ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

FRANCESCO FRANCESCHINI

 

Francesco Franceschini è un insegnante, Abita a Terni. L'autore ha pubblicato due libri di racconti e un romanzo. Ha vinto  alcuni premi letterari di poesia e narrativa. E' responsabile della programmazione di Radio TNA, emittente del circuito nazionale In Blu (www.radiotna.it)
 
L'interesse per il labirinto nasce dalla constatazione che la nostra stessa psiche è labirintica (come scopre a sue spese il protagonista del racconto), tanto che sembra progettata dal redivivo Dedalo (Francesco Franceschini)".

L’OSPITE NOTTURNO

 

Le 4 e 25 di mattina. Non è più notte, non è ancora giorno.

Mi sveglio di colpo, uno strappo netto dal sonno.

Un’ombra si muove nella stanza. Cerca di non far rumore, di non urtare i mobili. Si ferma davanti al letto matrimoniale. Ne sfiora le sponde con le mani. E’ un uomo, è scalzo, lo capisco dai suoi passi: attutiti, felpati, come di gatto.

Non è un ladro: avrebbe già colpito. Chi è? Che cosa vuole?

Osserva me e mia moglie dormire, non capisco con quali intenzioni, in questa mattina presto d’agosto.

Siamo in vacanza, io e Lina. Sette giorni di noia dopo un anno di lavoro. L’appartamento al mare è troppo sulla strada: chiasso di motori e adolescenti ubriachi che sbraitano fino a tardi.

La settimana ventura saremo ai ferri corti. Questo viaggio è l’ultima speranza. Si è sfasciato il nostro matrimonio come un gigante che perde i pezzi. Non di schianto, no; piuttosto un poco alla volta, con noncuranza. E’ invecchiato male, come noi.

Logoro come lo sfilacciato mare del pomeriggio, bavoso e freddo, che non hai voglia a tuffarti.

Non è cambiato niente da che siamo qui. Solo il mio umore da schizzato s’è fatto funebre, non più alti e bassi ma elettroencefalogramma piatto. Il mare mi fa di questi scherzi. Lina, perché m’hai convinto a venire?

Lina ha preso sonno subito, dopo l’ultimo screzio di ieri sera. Ha detto “non ti sopporto più!”, è caduta esausta. Io mi sono addormentato a fatica, con un deejay idiota a rintronarmi dalla spiaggia e davanti agli occhi la scena di quel tale, oggi al minimarket, che apriva al figlio le scatole dei cereali per fargli rubare gli adesivi di Garfield.

Mi sento soffocare. Crisi da fame d’aria, ha detto il dottor Pazzi. Mi ha prescritto un farmaco che non serve.

L’uomo ora è vicinissimo alla mia faccia, sento che mi scruta, compatisce le mie rughe, i miei capelli radi, annusa il mio alito. I suoi occhi si posano sugli occhiali, le Muratti lights, le Valda che tengo sul comodino.

Prende in mano il libro in cima alla pila di 4 o 5 che sono sul pavimento: In un tempo freddo e oscuro di Joe R. Lansdale. Passa le dita nel solco della rilegatura, come fosse il solco proibito di un’ amante bambina. La sabbia che c’è finita dentro gli solletica i polpastrelli. Legge qualche riga, poi lo rimette in cima al mucchio. La pila vacilla, ora cade.

No: lui la rimette in equilibrio, senza far rumore.

Si mette in ginocchio, sul tappeto algerino che ho preso da Aziz a buon mercato. Lo punge l’odore delle coperte ai piedi del letto, delle lenzuola che teniamo tra le gambe per un impossibile refrigerio. Inspira la polvere e la stanchezza, il sudore dei nostri corpi.

Sta un po’ così, biascica qualcosa che non afferro, come un treno di parole legate assieme senza interpunzioni e stacchi. Un penitente che ripassa una giaculatoria.

Poi si avvicina a mia moglie e sembra bisbigliarle qualcosa all’orecchio. Pochi istanti, come una litania. Ho paura, sto per accendere la luce, mettermi a urlare, porre fine a quel gioco sadico. Ma sono come paralizzato.

Ora prenderà Lina, e io non potrò che assistere impotente. Poi forse ci ucciderà, dopo aver fatto i suoi comodi anche con me. O forse no: ho letto troppi noir tutti uguali.

Forse il nostro ospite è innocuo. E’ solo un tipo singolare che s’è introdotto in casa d’altri a un orario insolito.

E se fosse il vicino di casa? Quel vecchietto bianco e pacifico che ci ha regalato il suo ombrellone, tanto lui in spiaggia non ci va più? I vecchi fanno di queste cose. Sono socievoli, a volte un po’ invadenti. Ti ricordi, Lina, di Rosemary’s baby? E di quello che è successo dopo, quella faccenduola del reverendo Manson?

Se è il nostro vicino, vorrà riprendersi l’ombrellone? Si è pentito di avercelo dato? E’ entrato dalla finestra, sicuro. Sei una stupida, Lina, ti ostini a tenerla spalancata, perché dici che ti manca l’aria. Stupida, stupida…

Ora ti giri su un fianco, ti gratti il naso, fai una smorfia che conosco. Come se niente fosse.

 

L’ospite si muove con sicurezza, sembra conoscere la stanza a menadito. Si avvicina alla finestra, guarda il chiarore del mattino.

Mi azzardo ad aprire gli occhi. Solo una fessura. E’ alto e pingue, un po’ mi assomiglia.

Decido di muovermi anch’io. Per rassicurarlo. Se sto troppo fermo capisce che sono sveglio. Piego le ginocchia e sono una specie di zeta, una zeta scritta da uno spastico.

Mi libero del cuscino, smanio: gesti che danno l’idea di uno che dorme e nel sonno brancola, come un funambolo accecato.

Una volta il dottor Pazzi mi disse che siamo animali diurni. Quel che accade di notte sfugge al nostro raziocinio. Di giorno a uno segue due e a due segue tre. Ciò che accade è spiegabile, a volte doloroso, ma d’un dolore aritmetico. Di notte tutto si rimescola, l’uomo è nudo al cospetto del suo cervello, pieno di fantasmi. Due diventa dispari, tre pari. A delirio segue delirio, e i sogni sono frammenti impazziti di noi.

Decido di non subire oltre la situazione.

Spalanco gli occhi, che faticano qualche secondo ad abituarsi al grigiore della stanza. Farfalline di luce mi lampeggiano davanti, poi riconosco i miei alluci, lo scrittoio, la parete di fronte.

Lui non c’è più. Tremo all’idea che si sia infilato sotto il letto, in agguato, pronto ad afferrarmi le caviglie non appena metto giù i piedi.

Tace la stanza, impaurita.

Mi faccio coraggio. Metto un piede per terra. Poi l’altro. Non perdo tempo a cercare le pantofole. Sono in piedi, poi subito a terra, ventre piatto contro il pavimento a esplorare la caverna dei sogni, il posto dove licantropi e strie, in ogni mia notte di ragazzino, si davano convegno.

Sotto il letto non c’è più leggenda.

Sento un tramestio in bagno. Accorro. La luce svogliata del giorno filtra dalle persiane. Una faccia allo specchio si allarga, sciupata. Capelli arruffati, barba ispida, strisce che l’attraversano, come di biacca.

Mio Dio, è una faccia che conosco. Stanca di una stanchezza incurabile, lo specchio ne tradisce le rughe da cinquantenne, gli occhi di spento terrore, il sospetto del tempo che si assottiglia, e bisogna fare presto, più presto.

E’ dietro di me, sembra non vedermi. Se mi volto scompare. E’ dietro di me, e dentro, e mi ricorda, ecco, la mia faccia allo specchio la prima volta che ho tradito Lina, il compiacimento che spense il senso di colpa.

Vedo Chiara, i suoi vent’anni, il mio orgoglio, la mia preda. Il suo corpo bianco sul letto, i nostri incontri settimanali. Vedo me che l’amo.

Con lei, la mia giovinezza.

La mia giovinezza che è fuggita via come un ladro. I giorni della bellezza, della superba vita che se ne infischiava di tutto sono andati. Come amici che all’alba rincasano e rimani solo a contare il vino che hai bevuto. A contare i danni.

Come il tempo che ha piegato il suo sorriso a un ghigno e ti invita ai funerali, a patetiche seconde nozze di finti giovanotti in camicie hawaiane. E’ il tempo a confessarti che non c’è rimedio, che i tuoi giorni s’accorciano, come a settembre un po’ prima ogni sera si spegne il sole.

A ottobre è finita l’estate e tu non l’hai vista finire.

Chiara rimane con me quando ho più paura; nuda s’allunga su di me, mi bacia. Mi elemosina del tepore che fa ripartire il mio sangue. Non le ho chiesto ancora per quanto sarà.

 

La faccia dietro di me, il mio ospite taciturno, si sposta fino a sovrapporsi alla mia. E’ la mia. L’ospite è dentro di me, sotto la mia pelle, nel mio cervello, nella malattia che m’avvelena il sangue e che tra sei anni mi avrà vinto.

E’ il me stesso che nasce dallo scempio di questa mia vita, il delatore che si china su Lina e le confida in un orecchio ogni tradimento, ogni gesto d’amore che per stanchezza evitai, il terrore di un’insonnia popolata di presagi.

Non lo credevo così acre, l’autunno. Sgarbato di modi, strappa l’anima, mortifica i titani che siamo stati. E il me stesso ch’è venuto a cercarmi ha guardato e visto la sua miseria.

Tra poco Lina si sveglierà col sospetto che sia stato solo un sogno ed io, che di sogni nutrivo la vita, saprò che non c’è sogno in grado di restituirmi la mia pace.


 

 

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