ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

LUCIANO RECCHIUTI

       

Dello stesso autore

 POESIA

 Web      www.lucianorecchiuti.it

Scrittore, poeta, e promoter culturale, nato e residente a Teramo. Maturità Classica e Diploma di Laurea in Giurisprudenza; oltre venti anni di servizio nella Pubblica Amministrazione quale Funzionario (prima) e Dirigente (dopo); attualmente in quiescenza. Fra i riconoscimenti: inserimenti in innumerevoli Antologie di Premi, Menzioni d’Onore, Primi Posti assoluti per Poesia e Narrativa, finalista in molti Concorsi Letterari. Terzo al “Festival della Poesia di Salonicco 2006” in Grecia. Pubblica nel 2003 la raccolta di poesie “Chiaroscuri”, Edizioni Edigrafital, Teramo, nel 2004 “Poesie di Piccole di Piccole e Grandi Cose”, Edizioni “La Bancarella”, Messina, nel 2005 il terzo volume di poesie, “Sperimento.com”, Edizioni Edigrafital. In uscita il libro di narrativa “Incontri” e il libro di poesie “Faccia da Poeta”. Presidente di Associazione Culturale (“La Luna”), organizzatore di mostre ed eventi d’arte, Presidente del “Premio Internazionale Teramo di Poesia Gino Recchiuti”. Giurato e Presidente di Giuria in Concorsi Letterari, saggista, Esperto Esterno in Laboratori Artistici in varie Scuole Statali del territorio. Di lui si sono occupati critici con recensioni edite e i suoi testi sono stati tradotti in altre lingue. Articolista di diversi magazine elettronici, critico letterario per il “Il Rifugio dell’Esordiente” e Riviste Letterarie. Socio, tra le altre, della “Società Dante Alighieri”, de “Il Club degli Autori” di Melegnano, dell’Accademia “Vittorio Alfieri” di Firenze, de “Il Convivio” in Castiglione di Sicilia e del “Cenacolo Accademico Europeo” di Napoli. Figura in numerose Antologie Letterarie, anche bilingue, di supporto a testi scolastici, pubblicate da diverse Case Editrici Italiane. E’ costantemente presente nell’ ”Atlante Letterario Italiano” degli ultimi anni.
 
“Labirintismo”: modo di concepire la vita attraverso l’Arte. E cos’è l’esercizio quotidiano e spirituale dell’autore se non l’interpretazione di gesti, volti, sentimenti, situazioni e l’esplicazione della propria poetica se non questo ? L’Arte posta al primo posto nella scala degli strumenti atti a districare l’animo e il cuore dalla realtà convulsa e caotica del tempo attuale; l’Arte erta a filtro del bello, del buono, del possibile, della catarsi e della redenzione. I modelli artistici proposti si sovrappongono, differenziandosi nelle loro sfumature interiori, secondo la diversa naturale ispirazione del singolo. “La storia di chi torna a galla dal dedalo della personalità e diviene consapevole del proprio inconscio”: principio che si pone quale caposaldo del Movimento in oggetto. La storia del poeta è in questo senso il cammino verso la consapevolezza della propria anima, liberata dalle sovrastrutture, dalle contraddizioni, dalla nebbia che in qualche modo l’avvolge, e punta diritto al sole del proprio essere. I dolorosi passaggi sono maturati con gli anni, talvolta in modo lento ed ora in modo repentino, convergenti però in maniera decisa verso lo stesso obiettivo: la conoscenza del sé, dell’espressione, dell’Arte e della sua funzione, della vita (in genere) e delle sue situazioni variegate (in particolare). “La conoscenza e la liberazione dell’inconscio dal labirinto”: non solo un principio, ma una modalità operativa. L’accettazione di tale postulato è forse il nodo cruciale di queste poche righe e ciò che esse vogliono esprimere. Non c’è vittoria dello spirito (inconscio) senza la sublimazione artistica, senza l’abbandono dell’ideologia e la percezione matura dell’Essere. Una via attraverso l’accettazione del negativo, che sfoci invece nell’assolutismo positivo. La visione della luce oltre le tenebre come ricerca, sforzo, gioia della ricerca, vita. Perseguita da decenni, trovata e tenuta salda come esercizio quotidiano, impossibile da abbandonare per non avere tentennamenti, ricadute, rovinosi deja vù interiori che spostino i delicati equilibri che regolano la ricerca stessa. “Il percorso che porta al centro”: il centro quale luogo dell’Essere, liberazione dalle catene dell’ignoranza. Al centro del labirinto, secondo l’artista, aiutandosi con l’Arte a “Liberarsi dal proprio Super-Io”, altra sovrastruttura che domina nell’animo umano, creazione della stessa, c’è la caduta dei muri che costituiscono il labirinto medesimo. Lì appare chiara la visione della libertà, del cielo e della superficie, approdi naturali del percorso di dolore e di sofferenza. La funzione dell’Arte, quindi, come centrale: modalità di catarsi, e al tempo stesso motore incessante verso l’emancipazione e la propria unità interiore. Teso a tali risultati, convinto di tali metodologie, ossequiante di regole-non regole che costituiscono la sostanza del Movimento, l’artista si candida a far parte dello stesso, al fianco di coloro che hanno già sposato la causa, avendo trovato attraverso gli strumenti descritti la luce e, forse, la verità" (Luciano Recchiuti).
 
        
NEBBIA
 
 
     Profonda, lattiginosa, inquietante.
Di fronte ai miei occhi attoniti, con le pupille aguzze nel cercare di penetrarla come lama nel burro.
    Ma la punta del coltello incontra, oltre l’apparente solidità, la stessa inconsistente cortina fumante.
     Ed è disperazione, per il mio cuore. Invaso da sensazioni rivelate e percettibili dal tachicardico sconnesso pulsare, led vitale del sangue che scorre nelle arterie e nelle vene, che segnala non artificiali contatti ma vita reale…la mia.
     Guardo avanti, e seguo con la coda dell’occhio le strisce laterali sull’asfalto che vane scompaiono, lentamente come il mio incedere appena trasceso dai fari altrui che, in direzione opposta, sembrano salutare il mio destino.
     Galleggiare nel buio con animo diviso da sentimenti ed emozioni, doppiare con il pensiero curve come tempestosi e marinareschi promontori, senza udire l’eco della campana a prua e contemplare la luce del faro a dritta.
     L’abitacolo sembra invaso da fumi, simili a miasmi sottili che esalano di notte da terra cimiteriale, gas che si sprigionano da ciò che fu vita e ora langue, lanciando visibili di sé solo evanescenti segnali.
     Scruto il display dell’orologio, che mi significa un’ora indistinta sul quadrante della vita, una qualsiasi, che collego diretta al mio animo inquieto.
     Denso, appiccicoso di deja vu e di pensieri che corrono veloci a contrastare il tempo che sembra non passare mai, osservando pezzi di foto strappate e gettate nel caminetto e ripiegate appena, annerite dal calore e lambite dalla fiamma.
     Leggera, gialla e poi rossa, saettante, da ceppo appena un poco verde poggiato sulla pietra, che sprigiona fumi e odori di bosco lontano.
     Contraltare della mia coscienza, che fugge lontano dalle emozioni e si ritrova seduta sul cofano davanti a me, terzo occhio vigile con l’intento di guidare mani, arti, membra irrigidite su volante e pedaliera.
     Lo spirito non ha nulla da rispondere alle mie domande, incalzanti come onde sulla battigia prima asciutta, man mano rigonfia di spuma e di bolle gommose simili a palloncini incolori di una festa mai consumata.
      Se non fosse notte…e mi conforta improvviso il pensiero del giorno, del sole e della vivida luce, premio dopo il buio della notte e della nebbia.
     Stordito dalla visione ricado con le spalle sullo schienale, che sussulta sotto di me, confondendo amplessi, viaggi e arcani visi di donna, velati da goccioline di umida materia, che cancello con un gesto della mano dalla mente e con il tasto, lievemente sfiorato, del condizionatore e dell’aria riciclata che ne traggo fuori.
     Nervosamente tamburellando con le dita tocco le sigarette nel cassetto al mio fianco sinistro, sotto il sedile, e subito mi basisce l’idea delle pur voluttuose volute di fumo. Fumo che per la prima volta immagino come maleodorante aria che nessun finestrino aperto disperderà, e rinuncio subito all’idea, contrastando il movimento delle dita che già erano tese al pacchetto.
     Morbido, rassicurante, colorato, contro l’angoscia esterna e sottile, ora inutile di fronte al mutato ritmo del mio cuore in bradicardica sequenza, frutto di esercizio di training improvvisato ma efficace.
     Mi scuote il clacson impudente di un sorpasso azzardato, mentre vedo sfilare il blu cobalto della carrozzeria, con i miei occhi distinti e divisi di geco.
     Una mosca avrebbe la visione completa del tutto nelle mille cellule del suo apparato visivo, e irriderebbe alle mie difficoltà di homo sapiens, più volte sulla Luna e oggi perso nel nulla liquefatto del panorama che non vedo, percepito solo da sottili pseudopodi scaturiti dalla scelta testarda di continuare.
     Nel non fermarmi, scegliendo l’incontro con ciò che bianco e impalpabile mi viene incontro, quale esaltazione di un arbitrio incosciente eppure sincero e forte nella sua umanità.
     Un banco di sabbia, massi a pelo d’acqua che insidiano lo scafo, turbine a mezzi giri che trascinano insensibili eliche, disegnate in movimento lento su strip di fumetto d’avventura.
     Manca l’eroe, il protagonista, e non riconosco in me tratti similari, nella paura che piano mi porta avanti, nella verifica nervosa e sapiente della strumentazione che segnala olio, temperatura, asfalto e carburante. Tutto regolarmente a posto.
     Non so bene se il pericolo sia fuori o dentro me, celato dietro l’incapacità di non potercela fare, scomoda e avvolgente sensazione,  se non scomodando il Fato e i lieti auspici di inesistenti Sibille.
     Stranito dal disconoscere ormai anche i pochi fari avversi, gli sparuti lampioni impotenti che sembrano lanciare stancamente dimessi bagliori di luce sulla strada, mentre l’immobilità dell’anima è rotta solamente dal sussultare delle ruote, in una poco entusiasmante gara fra l’abbrivio di corte e pavide frenate e l’incedere dei pneumatici sulla polvere bagnata, fra rospi incoscienti, cani dispersi latranti nel buio, lumache di cui neppure mi giunge il secco scricchiolio mentre ne schiaccio corpo e corazza, lentezza e vita.
     Una sagoma sui bordi della strada si offre alla mia vista ma non oso fermarmi, incalzato da due occhi di luce che mi seguono da tempo, in cerca forse dello stesso destino. Un cane, forse una volpe, troppo vicina e fiduciosa negli umani istinti da perdere, in questa notte, il fatale orientamento nel buio lattiginoso.
     E con esso tutto il resto, al punto da rendere anche la sua preziosa pelliccia un inutile orpello, carcassa esangue e ormai rifiuto abbandonato sull’orlo di una discarica già piena.
     Mi tocca un istante di pietà che mi distrae dai pensieri e dalla guida, deviandomi appena dalla bianca scia di mezze lune dipinte sulla strada, stelle rilucenti a dettare la rotta di esperti marinai, la cui bussola impazzita da tempeste magnetiche non dice più il vero ma punta l’ago verso improbabili mete e approdi insicuri.
     Dimentico per un attimo il lento scorrere dei miei pensieri e delle sinapsi neuronali, concentrandomi sul nulla che si infittisce a tratti, pericoloso monito e prodromi di salvezza al tempo stesso, nell’adrenalico allertare dei sensi.
     La meta del mio viaggio forse non è lontana, non più come un’ora fa, quando i miei occhiali erano diventati inutili e il mio sguardo miope era sufficiente a penetrare appena il vetro, oltre il quale tutto era comunque negato alla vista.
     Faccio spallucce al passato disappunto e alle poche imprecazioni elevate al cielo, di cui mi pento, esorcizzando la paura fra i riflessi metallici del cd che estraggo dalla custodia e inserisco nel suo alloggiamento, ove subito si trasforma in musica.
     Per le mie orecchie, di nullo ausilio nella circostanza se non per rincorrere i lamentosi ululati di segnalatori acustici di pazzi in corsa per la vita o la morte, che mi sorpassano veloci.
     E’ solo una notte di nebbia, sembra dirmi anche il lettore laser che decifra gli impercettibili solchi nel dischetto.
     La nebbia non scema, e i pochi chilometri che probabilmente mi dividono da casa danno fiato al mio coraggio, mentre affronto le ultime curve che mi porteranno fuori dalla tangenziale.
     Dove, forse, troverò la luce e il giusto compenso per le mie diottrie, finora avvolte nel liquido cellophane di una cecità quasi assoluta.
     Arrivo, nella mia impudenza, a reclamare un ritorno non improvviso alla normalità, perché possa con calma certosina gustarne angoli e contorni, alberi e lampioni, case e falò seminascosti di prostitute dal colore della pelle che si perde nella notte.
     Riservandomi, infine, di sorridere finalmente lieto davanti al cancello di casa, schiacciando il tasto che apre il portone metallico, fra il rumoroso festeggiare dei cani che per primi già fiutavano nell’aria il mio ritorno.
 
 
 
                                                                                           IL DIAVOLO E L’ACQUA SANTA
  
    Il Gioco come demonizzazione dell’attività umana che comporta.
Naturalmente parlo del gioco d’azzardo, e di tutti quei giochi in cui l’alea rappresenta il richiamo più forte, se non l’unico, e la componente economica diviene preponderante, ai fini della riuscita dello stesso.
     Dal pokerino “innocuo” fra amici sotto le feste natalizie a quelli che lo Stato stesso  suggella con il suo imprimatur, a fini naturalmente di facile e semplice raccolta fiscale e facente parte integrante del proprio Bilancio, fonte di finanziamento di attività fisse o eventualmente utilizzati per interventi eccezionali, anche di natura umanitaria.
     Il termine latino “alea” ne individua la caratteristica fondamentale, da sempre immutata, anche se ai tempi di Internet i casinò non sono più soltanto luminosi palazzi con lussuose fuoriserie parcheggiate fuori, ma assumono aspetti molto meno attraenti quali macchinette distribuite un po’ ovunque, bar e sale d’attesa, o addirittura schermi di più buonisti e casalinghi computer, indolenti e apparentemente meno pericolosi, coperti dalla coltre di privacy che li sommerge e di numeri di carte di credito che viaggiano su linee privilegiate e protette.
     Un’insidia autentica, e la chiusura di localini apparentemente fuori dall’infernale giro ci stupisce di tanto in tanto, nemmeno più del dovuto, abituati all’idea di destinare una parte del nostro stipendio alle lotterie nazionali, a lotto, enalotto, schedine d’ogni tipo e addirittura alle scommesse clandestine o a quelle autorizzate e gestite per lo Stato da società che per prime hanno fiutato il business.
     Per non parlare del cosiddetto “gioco d’azzardo delle casalinghe”: il Bingo.
Le albioniche venture hanno fatto sì che determinati mezzi di finanziamento delle attività statali siano ormai diventate istituzionalizzate, e quindi via alle “sale più grandi d’Italia”, o alla “più confortevole sala Bingo della Regione”, e chi più ne ha più ne metta.
     Dall’Inghilterra all’Italia il passo è breve, e l’irrisorietà della posta rispetto alla probabile vincita è garanzia di presenza di pubblico, di interesse e partecipazione popolare quanto più ampia possibile, frenata solamente dalla distribuzione sul territorio delle diverse sale in cui è possibile giocare (per altro capillare).
     In nessun modo la morale influisce sulle modalità di accesso al gioco.
Chi non ha mai giocato alla più classica “tombola” natalizia, con ceci a mò di segnapunti, fette di panettone, spumante e ambiente familiare ?
     Certo le differenze ci sono, ma ciò che importa è che, al di là dell’odore di canditi e uvetta, ci sia di mezzo il “zocco”, dialettale ma efficace espressione che indica la meta degli sforzi (pochi) fatti dai giocatori, che si esauriscono nel vedere con rapidità impressionante la manipolazione elettronica dei numeri, e vivere il piccolo pathos nel segnare con la penna quelli estratti, o soffrire nell’esorcizzare quelli mancanti all’appello.
     La piccola affermazione di una cinquina o la soddisfazione di un Bingo non magro ripagano di piccole delusioni e dell’insistenza nel tentare la meta, autentica mania dal carattere apparentemente sociale, casereccio e quasi conviviale.
     Dimenticando in breve tempo il limite che magari era stato autoimposto inizialmente a eventuali perdite, rinfrancato da un piccolo botto che cancella sbuffi ed espressioni ai limiti dell’inciviltà in rinnovate speranze di un “tre per uno” milionario.
     L’etica, come dicevo, in tutto questo assume una posizione al limite della marginalità, né il passare un’oretta con gli amici o addirittura con i parenti può essere considerata quale trasgressione, dandosi da fare al simpatico gioco che tombola chiamavamo e tombola continuiamo a chiamare, a parte le dizioni ufficiali e seriose, che lo vogliono “Bingo” a tutti gli effetti.
     Quali ruoli sono riservati, in tutto questo familiare divertissement, all’Acqua Santa, al sapore del proibito o al pensiero di varcare con i propri gesti (liberi, autorizzati, benedetti dallo Stato e dalla speranza del colpaccio) normative, leggi, regole etiche, margini e confini di spiritualità, e ancora meglio nell’assaporare adrenaliniche esplosioni riservate a chi usa di roulette o black jack, del poker o della telesina ?
     E il dorato mondo delle scommesse, che varca qualsiasi confine di quelli descritti per congiungersi direttamente alla luciferina tentazione del proibito, quello vero ?
     Di certo nessuna influenza ha la responsabilità individuale, che s’annacqua nella precisa convinzione di non operare fuori dai canali del lecito.
     Le corse dei cavalli o dei cani, quelli sì, le sale giochi e le roulette clandestine, quelli sono ritenuti per lo più luoghi in cui albergano le reali tentazioni della trasgressione e dell’azzardo.
     Fra le sue mille responsabilità, il Diavolo non avrebbe mai pensato che glie ne sarebbe stata risparmiata una, inerente un settore principale per cui è spesso chiamato in causa.
     Scherzi a parte, il libero arbitrio (ancora lui !) domina in questo campo come pochi, determinando in primo luogo un autentico scatenarsi di scuse infondate
che autoconvincano l’eventuale interlocutore della gracilità del peccato commesso.
     In secondo luogo, crea un reale e logistico problema di ricerca di sale o ambienti dove si gioca, risolto questo dalla perizia e lungimiranza delle società in giacca e cravatta e dalla clandestinità più pura con certosina ripartizione e divisione dei luoghi e della posta.
     In terzo luogo, ed è l’aspetto senz’altro più grave anche se già detto, la convinzione del giusto, che crea l’aureola d’immunità e d’innocenza che aleggia forte nel giocatore in genere.
     In America ragazzini armati in bande o singoli scolari sforacchiano i loro consimili o i loro professori perchè “è concesso” loro girare armati con pistole nel moderno Far West, e perché nonostante la dimensione del problema non si sa come arginare il fenomeno, che ha origini lontane e troppo vicine ed evidenti occasioni di autentico business.
     L’Acqua Santa non basta, e l’espressione non sia considerato irriverente, poichè unisce l’imprenditore che investe parte dei suoi risparmi regalandoli a chi lo truffa in maniera più o meno pulita all’inveterata arzilla pensionata che decide sia troppo il vitalizio che le rientra nelle tasche a fine mese, facendolo tornare con un‘operazione di giroconto allo Stato (o alle società che per esso raccolgono la grana).
     Lungi, però, dal voler argomentare circa un panteistico  (e quindi inutile) diffuso senso di correità, cui vengono chiamati vittime e truffatori, si possono e si devono definire i campi d’azione etici e logistici del fenomeno, negli aspetti che qui interessano. 
     All’oramai endemico senso di impotenza e rabbia, misto al desiderio vivo e sbiadito allo stesso tempo del colpaccio che in un battibaleno risolva i problemi di una classe medio-bassa sempre più in affanno per le difficoltà giornaliere (leggi euro e derivati), corrisponde la risposta (o l’offerta) a buon mercato, in termini economici-finanziari, di chi come lo Stato o chicchessia si trovi a svolgere la funzione di esattore di tasse e tributi non dovuti ma nemmeno ritenuti tali eticamente dai soggetti passivi, in un complesso transfert della mente umana.
     Tralasciamo dal novero le classi sociali più alte che, invece di beneficiare Enti e Associazioni di volontariato o di pubblica assistenza decidano di fare dei propri beni ciò che vogliono (leggi distribuzione a criminali e allo Stato che già li vessa con le sue gabelle), in quanto risponderanno un dì (si spera) di tali comportamenti.
     Sic et simpliciter !
Perché invece far emergere da tutto ciò il problema etico e di libertà dell’uomo medio e del suo « agere » ?
     L’esigenza è quella di calarsi nei meandri di quelli che non sono più, ormai, indecifrabili meccanismi corticali, contrapposti a stimoli di raziocinante ipotalamo, che nel mix spesso si perdono e si fondono, restando invischiati nelle pieghe del carattere e della apparente involontarietà delle reazioni neuronali.
     La varietà di bivi, trivi e quadrivi che puntano addirittura in tutte le direzioni possibili, compresi il sotto e il sopra, fa sì che l’alternanza fra dubbi e scelte sia incessante e sempre più fuorviante, confusa fra l’utile, il futile, il dilettevole e il dovuto, e porti ove si perda l’umana cognizione, l’etica e la stessa coerenza.  
     Un modo semplice per giustificare i nostri comportamenti sbagliati, e per santificare scelte alla luce dell’ispirazione divina che proviene dal bene più grande donatoci dalla Divinità, cioè il libero arbitrio.
     Sicuramente argomento poco sentito ma attualissimo, cui mi piace contrapporre la sazietà di input che cuori e cervelli insani è stanca di affrontare, nel loro incedere verso scelte sempre più pressanti e che li obbligano continuamente a rimettere in gioco i pochi consolidati principi che rimestano in loro, sempre più fiochi sotto ogni vibrante colpo della ventura.
     Non della splendida Simona, che lascio ai suoi frizzi e lazzi, nani e ballerine  che l’accompagnano così bene nel suo sguazzare fra i surrogati dei sogni degli italiani, ma del fato autentico e, per che ci crede, del Bene e del Male, del Diavolo e dell’Acqua Santa, non più entrambi confinati angustamente nei propri campi d’influenza, ma disposti amichevolmente anche alla pausa di riposo comune sorseggiando un caffè che li tiri simbolicamente e reciprocamente su dalle noie e dal tedio di “lavori” che sembrano, a spettatore poco armato di buon senso o quanto meno distratto, così simili, comuni e smitizzati di custodi di avversi, granitici e immutabili sentimenti.
     Miracoli della pubblicità !
Che forse coglie un particolare che ai più sfugge, risultato dei cambiamenti sociali ed
etici dei nostri giorni, di questi nostri agglomerati viscerali in cui viviamo: la reale confusione dei ruoli, non solo individuali e umani, ma addirittura morali e soprannaturali, su cui insanamente scherzare, che permette l’esistenza scellerata del serial killer e del pedofilo, del volontario della Croce Rossa o del 118, delle guardie e dei ladri, per parafrasare Totò, maestro della risata, e per alleggerire un attimo la pesante atmosfera dell’argomentare in cui mi sono cacciato.
     Puntare altrove, quindi, magari nella stessa direzione ma con diversa profondità d’analisi, per individuare le radici del problema e della cura, sempre comuni nell’uomo e mai manicheisticamente divisi, sfaccettature dello stesso prisma nei cui infiniti riflessi leggere, piuttosto che in tazzine sporche di fondi di caffè, il vero, l’autentico e finanche gli auspici.
     Senza, proprio per questa promiscuità, scivolare con il piede giusto nel canale sbagliato o viceversa, rischiando di cercare solida terra ove sono solo sogni e tridimensionali proiezioni della Chimera alla cui ricerca ci affanniamo.
     D’altronde uno, uno solo dei problemi che ci affliggono e che virulentemente si diffondono a livello sociale come il gioco, di cui ho trattato, richiede approfondimenti non semplici e soprattutto mai esaustivi e tempo, quello sì reale, da sottrarre inevitabilmente ad altre umane attività.
     A proposito, sta per chiudere il botteghino dell’Enalotto e, diamine, sarebbe un peccato non …
   Domani potrebbe essere diverso anche il mio personalissimo punto di vista sull’argomento.
 
IL LABIRINTISTA

di Mauro Montacchiesi

 
Per Luciano Recchiuti il “Labirintismo” è un’interpretazione dell’umana esistenza per mezzo dell’Arte. E’ un “àskìsis”, ovvero un allenamento, un’educazione costante e spirituale alla decifrazione di atteggiamenti, di circostanze, di fenotìpi e genotìpi, ovvero di caratteri individuali visibili ed invisibili. Il Labirintismo è per lui chiarificazione del proprio estro lirico. Luciano pone l’Arte in generale, e la Poesia in particolare, quali strumenti topici nel tentativo di dipanare l’aggrovigliata matassa animo-cuore dall’intricata e frenetica realtà di questa epoca. Il Poeta Aprutino sublima l’Arte a decantatrice estetica, ovvero a decantatrice nel processo di catarsi…
Da: “Le custodi dei miei sogni”
Sogno
catarsi ardite,
alimento
idee infinite
sopra
alte nubi,
tenui confini
in cielo.
e di redenzione. Gli archetipi artistici si accavallano, contraddistinguendosi nelle loro marginali differenze intrinseche, relativamente alla dissimile, naturale ed estemporanea ispirazione. Quella di Luciano, archetipicamente omologa a quella di molti altri Artisti, è l’”anàbasis”, vale a dire la ri-salita, l’ascensione dal plesso dell’”Es”, dell’inconscio, di cui diviene consapevole. L’evoluzione dell’Insigne Labirintista è, in siffatti termini, un “iter vitae” verso la coscienza della propria anima, deflegmata, ovvero depurata da elementi spurii, da paradossi, da coltri di bruma che, altrimenti, gli avrebbero intercluso l’accesso alla luce del proprio essere. Le dogliose metamorfosi si sono compiute nel tempo, talora diuturnamente, talora subitaneamente, nondimeno sempre recisamente miranti al medesimo traguardo: la consapevolezza del proprio “sé”, dell’Arte e del suo ruolo, dell’esistenza sia in senso ontologico sia in senso antropologico, dell’egresso dell’”Es” dal labirinto. Per Luciano non esiste il trionfo nell’inconscio “es” se non esiste l’elevazione artistica, se non esiste l’abiura dell’ideologia, se non esiste l’intuizione ponderata dell’essere, se si disconosce il negativo, quel negativo che può e deve inderogabilmente tracimare nella sana ed equilibrata emancipazione da condizionamenti. Recchiuti pone come postulato categorico la percezione della luce al di là del buio, in quanto ricerca, in quanto linfa esistenziale. Portato della ricerca, una visione perseguita per decenni, ma infine rinvenuta ed assunta in quanto pratica consueta, onde fugare il rischio di esitazioni, recidive, catastrofiche anamnèsi interiori che possano germinare asimmetrie nelle frali omeostasi animiche che governano la stessa ricerca. L’iter catabatico va percorso, quell’iter catabatico che mena dritto al ganglio dell’”Es”. Iter catabatico, “katàbasis”, condicio sine qua non per la successiva “anàbasis”, risalita verso l’emancipazione dai ceppi dell’ignoranza, strada verso i colori vivi, verso le luminose scie della consapevolezza…
Da: “Vento d’estate”
Le gocce
presto
bagneranno
i miei capelli,
facendo strada
a colori vivi
e luminose scie.
In virtù dell’Arte, di grande ausilio nell’opera di emancipazione dal proprio “Super-Io” (elemento che stravolge l’”Es”), si verifica il crollo degli arzigogolati bastioni che danno forma al labirinto. Ivi si manifesta, tangibilissima, la visione dell’”Es”, dell’”Ego”, del “Super-Ego”, elementi psico-fisiologici dell’iter di tribolazione e di angoscia. Luciano dogmatizza, quindi, la centralità dell’Arte nella sua funzione di catarsi e di dinamo instancabile verso l’emancipazione e verso la propria unità interiore. Proiettato verso questi portati, suaso di certi procedimenti, rispettoso dell’ordine-disordine che peculiarizza il Labirintismo, Luciano si pone quale “giasoniano argonauta”, ovvero quale “audace navigante-esploratore”, alla ricerca di un personale “vello d’oro”, ovvero alla ricerca di “luce e verità”!
Da un’attenta e sagace lettura inter-infra-lineas della poetica labirintista di Recchiuti, si intravedono borgesiani…
(Jorge Luis Borges, il poeta labirintista per antonomasia. Nato a Buenos Aires il 24 agosto 1899 e morto a Ginevra il 14 giugno 1986)
“Soy ciego y nada sé,
pero preveo
que son màs los caminos”
“Sono cieco ed ignorante,
tuttavia intuisco
che sono molte le strade”
(J.L. Borges, The unending rose)
 
…”sogni manovrati” …
Da: “Le custodi dei miei sogni”
La promessa
è d’esser stille
di rugiada
al mattino,
fiere custodi
dei miei
confusi sogni
al risveglio.
…dall’arbitrio sovrano del poeta e ne risultano inquietanti labirinti, …
Da: “Le custodi dei miei sogni”
Pullula di vita
il fiume,
spettri diafani
e curiosi,
che destano
paura nella gente.
fatti di libera fantasia e di lucido, implacabile raziocinio. Ed ancora, sviluppi fantastici fondati, in alcuni casi, sull’impossibilità di distinguere la realtà dalla finzione, il sogno dalla veglia, il passato dal futuro e, …
Da: “Le custodi dei miei sogni”
Anime migranti,
sospese eterne.
Viaggiano
nel blu e rosa
dell’aurora
appena accesa.
Sono ciò
che fummo,
sono ciò
che saremo.
in altri casi, fondati sull’inverificabilità di entrambi i poli dialettici.

 

 

 

 

  

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