ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

IL LABIRINTISMO NARRATIVO

FEDERICO PENNESE
 
 
Federico Pennese è nato il 12/02/1985 a Guardiagrele (ch).Poeta, manifesta le sue doti verso l'arte e soprattutto per poesia sin dalla più tenera età.La sua scrittura si giustifica soprattutto perché denota l'eliminazione del gratuito supponibile, del sorteggio delle parole, l'eliminazione del soggettivo chiuso e violento.Questo è un autore che comprende ciò che scrive, ne verifica l'ancoramento ad un pensiero logico e trasmissibile, ad un dato individuabile e non occasionale dell'esperienza; e sa vagliare di volta in volta la sua scrittura, facendone vivere solo ciò che pesa con permanenza di significato. La sua struttura verbale varia con il variare del tema trattato, ma l'impronta che la caratterizza è il buon uso della parola.

 "IO VIVO nel labirinto della mente (Federico Pennese)".
SUBUMANI FINITI
Nuovo libro labirintista di Federico Pennese

Un libro intrinsecamente labirintista nell'estasi della restituzione mnesica e dedalica della memoria, che attinge semanticamente e emotivamente dal contrasto baudelariano di spleen et idéal, dal rimbaudiano dérèglements des sens. La prosa che sposa la poesia crea un effetto circolare di melico e narrato che riporta ai Petits Poèmes en Prose. Raccontare il labirinto attraverso Freud con il linguaggio simbolista pone Federico Pennese in un Olimpo fonico-dedalico e melico-labirintista (prof. Massimiliano Badiali)-

 

Primo istante
 
In quel preciso e fottuto istante un bagliore illumina la cantina buia dei miei ricordi, nell’intervallo rimpicciolito della violenza la disperazione ha fame di carne, perciò deve per forza divorare il corpo intero. Negli occhi spenti una tristezza immensa costringe all’aborto ogni speranza, l’iride è cupa forma in un traumatico disturbo. Ricordo il cadere senza rialzarsi nella melma dell’identità, ho la reboante neve decaduta dalla finestra del cielo nel cuore. Sono sempre così: mesto, fragile, sperso e indiavolato.
 
 
Isolato in ogni cosa,
Ritirato dai visi,
Abbandonato nelle mie notti.
Solitario nei miei progetti su favole.
Solo come unica condizione possibile.
 
Pronuncio rade articolazioni di toni vocali oltre il tributare assensi a nessuno, con esigui cenni sgretolo le strutture delle proposizioni nel ripetermi “Io ti odio”. In un susseguirsi di persone l’asocialità issa l’imbarazzo nell’avvisare coetanei di tenersi alla larga, sono in difetto per i loro occhi. Rigetto il cibo che ingurgito. Nelle inefficienze dell’umore la maggior parte delle giornate le passo seduto su una scalinata, a leggere libri, l’insufficiente capacità di correggere a priori le distorsioni della carderia di un assassino, caratterizza la mia reputazione. Posso soltanto analizzare carrette di filosofici teoremi. Sei anni a rimuginare su stronze argomentazioni senza tregua. L'adolescenza è in una turbolenza, nella rieducazione, nei sensi di colpa, che perseguitano senza un break promozionale la striminzita trasmissione radiotelevisiva della condanna. Aspettando un conforto ma zero. Appena diciottenne possiedo, eccetto i vestiti indossati, un fardello d’inservibilità e un groppo nella trachea.
 
 
Esalazioni di muta tranquillità
Deliziano la perdizione esistenziale,
Feroce infelicità divora,
Fobica cavità raccoglie.
 
La verità è illusoria. La realtà è acclarata. Il passato è assai stato indocile. Il presente è siffatto. La mia soggettività è stata deviata da un’infanzia scossa. Gli abusi precludono, rinchiudono in una gabbia. L'orco ha fottuto la mia sussistenza, non ho avuto scampo, un bambino è indifeso di fronte uno stupro. Ho implorato aiuto, non sono stato portato via, distante. Che cosa sopraggiunge se l’inferno sia già stato vissuto? Scalciato dagli avidi angeli del denaro fuori dal paradiso terrestre, sono spacciato. Ho visto scivolare un monopolio di speranze corrose in un ambiente impregnato d’opulenza, di ricerca singola e collettiva del potere, per dare metropoli, per costituirsi spazio nella società odierna. Sono germogliato comunque morto e lo sapevo. La bocca è stappata finalmente da plasticate labbra, allora fanculo a tutto ciò che sventuratamente ha celato l’autenticità.
 
Figli di mignotta scoperchiate e ricreate la gerarchia che vi condusse sulla terra. Pezzenti nubifragi subissate i pozzi per abbeverarci.
La vostra tempra è una stalla per scrofe, siete il dispregiativo della storia, delle lumache nelle aorte con coperte corte.
 
 
Mi hanno violentato con collera, l’hanno attuato ripetutamente, continuando per anni senza avere un minimo di umanità. Chi ha subito un simile torto percepisce quanta afflizione si prova nel tentare di buttarsi tutto l’aspro alle ossute spalle. Eppure erano “amichevoli”, due persone di cui c’era di che fidarsi. In verità erano due magri suini pedofili, che hanno tessuto per anni la loro trappola, dove puntualmente terminavano in parecchi. Non c’è difesa nella melma delle periferie degradate e perfino chi finge di volersi prendere cura di te, è pronto ad abusarti. Uno stupro non lo dimentichi comodamente, ti braccherà in eterno, oltre il traguardo dei tuoi anni.
 
 
Le radici del mio mostrarsi
Sfasciano, crepano e torturano
I miei ingordi intelletti.
 
 
Secondo istante
 
 
La mia donna, potenzialmente il riparo, la panacea. Ci siamo dissotterrati da una boscaglia di ortiche e stretti le dita, abbiamo proseguito il nostro percorso con la veste di anime gemelle, affini, sorte al fine di fondersi e confondersi. Quella volta in cui vado a prenderla senza preannuncio, per rapirla, fu una gazzarra di sussulti: In una borsa termica una cenetta squisita trattiene il capriccio di ristorare le ristrettezze del gusto, candele al profumo di mirtillo ardono deliri fervidi, il vino bianco è ebbro di curiosità. La bendo trascinandola su un tappeto composto di tanti petali di rose rosse, fino a quella riva magnifica, una reale rarità, dove compaiono scogli posti proprio a due passi dall’acqua, quasi fossero stati posati dai serafini, per plasmare un punto degno del paradiso, ove discendere e rilassarsi dal chiasso del mondo. Accendo i fuochi d’artificio e le mostro una tavola allestita dai fievoli sprazzi del sole, che si fiaccano, attutiti dal tuffarsi del tramonto. Una serata fatata scolpita nell’ippocampo: un pasto all’altezza di sovrani ha rimpinzato il ventre di lussuria, il classico bagno di mezzanotte ha scisso molecole di calura, il mirare delle stelle ha sbrinato il demandarsi dei perché. Abbiamo risolto il quadro con l’addormentarsi avvinghiati sulla battigia, per destarsi finalmente beati.
 
 
Le Nostre Anime Anoressiche si sono scopate e amate nella bestemmia,
nella perdizione perenne, sotto l'insano patto.
L'Amore perfino se Dannato è Puro, è Beato,
è Santo nonostante il dono oscuro, non oltre il Suo Perdono.
 
 
Mamma mia cosa è stata la prima volta che abbiamo l’amore: L'estate bolle, linee si espandono verso infiniti orizzonti non scrutati. Le sue pupille nere riflettono una delicatezza piena, la pelle scura emana una schiera onesta di odori. Arriva una pioggia improvvisa seguita dal fuggire della gente, che abbandona il litorale frettolosamente. Noi due soli a rotolare aggrovigliando gemiti di piacere, tagliati attraverso lo scivolare impetuoso delle onde in tempesta. Nutrire il piovere di diletto e vederlo sul suo indescrivibile viso, ebbene niente è stato indefinibile.
 
 
Era una contentezza tangibile,
Che meravigliosamente
Univa i nostri corpi bagnati.
 
 
Sul dolore che ripercorre l'apprensione di plurimi attimi, so che dovrei scordare tanto male subito in passato. Lei è come se fosse ancora qui e non facesse finta di vivere, nel modo in cui ho prodotto io da qualche tempo immemore. Lei è qui e non mi abbandona. Escono dalle scene amare sconfitte. La prima volta che abbiamo composto l'amore è stata sotto la pioggia mentre il mare ci controllava, poi non ci siamo più frenati. Lei ha creato uno spicchio in me eternamente niveo. Qualsiasi lampo senza le sue labbra è stato come se stessi partendo per una guerra e l'avrei dunque rintracciata per un ultimo perenne bacio.
 
 
Trasuda ignoto questa sensazione:
In che criterio dimenticarsi
Che fui esistito
Tra le rovine del caos?
 
 
Due lobi potrebbero copiosamente sfiorarsi in taluni rari casi, ma in concretezza due sistemi si scandiscono a caso, paragonando addirittura due rimpianti aggrovigliati durante il sesso, alle espressioni gettate da una penna su un foglio di carta. Grazie alla rifrazione aberrante snido finalmente lo scopo, ripudio e pedino in modo leale il trapasso. Io odio la vita, la disprezzo, poiché è ciò che ho avuto, siffatto destino possiedo. Ho tante colpe che non potranno essere affatto espiate in alcuna forma. Se vi è stato un disegno dietro questo caso, esso è stato tratteggiato dal malvagio.

 

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