ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

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ELENA PROIETTI
 
 

Elena Proietti è nata a Roma il 29 giugno del 1984. Si è laureata in giurisprudenza il 22 Aprile del 2009 con votazione 110/110 con lode, ottenendo anche la menzione speciale per la sua tesi sull’art. 117 della Costituzione italiana. Nel 2007 è stata una delle vincitrici del concorso “Il giornalista sei tu”, pubblicato sul sito www.gpone.it. Ha curato, per cinque anni, la pagina sportiva del giornale universitario della Luiss, il “360°”, pubblicando periodicamente i suoi scritti. Attualmente è una Dottoressa in giurisprudenza che dedica, finalmente, questi mesi di meritata vacanza a coltivare la sua amata passione per la scrittura.

"Ognuno di noi vive in continua lotta con se stesso, in un labirinto interiore da cui è difficile uscire. Questa profonda dicotomia che la maggior parte degli esseri umani provano tra “l’essere” e il “dover essere” l’ho vissuta fino a oggi sulla mia pelle. Malgrado, infatti, i miei successi universitari esser costretta ad abbandonare periodicamente la mia grande passione per la scrittura per affrontare i miei doveri è risultato un compito sempre più frustrante da portare a termine. Spero che il labirinto interiore che sto percorrendo da un paio di mesi possa finalmente indicarmi la strada migliore per la mia felicità e la mia realizzazione (Elena Proietti)".

IL RIFLESSO
«Sì, ti sto affrontando. Non guardarmi con quegli occhi, sapevi bene che questo giorno sarebbe arrivato. Facciamo i conti, io e te, nessun altro.
Da quando sei venuto al mondo non hai fatto altro che lagnarti, piangere e crogiolarti nel dolore, risucchiandomi nel tuo pessimismo paradossale. Restavi incagliato nel tuo nichilismo fuori moda, cercando di convincermi che, in definitiva, la vita non fosse altro che una prigione incolore.
Ti sbagliavi. E io, in particolare, ho sbagliato più di te. Ti ho ascoltato, ti ho capito, ti ho condiviso: quanta vita ho perso dietro ai tuoi farneticamenti! “Non rischiare mai, la vita è una soltanto: il mondo, là fuori, è crudele, è da temere. Devi stare attento, in guardia, sulla difensiva: devi sopravvivere!” Così mi dicevi, pazzo codardo. Così mi hai convinto a fuggire da tutte le occasioni in cui la vita aveva deciso di regalarmi un’emozione. Sono cresciuto accanto allo scherzo più infame della natura. Mi hai lasciato marcire da solo, schivo alla compagnia umana. Mi hai abbandonato nella parte più oscura della tua mente, intrappolato in un labirinto senza uscita, dimenticandoti del mio respiro. Hai deformato il mio aspetto ingurgitando cibi precotti e scaduti, hai logorato i miei polmoni con il ripugnante fumo nero che aspiravi giornalmente. Guardami! Guardati! Cosa siamo diventati? Un rifiuto della società, emarginati, soli, senza speranze, senza voglia di vivere. Adesso basta: ti lascio definitivamente. La vita che tu hai deciso di non vivere, maledetto bastardo, me la riprendo a morsi.»
Così dicendo, il riflesso sullo specchio di Paolo spaccò in mille pezzettini la lastra di vetro dove era rimasto imprigionato per ben trentacinque anni e si mostrò, in tutto il suo splendore, all’assonnato e annoiato scrittore, che attribuì l’allucinazione che stava avendo a quelle tre o quattro birrette che si era scolato di prima mattina.
“Non parli neanche? Non dirmi che non vuoi discutere almeno di questo?”
Ma Paolo, tutt’altro che interessato, ciondolava nel bagno con il suo solito fare malinconico. “Addio ridicolo scarto umano, addio catapecchia ammuffita, addio disordine psicopatico: addio Paolo!”
Il riflesso sbatté la porta di casa dopo essere uscito e, con aria trionfante, si diresse verso le mille avventure che il suo padrone non era riuscito mai a godersi appieno. Si sentiva bello, raggiante, forte: da riflesso poteva assumere la miglior forma che Paolo, un tempo, ancora giovane, aveva mostrato allo specchio. Quanto vigore, quanta malizia, quanto benessere!
Gli sguardi ammiccanti delle donne lo rendevano euforico, l’invidia nascosta degli uomini lo rendevano superbo. Il sole scoppiava nel cielo e il vento, leggero, sfiorava la sua folta chioma per trascinare con sé l’odore dei suoi capelli al pino selvatico. “E’ un pazzo a perdersi tutta questa vita!”
Intanto, ostinato a marcire nel suo tugurio, lo scrittore, ondeggiando mestamente, si era rimesso in poltrona dopo aver fatto la pipì, scordandosi, per indolenza, di tirare la catena del water. Restava lì seduto, con la maglietta bianca sporca di sugo, la vestaglia impolverata, i capelli unti dal tempo; si grattò una chiappa e poi, soddisfatto, si appisolò dalla noia. Avrebbe dovuto finirlo quel maledetto manoscritto ma niente, il “blocco” l’aveva nuovamente imprigionato nel suo buco nero, nella sua trappola. Questa volta sarebbe stata dura pagare le bollette.
“Buongiorno ragazzone, una bella rosa per la tua signora?”
La fioraia all’angolo della strada aveva attirato, con ammiccanti moine, il riflesso di Paolo verso il negozietto trasbordante di fiori. “Ce ne abbiamo di tutti i tipi: senti che profumo?” Il riflesso, “Reflex”, aveva “rispecchiato” di tutto nella sua vita: cappotti, sciarpe, mutande, brufoli, peli nel naso, canotte e, una delle poche volte in cui Paolo s’era concesso una visita “allegrotta”, anche un paio di giarrettiere. Ma il profumo dei fiori non sapeva proprio cosa fosse. Si avvicinò in modo goffo alla rosa che la fioraia gli stava porgendo e seguì alla perfezione le sue istruzioni: “Ispira forte: la senti questa dolcissima fragranza?” Paolo fu tanto conquistato da quella piccola scoperta che ispirò altre dieci volte sorridendo, dopo ogni respiro, alla fioraia divertita.
“Che dici, te ne prendi un bel mazzetto?”
“Certo, certo, mi dia quello tutto rosso.”
La fioraia, soddisfatta, gli porse un mazzetto di rose dal gambo lungo, pregustandosi il succoso guadagno. “Sono venticinque euro.”
Reflex la guardò incuriosito e, pensando che gli “euro” fossero i respiri che gli aveva insegnato, respirò venticinque volte, velocemente, l’inebriante droga naturale che quei petali vellutati sprigionavano nell’aria. Dopo aver compiuto il suo “pagamento” si allontanò trionfante, pronto a nuove avventure. “Grazie signora, arrivederci.” La fioraia lo acchiappò dal colletto della camicia e, furiosa, iniziò a gridare: “Ma che sei pazzo? Devi pagarmi! Al ladro, al ladro! Vuole fregarmi i fiori!” Reflex, mortificato, rispose di getto: “No, signora, mi creda, io ho pagato!” Ma la fioraia non fece in tempo a strappargli i fiori di mano che un omone mastodontico tirò una bella cinquina sul volto di Reflex che, rintronato, scappò via sbarellando. Che strana sensazione! Quel pizzicare fastidioso, per uno che non aveva mai provato neanche la sensazione di un bacio sulla pelle, apparve molto stimolante. Inoltre, proprio sul punto dove aveva ricevuto l’ingiusta manata, Reflex sentì un calore incessante sprigionarsi velocemente, a ogni minuto. “Quant’è bella la vita! Che sensazioni meravigliose!” Così diceva tra sé e sé, toccandosi incredulo la sorgente di quel piacere misto a dolore. Una cameriera del bar di fronte al negozietto di fiori assistette alla scena sganasciandosi dalle risate: “Volevi rubare i fiori proprio a Matilda? Mi sa che non sei di qua, altrimenti sapresti che è una specie di strega!”
Reflex, ancora incredibilmente scosso dal piacere e dalla sofferenza, rispose all’affascinante creatura in divisa: “Buona sera signorina. Mi dispiace contraddirla ma io avevo pagato per quelle rose.”
La cameriera continuò a ridere e lo fece accomodare all’interno, affascinata dalla sua ironia e dal suo fascino grottesco. Porgendogli una tazza di caffè gli disse all’orecchio: “Questo lo offre la casa e, se mi aspetti alla chiusura, potrei offrirti anche qualcos’altro.” Nella sua totale ingenuità Reflex rispose: “Che cosa?” Ma era troppo tardi: si era già dileguata, scomparendo tra i tavoli, ancheggiando in modo provocatorio.
Reflex decise di restare lì, incuriosito dalla barba di un signore che aveva intrappolato le briciole del panino che stava divorando, dalla smagliatura chiara sulla calza scura di una ragazza, da una simpatica vecchietta che imboccava amorevolmente un cane minuscolo, accoccolato tra le sue braccia, da due uomini al bancone tatuati che blateravano ad alta voce. Quanta vita! Verso le 19:30 Claudia lo prese sotto braccia e, salutando il proprietario, uscì stanca ma euforica dal lavoro. “Il mio ragazzo mi ha lasciata ieri: capiti a proposito per regalarmi una notte da sogno e dimenticare quel farabutto!” Reflex non capì ma la seguì affascinato. Non riusciva a spiegarsi quell’imbarazzo incessante che gli creava guardarla negli occhi o soffermarsi sui particolari del suo corpo statuario. “Ti porto nel mio posticino speciale” disse Claudia, facendogli l’occhiolino.
Eccola lì, una città intera che si svelava generosamente a due giovani amanti, inondandoli di luci colorate e di una magica serenità. Dall’alto del parco di Monte Mario Reflex, in un sol giorno di vita, riuscì a provare stupore, gioia, curiosità, ammirazione e anche qualcos’altro, grazie alle dolci e bollenti attenzioni di Claudia.
Tornò a casa salutando amorevolmente la sua compagna, che già si stava dimenticando di lui, effervescente di vita. Salì le scale in un sol fiato e spalancò la porta, euforico come un bambino il giorno di Natale: “Paolo!” urlò sgolandosi. Paolo restava sdraiato con le braccia a penzoloni sulla poltrona, l’ennesima birra calda in mano e le palpebre a mezz’asta. “Paolo, svegliati, vestiti! Non sai quanta vita c’è là fuori, non sai quante sensazioni corpose si possono provare anche solo bevendo un caffè in un bar, respirando i fiori colorati, facendo l’amore con una donna! Paolo, non puoi restare qui, accidenti! Sono innamorato della vita, se ti raccontassi cosa mi è successo oggi ne saresti rapito anche tu.” Paolo restò allibito nel vedere la sua perfetta copia, bello e giovane, in preda all’entusiasmo di un ragazzino. Chi era quello strano essere di fronte a lui? Scattò dalla sedia coprendosi il volto e, impaurito, si allontanò da Reflex. “Chi sei? Un fantasma? Sei la morte? Mi sei venuto a prendere?” Reflex rise di gusto. “No, Paolo, sono la vita: la vita t’è venuta a prendere. Lavati, vestiti, fatti la barba ed esci con me: questa notte è tutta da vivere. Ah, e mi raccomando, prendi tanto ‘euro’.”
Paolo obbedì in silenzio: ripensò alle sue allucinazioni del pomeriggio e capì che, forse, quella visione non era poi così irreale. Scesero le scale come due cavalli impazziti; Reflex pieno di smania, Paolo trascinato dal folle riflesso di se stesso. Trascorsero una nottata indimenticabile, fuori controllo, pieni di ardore: Paolo riscoprì le piccole cose che, nella sua visione pessimistica del mondo, si era dimenticato esistere. Una volta tornati a casa, dopo aver goduto dei riflessi azzurri dell’alba sul Colosseo, si accasciarono esausti sul letto, ubriachi di emozioni. Il giorno dopo, verso le quattro di pomeriggio, Paolo si svegliò ancora carico di grinta: cercò il suo amico per la casa ma non lo trovò. Andò in bagno, convinto di dover spazzare via i vetri spaccati da quell’incosciente il giorno precedente ma, con grande delusioni, si accorse che lo specchio del bagno era integro, attaccato alla parete, con la sua immagine riflessa che lo osservava. Con una piccola fitta al cuore si sedette davanti allo schermo del portatile: “Questa è per te, Reflex”. E Paolo, così, ricominciò a scrivere.

 

 

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