LAURA PLATAMONE
Appassionata di scrittura da sempre, fino a
qualche mese fa, a parte l'esperienza professionale di pochi mesi
come Giornalista presso il quotidiano "il giornale di sicilia", tale
passione si esplicitava solo nei miei diari e sul mio blog (www.lauralafenice.spaces.live.com).
Poi a settembre ha iniziato a scrivere un romanzo: "Senza musica"
attualmente in valutazione presso la casa editrice Mondadori per il
concorso WWW. Da allora la produzione testuale non si è più
fermata, tra racconti e poesie inviate a concorsi, molti dei quali
ancora in attesa dell'esito. L'11 Giugno di quest'anno è arrivato il
mio primo premio: il secondo posto al concorso "Pianeta donna -
pensieri in versi".
"L'inconscio e il labirinto sono temi che
hanno sempre affascinato la mia mente, le tematiche e le finalità
del movimento del Labirintismo, e penso che la visione dell'arte
come percorso per uscire dal labirinto dell'inconscio nel quale sono
riposte le nostre paure e le nostre sembianze più oscure, rifletta
molto da vicino quello che è lo spirito stesso dell'arte, qualunque
sia la sua forma di espressione (Laura Platamone)".
Tele-dedalo-bazar
L'interpretazione dei sogni è la
“via regia” per l'interpretazione
dell'inconscio.
Sigmund Freud
Quel pomeriggio afoso era già preludio della tragedia. Ma può un
condizionatore con meno di due mesi di vita, smettere di funzionare alle
ore quindici e zero sette del tredici Agosto? Sabato per giunta, seguito
da due giorni festivi che tutto, lasciava prevedere, sarebbero stati
torridi.
Agata, guardava con disgusto la pila infinita della roba da stirare.
Camicie, gonne, pantaloni e tutta la biancheria sgualcita che, durante
la settimana, non riusciva a ordinare e riporre, stavano lì ad
aspettarla per il consueto appuntamento del sabato pomeriggio quando
libera dal lavoro e coi bimbi dai nonni, riusciva a trovare il tempo per
dedicarsi un po’ alla casa.
Piero e i bambini non tornavano mai prima di sera e allora, lei, apriva
quell’asse da stiro sgangherata e si metteva all’opera, allietata dalla
compagnia della Luciana che da Telebazar cercava di vendere, alle
telespettatrici annoiate, gioielli da sogno a prezzi stracciatissimi.
Agata si chiedeva sempre come fosse possibile che il trilogy che
desiderava tanto, e che al negozio aveva un costo improponibile, le
fosse lì offerto per trecento euro e per i primi dieci fortunatissimi a
prendere la linea, in omaggio anche gli orecchini di turchese e il
girocollo col pendente. Più volte era stata tentata di afferrare il
telefono e fare quella follia, ma poi, quando si apprestava già a fare
il numero, iniziava a sentire la puzza di fregatura e desisteva tornando
a impugnare il suo fido ferro da stiro. D’altronde era pienamente
consapevole del fatto che, data la sua scarsa preparazione in materia,
non sarebbe mai riuscita a distinguere un diamante da uno zircone o da
uno sbrilluccicante fondo di bottiglia. Troppo rischioso.
E quando già il caldo aveva prosciugato buona parte della sua già scarsa
voglia di fare, un’altra catastrofe si era abbattuta su di lei: su
telebazar niente Luciana! Al suo posto il serio Salvo con la sua
televendita d’arte.
Basta. Era davvero troppo. Quelle due terribili coincidenze l’avevano
incitata a un tacito ammutinamento. Per quel pomeriggio niente panni o
ferro da stiro. Si era spalmata sul suo divano comodo come un abbraccio
e, dopo un rapido quanto infruttuoso zapping, era ritornata agli occhi
blu dell’amico Salvo e alla sua telepromozione d’arte contemporanea.
Non che Agata ne capisse molto, per lei quei nomi presentati in
sequenza, esplorando quei lotti uno per uno, erano tutti ugualmente
perfettamente sconosciuti e, quell’arte senza forma o soggetto, fatta di
macchie e ombre che sembravano uscite dalla sensibilità malata di menti
visionarie, non le diceva nulla.
Nel suo animo piccolo-borghese, l’arte era ben altra cosa. Leonardo,
Michelangelo, dipinti e affreschi dalle forme armoniche e riconoscibili.
Un’arte lontana nel tempo che era decisamente diversa da quelle
incomprensibili espressioni di contemporaneità che le si profilavano
davanti scorrendo inesorabili sullo schermo piatto a quarantadue
pollici.
«L’arte è l’espressione del tempo in cui viviamo»
Salvo, coi suoi occhi sinceri, aveva pronunciato quella frase carico di
un entusiasmo che si manifestava in un’ottimistica - quanto utopistica –
fiducia nel progresso e nella modernità.
Agata, dal canto suo, non riusciva proprio a comprendere
quell’immotivato fervore anzi, la cosa, la inquietava parecchio. Pensare
che quelle figure contorte fossero lo specchio del tempo in cui viveva
le metteva addosso una certa ansia.
«E adesso andiamo avanti con il lotto tre-uno-sei, Ri-nascita, scultura
in bronzo dipinto e, come i precedenti, anche questo è dell’artista
Rabarama»
Un’altra figura contorta ma stavolta la pelle non presentava incisioni
inquietanti, era liscia e candida nonostante il volto presentasse i
riconoscibili tratti afro, comuni anche alle altre opere, la fronte
ampia, il capo privo di capelli, le labbra carnose gli occhi grandi e
profondissimi.
«Gli occhi chiusi del soggetto, indicano il preludio alla vita che
chiama il soggetto mentre tenta di liberarsi dal labirinto uterino dal
quale sta cercando faticosamente di svincolarsi»
Occhi chiusi? No! Salvo! Ma che dici?! Gli occhi della scultura erano
aperti! La fissavano, come carboni ardenti, pieni di un magnetismo che
ispirava allo stesso tempo desiderio e terrore.
Mentre lo stupore sbigottito di quell’attimo la avvolgeva ancora nei
suoi brividi, la figura, sempre continuando a fissarla aveva iniziato a
parlare.
«Agata, ricordi quando sei nata? Perché non mi hai portata con te a
vivere nel mondo ma mi hai lasciata sola in questo labirinto?»
«Oddio - pensava Agata - come fa a conoscere il mio nome?» Mentre lo
stupore per quello che stava accadendo si trasformava in paura, la
figura si agitava, cercando di divincolarsi, dentro la cappa bronzea che
l’avvolgeva e, ad ogni movimento, il dedalo che la decorava, cambiava
forma facendosi più intricato.
«Sorella, torna a prendermi. Adesso!»
A quelle parole Agata era stata risucchiata dentro quella fessura
uterina ritrovandosi in un labirinto bronzeo dove l’eco delle sue urla
suonava assordante.
«Non avere paura, non voglio farti del male. Io sono te»
Quella voce armoniosa e profonda cercava di infonderle sicurezza, ma
nonostante tutto Agata non riusciva a frenare la paura e si muoveva, con
le spalle al muro, senza essere capace di scorgere, intorno a sé, altro
che le alte pareti lucenti di quel labirinto.
Ad un tratto, mentre avanzava così lentamente scivolando lungo la parete
liscia, su quella di fronte a lei, iniziò a prendere forma una scena.
Era lei da bambina, nella sua vecchia cameretta. Riconosceva l’armadio
rosa con gli orsetti e la grande foto col vestito da fata turchina
scattata un carnevale di trent’anni prima. Lei, piccola, di spalle, si
avvicinava alla grande mensola sulla quale erano ordinatamente disposte
le sue bambole, le ricordava tutte, una per una e ricordava la sua mamma
che le diceva «Non toccarle! Il loro posto è la mensola!» decine di
bambole con le quali non aveva mai giocato, ferme, immobili come mute
decorazioni. Vedeva la piccole mani della lei nel riflesso che le
afferrava ad una ad una gettandole sul pavimento e quando la mensola si
era svuotata, si girava verso quel cumulo di gambe, braccia e volti di
plastica e iniziava a spogliarle, poi con una rabbia che da bambina non
le era mai appartenuta aveva iniziato a tagliare i loro capelli,
riccioli e boccoli che cadevano per terra in ghirigori colorati e quando
aveva finito con le bambole, aveva iniziato con i suoi, recidendo di
netto le trecce bionde e poi tagliando sempre più a fondo fino a
rimanere completamente senza capelli. Quando aveva finito
quell’operazione di sfregio e aveva alzato lo sguardo il suo non era più
il viso della piccola Agata ma quello della donna della scultura.
Agata aveva urlato inorridita e la scena riflessa era subito sparita.
«Quante volte avresti voluto farlo?»
«Non è vero! Non è vero! Adoravo quella collezione e le mie lunghe
trecce...»
«Stai mentendo sorella, ma lo capirai solo quando mi troverai...cercami,
segui la mia voce»
Come guidata da un richiamo ipnotico Agata aveva continuato a muoversi,
cercando, più che la voce, la via d’uscita da quel labirinto infernale.
Ma quel dedalo sembrava infinito, un vorticoso intrigo di mura avvolte
su loro stesse e a lei sembrava sempre di girare intorno allo stesso
posto, mentre sulle pareti si susseguivano altri inquietanti riflessi
della sua vita.
Si vedeva adolescente, a quella festa di quindici anni che aveva rimosso
per sempre. Vestita con jeans dalla vita troppo alta e quel maglione
fucsia a cerchi verdi davvero troppo ridicolo, ai piedi converse
sformate coi lacci colorati. Un cerchietto fermava i ricci ribelli
troppo crespi che sennò sarebbero ricaduti davanti agli occhiali
pesanti. Ai denti l’apparecchio che per anni aveva trasformato il suo
sorriso in una stretta smorfia. Fissava un punto indistinto in fondo
alla sala. No, non era un punto qualsiasi. Fissava lui. Ettore il suo
amore segreto e in cuor suo cercava la forza per avvicinarlo, una forza
che non avrebbe mai trovato. Poi dal nulla si era materializzata lei, la
donna della statua, il fisico perfetto fasciato in un abito rosso che
poco lasciava all’immaginazione, perfettamente in equilibrio su tacchi
vertiginosi. Si era avvicinata ad Ettore e l’aveva baciato
appassionatamente.
Agata fissava la scena sentendo allo stomaco lo stesso identico nodo che
aveva sentito vent’anni prima, ma quando Ettore e la ragazza si erano
staccati il nodo si era fatto ancora più stretto. Le labbra umide che
avevano appena abbandonato quelle del suo amato erano le sue, suo era il
volto fasciato in quell’abito, suoi i capelli lunghi e biondi.
Ma anche quella scena era sparita prima che lei potesse davvero capire.
«Chi sei? Dove sei? Cosa sta succedendo»
«trovami e capirai»
Agata si sentiva persa, non capiva e non lo sopportava, continuava a
girare come una trottola interrotta, in quella ricerca, dalle scene che
le si profilavano davanti e in ognuna lei era l’altra o l’altra era lei,
confondendo le sue idee e le percezioni di quella che era stata la sua
vita.
Si vedeva in abito da sposa il giorno del suo matrimonio, ma era lei o
l’altra? E chi stava facendo l’amore con suo marito? A poco a poco non
riusciva più nemmeno a distinguere i volti o le scene, quali erano
episodi realmente vissuti e quali visioni create dal groviglio del suo
inconscio e dalla magia perversa di quella figura misteriosa.
Poi quando aveva perso ogni speranza di uscirne il labirinto era svanito
e lei si era ritrovata sola in mezzo al nulla. Uno spazio enorme e vuoto
popolato solo dal silenzio.
«Brava, c’è voluto un po’ ma sei riuscita a trovarmi»
Dall’oscurità, la donna della scultura si era fatta avanti, avvolta in
un mantello bronzeo che richiamava il motivo labirintico delle incisioni
sulla statua.
«chi sei? Che cosa vuoi da me?»
«Io sono te, o almeno quella parte di te che non hai mai lasciato libera
di esprimersi. La buona, dolce Agata. Troppo buona. Troppo dolce. E
mentre tu vivevi la tua vita serena e tranquilla io agonizzavo in questo
labirinto che tu stessa costruivi giorno dopo giorno, e ogni desiderio,
ogni passione, che ricacciavi indietro era un'altra parete che si alzava
per separarci e tenerci lontane. Ma adesso mi hai trovata e solo insieme
possiamo uscirne. Solo io conosco i segreti di questo posto e solo tu
hai il potere di tirartene fuori. Stringi la mia mano»
Senza dire nulla Agata afferrò le candide dita, sperando solo che
quell’incubo avesse presto fine.
“bentornata amore, ti sei fatta una bella dormita!”
Piero, che doveva essere appena rientrato, l’aveva svegliata con un
bacio sulla fronte. Lei l’aveva guardato ancora un po’ stranita e poi
l’aveva baciato con passione, tanta passione, così tanta che lui stesso
ne era rimasto stupito.
«tesoro metto a nanna i bimbi, tu aspettami in camera, stanotte voglio
farti impazzire» Aveva sorriso maliziosa e si era allontanata lentamente
muovendosi sinuosa come non aveva mai fatto.
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