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- NEBBIA
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- Profonda, lattiginosa,
inquietante.
- Di fronte ai miei occhi attoniti,
con le pupille aguzze nel cercare di penetrarla come
lama nel burro.
- Ma la punta del coltello
incontra, oltre l’apparente solidità, la stessa
inconsistente cortina fumante.
- Ed è disperazione, per il
mio cuore. Invaso da sensazioni rivelate e
percettibili dal tachicardico sconnesso pulsare, led
vitale del sangue che scorre nelle arterie e nelle
vene, che segnala non artificiali contatti ma vita
reale…la mia.
- Guardo avanti, e seguo con
la coda dell’occhio le strisce laterali sull’asfalto
che vane scompaiono, lentamente come il mio incedere
appena trasceso dai fari altrui che, in direzione
opposta, sembrano salutare il mio destino.
- Galleggiare nel buio con
animo diviso da sentimenti ed emozioni, doppiare con
il pensiero curve come tempestosi e marinareschi
promontori, senza udire l’eco della campana a prua e
contemplare la luce del faro a dritta.
- L’abitacolo sembra invaso da
fumi, simili a miasmi sottili che esalano di notte
da terra cimiteriale, gas che si sprigionano da ciò
che fu vita e ora langue, lanciando visibili di sé
solo evanescenti segnali.
- Scruto il display
dell’orologio, che mi significa un’ora indistinta
sul quadrante della vita, una qualsiasi, che collego
diretta al mio animo inquieto.
- Denso, appiccicoso di deja
vu e di pensieri che corrono veloci a contrastare il
tempo che sembra non passare mai, osservando pezzi
di foto strappate e gettate nel caminetto e
ripiegate appena, annerite dal calore e lambite
dalla fiamma.
- Leggera, gialla e poi rossa,
saettante, da ceppo appena un poco verde poggiato
sulla pietra, che sprigiona fumi e odori di bosco
lontano.
- Contraltare della mia
coscienza, che fugge lontano dalle emozioni e si
ritrova seduta sul cofano davanti a me, terzo occhio
vigile con l’intento di guidare mani, arti, membra
irrigidite su volante e pedaliera.
- Lo spirito non ha nulla da
rispondere alle mie domande, incalzanti come onde
sulla battigia prima asciutta, man mano rigonfia di
spuma e di bolle gommose simili a palloncini
incolori di una festa mai consumata.
- Se non fosse notte…e mi
conforta improvviso il pensiero del giorno, del sole
e della vivida luce, premio dopo il buio della notte
e della nebbia.
- Stordito dalla visione
ricado con le spalle sullo schienale, che sussulta
sotto di me, confondendo amplessi, viaggi e arcani
visi di donna, velati da goccioline di umida
materia, che cancello con un gesto della mano dalla
mente e con il tasto, lievemente sfiorato, del
condizionatore e dell’aria riciclata che ne traggo
fuori.
- Nervosamente tamburellando
con le dita tocco le sigarette nel cassetto al mio
fianco sinistro, sotto il sedile, e subito mi
basisce l’idea delle pur voluttuose volute di fumo.
Fumo che per la prima volta immagino come
maleodorante aria che nessun finestrino aperto
disperderà, e rinuncio subito all’idea, contrastando
il movimento delle dita che già erano tese al
pacchetto.
- Morbido, rassicurante,
colorato, contro l’angoscia esterna e sottile, ora
inutile di fronte al mutato ritmo del mio cuore in
bradicardica sequenza, frutto di esercizio di
training improvvisato ma efficace.
- Mi scuote il clacson
impudente di un sorpasso azzardato, mentre vedo
sfilare il blu cobalto della carrozzeria, con i miei
occhi distinti e divisi di geco.
- Una mosca avrebbe la visione
completa del tutto nelle mille cellule del suo
apparato visivo, e irriderebbe alle mie difficoltà
di homo sapiens, più volte sulla Luna e oggi perso
nel nulla liquefatto del panorama che non vedo,
percepito solo da sottili pseudopodi scaturiti dalla
scelta testarda di continuare.
- Nel non fermarmi, scegliendo
l’incontro con ciò che bianco e impalpabile mi viene
incontro, quale esaltazione di un arbitrio
incosciente eppure sincero e forte nella sua
umanità.
- Un banco di sabbia, massi a
pelo d’acqua che insidiano lo scafo, turbine a mezzi
giri che trascinano insensibili eliche, disegnate in
movimento lento su strip di fumetto d’avventura.
- Manca l’eroe, il
protagonista, e non riconosco in me tratti similari,
nella paura che piano mi porta avanti, nella
verifica nervosa e sapiente della strumentazione che
segnala olio, temperatura, asfalto e carburante.
Tutto regolarmente a posto.
- Non so bene se il pericolo
sia fuori o dentro me, celato dietro l’incapacità di
non potercela fare, scomoda e avvolgente
sensazione, se non scomodando il Fato e i lieti
auspici di inesistenti Sibille.
- Stranito dal disconoscere
ormai anche i pochi fari avversi, gli sparuti
lampioni impotenti che sembrano lanciare stancamente
dimessi bagliori di luce sulla strada, mentre
l’immobilità dell’anima è rotta solamente dal
sussultare delle ruote, in una poco entusiasmante
gara fra l’abbrivio di corte e pavide frenate e
l’incedere dei pneumatici sulla polvere bagnata, fra
rospi incoscienti, cani dispersi latranti nel buio,
lumache di cui neppure mi giunge il secco
scricchiolio mentre ne schiaccio corpo e corazza,
lentezza e vita.
- Una sagoma sui bordi della
strada si offre alla mia vista ma non oso fermarmi,
incalzato da due occhi di luce che mi seguono da
tempo, in cerca forse dello stesso destino. Un cane,
forse una volpe, troppo vicina e fiduciosa negli
umani istinti da perdere, in questa notte, il fatale
orientamento nel buio lattiginoso.
- E con esso tutto il resto,
al punto da rendere anche la sua preziosa pelliccia
un inutile orpello, carcassa esangue e ormai rifiuto
abbandonato sull’orlo di una discarica già piena.
- Mi tocca un istante di pietà
che mi distrae dai pensieri e dalla guida,
deviandomi appena dalla bianca scia di mezze lune
dipinte sulla strada, stelle rilucenti a dettare la
rotta di esperti marinai, la cui bussola impazzita
da tempeste magnetiche non dice più il vero ma punta
l’ago verso improbabili mete e approdi insicuri.
- Dimentico per un attimo il
lento scorrere dei miei pensieri e delle sinapsi
neuronali, concentrandomi sul nulla che si
infittisce a tratti, pericoloso monito e prodromi di
salvezza al tempo stesso, nell’adrenalico allertare
dei sensi.
- La meta del mio viaggio
forse non è lontana, non più come un’ora fa, quando
i miei occhiali erano diventati inutili e il mio
sguardo miope era sufficiente a penetrare appena il
vetro, oltre il quale tutto era comunque negato alla
vista.
- Faccio spallucce al passato
disappunto e alle poche imprecazioni elevate al
cielo, di cui mi pento, esorcizzando la paura fra i
riflessi metallici del cd che estraggo dalla
custodia e inserisco nel suo alloggiamento, ove
subito si trasforma in musica.
- Per le mie orecchie, di
nullo ausilio nella circostanza se non per
rincorrere i lamentosi ululati di segnalatori
acustici di pazzi in corsa per la vita o la morte,
che mi sorpassano veloci.
- E’ solo una notte di nebbia,
sembra dirmi anche il lettore laser che decifra gli
impercettibili solchi nel dischetto.
- La nebbia non scema, e i
pochi chilometri che probabilmente mi dividono da
casa danno fiato al mio coraggio, mentre affronto le
ultime curve che mi porteranno fuori dalla
tangenziale.
- Dove, forse, troverò la luce
e il giusto compenso per le mie diottrie, finora
avvolte nel liquido cellophane di una cecità quasi
assoluta.
- Arrivo, nella mia impudenza,
a reclamare un ritorno non improvviso alla
normalità, perché possa con calma certosina gustarne
angoli e contorni, alberi e lampioni, case e falò
seminascosti di prostitute dal colore della pelle
che si perde nella notte.
- Riservandomi, infine, di
sorridere finalmente lieto davanti al cancello di
casa, schiacciando il tasto che apre il portone
metallico, fra il rumoroso festeggiare dei cani che
per primi già fiutavano nell’aria il mio ritorno.
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- IL DIAVOLO E L’ACQUA SANTA
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- Il Gioco come demonizzazione
dell’attività umana che comporta.
- Naturalmente parlo del gioco
d’azzardo, e di tutti quei giochi in cui l’alea
rappresenta il richiamo più forte, se non l’unico, e
la componente economica diviene preponderante, ai
fini della riuscita dello stesso.
- Dal pokerino “innocuo” fra
amici sotto le feste natalizie a quelli che lo Stato
stesso suggella con il suo imprimatur, a fini
naturalmente di facile e semplice raccolta fiscale e
facente parte integrante del proprio Bilancio, fonte
di finanziamento di attività fisse o eventualmente
utilizzati per interventi eccezionali, anche di
natura umanitaria.
- Il termine latino “alea” ne
individua la caratteristica fondamentale, da sempre
immutata, anche se ai tempi di Internet i casinò non
sono più soltanto luminosi palazzi con lussuose
fuoriserie parcheggiate fuori, ma assumono aspetti
molto meno attraenti quali macchinette distribuite
un po’ ovunque, bar e sale d’attesa, o addirittura
schermi di più buonisti e casalinghi computer,
indolenti e apparentemente meno pericolosi, coperti
dalla coltre di privacy che li sommerge e di numeri
di carte di credito che viaggiano su linee
privilegiate e protette.
- Un’insidia autentica, e la
chiusura di localini apparentemente fuori
dall’infernale giro ci stupisce di tanto in tanto,
nemmeno più del dovuto, abituati all’idea di
destinare una parte del nostro stipendio alle
lotterie nazionali, a lotto, enalotto, schedine
d’ogni tipo e addirittura alle scommesse clandestine
o a quelle autorizzate e gestite per lo Stato da
società che per prime hanno fiutato il business.
- Per non parlare del
cosiddetto “gioco d’azzardo delle casalinghe”: il
Bingo.
- Le albioniche venture hanno fatto
sì che determinati mezzi di finanziamento delle
attività statali siano ormai diventate
istituzionalizzate, e quindi via alle “sale più
grandi d’Italia”, o alla “più confortevole sala
Bingo della Regione”, e chi più ne ha più ne metta.
- Dall’Inghilterra all’Italia
il passo è breve, e l’irrisorietà della posta
rispetto alla probabile vincita è garanzia di
presenza di pubblico, di interesse e partecipazione
popolare quanto più ampia possibile, frenata
solamente dalla distribuzione sul territorio delle
diverse sale in cui è possibile giocare (per altro
capillare).
- In nessun modo la morale
influisce sulle modalità di accesso al gioco.
- Chi non ha mai giocato alla più
classica “tombola” natalizia, con ceci a mò di
segnapunti, fette di panettone, spumante e ambiente
familiare ?
- Certo le differenze ci sono,
ma ciò che importa è che, al di là dell’odore di
canditi e uvetta, ci sia di mezzo il “zocco”,
dialettale ma efficace espressione che indica la
meta degli sforzi (pochi) fatti dai giocatori, che
si esauriscono nel vedere con rapidità
impressionante la manipolazione elettronica dei
numeri, e vivere il piccolo pathos nel segnare con
la penna quelli estratti, o soffrire
nell’esorcizzare quelli mancanti all’appello.
- La piccola affermazione di
una cinquina o la soddisfazione di un Bingo non
magro ripagano di piccole delusioni e
dell’insistenza nel tentare la meta, autentica mania
dal carattere apparentemente sociale, casereccio e
quasi conviviale.
- Dimenticando in breve tempo
il limite che magari era stato autoimposto
inizialmente a eventuali perdite, rinfrancato da un
piccolo botto che cancella sbuffi ed espressioni ai
limiti dell’inciviltà in rinnovate speranze di un
“tre per uno” milionario.
- L’etica, come dicevo, in
tutto questo assume una posizione al limite della
marginalità, né il passare un’oretta con gli amici o
addirittura con i parenti può essere considerata
quale trasgressione, dandosi da fare al simpatico
gioco che tombola chiamavamo e tombola continuiamo a
chiamare, a parte le dizioni ufficiali e seriose,
che lo vogliono “Bingo” a tutti gli effetti.
- Quali ruoli sono riservati,
in tutto questo familiare divertissement, all’Acqua
Santa, al sapore del proibito o al pensiero di
varcare con i propri gesti (liberi, autorizzati,
benedetti dallo Stato e dalla speranza del
colpaccio) normative, leggi, regole etiche, margini
e confini di spiritualità, e ancora meglio
nell’assaporare adrenaliniche esplosioni riservate a
chi usa di roulette o black jack, del poker o della
telesina ?
- E il dorato mondo delle
scommesse, che varca qualsiasi confine di quelli
descritti per congiungersi direttamente alla
luciferina tentazione del proibito, quello vero ?
- Di certo nessuna influenza
ha la responsabilità individuale, che s’annacqua
nella precisa convinzione di non operare fuori dai
canali del lecito.
- Le corse dei cavalli o dei
cani, quelli sì, le sale giochi e le roulette
clandestine, quelli sono ritenuti per lo più luoghi
in cui albergano le reali tentazioni della
trasgressione e dell’azzardo.
- Fra le sue mille
responsabilità, il Diavolo non avrebbe mai pensato
che glie ne sarebbe stata risparmiata una, inerente
un settore principale per cui è spesso chiamato in
causa.
- Scherzi a parte, il libero
arbitrio (ancora lui !) domina in questo campo come
pochi, determinando in primo luogo un autentico
scatenarsi di scuse infondate
- che autoconvincano l’eventuale
interlocutore della gracilità del peccato commesso.
- In secondo luogo, crea un
reale e logistico problema di ricerca di sale o
ambienti dove si gioca, risolto questo dalla perizia
e lungimiranza delle società in giacca e cravatta e
dalla clandestinità più pura con certosina
ripartizione e divisione dei luoghi e della posta.
- In terzo luogo, ed è
l’aspetto senz’altro più grave anche se già detto,
la convinzione del giusto, che crea l’aureola
d’immunità e d’innocenza che aleggia forte nel
giocatore in genere.
- In America ragazzini armati
in bande o singoli scolari sforacchiano i loro
consimili o i loro professori perchè “è concesso”
loro girare armati con pistole nel moderno Far West,
e perché nonostante la dimensione del problema non
si sa come arginare il fenomeno, che ha origini
lontane e troppo vicine ed evidenti occasioni di
autentico business.
- L’Acqua Santa non basta, e
l’espressione non sia considerato irriverente,
poichè unisce l’imprenditore che investe parte dei
suoi risparmi regalandoli a chi lo truffa in maniera
più o meno pulita all’inveterata arzilla pensionata
che decide sia troppo il vitalizio che le rientra
nelle tasche a fine mese, facendolo tornare con
un‘operazione di giroconto allo Stato (o alle
società che per esso raccolgono la grana).
- Lungi, però, dal voler
argomentare circa un panteistico (e quindi inutile)
diffuso senso di correità, cui vengono chiamati
vittime e truffatori, si possono e si devono
definire i campi d’azione etici e logistici del
fenomeno, negli aspetti che qui interessano.
- All’oramai endemico senso di
impotenza e rabbia, misto al desiderio vivo e
sbiadito allo stesso tempo del colpaccio che in un
battibaleno risolva i problemi di una classe
medio-bassa sempre più in affanno per le difficoltà
giornaliere (leggi euro e derivati), corrisponde la
risposta (o l’offerta) a buon mercato, in termini
economici-finanziari, di chi come lo Stato o
chicchessia si trovi a svolgere la funzione di
esattore di tasse e tributi non dovuti ma nemmeno
ritenuti tali eticamente dai soggetti passivi, in un
complesso transfert della mente umana.
- Tralasciamo dal novero le
classi sociali più alte che, invece di beneficiare
Enti e Associazioni di volontariato o di pubblica
assistenza decidano di fare dei propri beni ciò che
vogliono (leggi distribuzione a criminali e allo
Stato che già li vessa con le sue gabelle), in
quanto risponderanno un dì (si spera) di tali
comportamenti.
- Sic et simpliciter !
- Perché invece far emergere da
tutto ciò il problema etico e di libertà dell’uomo
medio e del suo « agere » ?
- L’esigenza è quella di
calarsi nei meandri di quelli che non sono più,
ormai, indecifrabili meccanismi corticali,
contrapposti a stimoli di raziocinante ipotalamo,
che nel mix spesso si perdono e si fondono, restando
invischiati nelle pieghe del carattere e della
apparente involontarietà delle reazioni neuronali.
- La varietà di bivi, trivi e
quadrivi che puntano addirittura in tutte le
direzioni possibili, compresi il sotto e il sopra,
fa sì che l’alternanza fra dubbi e scelte sia
incessante e sempre più fuorviante, confusa fra
l’utile, il futile, il dilettevole e il dovuto, e
porti ove si perda l’umana cognizione, l’etica e la
stessa coerenza.
- Un modo semplice per
giustificare i nostri comportamenti sbagliati, e per
santificare scelte alla luce dell’ispirazione divina
che proviene dal bene più grande donatoci dalla
Divinità, cioè il libero arbitrio.
- Sicuramente argomento poco
sentito ma attualissimo, cui mi piace contrapporre
la sazietà di input che cuori e cervelli insani è
stanca di affrontare, nel loro incedere verso scelte
sempre più pressanti e che li obbligano
continuamente a rimettere in gioco i pochi
consolidati principi che rimestano in loro, sempre
più fiochi sotto ogni vibrante colpo della ventura.
- Non della splendida Simona,
che lascio ai suoi frizzi e lazzi, nani e ballerine
che l’accompagnano così bene nel suo sguazzare fra i
surrogati dei sogni degli italiani, ma del fato
autentico e, per che ci crede, del Bene e del Male,
del Diavolo e dell’Acqua Santa, non più entrambi
confinati angustamente nei propri campi d’influenza,
ma disposti amichevolmente anche alla pausa di
riposo comune sorseggiando un caffè che li tiri
simbolicamente e reciprocamente su dalle noie e dal
tedio di “lavori” che sembrano, a spettatore poco
armato di buon senso o quanto meno distratto, così
simili, comuni e smitizzati di custodi di avversi,
granitici e immutabili sentimenti.
- Miracoli della pubblicità !
- Che forse coglie un particolare
che ai più sfugge, risultato dei cambiamenti sociali
ed
- etici dei nostri giorni, di
questi nostri agglomerati viscerali in cui viviamo:
la reale confusione dei ruoli, non solo individuali
e umani, ma addirittura morali e soprannaturali, su
cui insanamente scherzare, che permette l’esistenza
scellerata del serial killer e del pedofilo, del
volontario della Croce Rossa o del 118, delle
guardie e dei ladri, per parafrasare Totò, maestro
della risata, e per alleggerire un attimo la pesante
atmosfera dell’argomentare in cui mi sono cacciato.
- Puntare altrove, quindi,
magari nella stessa direzione ma con diversa
profondità d’analisi, per individuare le radici del
problema e della cura, sempre comuni nell’uomo e mai
manicheisticamente divisi, sfaccettature dello
stesso prisma nei cui infiniti riflessi leggere,
piuttosto che in tazzine sporche di fondi di caffè,
il vero, l’autentico e finanche gli auspici.
- Senza, proprio per questa
promiscuità, scivolare con il piede giusto nel
canale sbagliato o viceversa, rischiando di cercare
solida terra ove sono solo sogni e tridimensionali
proiezioni della Chimera alla cui ricerca ci
affanniamo.
- D’altronde uno, uno solo dei
problemi che ci affliggono e che virulentemente si
diffondono a livello sociale come il gioco, di cui
ho trattato, richiede approfondimenti non semplici e
soprattutto mai esaustivi e tempo, quello sì reale,
da sottrarre inevitabilmente ad altre umane
attività.
- A proposito, sta per
chiudere il botteghino dell’Enalotto e, diamine,
sarebbe un peccato non …
- Domani potrebbe essere diverso
anche il mio personalissimo punto di vista
sull’argomento.
-