ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

FRANCESCO ROSSI

 

Dello stesso autore

 POESIA  

 
"Nell'immagine del "labirinto" si può compendiare idealmente l'archetipo di una sostanziale dialettica tra aspetti contradditori, eppure essenzialmente integrati, dell'esistenza umana, nelle sue implicazioni individuali e collettive. Si tratta, in fondo, di una rappresentazione ancestrale, che consente di oggettivare in forma problematica la più ampia risonanza gnoseologica della ricerca di senso in capo all'humanitas operante in ogni circostanza storica ed in qualunque contesto spaziale. Nel labirinto, infatti, visivamente si rende intellegibile lo sforzo umano di pervenire ad un ordine metodologico, pur nella circolare refrattarietà della materia vivente a comporsi in un quadro di immediata comprensibilità. E' insomma la permanente dialettica tra "dionisiaco" ed "apollineo" a pervenire ad una sua efficace rappresentazione nell'ideale immaginifico del labirinto, così come si tratta sempre della medesima approssimazione all'ordine, malgrado l'incongruenza apparente tra macrocosmo e microcosmo che si avverte nel tentativo di far corrispondere sostanzialmente i moventi dell'agire umano anche più individuali alle grandi forze che sembrano far procedere la Storia. E' l'esistenza stessa che, appunto, si presenta sotto un'altra speculare opposizione rispetto a quella oggettivabile secondo l'archetipo del labirinto: essa si rende, cioè, all'occhio del poeta come un coacervo di esperienze da cui non è dato escludere la presenza inquietante dell'"ombra". Quest'ultima è comunque interpretabile in base ad un ordine, attraverso, tra le altre, la simbolizzazione paradigmatica del "cerchio", figura non a caso esemplare del gravitante anulare orrido vuoto in spire di avvolgente erosione della coscienza attorno alla sua stessa più ferma stabilizzazione di coerenza gravitazionale; dell'ombra la sensibilità poetica, sotto forma di pensiero riflesso in espressiva affabilità per assimilazione ed integrazione di immagini, il cerchio al pari del labirinto, si sforza di comprendere la manifestazione e le ragioni anche più riposte, pressoché in ogni ambito, appunto, della vicenda esistenziale umana, singolare e collettiva (prof. Francesco Rossi).

 

Francesco Rossi nasce a Jesi (AN). Dopo aver frequentato il Liceo Classico “Vittorio Emanuele II” di Jesi (AN), si iscrive all’Università degli Studi di Perugia, presso la quale, nel 1997, consegue la laurea in Lettere Classiche con il Prof. Ubaldo Pizzani, Ordinario di Letteratura Latina, discutendo una tesi dal titolo “Il problema della religiosità di Orazio”.
Dopo essersi laureato, intraprende la professione di docente di Materie Letterarie, che lo porta ad insegnare in varie scuole della provincia di Ancona, da ultimo presso il Liceo Classico Statale “Francesco Stelluti” di Fabriano (AN). Da sempre risiede a Castelbellino, paese in provincia di Ancona. La sua attività letteraria comincia nel 2003 e da allora non si arresta più. Essa gli consente negli anni di partecipare a vari Premi e Concorsi Nazionali di Poesia, alcuni dei quali vinti (1° classificato al Premio Nazionale di Poesia “Dire”, organizzato dall’Associazione Culturale “Pègaso” di Biella, per la XIV e la XV edizione, rispettivamente nel 2004 e nel 2005), e di ottenere comunque lusinghieri riconoscimenti, tra cui il Diploma di Merito al V Premio Letterario Nazionale “Umberto Fraccacreta”, organizzato dal Centro Culturale Internazionale “Luigi Einaudi” di San Severo (FG), e piazzamenti, nonché l’edizione in antologia delle opere premiate (2° classificato al XIII Concorso Letterario Internazionale “Città di Ancona” nell’anno 2004, finalista al Premio Letterario “àtena” 2005 di Poggiardo (LE), pubblicazione nella raccolta “Ritratti”, curata dall’Associazione Culturale “Il Simposio delle Muse”, che organizza il Premio Penisola Sorrentina “Arturo Esposito”, in occasione del decennale dell’istituzione). Nel novembre del 2009 ha curato la prefazione e la presentazione del libro di Remo Uncini, Le strade del silenzio, Edizioni Voce della Vallesina, Jesi (AN). Il 23 marzo del 2010 ha pubblicato il volume di poesie Controcanto pasoliniano, Aletti Editore, Guidonia (RM). A novembre del 2010 è uscito il volume di poesie Il cerchio dell’ombra, Aletti Editore, Guidonia (RM). A dicembre del 2010 è stato pubblicato il romanzo CredereRicordareRiflettere!, Morgan Miller Edizioni, Lucera (FG). Recentemente, nel mese di dicembre del 2010, una recensione di Controcanto pasoliniano, ultima in ordine cronologico rispetto ad altre comparse nel corso del 2010 su organi di informazione locali (“Voce della Vallesina”, “Portobello’s”, www.liceostelluti.it), è stata pubblicata sul numero 7 de “Il Giornale Letterario”, edito a cura di Prospektiva Editrice di Civitavecchia (RM). La sua produzione poetica, ripartita in decine di raccolte ancora per gran parte inedite, assomma attualmente a 5.846 testi, per un ammontare di 116.054 versi (più di 8 volte la Divina Commedia di Dante Alighieri). Di prossima pubblicazione la monumentale opera in versi dal titolo Il gigante di Dio (La via alla perfetta letizia), biografia poetica di San Francesco d’Assisi.La sua produzione narrativa annovera, oltre a quella già edita, altre opere, di cui un giallo, Una medicina per l’anima, un romanzo storico, La macchia al bando, un romanzo storico-biografico, Un prete qualunque, inviato al Concorso di Poesia, Narrativa e Disegno sul tema “Cercatori di Dio”, indetto dall’Ufficio Catechistico della Diocesi di Jesi (AN), ed una raccolta di racconti, dal titolo Eccezioni del tempo. Racconti dal 2010, quest’ultima presentata al 1° Premio Letterario organizzato dal Rotary Club di Jesi (AN), in collaborazione con Gruppo Editoriale Informazione, nonché un romanzo autobiografico, dal titolo Immemoriale. Appassionato da sempre di arte varia, ha praticato teatro, in una compagnia amatoriale dal 1987/88 al 2000/01, e si è comunque dedicato con costanza a coltivare i propri interessi culturali, confinati prevalentemente nell’ambito degli studi storici, con particolare riferimento all’età contemporanea.

Capitolo primo

 

L’“OMBRELLO” del LITTORIO sul “CASTELLO”

 È incredibile come talvolta una sequenza di immagini

senza apparente nesso tra loro e senza ancoraggio ad una storia

di per sé significante possa parlare di più e più chiaramente che

una qualunque narrazione.

            A sfogliare un album di fotografie di un passato anche non

troppo lontano, come quello che affonda nel Ventennio, anche se

le immagini ritraggono scene collettive e personaggi di un paese

noto e, anzi, familiare, sembra che non si percepisca di più che la

datata patina del Tempo, che si è depositato sulla Vita fino a

renderla l’inerte rappresentazione di un’epoca per sempre

tramontata.

            Eppure con la memoria si può andare a ritroso, nonostante

non si abbiano riferimenti diretti, tratti dalla propria o dall’esistenza

di presenze vicine ancora viventi, a cui appigliarsi per far parlare

ancora quegli scenari e quei volti privi di identità riconoscibile.

            La memoria può supplire allora alla sua inadeguatezza,

per diventare un’ésca attraverso la quale quel passato, di cui pure

si conoscono i riferimenti cronologici generali, viene illustrato

comunque, per mezzo di un trasferimento del clima di un’epoca

all’atmosfera che si respirava nel momento in cui, in un luogo

determinato, anche appartato rispetto alla scena della Grande

Storia, l’obiettivo della macchina fotografica ritrasse, rendendoli

immodificabili, scorci di paese e varia umanità caratteristica del

posto.

            Non ci si orienta, a prima vista, tra le facce che non dicono

nulla di più che essere state quelle di gente comune, forse anche

ascendenti o comunque persone care all’inizio della loro vita –

perché no? anche il proprio stesso padre – ma mettendo in fila

quelle fotografie si riesce a ricavarne un racconto di senso sul

passato della comunità a cui appartengono.

            Già qualcuno ha pensato ad ordinarle in sequenza

cronologica, per illustrare in forma documentaria la storia

dell’identità di quel luogo determinato, ma magari non è riuscito a

restituire attraverso gli scatti recuperati il tenore umano dei

personaggi che sono serviti a rappresentare la società dell’epoca

in cui gli scatti furono effettuati.

            Per i luoghi forse è più facile: malgrado siano cambiati i

connotati esteriori di un borgo, se ne possono ancora riconoscere i

tratti qualificanti anche a distanza di decenni, se non, addirittura, di

secoli.

            Le pietre ed i mattoni sembrano conservare un’anima che

li rende inconfondibili, nonostante interventi successivi possano

averne modificato l’aspetto.

 

Da F. Rossi, CredereRicordareRiflettere!, Morgan Miller Edizioni, Lucera, 2010, pagg. 9-10

            Le “belle pose” degli anni anteguerra rimanevano un

ricordo da conservare per le generazioni future, quadri di cordiale e

serena vita paesana, soltanto turbata, per brevi ma intensi episodi,

come quello dell’“uscita di scena” del “mostro” tedesco, nella sua

“statuaria” fissità di diapositiva.

            Cornici nitide per una sbiadita sequenza di immagini

dell’“età eroica” “scaduta” nel trapasso dall’oleografia della

rinascita all’esaltazione per una composta “rivista d’avanguardia”.

            Erano allora volti terrorizzati, inespressivi nella loro sofferta

uniformazione al “clima” austero dell’epoca, dei bambini della

scuola alla fine delle lezioni alla metà degli anni Venti: quasi tutti

“insaccati” nel loro costume “da galera”, ma con le scarpe calzate

ai piedi, alcuni “rapati a zero” contro il rischio dei pidocchi, le

femmine con una più “scapigliata” libertà di sguardo, frastornati

comunque in genere, diffidenti per l’attenzione forzata dimostrata

nei loro confronti, malgrado la miseria dignitosa del proprio

portamento guardingo, del proprio scontroso o accigliato cipiglio da

bestie selvatiche racchiuse a stento dentro una gabbia

insolitamente grande per non comprimerne lo smarrimento per una

condizione di vita pur sempre stentata.

Da F. Rossi, CredereRicordareRiflettere!, Morgan Miller Edizioni, Lucera, 2010, pag. 31

 

Capitolo sesto

 

SCONCERTO

 

            La Verità si fa conoscere spesso per quella che appare: “Io

sono colei che mi si crede!”.

            Chi avrebbe potuto dubitare dell’evidenza dei fatti: l’arrivo

del Duce a Monte Roberto, seppur quasi in incognito, la sua

permanenza in paese, anche se per appena due ore circa, la sua

rapida partenza, del resto in modo del tutto analogo a come si era

svolto l’approdo in terra marchigiana, quel “fatidico” 28 ottobre

1931, nono Annuale della Rivoluzione fascista…?

            Elementi di stranezza, per la verità, se ne erano notati

anche troppi in tutta quella vicenda, maturata come un’evocazione

repentina di una presenza a lungo vagheggiata, anzi tanto

fervidamente nell’aspettativa sollecitata quanto inopinatamente e

fulmineamente concretizzatasi.

            L’abilità stessa nel volo aereo dimostrata dal Duce, non

che rappresentare agli occhi di quanti avevano assistito

all’atterraggio un elemento di improbabile riferimento all’augusta

persona del Capo del Fascismo, comunque aveva destato più di

qualche perplessità, ovviamente celata nel profondo delle opinioni

personali, in quanto sembrava davvero improbabile che Benito

Mussolini fosse quasi “scappato via alla chetichella” da Roma per

una “spavalda” dimostrazione di perizia aviatoria nei cieli delle

Marche.

Da F. Rossi, CredereRicordareRiflettere!, Morgan Miller Edizioni, Lucera, 2010, pag. 159

 

 

  

Webmaster Prof. Massimiliano Badiali Copyright 2006-2011 All rights reserved