando mio padre sentì il rumore, venne fuori di testa e ci inseguì davvero come ladri fin sul pianerottolo – aveva già dei sospetti su me e Lionel – e sul pianerottolo, vedendo che avevamo preso l’ascensore, si mise a sbraitare come un ossesso – perché quello era – approfittandosi vigliaccamente del fatto che il destino perverso aveva bloccato il gabbiotto metallico dell’ascen-sore, con noi dentro, nel mezzo della tromba delle scale. Urlò che “il suo ascensore” faceva “su e giù che era un dannatissimo piacere, a settant’anni, mentre alle checche pazze gli si blocca, con le donne, e allora gli serve chi...” E nel frattempo noi “checche” impazzivamo, nell’ascensore, strillando rabbia e paura, e Lionel disse che mi avrebbe denunciato, me e mio padre, e lo amai di meno. E tutto proseguì finché il signor Grant non uscì fuori sul pianerottolo del piano di sotto, e gli studenti del quinto piano si affacciarono da sopra ridendo a crepapelle. E quando l’ascensorista arrivò, io ero ormai “pronto e fatto”, con i graffi di Lionel in faccia, ma deciso a ripetere l’espe-rienza, ogni tanto, così, nella Sede della mia testa, credo, tanto per capire meglio. E ogni volta rimettevo le cose a posto e pensavo di andare a trovare mio padre in ufficio per spiegargli che: “ingegneria proprio no, ci si fanno gli ascensori”, se così posso esprimermi, con quel minimo rispetto che riesco a raggranellare.
Alcune voci nel Centro per l’Igiene Mentale di Seattle:
“Nelle pieghe di un sistema ormai al collasso è prevedibile che gli individui più deboli si smarriscano; tuttavia, in quelle stesse pieghe, dovrebbe essere lecito ritrovarli”.
“Ragazzo, pure tu, te la sei andata a cercare...”
“Non è grave, in fondo; o per lo meno dipende da quanto vuoi punirti. Prima che ci pensino altri, dàtti una severa lezione, prendi queste!”
Lo sciagurato eseguì, ingoiò le due coccinelle vive, e in capo ad un quarto d’ora si sentì perduto: molti stimoli vennero meno, capì che avrebbe dovuto accontentarsi di un’identità in scala ridotta. Quando doveva spostarsi in “con-dizioni d’urgenza”, non aveva la macchina, ma una sedia a rotelle spinta da un infermiere sempre con la tosse, perché lui “era bloccato”. Il parcheggio era il giardino interno, di cui aveva fatto il giro milioni di volte, ossessiva-mente, prima di restare convinto, ma neanche sempre, che aveva trovato il suo posto nel mondo. E gli affaccendati impiegati, ognuno dei quali avrebbe potuto scambiarsi di ruolo con lui, erano dei derelitti malati, nei confronti dei quali non provava alcun senso di fratellanza universale.
E poi gli venne a mancare il punto di riferimento, trovandosi a che fare, viceversa, con un padre assente. Tanta pena gli risultò buffa, adesso; stava meglio? Ma meglio di chi? Non ci dovevano essere altri se stesso a cui pa-ragonarsi, altrimenti si sarebbe fatto più forte il rischio di inventarsi altri sè che pretendessero di stare ancora meglio, e che lo scontassero con l’onta di mandar giù le pasticche. Ecco, già gli veniva in mente che dipendeva da lui “chiudere un occhio” su certe cose.
Mamma disse: “Non è colpa nostra, ci credi?”
Dopo aver preso visione delle possibili sanzioni a casaccio del folle mo-noblocco tetragono, toccandomi con le mani proprio lì mi lasciai trasportare da un ascensore a ventosa verso gli interstizi morbosi del mostro aziendale. “Ho le mie idee, anche se confuse”, pensai, mentre disorientati danzatori simil-pulviscolari sventolavano moduli e certificati come in un fumetto under-ground.

 Dal corpus letterario denominato Progetto NO, opera di Marco Settembre, altrimenti noto come il7, ecco una breve selezione di brani. Protagonista è lo scienziato neo-nichilista pata-sbraco-fisico Prof. Dott. Molese, scienziato dall’ego scorticato e flamboyant che ha inventato, ampliato ed imposto all’umanità il torvo armamentario di impicci schizoidi chiamato Progetto NO,  edificandovi sopra un impero decadente in cui non è difficile cogliere  riferimenti alla realtà che viviamo e ad imprecisati pastoni di bucce di  melone, totani e vecchi carburatori.
 

Arzigogoli
 Dr.Molese: “Stiamo cavando fuori degli arzigogoli neo-barocchi progredendo sfacciatamente nella rete degli auto-sputtanamenti sub-umani di fantoccetti senza arte né parte. Con il continuo accumulo di questo materiale, presto giungeremo all'infallibilità faziosa del nostro Sistema Neurale. Un furioso effetto collaterale, ma co-essenziale alla riuscita dell’intera operazione, sarà l’irradiazione del linguaggio patafisico cosmico-volgare a tutti i clusters sociali sopravvissuti all’immancabile identificazione della negatività perenne. Il perimetro mentale, tracciato con segni imperiosi su uno strato di balordaggini, ci permetterà di comprendere il motivo per cui consideriamo necessario convogliare in un’unica macchina pensante tutte le storture  individuate nelle tasche mentali delle cavie. Se dovesse sorgere il sole nero
 di un incon-scio artificiale pronto a squagliarci tutti coi suoi raggi intestinali, avremo la soddisfazione di poter dire “L’avevamo detto, noi!” Che emozione...”(Concepito originariamente alle 13:24 del 30 ottobre 2003)
 
 
 Invasione del cucinotto
 Abbiamo avuto dal dr.Molese l'autorizzazione a divulgare l'episodio di vita familiare che segue. La zia del dr.Molese entrò all'improvviso e dopo una rapida occhiata chiese subito: "Cosa è successo, qua dentro?" Il dr.Molese, unica persona nella stanza, rispose: "Niente, zia, adesso lo porto fuori subito..." "Ma come niente? Adesso non vai da nessuna parte. Devi pulire!" Il nipote cercò di rassicurarla: "Quello zampone di coguaro che erutta dermatiti e olio di ricino sparirà tra tre minuti, e la cancellazione dell'universo esterno a questo cucinotto parte da ora ma verrà negata entro una decìna di minuti dal ribaltatore di evidenze Sam Jaspers. Accidenti, zia, bastava che tu fossi entrata tra un quarto d'ora al massimo e non avresti saputo mai niente di questi impicci". "Però nel frattempo sarei stata cancellata insieme a tutto l'universo per un quarto d'ora!" "Sì, forse sì, ma come diceva quel tale, cos'è un quarto d'ora dinanzi ad un’eternità di normali sofferenze?" "Non mi convinci, Mario, insisto che ora devi pulire. E poi con questi discorsi mi hai fatto venire le vertigini!.." "Quello però non è colpa mia, zia, sei tu che ora non riesci a distogliere lo sguardo dall'abisso che si è aperto dentro la mensola. Dammi tempo e sistemo tutto. Intanto levo gli spaghetti da qua
 sopra..." (Concepito originariamente alle 03:31 del 23 maggio 2004)
 
 Brano letterario
 Dal discutibile genio di Robert Morrell, scrittore di regime del Progetto NO, ecco un altro brano estratto dalla sua opera narrativa di maggior prestigio,  "Smanie lacustri": "Nella direzione opposta a quella del crisantemo frangi-flutti, disteso lungo l'istmo di fango rappreso, spiaggia e dune erano deserte fino all'insenatura,
 dove le viscide Wosnaghe si sbrodolavano di vermi. In un momento di bonaccia, Wawha – l'artropode che un tempo era un tale Orazio – appena visibile nel   bagliore dei riflessi di Castropod 1 e Bis sulle scaglie secche sparse sull'arena, si fece schermo sulle bocce oculari con una pinna ferita e scorse  una ragazza dirigersi verso di lui, nuda dalla cintola in giù, con un mini-kimono bluastro annodato attorno ai seni, sull'orlo del lago disgustoso in tempesta. I suoi capelli fluttuavano nel vento ammoniacale. Si sporgeva in avanti, snella, quasi esile, con un'aria assente ma altera sullo sfondo della rombante e maleodorante risacca. Nelle carcasse molli che perdevano le scaglie v'era però qualcosa che conduceva i due esseri l'uno verso l'altro come se si trovassero alle due estremità calamitate di un’elasticissimo schifoso chewing-gum, ed infatti ella cambiò direzione volgendosi dalla parte di lui mentre Wawha incominciava a barcollare con andatura funerea verso la ragazza. Infine si fermò, confuso, con le profonde cavità oculari che colavano un muschio rossiccio."Ciao, Cynthia", pensò di dire. Un germino-sclerodonte uscì da un piccolo gorgo nella sabbia verde ai piedi di lei e fece sentire la sua voce: una pernacchia sgradevolissima, dal suono grasso e volgare. Questa vibrazione si diffuse untuosa nell'aria, e la ragazza svanì. Era un miraggio".(Concepito originariamente alle 22:55 del 08 febbraio 2005)
 
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