ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

FERRUCCIO FABILLI

Ferruccio Fabilli usa l'acronimo FERRU' D'EFFE per tenere separate le due sfere di attività, quella professionale, col nome proprio e quella artistica con l'Acronimo.Nato a Tuoro sul Trasimeno dove lavora e vive a Cortona. Ha scritto di storia locale "I mezzadri" ed Grafiche l'Etruria; ha pubblicato il Romanzo "La vita a modo mio" ed. Il Filo, con cui ha vinto il premio letterario "Città di Monteverde"; ha partecipato al premio letterario Mecenate del 2008 col racconto "l'Airone e la Gru"; è in stampa il secondo romanzo "Ascoltando il respiro di una notte d'estate" ed Il Filo.

 

"Trovo nella "teoria del Labirinto" una chiave di lettura fondamentale dei fatti della vita e dei percorsi interiori di ciascuno. Una metafora calzante, quasi che il labirinto sia una condizione inevitabile nei processi di conoscenza e nelle relazioni umane, nella crescita interiore. A ognuno è dato affrontare il previsto e l'imprevisto mescolati da condizionamenti esterni (destini) ed interni (carattere e livello di conoscenza) i cui risultati sono quasi sempre  dedali da cui se ne esce - quando se ne esce, perchè si può anche starci tranquillamente dentro - si è sicuramente diversi da prima. Un "panta rei" non rettilineo ma circonvoluto (Ferruccio Fabilli)".
 

UNO SGUARDO DALL’ALTO SU CERTI DEDALI INTERIORI

Nella tiepida giornata di primavera, sull’erba all’ombra di un tiglio, si godeva la magnifica vista della valle, dopo una ascesa a piedi di un paio d’ore in cima al colle. Michele aveva chiuso con un lungo passato di militanza politica. Forse non casualmente aveva raggiunto il buon ritiro di Romano - che  com’era sua consuetudine riceveva gli amici sul prato di casa -  uno dei suoi guru politici giovanili, ma che da oltre venti anni, senza tradire idee e compagni, si era ritirato a vita privata. Per Michele che alla riflessione aveva coniugato l’azione, il fare, il raggiungere l’obiettivo, l’immersione nell’avventura, l’uscita dall’appartenenza politica, probabilmente definitiva, fu un bel momento di riflessione  sui suoi trascorsi di oltre un trentennio di vita. <<Salendo da te ho pensato ad una metafora del momento che attraverso: mi è crollato a fianco un intero borgo con la sua cinta muraria, ma quel crollo mi ha procurato un enorme piacere!>> buttò là Michele, preso dall’ansia di condividere certe sensazioni.

<<Che ti rappresenterebbe il borgo crollato con tutta la cinta muraria?>> domandò incuriosito Romano.

<<E’ stata fatta  piazza pulita di organizzazioni, partiti e rappresentanti politici - il borgo -, che dicevano di rappresentare il comunismo in Italia!  Parolai, narcisi, invidiosi l’uno della “statura” dell’altro, capaci di frammentarsi in organizzazioni sempre più piccole da diventare delle dimensioni dell’orto di casa, senza senso; usavano un linguaggio così involuto da non capirsi neppure tra di loro!>>

<<Come sai, anch’io da tempo non riponevo più tanta fiducia sulla sinistra italiana. Non si dica poi dei comunisti. Di dirigenti locali o nazionali che mi rappresentino quell’idea, di persone viventi, faccio fatica a fare un nome.>>

<<Una sensazione che non ebbi neppure al crollo del muro di Berlino. A quel momento, pur pensando necessaria una profonda revisione critica dell’esperienza politica dell’Est Europa,  ma ritenendo opportuno mantenere in piedi un progetto politico della sinistra di trasformazione in Italia, avrei usato la metafora di un borgo in rovina, da restaurare, anche in modo radicale, partendo però dal salvabile che vedevo.>>

<<Oggi dunque parteggi per nessuna prospettiva politica?>>

<<Il nuovo, il giusto passerà dal desiderio di felicità che alberga in ognuno, che la politica dovrà assecondare e aiutare a realizzare, anche a chi fosse scettico, o  a chi tale desiderio fosse sopito per le troppe delusioni patite.>>

<<In effetti, anch’io, da una ventina  d’anni non mi sono lasciato coinvolgere più di tanto dalla politica, dedicandomi invece al lavoro di pubbliche relazioni, per la mia azienda; al privato, creando nuovi contatti con persone interessanti; alla buona tavola ed alla cucina, che mi riesce bene e, infine, ma non per ultimo, a recitare versi amorosi…!>>concluse con  un sorriso sornione.

<<Sono percorso da una sensazione piacevole, come di essere uscito da una grande fatica condivisa con altri, che aveva prodotto certi risultati tangibili, ma che ultimamente si era trasformata in un incubo, dove al contrario di politici coerenti e capaci - tutti i giorni - ho avuto   a che fare con arrivisti, capaci di scimmiottare stanche formule politiche senza senso, senza cultura, assetati di potere fine a se stesso, senza il minimo barlume di attenzione all’utilità sociale delle scelte politiche; protesi solo all’immagine, al proprio successo personale, a crearsi una tribù da strumentalizzare e non da guidare saggiamente!>>

<<Tornando alla metafora del borgo raso al suolo, significa che non salvi niente della nostra esperienza politica e dell’essere stati comunisti?>>.

<<Quello stare bene, dopo aver immaginato raso al suolo il mio ideale borgo, è riferito al recente crollo della classe politica della sinistra italiana;  mentre non ho dubbi a salvare il vecchio Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels,  una lettura – certamente datata, ma verosimile - di come il mondo si possa rendere più giusto, sul solco della tradizione evangelica del Discorso della montagna di Matteo,  e mi tengo il ricordo e gli insegnamenti appresi dalla tua vecchie rete di compagni che mi facesti conoscere, pomeriggio dopo pomeriggio, su e giù per il nostro comune, viaggiando con la tua vecchia Citroen.>>

<<Anche a me mancano quelle vecchie figure genuine di militanti; forse il mio disimpegno iniziò quando uno ad uno persi, con la loro morte, i migliori punti di riferimento.>>

<<Meraviglioso quel covo di vecchi operai “sovversivi”: Quinto, Severino e Olinto! La fede granitica nel partito non impediva loro di vedere la mollezza di certi dirigenti o i punti critici della linea politica del momento. Sorprendente fu Quinto, quando, oramai ricurvo a novanta gradi per l’artrosi alla spina, parlando delle lotte mezzadrili e dei loro ideali politici, subito dopo il crollo del muro di Berlino, ebbe l’acume di domandarsi: “Cosa dirà la storia delle nostre lotte?” Alla sua preoccupazione immediata, cercai di tranquillizzarlo: “Una storia scritta tra cento anni, darà atto che, qui da noi,  nel nome del comunismo e del socialismo masse ingenti di diseredati si costruirono una dignità e un ruolo da protagoniste nella società e nell’economia!”. Quinto non replicò, ma con un lieve sorriso sulle labbra fece un gesto con il capo come a dire: “Lo spero!”.>>

<<Che dici, vado a prendere un boccia di vino fresco?>> disse Romano alzandosi e, senza attendere la risposta, si incamminò verso la sua cantina.

Rimasto solo alla frescura, con il sottofondo dello scroscio di un ruscelletto, a Michele tornò in mente un’altra sua - clamorosa per lui  - fuoriuscita: quella dalla chiesa cattolica, prima abbandonando il seminario e poi allontanandosi dalla pratica religiosa. Al contrario del recente gioioso distacco dalla politica, quell’antico primitivo distacco fu molto più complicato e sofferto.

L’ ideale metafora, che in quel momento gli rappresentava  la chiesa da cui si era distaccato, era un castello in cui avrebbe potuto di nuovo riparare e trovare qualche rara persona con cui ragionare serenamente del senso della vita, senza doversi definire  beneficiario del dono della fede. Luogo complesso e affascinante; per la continua emorragia di proseliti, immaginato quasi deserto, di cui non ebbe nostalgia nel seguito della propria vita; caso mai reminiscenze.

“Com’era capitato che un ragazzino, di poco più di nove anni, si fosse distaccato da una famiglia affettuosa, per rinchiudersi in seminario: un ambiente rigoroso e improntato al raggiungimento dell’obiettivo di far crescere nuovi preti cattolici?”. Non erano state le parole del ministro del culto ai suoi genitori: <<Michele ha la vocazione sacerdotale!>>, né  la marcatura stretta del prete al piccino attratto e impegnato a collaborare nei vari riti festivi e nell’indottrinamento per ricevere il  sacramento della comunione, bensì fu decisiva la fuga dal terrore di un maestro elementare; il quale usando duri metodi correttivi (schiaffi, mettere in ginocchio sui sassolini, far stare in piedi dietro la lavagna o la messa al ludibrio permanente nel  banco degli asini, che tuttavia fu tenacemente e permanentemente occupato da due  titolari fissi) aveva reso angosciante la frequenza di quella classe elementare.  Il seminario era stata la disperata scelta per sfuggire al nazi-maestro, a cui Michele si impegnò di aggiungere l’impegno di approfondire l’effettiva esistenza della vocazione sacerdotale, ancora un po’ incerta. D’altronde a quell’età non si poteva pretendere dal ragazzino - su quel tema da adulti – chiarezza e convinzione.

La sera prima dell’entrata in seminario la mamma fece il bagno per l’ultima volta a quel figlio che, travolgendo la volontà di resistenza degli affettuosi genitori, mentre vedeva mescolare le lacrime materne nel catino col tiepido bagnetto, si propose di superare una sfida  impegnativa: entrare in un mondo nuovo, aprirsi una nuova prospettiva di vita, quella del chierico, cercando di non deludere genitori e conoscenti che l’avevano un po’ troppo mitizzato esaltandone la scelta di dedicarsi al Signore.

L’impatto non fu duro, per quanto ancora bambino, Michele approfittò delle molte offerte di giochi tra i giovani seminaristi:  pallavolo, ping-pong, calcio-balilla, Monopoli, scacchi, dama e soprattutto ogni giorno c’era un’ora di gioco del calcio, un momento magico nella giornata! A quel gioco partecipavano tutti, dai più grandi ai più piccoli, mentre per gli altri divertimenti era necessario arrivare nella sala di ricreazione sgomitando, decisi alla conquista del passatempo preferito.

La mescolanza  di piccoli e grandi, consentì al ragazzino di spaziare nella conoscenza dei riti e dei canti cattolici, della cui teoria e pratica erano disseminate le giornate in seminario.  La fase storica e culturale fu molto ricca di stimoli,  coincidente con i lavori del Concilio Vaticano II. Il vescovo – delegato conciliare - riportava da Roma, satura dei cattolici più rappresentativi, i personaggi più disparati: il prelato afono a cui – fu detto - che i Cinesi avevano mozzato la lingua come tortura; il missionario proveniente dall’India a raccontare il fenomeno dei fachiri; il vescovo di uno dei tanti santuari mariani più frequentati a raccontare i miracoli accaduti in quella plaga; il Cappuccino esperto di monachesimo povero; il Gesuita bravo a predicare negli esercizi spirituali

A fronte di tanta attenzione ai principi religiosi inculcati –  sia pure ansiogeni per  severità e coercizione fisica e mentale per un ragazzino -, assiduo nella partecipazione ai canti corali – meravigliosi quelli  gregoriani! – Michele ebbe un grosso difetto: non studiava per tutte le quattro ore pomeridiane previste, distraendosi con i giornalini, più spesso a fumetti; incantevoli quelli di Jacovitti, con gli improbabili pistoleri in paesaggi disseminati di cactus a forma di salame affettato! Finché, scoperto, fu messo, inutilmente, sotto pressione dal prefetto – il capo gruppo – che, a suon di ceffoni, cercò di riportarlo ad seguire con diligenza gli impegni scolastici. Evidentemente il livello di difficoltà non era tale da impedire a Michele, nonostante il suo ostinato disimpegno dai doveri scolastici, di completare senza difficoltà il ciclo degli studi primari.

Un periodo caratterizzato da forti contrasti: (duri)il freddo dei rigidi inverni patito nelle ampie camerate, mitigato da una borsa dell’acqua calda per scaldare gelide lenzuola; l’acqua ghiacciata delle abluzioni mattutine; la precoce sveglia mattutina per consentire di fare la meditazione e di assistere alla messa, prima della colazione e della scuola; l’obbligo delle confessioni quotidiane – “che peccati mortali avrebbe potuto compiere un ragazzetto ristretto in quell’ambiente?” -; (piacevoli) l’aver imparato a tenere un diario segreto, il piacere di scrivere poesie, la lettura di vite di santi e di riviste missionarie che svelarono mondi nuovi e sentimenti religiosi eroici;  la partecipazione a riti suggestivi, capaci di indurre forti emozioni.

La fine delle scuole  primarie coincise con la scelta di Michele di lasciare il seminario. La decisione era di scegliere tra l’insensibilità ai fenomeni sessuali, compatibile con la permanenza in seminario, e la risoluzione di liberarsi dai vincoli. Il padre spirituale fece capire chiaramente al ragazzo che il seminario non era compatibile con nessuna  idea del sesso, che non fosse l’astinenza! Salvo l’onanismo clandestino, che il ragazzo vide e praticò, e  l’omosessualità, o peggio la pedofilia, di cui il seminario era pervaso. Michele ne ebbe una diretta testimonianza in seguito alla sofferta testimonianza di un quasi coetaneo, un ex seminarista, violentato dai ragazzi più grandi di lui! L’idea di essersela scampata bella non fu molto consolante, pensando alla ipocrisia di quell’ambiente, in cui prima di coricarti avevi l’angoscia di morire nel peccato, andando all’inferno solo per non aver confessato una smanettata del pisello.

Scelse di liberarsi dall’oramai insopportabile impegno, confortato dalla comprensione dei genitori e del capo del seminario (il Rettore), il quale - contrariamente alla previsioni, che nell’incontro di commiato si immaginava gli avrebbe frapposto numerose difficoltà - disse all’adolescente: <<Fai liberamente le tue scelte. Sappi che se ti troverai in qualsiasi difficoltà puoi contare sul mio aiuto!>>.

Quelle parole non solo dettero coraggio al ragazzo, inducendogli un minore pessimismo sull’immediato futuro; ma gli alleviarono il senso di enorme solitudine che affrontò all’uscita dal seminario, coniugata al distacco dalla chiesa cattolica. Maturato nella convinzione che se c’è un Dio è dell’amore, che non può aver  concepito di far vivere l’uomo col pensiero permanente della morte in purezza pena la condanna all’inferno. Un Dio che non avrebbe scelto di essere rappresentato da una organizzazione politica a sfondo religioso, caricata di così tante bardature ideologiche e rituali che Michele stimò lontanissima dalla vita Gesù, considerata la pietra di paragone.

Lo studio della storia gli rafforzò la giustezza dell’idea del distacco dalla chiesa, - la quale, di fronte a legittimi interrogativi non risolti o non risolvibili, poneva la questione di accettare per  fede la verità rivelata direttamente dalla divinità -, come quando lesse in un “Libro dei Morti” – chissà perché proibito!? – lo stesso elenco dei comandamenti che Mosè sostenne essergli stati dettati direttamente da Dio sul Sinai, mentre era una copiatura evidente di credenze degli egizi…

L’affanno per il distacco da un mondo familiare e non ostile, fu compensata da un grande senso di libertà, mentale e fisica, conclusa la volontaria restrizione nell’ambiente organizzato, ma chiuso, ipocrita e ginofobo del seminario.

A fatica Michele si costruì una nuova rete di amici ed  espresse in cuor suo il proposito di non aderire mai più ad alcuna  idea e/o organizzazione in modo integrale, soprattutto quando pregiudizialmente gli fossero state imposte credenze fideistiche ed esclusive.

Un convinto proposito  disatteso ai venti anni per la  politica, seguendo il filo di Donello – un coetaneo politicamente smaliziato, che per l’ansia di essere un super comunista concluse la sua breve vita in seno ai bordighisti, residui seguaci di Bordiga uno dei fondatori del PCI -   che lo condusse alle prime riunioni alla Casa del popolo;  dove i giovani apprendisti politici  si scaldavano e/o scornavano sulle vicende del “Che” in America Latina, sulle occupazioni studentesche delle Università e sulla linea del partito, sui rapporti lavoratori e studenti…

Michele, che per due o tre anni frequentò quell’ambiente senza accettare di prendere alcuna tessera, estendendo una rete di interessanti amicizie, tra i giovani e gli anziani, nel frattempo, si convinse che o lasciava quell’ambiente, oppure, per viverne a pieno la vita, avrebbe dovuto iscriversi e prendere le responsabilità che l’organizzazione gli avrebbe attribuito. Scelto l’impegno, anche a discapito degli studi universitari, fu gratificato dei notevoli sacrifici, che richiese una militanza tanto impegnativa, con incarichi politici e amministrativi molto prestigiosi. Ma il prestigio non era il suo obiettivo di vita, bensì l’impegno e la conoscenza  che andarono bene per un certo periodo di crescita di Michele e del movimento di cui fece parte.

Quella stagione declinò rapidamente: forse il giovane Michele era salito su un carro della storia quando questo stava esaurendo il carburante delle idee e dell’utilità. Tuttavia fu una efficace immersione totale su un modo di pensare e di vivere, ispirato dal partito e dal sindacato, condiviso con centinaia di persone, molte delle quali, specialmente le più umili, si sentivano effettivamente compagni, cioè coloro che dividono il pane!

Romano, più grande di Michele di una quindicina d’anni, era stato in quel senso un vero compagno. Uno che non accettava supinamente una ritualità noiosa, quando alle riunioni prendevano la parola sempre gli stessi su qualsiasi argomento, o i giochi di potere per raggiungere incarichi politici o amministrativi non meritati. Privilegiava il tempo dell’ascolto e della conversazione, spesso a casa degli stessi compagni, col buon vino, accompagnato da pane e prosciutto o pane e formaggio. Smitizzava la vita di partito con racconti tanto paradossali quanto significativi, su fatti e personaggi di quella organizzazione, non per il piacere del pettegolezzo, ma per il gusto dell’ironia e della dissacrazione. Come quando si divertì, con pochi selezionati complici, a diramare l’ordine ad alcuni dirigenti comunisti comunali di dormire fuori per evitare di essere catturati nottetempo dalla polizia, ricevendo delle risposte esilaranti. Il più diligente, dormì all’addiaccio, dopo aver caricato nella sua Bianchina 500  un fucile doppietta  – essendo portatore di un paio di occhiali come culi di bicchiere, ci si domandò “a quale bersaglio avrebbe potuto mirare?” -,  la radio e un materasso così ingombrante che quasi non c’era più spazio nell’autovettura per l’autista. Il patetico rispose: <<Stanotte non posso! Vedrò domani notte, se starà meglio la mamma!>>. Lo stratega assicurò che: <<Io non dormo fuori casa, perché se mi venissero a prendere, posso scappare dal retro, ho un’altra via d’uscita!>> Come se gli eventuali sbirri fossero degli sprovveduti.

Erano tutti personaggi eminenti del partito, che,  per loro fortuna,  vennero messi alla prova della clandestinità solo per scherzo! Quel mondo un po’ naif ma politicamente efficace, fu messo in confusione dalle prime divisione sulle prospettive del vecchio partito comunista che a livello locale,  nel bene e nel male, era diventato come un accogliente gran caravanserraglio.

 Michele più volte si era posta la domanda: <<Qual è la spinta interiore che ci fa entrare in mondi nuovi e sconosciuti, molto impegnativi?>>, senza riuscire a trovare altra risposta più soddisfacente della vecchia definizione dantesca “fatti non fummo a viver come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza”, più calzante della pur vivida rappresentazione di Albert Camus in Sisifo:che la raffigura come una fatica a cui siamo destinati, che ci perseguita e ci intriga, che si ripete perpetuamente ogni volta che si è giunti vicini all’obiettivo agognato, riportandoci ogni volta al fondo dell’erta da scalare. Camus rappresenta senz’altro lo spirito del secolo Ventesimo: duro, ideologico, con grandi movimenti di massa che costringevano il singolo a schierarsi, pena l’emarginazione sociale, economica  e culturale, il  non contare e/o non poter raggiungere obiettivi di vita importanti. Un’epoca che Michele auspicava superata. Mentre l’espressione dantesca la riteneva più idonea a descrivere il suo attuale approccio alla vita, quella di  perseguire liberamente il proprio percorso di conoscenza e di virtù, senza imposizioni o condizionamenti.

Romano era già di ritorno dalla cantina con una bottiglia di vino rosso e due bicchieri in mano, con la faccia sorridente disse: <<Ti ricordi quel pomeriggio, quando  a casa tua scolai un paio di bottiglie?>>

<<Si, certo e mi parve di capire che avevi un problema col fidanzamento della tua figlia prediletta con un carabiniere! Fu la reazione di gelosia di un padre per la figlia, o eri frastornato dal fatto che sarebbe entrato in casa  di un vecchio comunista un rappresentante di quelle forze dell’ordine che in molte piazze avevano legnato i tuoi compagni?>>.

<<Fu un mio momento di grande debolezza: volevo la felicità di mia figlia, però mi sembrava di essere vittima della legge del contrappasso, costretto a dare al nemico la luce dei miei occhi! Oggi amo mio genero come un figlio; ma che confusione ebbi allora!>>.

I due antichi sodali scaldarono i loro animi col vino, convinti che con la leggerezza e l’ironia si possono affrontare anche i passaggi più impegnativi della vita, che  pensare a sé stessi troppo a lungo in profondità allontana dalla realtà e  scatena sentimenti non sempre piacevoli e di facile dominio.

Ferrù D’Effe

 

 

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