ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

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FEDERICA MOSCA

 

Nata a Firenze (FI) il 21-06-1991 e iscritta al quarto anno del liceo socio-psicopedagogico “Pontano Sansi di Spoleto, ha partecipato a manifestazioni artistico - poetiche nella sua città.  Ha ricevuto  riconoscimenti interregionali, nazionali e internazionali in campo poetico.
 
"Perché scrivere sull’inconscio? Perché non si può capire il mondo se prima non si comprende se stessi; toglierci la maschera ed osservare il labirinto più intimo del proprio Io, equivale infatti al primo passo verso un mondo senza più veli (Federica Mosca)".
 
LA COSCIENZA DEL PAZZO
 
Ogni sera alle 20:07 in punto mi sedevo al tavolo, accuratamente apparecchiato per due, una bottiglia d’acqua minerale, una di buon vino, candele accese, una rosa rossa in un vaso al centro del tavolo e due piatti vuoti; poi me ne andavo in salotto e, sdraiato sul divano, mi mangiavo una pizza o un hamburger surgelato. Terminato di cenare, sparecchiavo il tavolo della cucina, lavavo i piatti già puliti e, chiudendo gli occhi, assaporavo l’odore della rosa che poi avrei cautamente riposto in quella scatola. Il resto l’avrei fatto poi.
Avvolto dall’immobilità ogni sera me ne restavo seduto su quel divano in pelle blu, TV spenta così come lo stereo, lo sguardo fisso di fronte a me e l’immancabile frastuono del silenzio. Non un gesto attraversava il mio corpo, né una nota anomala e birichina irrompeva a spezzare il mutismo attorno a me. Il nulla mi avvolgeva e insieme formavamo un tutt’uno.
     Un quarto alla mezzanotte e io ancora lì, sveglio, con lo sguardo fisso e immobile, sinché ogni sera arrivava l’evento tanto atteso e anelatamente aspettato: lo scoccare dell’orologio a pendolo che troneggiava nel mio salotto e segnava l’ora più profonda della notte.
In punta di piedi mi alzavo dal divano per poi dirigermi silenziosamente su per le scale, sempre con la minuziosa attenzione a non fare il minimo rumore. Per tutto il tempo la luce non veniva mai accesa: mi spostavo nella penombra emanata dalle candele che, ancora accese sul tavolo della cucina, prendevo in mano e fungevano da torcia e clessidra: terminata la fiamma terminato il mio lavoro. Ogni sera due nuove candele.
Ero lì, in quella soffitta impolverata, seduto su di uno sgabello di fronte al tavolo imbandito di piccoli attrezzi per il mio lavoro: spatole, limette, forbici, nastri, piccoli fornelli, barattoli di cera non ancora utilizzata, stoppini e la scatola di rose scrupolosamente custodita.
     Venti minuti alle tre e le candele accese sul tavolo ancora riuscivano a farmi compagnia in quella mattinata di lavoro. Le mie mani si muovevano ormai sicure, destreggiandosi da maestre esperte tra i vari attrezzi, facendo nascere da quella scatola così gelosamente custodita composizioni floreali di cui io stesso ne ero meravigliato. Ma mai tale gioia poteva essere comparata a quella donatami dalle candele:figure sinuose si snodavano ora lunghe e magre, ore panciute, o ancora aggrovigliate come nemmeno il più bravo dei contorsionisti saprebbe fare.
Questo ogni sera: io, le rose e le mie candele; in breve ogni sera unicamente io e la mia vita; tutt’intorno silenzio ed ombre.
Le tre e dodici minuti, le candele sul tavolo si spensero: il mio lavoro, almeno per quella notte era terminato, così come la mia Vita. In punta di piedi mi diressi verso la brandina posta accanto al tavolo da lavoro e mi addormentai.
     Sei minuti alle sette quando la luce del giorno irruppe sfacciatamente e con arroganza dai vetri della finestra svegliandomi. Il candore delle pareti che mi cingevano mi fecero sentire, come ogni giorno d'altronde, circondato dalla Signora Nera in persona. Anime dannate mi accerchiavano urlando o costrette per l’eternità ad auto lesionarsi sinché candidi fantasmi pervenuti da qualche bianco e ignoto tunnel, non avessero dato loro quelle pillole infernali, provenienti da chissà quale mondo e contenenti chissà quale stregoneria.
Questa era dunque la mia patria: un inferno nel quale le anime dannate erano costrette ad auto flagellarsi per tutta l’eternità; ignote mi sono le cause del loro fatale errore. Io no rientro però nel loro girone: con me la Provvidenza ha voluto essere più benevola, forse perché mai ho potuto conoscer la vita degli umani, o forse perché, come Euripide sosteneva: “Chi sa mai se vivere è morire e morire è vivere?” Comunque io sin dalla nascita (o morte , chi mai può dirlo?), son imprigionato  qui, in questa sorta di limbo, o purgatorio o chicchessia, nel quale di giorno sono costretto a conviver con la Morte in persona udendo i lamenti delle altre anime dannate e spesso dannandomi a mia volta,  di notte l’oscurità e le ombre partorite dalle mie candele riescono a strapparmi dagli artigli della Signora Nera ridonandomi la Vita che mai ebbi piacere di conoscere.
Quella volta però non fu il solito bianco fantasma ad aprire la porta che dal tunnel portava al mio limbo, mia eterna patria, bensì un Vivente. Ancor stordito da tale visione, mi diressi verso l’angolo cercando vanamente un po’ d’oscurità e silenzio. A passi lenti lo vidi avanzare verso di me; i nell’angolo, stupito, impaurito e incuriosito da quei passi che per la prima volta pesavano alla schiena del pavimento, il quale da sempre subì passi fantasma scorrer su di essa.
Un falso sorriso sul viso voleva incutermi calma e sicurezza con scarso successo. Ancora non riuscivo a capacitarmi del fatto che un vivente fosse finito nel mio limbo: errore del paranormale forse? Non sapevo, e più ci pensavo più la mia mente si arrovellava e cercava di capire. Volevo sapere. La mia natura paradossalmente curiosa aveva di nuovo preso il sopravvento su di me. Decisi di prender coraggio e lentamente mi allontanai dall’ombra per raggiungere l’umano e, anche se con estrema difficoltà, mostrargli il mio volto. Dalla luce emanata dagli occhi suoi e dalle impercettibili rughe sul suo viso, riuscii a percepire il suo stupore: forse non si aspettava la mia mossa.
Non fu facile ma alla fine mi ritrovai ad avergli quasi inconsapevolmente raccontato tutto di me. Come mai?! Non lo so. Però stavo bene. Lui mi osservava con sempre maggior incredulità, che tentava in ogni modo, ma con scarso successo, di nascondere. Mi era divenuto simpatico! Era buffo nei suoi atteggiamenti così impacciati nei miei confronti: sembrava stesse avendo a che fare con un pazzo!!! Non riuscivo a capire come mai un vivente fosse finito nel mio limbo e come potesse entrarvi ed uscirvi a suo piacimento, ma francamente non mi dispiaceva affatto, tanto che quando, inaspettatamente, mi chiese di poter tornare il giorno successivo. Acconsentii.
     Quando, il giorno seguente, mi svegliai morto, il vivente era già lì che mi osservava in silenzio. Non gli chiesi perché non mi avesse svegliato prima ( forse i ‘Respiranti’ non potevano nemmeno farlo!), tuttavia gli dissi che ero il mezzo-spirito più felice del Persempre, poiché ogni qualvolta lui arrivava i bianchi fantasmi che tanto mi davano tormento, magicamente scomparivano come demoni alla vista di un crocifisso. Sorrise; poi si sedette di fronte a me, che intanto continuavo imperterrito ad osservare fuori: quel giorno il cielo dei viventi era magnifico, chissà come sarebbe stato bello il tramonto! Non vedevo l’ora di ricevere la mia razione quotidiana di Vita!
     Fu soltanto in un secondo momento, quando distolsi lo sguardo da quella patina trasparente, quasi invisibile e ghiacciata che mi permetteva di vedere al di là del mio bianco limbo e che per i più e nota sotto l’appellativo di ‘finestra’, che mi accorsi che il vivente teneva in mano dei fogli bianchi e immacolati. Gli chiesi se fosse uno scrittore; - In un certo senso – rispose. Lo osservai poi ripresi: - Allora fai parte dell’enorme e sempre più affollato girone degli ‘scriventi’! – Strizzò l’occhio.
Qualche minuto di silenzio ci fece compagnia avvolgendoci in un caldo abbraccio. Per tutto quel tempo non smisi mai di guardarlo negli occhi: la Vita mi incuriosiva e al contempo affascinava sempre più; volevo godere ogni istante di quella sensazione paradisiaca, anzi, per meglio dire, ‘vitale’ ! Poi, il mio tanto amato silenzio fu fratturato dalla voce del vivente: mi chiese di poter scrivere la mia storia per intero, i miei pensieri… Avrebbe voluto farne una raccolta di lettere. Non mi disse a cosa gli sarebbero servite. Non glielo chiesi. Non sapevo come reagire; non mi aspettavo una richiesta simile, anche se effettivamente avrei dovuto aspettarmi che un Vivente volesse sapere la vita di un mezzo non-vivente. La curiosità in quel frangente era più che lecita. Però avevo paura. Molta paura. E non volevo parlare. Non so perché lo feci, ma in quel momento lo aggredii facendo scorrere su di lui una valanga di male parole e insulti, talmente tanti che persino i bianchi fantasmi si risvegliarono dal loro inferno e mi fecero ingoiare a forza quelle pillole stregate. Me le diedero che era quasi sera cosicché, quella notte, non potei lavorare: non so perché mi svegliai morto con la luce e il candore del giorno seguente senza aver potuto godere della Vita donatami dalle tenebre. Ne soffrii come non mai. In quel momento mi sentii paragonabile alle anime dannate dell’inferno che affiancavano il mio limbo. Fu solo allora che mi decisi a collaborare con lo Scri-vivente . quella stessa notte, quando la notte si affacciava per ridonarmi la vita, decisi di dedicare  un po’ del mio tempo a scrivere  quelle lettere e quei pensieri tanto importanti per lui quanto per me.
 
                                                                       
 
 
Lettera I  
 Non  daterò le  lettere che seguiranno poiché il   tempo, pur essendo sempre presente, non esiste. Non so se mai sono nato e quindi   morto , né in quale strana dimensione mi trovi:vivo in parallelo  con i dannati e il mondo dei viventi al contempo senza però poter entrare in quest’ultima dimensione, restando in compagnia della Signora Nera nelle ore diurne e della Vita in quelle notturne.
     Spesso mi chiedo se quest’abissale conoscenza delle Realtà  non sia altro che il Grande Dono del quale tanto mi parlò la Donna che sosteneva essere mia madre e alla quale mi affezionai veramente. Non so però se credere alle sue parole: avevo poco più di tre anni ( se vogliamo considerare il tempo dei viventi) quando quella Donna, prima sempre presente, scomparve per non tornare più.
Del periodo iniziale della mia, credo eterna, permanenza in questo limbo, non ricordo nulla, solo quei fantasmi bianchi e le immancabili anime dannate… ricordo solo che entrambi mi spaventavano a morte. Solo quella Donna veniva vista dal mio animo come figura positiva. Le piacevano le candele… il calore… i fiori… non ricordo bene… chiedeva sempre nastri, ma i fantasmi non vollero mai saziare il suo desiderio; una volta utilizzò la carta! Ricordo che fu in quel momento che imparai a ridere. Un giorno i fantasmi decisero di far avverare il suo desiderio di nastri, ma loro no la capivano, non ci sono mai riusciti , così  le donarono nastri bianchi così lunghi che l’avvolsero a partire dalle mani per tutto il busto. Non poteva muoversi se non con i piedi… a lei non piaceva… Ridere!… questo le piaceva tanto… e cantare… spesso però urlava e si arrabbiava, soprattutto quando arrivavano i fantasmi…lei aveva paura di loro…si mordeva le braccia… usciva un liquido rosso e quando usciva quel liquido dalle braccia le faceva male… avevo paura… non mi piace il rosso, non mi è mai piaciuto... però mi piacciono i fiori, e anche le candele.
     Ora basta, torno al mio lavoro.
 
 Lettera II   
Sono uno che mantiene le promesse e non sopporto chi non lo fa. Chi mente uccide se stesso, gli altri e il mondo circostante.
    Quando se ne andò quella donna non mi disse mai quando e se sarebbe tornata, non mi disse mai nulla, quindi non mi mentì mai. E’per questo che, ogni sera, alle 20:07, apparecchiavo accuratamente il tavolo per due, una bottiglia d’acqua, una di buon vino candele accese e una rosa rossa che ogni sera speravo di poterle donare, ma che ogni sera finivano in quella scatola così gelosamente custodita. Ogni rosa era un giorno senza quella Donna. Quella scatola contenitore di Speranza.
     Basta, non voglio più parlare. Foglio non domandare oltre, non ti risponderò, la Penna che sto tenendo in mano non sazierà più la tua fame d’inchiostro e sapere.
 
 Lettera III   
Di fronte a me un libro: “Stefano Benni – Achille piè veloce”; il mio libro prediletto (sotto di lui i miei adorati ed antichi libri filosofici: “Erasmo da Rotterdam – Elogio alla follia” e “Seneca – Lettere a Lucilio”). Sono l’unica cosa concreta che mi lega ancora a quella donna e ogni volta che li sfoglio mi fanno sentire vicino a lei. Fu con loro che imparai a leggere; lei mi insegnò. Mi piaceva. Mi piace tuttora. Imparai il latino ed il greco. Da qualche tempo sto traducendo le pagine che così a lungo mi fecero compagnia narrandomi, con estrema fiducia e sincerità, di loro. I fantasmi mi avevano tolto tutto:  la Donna che riteneva essere mia madre, i miei giochi e tutti gli oggetti a me cari, ma questi no. Libri ,  fiori e candele, li custodisco con una cura tale e una gelosia così morbosa, tenendoli scrupolosamente nascosti, che mai nessun fantasma avrebbe mai potuto sottrarmeli.
     Sono diventato bravo con il greco, il latino, la filosofia e le candele… quella Donna, quando tornerà, sarà fiera di me.
     Ho imparato a nascondere e custodire i miei tesori. Avrebbe dovuto farlo anche lei con i suoi. Non appena  tornerà le insegnerò i trucchi del mestiere.
Candela, come sei piccola! Stai per terminare… ora basta scrivere, le parole, spesso, possono essere fonte di pericolo e non devono essere causa d’indigestione per il Foglio, né, tanto meno, per il Lettore.
 
 Lettera IV
Non voglio più scrivere! Foglio, non ti sazierai più delle mie parole e delle mie confessioni! Detesto chi mente e tu mi hai mentito. Credevo fossimo amici! Gli amici non provocano dolore, tu invece sì. Sento dolore proprio qui, dove i viventi dicono batta uno strano e complesso organo conosciuto sotto il nome di ‘Cuore’. Non so se io abbia un’anima; in caso negativo io stesso sono stato annientato da Te, Foglio e dai Ricordi che mi hai costretto, senza rendermene conto, a raccontarti.
Mai più scriverò lettere. I miei pensieri finiscono qui.
 
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Quando lessi quelle lettere rimasi attonito: non credevo che un pazzo riuscisse ad aprirsi con un semplice tirocinante… poi però posi maggiore attenzione a quei pensieri, cercai di indagare, di studiare attentamente quelle parole, dargli il giusto valore, il giusto peso... al contempo però sentivo anche che non potevo lasciare quel ragazzo così, come se niente fosse accaduto. Tornai da lui. Avevo paura. Temevo non avesse voluto vedermi: l’ultima lettera mi aveva fatto riflettere e sentire, in qualche modo, in colpa.  La realtà lo aveva fatto soffrire, ma prima o poi  va affrontata. Andai. Con mio grande stupore decise di ricevermi. Mi chiese di non parlare. Voleva restare in silenzio e osservarmi negli occhi. Acconsentii a questa sua bizzarra richiesta.
     Mi fece sfogliare i suoi libri. Notai che non girava semplicemente le pagine, ma le carezzava come si carezza un gatto, in maniera affettuosa, affettuosissima oserei dire. Osservai le pagine:in ognuna di esse appunti, commenti e sottolineature: ‘libri vissuti’ pensai.
Restammo in silenzio in compagnia di quei libri per due, forse tre ore poi, parole inaspettate  spezzarono il silenzio: “E’ stato molto bello conoscere un vivente, ti ricorderò sempre con affetto, ma ora torna nella tua dimensione e non tornare.” Mi sentii folgorato: il ghiaccio mi attraversò la schiena paralizzandomi. Non sapevo cosa fare, né come comportarmi. “Non tornare.”Ribatté; chinai il capo e me ne andai. Non so se sia stata la scelta giusta, ma più passa il tempo, più penso che d’aver sbagliato.
     Un quarto alle dieci del 15 febbraio quando mi laureai con 110/110. Le lettere e la storia del pazzo avevano sbalordito la commissione giudicatrice. Continuo a guardare quel diploma: non me ne faccio nulla: ogni giorno, ogni istante penso a quel ragazzo del manicomio,  alle sue lettere e alla stessa domanda che da quattro anni d’attività psichiatrica ancora mi ronza in testa senza trovar risposta alcuna: “Perché un ragazzo sano e intelligente, forse anche più della norma, nato da madre pazza, continua ostinatamente e con convinzione ad affermare di vivere in un limbo, di non essere mai nato né morto e soprattutto di apparecchiare per due, fare tutte quelle cose con candele, rose, libri e cose varie, quando in realtà la sua era una stanza più spoglia di un albero d’inverno; all’infuori dei libri da lui elencati infatti non ha mai fatto nulla di quel che aveva così minuziosamente  e accuratamente descritto.
E poi, come mai nessun ‘medico’ si è mai accorto del suo stato di salute? Perché nessuno si è mai preso cura di lui? Quel ragazzo non era pazzo aveva solo una visione della realtà completamente distorta e la costante permanenza in quel luogo maledetto non aveva fatto altro che aggravare la sua situazione.
     Un giorno una persona cara mi disse mi disse che spesso se non riusciamo ad esprimerci non significa che siamo stati muti, ma che ci siamo semplicemente imbattuti nei sordi. Quel ragazzo non mancava di voce, ma di orecchi disposti ad ascoltarlo. Peccato che me ne accorsi troppo tardi.
Fu da quel giorno, in cui finalmente imparai ad ascoltare il silenzio e le sue parole, che compresi il motivo per cui a quel ragazzo piaceva tanto non parlare: gli occhi di un uomo hanno in sé la loro storia e se, come continuava a sostenere, il tempo non esiste, ma è sempre presente, posso affermare con assoluta certezza che quel giovane mi conosceva più a fondo di quanto mi conoscessi io. Già sapeva che con lui avrei sbagliato, ma  lasciò scorrere gli eventi: voleva darmi la più grande lezione di vita che abbia mai ricevuto: non vi è rumore più forte del silenzio e silenzio più agghiacciante che quello provocato da grida di disperazione.
     Lui per una vita intera gridò in silenzio, ma i suoi appelli non furono mai uditi da nessuno; fu allora che si rifugiò all’interno della sua mente, sua unica ascoltatrice, e a lungo andare ne fu così assorbito che non riuscì (o volle) più uscire. I ricordi gli facevano così male che ancora non riusciva ad accettare la morte della madre. Sarà anche stata pazza, ma deve avergli voluto veramente bene.
Più volte tentai di tirar fuori quel ragazzo dal manicomio, ma sempre i miei ricorsi vennero respinti. A nulla servirono avvocati e dialettica persuasiva: per i medici quello era un pazzo senza identità e basta, ma io sapevo che non lo era.
Forse, dopo quell’incontro di quattro anni fa con quel giovane, il ‘senza identità’ sono proprio io, il ragazzo, seppur con visione distorta, sapeva sin troppo chi era e cosa voleva. Sapeva qual era il suo destino e sapeva cosa doveva fare. Il Grande Dono di cui parlava sempre si era compiuto: iniziai a vivere la Vita con la Vita p

 

 

 

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