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ARTISTI LABIRINTISTI NARRATORI NEL LABIRINTO |
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DANIELE D'ALBERTO IL LABIRINTISMO NARRATIVO "Il mio scritto rientra nei
caratteri generali del movimento Labirintismo. Da sempre lo
scrivere lo intendo come un gesto di igiene personale, scrivere
per me è ricerca personale e di riflesso altrui...nello scritto,
PENSIERI DA SCRIBACCHINO, affronto tematiche come il confine, la
quotidianità al servizio dell'uomo, dove lo scribacchino, con
occhi distaccati di chi ha coscienza della astrazione del
presente, e dell'impersonalità del singolo, esamina l'uomo
autoaffermato dalla società stessa, in cui si muove nel confine
cittadino nell'incoscienza di ciò che è. Ecco che lo
scribacchino cerca di esorcizzare, con lo scrivere, il suo
labirinto di demoni di una città, specchio dei tempi moderni,
dove tutto e fittizio e dove tutto assume un aurea di illogico"
(Daniele d'Alberto). Daniele D'Alberto vive a Feltre (Bl). E' laureato in Storia ad indirizzo contemporaneo presso la Facoltà di Bologna. Ha conseguito il Master di “ Tecnico di produzione con macchine utensili e controllo qualità (ISO 9000)” e “Primo intervento in infortuni sul lavoro”. Ha come hobbies e interessi il cinema, la storia dell’arte e la storia della musica e la scrittura con la quale partecipa a concorsi letterari. Pensieri da scribacchino Però, incomincio a pensare che tutto questo, sia il frutto malsano di una striscia di polvere razionale, ogni sguardo pare un fondo comune e insondabile, su cui mi butto con lunghe interrogazioni notturne. Blaterare di un luogo tale, vuol dire, a ristretto, parlare di ciò che incamera la cupidigia di noi tutti. Abbandonarsi alla pluralità dei sensi di vita, curvasi e disperdersi su piazzole, grandi quanto una metropoli. Mancando di un’esperienza, quella vissuta quella mondana, che generi in me, una cultura urbana, risulto privo di aspirazioni avvincenti; sembro piuttosto un continuo punto frenetico di riflesso, ma sano d’analitica estemporaneità. Quale sinistro atto fondante o pragmatico che sia, ha fatto si che l’uomo, producesse l’artificiale confinante di una prigione d'orata. Cosa mai fa, l’architetto, costruisce loculi abitativi a griglia, edifici a torre, stabili tettonici, spazi commerciali, ambienti per tecnici…tutto si concede. L’alibi è spifferato sottovoce dalla presenza luccicante di qualche addobbo. Certo, ma le sinapsi percepiscono, le mie, da buon scribacchino, l’immagine equivoca dello spazio, come se mi rimandasse di volta in volta a qualcosa di taciturno, che è più semplicemente dentro. Scritte ingombranti dilatano cartelloni a festa, smussano angoli con aria cadenzata, vie strozzate da mezzi torpedinieri, stabili infiniti quanto un eco indicibile, alchimie che rimandano a qualcos’altro. Immerso in un accumulo di edifici cittadini, avverto un innovativo senso di purpureo ignoto, non classificabile di suo, fosco per una paura che è senza oggetto. Eppure la morfologia è chiara, struttura d’acciaio, a vetro, pannelli verticali, piantati qui e là i palazzi contornano quartieri. Vibrati da un vento leggero parlano al povero scribacchino di un irraggiungibile dono, l’immaterialità. La mia coscienza è definita da un’unica imperturbabile linea d’orizzonte, il mio naso, così in ogni direzione di significato, che sia tra il vuoto della strada o il pieno architettonico, volgo una piccola attenzione sul perché esiste il confine urbano. Un segno, fosse anche prematuro, che intoni come un tempo, la canticchiante petulante e sempre viva: -io decido il mio orizzonte- . Come facevo un tempo, da ragazzo, nel libero verde di una valle montana, o nel democratico azzurro cielo, fissavo le giornate da un colle e poi dall’alto di una cima colorata a burro. L’antica magia di una ferrata, incanta, collega parti differenti il cui confine è la vista, scavalca limiti, scopre il muschio, dispone a più piani. Invece no, qui a ridosso delle ingombranti mura, il lungo occhio, struscia a priori su strade ristrette e case dal benessere lussuoso, si sbriciolano allora i fenomeni naturali a favore di fenomeni sensati, di puro cemento. In questi luoghi sordi, colorati da melting-pot, un vento caldo sfiora l’idea, un preoccupato animo fragile, è costretto all’incompiutezza più malsana, che fa capolino nel grigio muro. Le vie si formano una davanti a sé, poi altre davanti, ed altre ancora, con ritmo sibillino riducibile sempre alla stessa. Ancora prima che possa scegliere, la strada si fa confine decisionale e non un semplice sguardo, come un tempo al tornante di sotto. Più mi adeguo allo spirito locale spazio/tempo, più si frappone il vacuo calare della sera, ad un lungo viaggio confinato all’angolo successivo, dunque, io scribacchino, suppongono che il movimento è schiavo dello spazio. Sequenze abissali di ristoranti intonati a notte, pub d’Irlanda, adorabili squillo pronte all’hotel vicino, osservano il mio scodinzolare da uomo moderno. Afferro la duplice maniglia, con solerzia lavorativa arrivo a prendere il tram dopo, ascensore, timbrare il biglietto che non c’è…e allora un illuminato senso di lutto, profeta la caducità di tutto. Che strano, di fronte al l’unità del tessuto urbano, paradossale, la vista come il cervello, non è più primaria, dissente con l’autorità dei propri sensi e della propria ragione, per un valore d’autunno riflessivo, che si perde nelle continue mutazioni. Nel permanente atto intenzionale, immergo la scorza dura di montanaro, nel fanatico tentativo di raggiungere un luogo. Fisso a più prove un punto lontano dalla mia postazione, ma nulla. Sconosciuti austeri dalla barba rasa, concentrano forze propulsive su di un unico vivente proprio obiettivo, intinti di blu cravatta, inseguono un volere cittadino per qualche sogno lavorativo. Un tempo neanche troppo distante, fissare la meta, dice lo scribacchino, era una cadenza costante, sbirciare un pascolo brulicante di lana opaca, oppure, con un semplice allungo del collo, guardare gli amici della piazza domenicale. Vero, rimane sempre liberamente rivelato, il mio monte, in cui dover accettare, luoghi rivolti dallo sguardo in avanti, è la certezza di comunicare al confine naturale. Talvolta la città si fa sporca, eccessivamente urbana, dilaga in pensieri non condivisibili, in me quasi mai, forzati da improbabili guadagni rapidi. Se per un attimo, il pensiero volge ai tanti manichini che marciano a ritmo pari, violenti di passo sulle grate, amanti di alberghi stellati, o padroni di case a mattoni accomodate su lussuosi ostenti…oppure ancora, luoghi meno popolati dai timbri sonori, io perdo il confine. Dalla mia camera, un passo indietro dalla visuale, la narrazione si fa pensieri e ricordi in parole, per un flusso continuo d’inchiostro, versato dalla penna di un povero uomo, chiamato scribacchino. Guarda là, s’impone ancora marmoreo, il palazzo comunale, simbolo amministrativo di storia urbana, non troppo definito. Pinnacoli e bandiere cantano le lodi del colonnato del tutto estraneo alle pieghe della parete. Dalla luna verso chi guarda, l’ombra di due bianche statiche immagini, si riflettono con frettolosa curiosità sugli estremi della piccola piazza. Monumenti o cattedrali sottolineano il trionfo, o disastro totale, di un uomo dotato dalla storia, di corna e tridente, come minuscoli demoni, pronti a sbirciare i primi zampilli di zolfo. Potrebbe dirsi poetico, quasi. Ammagliante per sfumature rinascimentali, tese all’equilibrio costante concesso da una natura fittizia, ma ahimè, lo scheletro di un uomo antico rimane imbarazzato d’innanzi a enormi palazzi, che si impongono con moderna arroganza, d’economia e finanza snella. Ecco allora che lo spazio confinante non è riconducibile ad alcuna affermazione nostra, difficilmente nominabile a humus comune, per un problema di fondo nel definire l’habitat cittadino. La difficoltà mostra, con un astuto silenzio, il profilo difficile nel processo d’approfondimento alla vita, dove esso, invece d’assumere un rollio verticale dal basso verso l’alto, procede con direzione orizzontale. Ecco che il raziocinio assume la disgregazione dell’essere. D’accordo seguono la logica conseguenza plastificata nel simbolo, di una convenzione cementata come unica e subdola visione astratta. L’uomo, intuendo l’imperfezione, colma la sua devianza con la realizzazione sopraffina d’edifici verticali, quasi avesse l’obbligo e onere d’elevare l’essere di Dio, a quella spiritualità che non gli appartiene. Se provo a concentrarmi per un lungo attimo di ciglia sulla rotta a strisce bianco stradale, formiche lungimiranti d’impegni casalinghi, o d’ufficio all’attico interno quarto; turbo la loro distratta attenzione dal più profondo, che evitano di gettare lo sguardo negli abissi marini dell’animo umano, schiavi di un confine visivo che si sovrappone a un buco mentale. Ognuno è degno di possedere la propria personale città, il singolo stato mentale, soggiogato ai meccanismi che producono senso, dunque si partoriscono concezioni e forme date a loro volta, dalla propria realizzazione dell’ambiente circostante. Il razionale interpreta, il mondo urbano è tradotto in confine, modella a suo compiaciuto vigore ogni singola situazione. Le cose date, si rivelano per quello che vogliono dire, l’auto è l’auto, la strada è la strada, io sono io…e se l’auto fosse elaborazione, la strada deformazione, e io la trasformazione in qualcos’altro. Tutto saltella di frizzante vivacità elettrica che insegue l’energia di persone indifferenti, pronte a mettere in discussione, con rafforzo o restio, mute convinzioni su di uno sfondo d’illuminazione artificiale. Il confine cittadino riflette con attento ordine, quella che può essere l’idea che il singolo abitante urbano, realizza con il suo personalissimo stato mentale. Di fila tutto è, perché deve essere, l’uomo corre lungo istanze necessarie alla sopravvivenza economica, l’obbligo di aver uno scopo, alimenta la torcia dell’autoaffermazione, sfugge al nulla di pensiero con intenti e valori già fondati. Questo, per lo scribacchino, si intende, non è riconducibile alle nostre soggettive attribuzioni di senso. Il dover raggiungere un luogo senza poterlo vedere mi scuote nel più profondo delle viscere, là tra valli montane, vedere il proprio confine include lo scopo di raggiungerlo, tutto qua. Domande che non rispondo a domande, improbabili già di per sé, finite nella formulazione, sono confinate nella lunga stagione della quantità, per ogni cosa, anche dove si dovrebbe per natura, esitare in luoghi dall’uscita disagevole. Nella battaglia di idee, che nel rapporto finito fra uomo e spazio, la mia personalissima ricerca d’orizzonte esplode in una ridefinizione di confine. Come un ente che vive, la città produce nuovi spazi periferici, a volte solo affievoliti, ma certo diversi dai vecchi. Si creano d’incanto altre forme, non solo a livello strutturale, ma anche nei labirinti dei sensi, prende forma una pluralità di luoghi, che determinano un rapporto spazio-appartenenza del tutto nuovo. Spesso si tratta di dimensioni territoriali privi d’identità, semplici luoghi d’intervallo che legano la città ad un altro, quindi svincoli, autostrade, ove la velocità urbana assume il primato. Dalla mia piccola ed accomodante finestra, i contorni di legno indicano che lì, in quei spazi sospesi nell’oblio, il confine viene inteso come un problema; districarsi nel giorno del traffico richiede sempre più un pulviscolo di capacità organizzative e una talentosa identità automobilistica ( lo scribacchino prende la metro…per chi non lo avesse capito ) . Resta il fatto che mutano i meccanismi collanti di popolazioni e territorio, un complesso circuito di reti visibili e non, intrecciano individui e gruppi eterogenei, in un grandioso popolo urbano che perde la fisicità del confine. Anche se, essi, continuano a proliferare nel territorio, rimodellano nuove realtà, quasi la città ingoiasse di volta in volta parti nutritive, necessarie al suo mantenimento per un continuo sovrapporsi di strati alterni. Ma il confine nuovo è pur sempre un confine che, come il vetro di una finestra o un pilone di un cavalcavia, si materializza nel momento in cui si tenta di superarlo. È come se, ogni singolo basculante cittadino tendesse all’estremo limite, la sua capacità d’appropriazione dello spazio, il primordiale impulso che autoafferma l’uomo: il dominio. Schiavo della convinzione di possederlo quanto sé stesso, si proclama unico padrone del mondo, centro d’ogni cosa, vertice gerarchico e il resto dopo. L’uomo-Dio impartisce direttive ai subalterni: - tu natura sei il comodo sedile di pelle nel quale poggio le affaticate spalle per millenni di lavoro bracciale, ora con frustino e ingordigia palpiti sotto il mio reclamo d’onnipotenza. Corri lontano, fai pure ma io sono sempre pronto, a ricordarti, che sei seconda alla voce forte del boscaiolo moderno, ergo sono libero di scegliere, appropriarmi e modificare di te, ciò che mi va.- La natura subisce una continua trasformazione fisica in termini di valori umani, l’approccio è in sistemi uso-valore, influenzato, anche solo indirettamente, dal pensiero antropocentrico; così scisso dalla natura, l’uomo stesso diviene strumento di confine. Limitato, io, nella mia stanza quadrata. La stanza quadrata è limitata in una casa quadrata. La casa quadrata è limitata in una città quadrata e la città quadrata è limitata in tante teste quadrate che credono di essere libere. Poveri illusi, il pensiero del singolo individuo diviene il pensiero, l’obbligo alienato è l’esistenza, e nel mentre, il contenuto silenzioso d’ogni entità, saluta con un addio il compimento. La realtà così intesa, mistifica il concreto senso del rapporto uomo e confine. Sputa e d’incanto un essere astratto, sfrigola nella nebbia notturna, monco, non ha alcun sincero rapporto con sé. Sul bassorilievo emerge un uomo terrorizzato dall’altro, da ciò che ritiene differente, perché in quell’attimo di paura per l’ignoto, rivede la sua profonda bara esistenziale, mai affrontata. Riflette su ciò che teme di essere, il suo disprezzo, e non l’indifferenza, che fa l’uomo sicuro, ecco allora che tutto diventa timore. Meglio un tacito accordo con il confine. L’uomo gli cede tutti i suoi diritti, svende la vista e si affanna per cercare una proiezione fuori di sé, una qualsiasi, che confermi la sua collocazione spazio/temporale nella società barbina. Lavoro, politica, religione, abbracciano con la coperta calda donne taurine e uomini vestiti in rosa, ma tutto risulta normale. Quante volte ho provato a sbirciare, al di là della siepe inumidita dalla pioggia acida, il bianco accecante di un sorriso teso, del vicino di sedile. Un qualche cenno, una protesta accesa per volere o testardaggine, contro l’inutile consumo di desideri, che se pur banali, che lucrano per contraddizione. Un’insolubile corrispondenza accresce il confine, il singolo avventuriero sacrifica la ricerca visiva del deserto pianeggiante, della cima per cima, dell’onda in mare. Da qui un disagio fondamentale, appuntare una scelta concreta tra il caldo e rassicurante abbraccio che spersonalizza, oppure rinunciare al naturale contesto umano. Già perché di questo si tratta, questo il prezzo che il singolo deve pagare per poter beneficiare del civile confine urbano. Significa un gesto eroico, pensato da tempo, un gesto che rischiari la mia psiche, e dunque a voi, provo a deporre le armi, inumidisco le polveri, innalzo la resa, il bambino dei prati lascia il ventre materno e si intrufola di obbligo, nel mondo adulto. È facile borbottare dal retro di una finestra, le pratiche cittadine prevedono attenzione oculata alle regole imposte dal rettore di turno, niente scherzi da camerati, poche parole, bisogna filare dritto e accollarsi il peso infame d’imposizioni altrui. Non c’è alcuna scelta, la colpa sarebbe imperdonabile. Per loro mi meriterei prima l’esclusione ai margini, poi all’ultimo confine e come un dannato, vagherei solo un metro più in là. Un improvviso scatto da gatto, per dare scacco alle regole del gioco, ma come batterie traboccanti di acido alienanto, è meglio chinare il capo, là fuori, davanti il tribunale cittadino. Pareti bianco latte e porte laccate di lucido, contrastano con la polvere di casa. Ovvio quella dello scribacchino, non troppo accogliente, più spesso puerile e quasi sempre sterile, atto della crescente razionalizzazione che, a quanto pare, deturpa l’incanto del mondo. Frivolo, ma felice, nel sottobosco magico-religioso, cantavo cori senza ragione, ballavo intorno al fungo di casa, parlavo ai cervi, insomma, ero privo della convinzione, che tutto è dominato dal raziocinante pensiero. Oggi mi adeguo alle esigenze, io, che della resistenza avevo fatto un motivo di vita, mi conformo a carponi, a una ragione puramente strumentale. Quella che diffida dall’emozione, che fugge dalle origini, e mi incarcera nell’evitabile spersonalizzazione, dove occorre un enorme coraggio per continuare a vivere. Si perché avere coscienza del non senso di tutti i rapporti umani che ne derivano, ti ammazza, ti prosciuga il sangue dalle vene e poi ti getta lì, chissà per quanti anni, in una rete complessa da intermediario. Le azioni si fanno nervose e limitate, fra il confine urbano e il margine della finestra, prolungo le mani a forze che sovrastano la mia volontà. Il parametro di vita necessario alla cittadinanza e dunque la quantità, persino l’intelligenza è privata della sua dimensione sentimentale, lo sciocco potrebbe pensare ai repentini mutamenti di confine, giustificare ciò che è caotico…ma anch’io finisco con l’essere una pagina sbiadita, un presuntuoso che si avvale del diritto di non essere frutto di astrazioni moderne, impastato di convinzioni che mi fanno migliore. Nulla di tutto questo, sono solo anch’io nello sgabuzzino buio del confine. Pretendo di dare dello storpio ad un cieco, quando neppure, non arrivo a sentire la voce, del mio vicino dalla mente quadrata. Io ci provo, ma il lavoro fa da padrone, tutti noi, cani rabbiosi del lunedì, produciamo separati dai singoli contenuti, non vediamo l’inizio, a volte compriamo la fine, ma di sicuro non ne siamo padroni in alcun modo. Io ci provo, mi arrotolo in un angolo di muro con pensieri personali, quasi indipendenti da fuori, sarà per questo che mi trovo a fare pensieri da scribacchino. Crocefisso alla cornice di una finestra, come luogo di libera creatività, su forme e persone che transitano irrigidite nel cortile dei prodotti mentali. O signore, fai che esso regga gli ultimi attacchi dello straniero infedele, l’assedio si fa il presente, e il dominio incombe sulla camelot dello scribacchino. Quando si entra in un territorio, in larga parte ancora sconosciuto ed inesplorato, e il confine cittadino lo è per me, è bene interrogarsi cosa mai significhi lo sviluppo illimitato, qui da sempre, orgoglio di casa. Che laborioso mutante è mai questo uomo tecnologico, fa della tecnica parametro di civiltà, i confini metropolitani stringono la morsa per compensare i limiti esistenziali, schiaccia sentenze da onnisciente, senza poi sapere, se la bussola va a nord, o alla deriva tropicale. Quantità ancora, strumenti del golem tecnologico, funzionalità estrema e organizzazione al millesimo, il burocratico sorride alle nostre esigenze, così subordinati all’apparato tecnico fluttuiamo senza troppa realtà dei fatti. Quelli veri, quelli sani che ti fanno dormire la notte, quelli che danno uno scopo a tutto, sì perché la sensazione che riguarda lo scribacchino è che, non sono io a possedere la tecnologia ma semmai è l’opposto. Televisione, telefonino, asciugacapelli, ferro, lampadina multicolore, chitarra, maggiore, frigorifero delux, marmita catalitica, da stiro, cancello elettrico, che belle comodità. Sarà, ma io ho uno scopo, la tecnologia no. Forse utilizzarla ne conferisce uno, ma di per sé essa non vuol dire niente. Lo scribacchino scrive per far sentire la sua voce non troppo melodica, svela il suo senso d’essere, prova a salvare i sordi ma la tecnologia no, nulla di tutto questo, essa funziona e basta. Io piuttosto, emotivo e passionale, risulto totalmente inadeguato per il rapporto uomo-tecnica, emarginato per irrazionalità, anche se devo dire che, in qualche modo, provo a fissare la mia piastrella di senso, in un confine analfabeta di sentimenti. Adagiarsi con pigrizia alla comodità offertaci, godere dei prodigi della scienza, che dolce essere è questo. Solerti di progresso ci crogioliamo alla luce dei lampioni, ma da me, le cose non sono troppo sentite come un privilegio, semmai penso ad un lungo senso di inadeguato folclore e preferirei intendermi libero fine. La città elabora il suo codice d’onore, confina i rapporti umani, tutto regolato senza però avvertirci della relazione uomo tecnologia, e dei loro effetti. E allora te li devi trovare, l’intenzione personale deve essere come motore di ricerca, altrimenti, divieni materia prima per la tecnica. Qui si parla di effetti imprevedibili, paradosso, dove tutto è calcolato, nel teorico, non conosciamo i veri rapporti di ciò. Semmai abbiamo a disposizione sottili fili di procedure e risultanze al servizio tecnologico. Un uomo così incosciente diventa pericolo per l’uomo stesso, e non perché ne fa cattivo uso, ma semplicemente per la sua applicazione legittima e giornaliera, come indispensabile mezzo di sopravvivenza. L’uomo tecnourbano spreca il possibile immaginabile, predatore fa di tutto il suo servizio, non importa domani, oggi è qui, dunque è un suo diritto consumare ogni cosa, niente etica per l’ambiente, noi tutti siamo uomini moderni. L’unico centro d’attenzione sono i propri bisogni e non importa se il costo del benessere è pagato da altri, la posta in gioco è la felicità di qualche anno, la stretta di mano di un credenza programmata per giustificare misfatti contro il creato: il nostro progresso. Ma esso non esiste, e chi lo loda è uno stolto borghese. Credetemi, insigne giuria, si tratta di un retaggio antico millenni, che affonda le parole in croci d’orate e ritrova senso nel nella mediocrità illuminista, è così che l’esperienza diviene confine di conoscenza. In definitiva, la conoscenza razionale del confine è ricavata dall’esperienza che abbiamo con l’ambiente. All’interno di esso tastiamo oggetti che sfilano in giorni uguali ai giorni, in una prolungata astrazione, ogni cosa diventa singola per mezzo della conoscenza empirica. Sminuzziamo in ordini e categorie, cataloghiamo per somiglianza colore e forme, senza neppure intuire il quadro complessivo. Progrediamo per tentativi pronti ad elevare distinzioni e discriminazioni di oggetti e fenomeni, uomini e animali nella considerazione di un confine singolo. Pertanto, tutto si incatena in processi logico sequenziali proiettati verso una continua linearità orizzontale, che nell’astrazione trova forza d’adattamento. Il terreno della coscienza, semmai esistesse, è per ovvie cause citate, è la roboante e ammiccante tecnologia, che di comune accordo con la scienza misura e quantifica. Il processo è facile, la realtà diventa ciò che il confine metropolitano ci propone, senza che vi sia una profonda e del tutto personale esperienza diretta, qualcosa che sia più accattivante del puro possedere, uno stralcio di orgoglio che vada al di là dell’intelletto, verbi o concetti. Uno stato non ordinario, che sfugga ai confini architettonici, verso i confini sottilissimi che dividono le forme potenziali di coscienza non urbana. L’homo urbis guarda, spiega e poi scheda le cose, dopo di che, le ripone in schemi fatti di simboli già prefigurati. La conoscenza dunque si basa sull’esperienza decisa a priori, ed essa mostra limiti esplicativi, perché non è in grado di spiegare tutta l’esperienza. Ecco allora che fa la sua presenza sua maestà astrazione, strutturata da un sistema di concetti che costituiscono una mappa della realtà, questa rappresenta una sola parte, spesso piccola del vissuto, dove il singolo si trova impreparato ad affrontarla. Le anime sensibili e intelligenti che intuiscono la mostruosità nascosta, si perdono in baratri profondi fino alla follia e l’incomprensione della gente che ha scelto di astrarsi, strozza il loro ultimo respiro. Per i poveretti, la realtà assume il volto inquietante dell’insensato, ogni piccola particella di vita moderna viene percepita come asimmetrica ad essi, la parola poi perde di significato, si svuota come uno tronco marcio di pioggia, sbatte sul palato, e il mondo diventa ambiguo e impreciso. Tutto può essere dicibile e contrariabile, si allunga su container plastici dalla forma antropomorfa, la realtà, saluta il collegamento al reale. Non pretendo di infondere verità, sono solo un povero scribacchino stonato, ma affrontare i confini con i suoi rapporti di causa, osservare quindi, è il primo passo del conoscere, io e voi, con l’arma del vedere e badate, non parlo della percezione visiva guardare. Tocchiamo le cose, le annusiamo, le dominiamo, ma non penetriamo nel cuore della loro natura. Per i spiriti più dotati a volte capita, ma è per un millesimo d’istante, si tratta di una immediata perdita di percezione della realtà astratta, per poi approdare in una dimensione non concettuale. La razionalità è padrona con il confine, si avvale delle deleghe, e allora altri pensino a ciò che spaventa, il respiro notturno nel vuoto della sera, l’immondizia, l’uomo di colore. Io devo delegare ma non vorrei, preferirei tornare come la schiuma del mare, a godere del visivo e del sonoro, nulla di analitico o interpretativo, come un guerriero pronto allo scontro, solo intuito e solo spada. Fuggiasco dai linguaggi comunicanti, io trascendevo la mia esperienza extralontana in un’unica formazione colorata di mio stupore. In continua corrispondenza con il paradosso, i fenomeni cozzano di mattina, pomeriggio e qualche ora più tardi, per verità troppo nascoste da abili faccendieri moderni, ecco perché non bastano i pensieri da scribacchino. Spingendomi alla natura essenziale di tutto, con piglio di chi conosce l’intelletto, si alza una foschia assurda, quasi a dire anormale. Significa districarsi tra muri di cotto rinascimentale, in cui percezioni sensoriali sono lasciate al carro di letame. La tecnologia in tal senso ha l’oneroso compito di colmare queste praterie immense, piene di spazi vuoti, cinema e televisione regalano emozioni indirette, afferrano le immagini sentimentali e materializzano su di uno schermo ciò che dovrebbe essere nostro per natura. In questo viaggio dell’infinitamente confinato, almeno, il passo più importante l’ho fatto. Ho esplorato le viscere suburbane, ho oltrepassato i limiti dell’immaginazione sensoriale per poi cadere a precipizio nell’essenza delle cose razionali, da quel momento, io scribacchino. Un’esperienza diretta, non intellettuale, che possiede caratteristiche del tutto sue rispetto lo spazio singolo, non il viale, non il primo palazzo alla destra del molo, bensì l’unità visiva come astro globale, di tutti i fenomeni. Ciò che vedo è interdipendente e inseparabile, come manifestazione della stessa realtà ultima, questo è l’uomo senza confini. Nell’ordinario respiriamo grigio di smog, perdiamo consapevolezza d’unità circondariale, noi stessi, ci soffermiamo sul singolo ente separato, come se in natura le cose fossero, di normale esistenza, divise. Se poi la concezione di confine si fonda su tali principi, non stupisce che il singolo spazio, sia conteso come realtà. Ma non illudetevi, si tratta di una creazione mentale, una mappa di ragione, utile ad ordinare cose ed eventi. Parrebbe uno spazio d’assolutezza divina, indipendente da ciò che vi sosta dentro, un paradiso senza nuvole, costruito da mercanti del tempio pronti a vendere il costrutto mentale, come l’unica verità. Piuttosto il confine urbano è del tutto relativo, spiegare uno spazio confinante di un palazzo, significa prendere come metro di considerazione un altro palazzo, o chissà quale altro punto di riferimento, dunque da dove il buon destino ti ha collocato, confini. Esso dunque prende ad ampliarsi con infinita forza, fino a svanire a pure ombre destinate a dissolversi all’arrivo del buio. È da puri e semplici stolti, pensare di poter misurare la lunghezza reale di un’ombra, la si può solo osservare. L’ombra di un grattacielo nuovo d’acciaio, di un misero lampione, oppure l’ombra di una circonvallazione ingorga d’auto, ecco cos’è il confine urbano. Se penso poi, chi abita la città, la riduce a ente fondamentale, sbaglia con i suoi stessi interessi, semmai farebbe meglio ad agguantare una qualche coerenza interna, una reciproca connessione di spasmo metropolitano. Potrebbe mai essere intesa una vivibile ed unica immagine visiva, in cui luoghi ed affermazioni sono connesse da dinamiche coerenti, piacevoli scampi di virtù nuova?. Bel pensiero scribacchino, sembravi uno di quelli veri, peccato che rimane una foglia gialla nel vento d’autunno, un tuono senza lampo, un risico di batticuore, cialtrone credulone, semmai è l’opposto. Qui non si parla di natura, stiamo parlando di un prodotto antropomorfo, l’armonia universale è lontana una galassia e tre quarti, dove l’uomo non è ancora sbarcato. Essere pessimisti, in questo caso, significa essere puri realisti, l’uomo che confina non si preoccupa del perpetuo dondolio della specie, piuttosto si spinge a dominare il presente, con i consumi del mercato, e da codardo accetta con il volto teso il ruolo di “io sono, perché devo essere”. Fai pure, fringuello dalle ali corte, l’ansia di raggiungere uno scopo è cosa nostra, l’autoaffermazione moderna grida ai passanti di turno, l’obbligo di scegliere un contesto come, lavoro, famiglia, amore, ideologia, sarà anche norma ma sempre con lo sguardo singolo su di un’unica cosa. Io, per quanto influenzato e modellato da ciò che provo a ricapitolare, io scribacchino, provo il sentiero ferrato che ripiega su se stesso. Difficile, quasi impossibile, la coscienza e immersa in qualche stagno dal cranio smussato, e dimostra la difficoltà a smarcarsi dal senso comune confine/uomo. Convenzione rodata da più secoli, essa fluisce con la normale astrazione moderna, certo è, che tutto questo processo ha una sua collocazione temporale ben precisa, ecco allora che si presenta in tutto il suo candore, la quotidianità. Alcuni la decantano come prezioso pregio, altri il lusso moderno, ma io, la intendo come un provvisorio e maldestro tentativo di disturbo, nella comunicazione visiva. L’immagine è quella di un naufragio che giorno dopo giorno mi allontana dal pezzo di giava, essa spizzica i fori della galea pronta a colare nell’assolutezza del quotidiano, e il fumo delle fiamme, vibra nell’aria per chi non la vuole vivere. Scribacchino, scappa con la lancia del naufragio, dove forse, il limite quotidiano della città, non moltiplica i spazi fittizi, dove il reale è. Se solo potessi comprendere, tra una piazza e una via, il confine che evochiamo con il libero pascolo giornaliero, udire una voce che canti, “io leggo il mondo”. Ma che cos’è la quotidianità?. Si potrebbe dire che, la vita quotidiana ha una struttura ripetitiva che giorno per giorno, si presenta per quello che offre, ovvero un impiego, la colazione, il saluto, i compiti per casa, si potrebbe dire meglio, che offre i significati che alla vita di ogni giorno attribuiamo. La vita quotidiana ha a che fare con un confine cittadino, ma in buona parte esso sfugge. Il ripetersi di vita, si propone come interfaccia del mondo fatto di oggetti, che sappiamo usare ma di cui non controlliamo il funzionamento. Viscida, scivola dalla presa d’indagine, la quotidianità, affievolisce il riverbero d’attenzione per le microscopiche desinenze del mutare cittadino. Moltiplica la disattenzione dei nostri protagonisti, scardina la certezza che il bello è perfezione assoluta. In fila urbana viviamo coccolati nell’occidente farfallone, quello che conforta con l’ordine quotidiano. Con particolare intenzione, si propone come laboratorio simbolico, che regala ogni certezza di vita sperimentale. Nella quotidiana ressa abbiamo consapevolezza solo di ciò che sfioriamo con la punta della dita, funzionali forse, ma prive di polpastrelli sensitivi, allora lo sguardo altrui, propone cinematograficamente un’immagine riflessa di noi, come unico dato d’essere. In fondo, siamo ciò che gli altri pensano di vedere, con attenzione distorta, trasformano la quotidianità in un infinito distacco mentale, dove lo spazio fisico assume l’onesto compito, di confinare ognuno nel proprio mondo. I rapporti sociali, meglio intesi come sincronici aggregati surreali, si rivelano come uomini glabri che balbettano una continua astrazione verbale, il peso delle parole è disgregato in comportamenti prestabiliti e adeguati alla situazione di disagio. In poco tempo il confine assume la direttiva di difesa, sempre e in ogni caso, se non spaziale, veste le più nobili sembianze del linguaggio, come arma affilata di chissà quale disagio giovanile. Si tratta di una astuzia del tutto consona all’uomo urbano, amatore del primo piano, sfugge in superficie con la vacuità triste di chi non comprende il totale mondo confinante. Come eccentrici pavoni del sultano di corte, guardiamo allo spazio più bello, che nella foschia di dicembre, ricorda lo spazio natalizio. E là, rivolgendo l’attenzione, che il solito quotidiano irrompe nei pensieri morbidi di panna, schivi verso sé stessi, diventiamo accondiscendenti della ricerca fatta da altri su di noi. Assumiamo la collocazione sociale rispetto al punto di vista di un semplice individuo, che già di suo manipolato dall’impostazione astratta, ci ripone in base a professione, sesso, fede politica nel quadro spazio-temporale, questo fa di noi un “noi”. Appartenere al “noi” aiuta nella vita, ci aggrada ma in primis ci accoglie in una calda coperta lanosa, di comune appartenenza. Quanto è piacevole fare le fusa, stiracchiarsi in un comodo senso di corrispondenza, che non lascia mai soli nel momento dello sconforto, ci cede tutti i diritti di essere umano. Scegliere in fretta, insomma, aggiornarsi alle regole che la società impone, oppure correre sul confine dell’emarginazione. In silenzio, provo a infilarmi nelle ultime file al congresso quotidiano del “noi”, provo a creare piani utili a un compromesso, ma fingere di essere contenti serve solo a deprimermi. Mi appare allora il volto appuntito del quotidiano, ha i lineamenti scontati, ha la faccia di chi conosci, ciò che ovvio insomma, il nostro confine. In perfetto agio con i gesti snodati, esplorare se stessi diviene una perdita di tempo, la ripetizione quotidiana dei gesti giustifica la propria disattenzione, l’abilità di trovare si arrende al pragmatismo profuso dagli altoparlanti novecenteschi. Il buon senso comune, diritto e dovere d’ogni illustre cittadino, matura nei vigili occhi di divise bluastre, pronte a far ordine nella folla dei dissidenti, il ricordo che nel confine esiste solo il “noi”. Fossati paludosi, dividono i pronti arcieri delle mura, tutti in difesa delle regole pragmatiche del uomo re, fatto ad immagine e raziocino. Il linguaggio, stira le sue lunge corde del ponte levatoio, solo egli decide chi entra a corte, adopera lo scudo delle parole e sarai invitato al banchetto di gala, per contro il pasto sarà servito sulle sponde del castello. Il mondo materiale ci circonda con un flusso continuo di linguaggi quotidiani che nei processi successivi stilano abitudini di azioni condotte. Se nell’operazione di prendere un autobus, sedersi ad un finestrino, fermarmi al bar di destra, alzare la tazzina e procede come un rullo compressore verso il misfatto del parcheggiatore pagano…il rituale quotidiano compone il futuro, perché nel presente abitudinario, ritrova il passato come testimonianza d’elemento certo. Bevo il caffè perfettamente composto dallo spirito di ieri, oggi ci sono, quindi ho la certa che domani, lo stesso spirito, mi offrirà un oggi. Ovviamente è lo spirito che consolida il senso del dominio, che stende il tappeto del pragmatismo nella superficie delle cose, ed infine smaterializza il confine umano nell’astrazione. Come se la teglia non fosse già abbastanza piena, le pratiche quotidiane di vita, si sviluppano in un insieme di credenze, gradevoli definizioni borghesi che alzano il mignolo del senso comune. Che bello essere dei ben pensanti. Portatori di piacevole positivismo, in cui tutto va bene, e dove tutto è realizzabile all’infinito, per poi giungere davanti al portone della chiesa ed urlare: - Noi deteniamo il progresso.- Quante emozioni, esso illumina la signora al terzo piano, incanta il ragazzino al centro commerciale, e come un messia, da fiducia agli ammalati. Il progresso è necessario, anche solo per scrupolo. Non si può scoraggiare i creduloni di buona volontà, si deve salvaguardare la speranza, si perché credere che un qualcosa, quasi fosse ente divino, che risolverà i disastri che combiniamo qui e là, aiuta a campare. La città confinante, è di per sé luogo d’illusioni reali, qui come in tutto il civile occidente, il progresso è legato alla nozione di benessere, la tecnologia fa la sua buona parte, il reale strumento di giustizia sociale in cui tutti i residenti del cortile raggiungono in essa la soddisfazione di una parabola senza fine. Orbene, miei prediletti, convincersi che l’accumulo di progresso ci infonda personalità, fiducia e piaceri di benessere è alquanto, pur io restando un misero scribacchino, idiota. Piuttosto, da quest’angolo di finestra, lo sviluppo pare una roboante palla infuocata, pronta a sbeffeggiarsi per molti e molti decenni ad avvenire, un termine creato a doc, utile a riassumere l’insieme delle virtuose aspirazioni, di chi lo governa. Così detto, a me pare, che il progresso non esista in alcun modo, se non forse nella bocca di chi se ne riempie il significato. Al di là di tutto, l’origine rimane una testimonianza che, nel quotidiano, si producono e circolano, solo materiali simbolici, fondati su vite ordinarie. A questo proposito sembra lecito, per lo scribacchino, domandarsi se questo tipo di approccio al confine cittadino, risulta, non solo inutile, ma anche pericolosamente forviante. Infatti, non si tratta solo di utilizzare male le risorse intellettive disponibili, tramite accenni propositivi del tutto scoordinati, come l’operatività per capirci, ma talvolta sono persino errati nei presupposti. Si crea un circolo per il quale, l’esperienza operativa fa da contrassegno a ogni tentativo originale di vita, così si ordinano le informazioni in schemi interpretativi, e si ignora la libera conoscenza di una totale analisi. Sostanzialmente la nostra società confinata, crea dei paradigmi con i quali risolvere di volta in volta i problemi, essi ci impongono di agire razionalmente e con fare funzionale, aggiustando situazioni viziate già dalla funzionalità stessa del paradigma. Ecco allora che lo sviluppo diventa una dimensione indispensabile per il concetto di confine quotidiano, una linearità che presuppone continuità, cumulatività, e quasi irreversibilità nel lucido e ben intenzionato catalogo di giuste intenzioni. Il termine presuppone parole altisonanti come civilizzazione e benessere a buon prezzo per il pubblico in sala, ma non è altro che un ossimoro!. È contro la sua sostanza stessa, in questo misero caso, significa il raggiungimento di ciò che non è raggiungibile con i mezzi messi a disposizione dal buon Dio. Non esiste alcun raggiungimento felice, fino a quanto l’ingranaggio del consumismo, gira i suoi poderosi denti sulla carne dei poveri tempi moderni, noi adotteremo solo strumenti perversi e dannosi per il proseguito della specie. Sembrerà retorica, ve lo concedo, ma fino a quando li strumenti del progresso sono quelli, fin qui utilizzati dai tempi di Monsieur Rousseau, Voltaire e Montesquieu, la cosa resterà più semplicemente consumo d’ogni cosa, fino a diventare oggetti per il solo ozio. Nella quotidianità vissuta il confinante uomo, spruzza murales dai colori sbiaditi. Come un tempo sciocca le dita e d’incanto si trova nel paleolitico, quando i cervi muschiati cozzavano le poderose corna nel silenzio dell’innevata tundra, quando ora invece, la tv con il satellite spaziale invia immagini documentate, solo per il ricordo. L’arpa di Ulisse non suona più, solo qualche pazzo dotato d’eloquenza forense prova a ridare compattezza al significato di tutto, il ricordo, la presenza assidua, il calamaro gigante. Mille quadratini dagli angoli colorati, si infilano nel turbine astratto, poi scendono con pigrizia infondendo, a chi vuole, il significato migliore. In solitudine strisciano al calar della sera, tra i tombini fumanti e bottiglie d’alcool. Nessuno è causa finale, dire che un flusso continuo di conoscenze pratiche, inonda le strade fatte di terra, è verità. Il fango ammassa strati e noi, deboli di gambe, restiamo immischiati in sentimenti senza cuore. Tutto si fa un pragmatico ed essenziale, le ossa degli antici sciamani tremano allo sguardo di un confine umano, immerso in cedole di una città, fatta da passioni private. Rimani solo scribacchino, come tutti, cosa pretendevi. Oggetto e soggetto delle mie scelte dette singole, sono pratica e prassi del confine quotidiano di coloro che lo vivono, sprovvisto di condivisibili dinamiche interne, resto muto allo spettacolo dell’individualizzazione. Da un lato credo di poter dominare da spettatore attento, il presunto mondo della scelta, è solo un pensiero in superficie. In realtà anch’io mi abbandono con passo lento al ruolo di consumatore standardizzato, mercato del lavoro, vita antisociale, tempo libero, tutto già meschinamente strutturato da chi domina il confine. Che abissali incertezze regala tale posto, strade e vie con nomi di latta, si dilatano in una generale sensazione che sia deformabile e riscrivibile tutto, a una strada o via simile. Frustrato per il mancato vincolo, nell’indeterminato orizzonte di pietra grigia, volto le spalle a un passato che da tempo mi dà nostalgia. È un pensiero ordinario posto sul patibolo dell’inquietudine, o forse si tratta di uno strisciante senso di paura che rivolgendosi a me con mento alzato, mi urla e scruta con superbia, senza possedere un’ipoteca di futuro, ma solo ristretto al campo conoscitivo, del vicino più ricco della città. Mattone sopra mattone si rigenera nella quotidiana certezza. Per il fortunato che non fa pensieri da scribacchino, il problema si risolve nello stesso confine quotidiano, affidando il proprio centimetro quadrato al delegato di turno. Continua così il sonante lamento di tribù antiche. Qui ora dimenticate per il solo piacere di produrre artefatti collocati ai bordi dell’ufficio, sul catrame delle gallerie, sulle punte degli acquedotti fin poi all’estremità della vetta cittadina, dove l’aria è rarefatta dal fumo. Lo spazio convulso si appiattisce al rigore degli interni, i metri si dilatano per poi restringersi di ritorno dal punto vendita migliore, non si festeggia come un tempo la lentezza della quiete, manca di base la collaborazione del suonatore di campane, lui si che dettava il tempo giusto. Ma gli altri non ne vogliono sapere, non ci sono ragioni che tengono, è meglio mediare la vita con schermi televisivi o emozionarsi con la cellulosa di un cinema all’aperto, piuttosto che vivere. Eppure tutto pare il dejà vu di altri spettatori curiosi dell’intimità altrui. Da questo, si comprendono le narrazioni di miti metropolitani che educano, rubano e spesso non sanno quel che dicono. Conseguenze della città mi verrebbe da dire, ma in tal caso la logica imperante del consenso giornaliero, mi avvinghierebbe il collo con diritto di presa, e l’istituzione quotidiana mi farebbe visita con il conto degli arretrati. Si tratta di processi avvolti sul corpo del passante di turno, che placido cammina al nostro fianco, e che si vede costretto a rimodellare l’orizzonte che ciascuno è chiamato ad edificare. Determinato al suo interno, lo spazio quotidiano perde i suoi benefici, balzi nervosi verso i banconi del bar, auspicano un veloce inserimento, per poter essere amalgamati in quello che sembra normale. Stranieri colorati, checche con gli occhiali da sole e maglioni viola, acconciature punk, l’ignorante politico, quello che si finge, quello che…insomma il campionario è lungo e spaventa, tanto che confiniamo tutto in appositi sistemi carcerari, pronti a marcare a fuoco ciò che ci sembra diverso. Allegri per le vacanze in procinto d’arrivare, lasciamo che sia un altro ad occuparsi, ad infangare ciò che ci irrita. Fermi sulle punte ai blocchi di partenza, scattiamo di fronte al problema, perciò si consolida la paura del diverso. Peccato che essa sia non altro che la diversità presente in ognuno di noi, e di fila si corre al riparo disprezzando il diverso per mantenere intatta, la propria identità sociale, quella che permette il “noi”. Città con muraglie grandi quanto il palazzo al mio fianco, smarriscono distanze percorse con i lucidi ricordi di un’estate, l’ombra di casa mia si allunga sulla strada di fronte, dalla finestra rimango appollaiato a fissare tutto e niente, che privilegio sarà mai guardare al di là di un vetro senza tendine. E allora se il confine ultimo, quello vero, non fosse nient’altro che lo stesso scribacchino, un confine inteso come prima e ultima meta, come quadro dovuto per chi presuppone di poter parlare di esso. Quasi fossi malato di qualche follia non urbana, un germe ignobile che si riproduce nella corteccia celebrale, con le sembianze da morbo vorace del vivere moderno, si infiltra con la quotidianità. L’organismo non lo vede, il sistema immunitario non trova matrici difensive, il corpo viene leso con stress giornaliero a piccole dosi nel bicchiere da vino, come veleno azzurro dalle sembianze di confine. Io, uomo scribacchino, tendo a modellarmi al nuovo vivere, muto in un corpo distonico, e tra silenzio e delirio non trovo parole adeguate in questo confine sommerso dalla precarietà, e a volte nell’impossibilità, di comprendere. Sarà nella critica burlesca, in cui lo scribacchino si crede tanto intelligente, da poter contemplare come i grandi, l’uomo che trova il suo confine. Nulla di preventivamente biologico dunque, piuttosto un continuo adattamento con il rapporto quotidiano con me stesso. Ne consegue un’esistenza, perciò, che prevede lo sforzo, che integri i comportamenti di una discussione tutta mia. Forse, non lo so, un sano comportamento “normale”, può regalarmi prospettive future, pure semplicemente, di comune accordo con lo scribacchino, di vita banale ma tranquilla. Avere coscienza di ciò che non mi appartiene, non basta per fare di una smorfia un sorriso, l’attuale normalità è l’espressone di diverse direzioni, e può essere intesa come internamento statico, oppure la premessa necessaria per un certo evento. Come le lame affilate di impercettibili samurai, sono spaventano da entrambe, lo spettacolo di una finestra, pone l’obbligo che la normalità sia un modello di massima, per questo non riesco ancora ad accettare l’indirizzo del mio inserimento. Vi sono dei giorni assolati, brillanti come bagliori colorati sul davanzale di qualcun’altro, e allora ogni cosa sembra restringersi a un semplice gesto di capo, a un’irrefrenabile voglia di parlare con voi, brava gente, da sempre gessati nel mio mondo, da sempre lontani dalle mie intenzioni. Vorrei, ma la quotidianità oramai ha fatto dei miei desideri solo piccole stelle di cartone, leggere e sbalzate dal vento di tram. È sempre la stessa cosa, una frattura con andamento altalenante, imprecisa a tal punto da infrangere la dicotomia vero/non vero. Con fare tranquillo si accomoda sul sofà di elementi identici a quelli di pazzo/non pazzo, frutto anch’esso di un paradigma linguistico; cos’è vero, chi è il pazzo, sono solo fandonie, dunque confine. Io confino con me stesso e il mio confine è dettato dal confine stesso della realtà umana, più in là ancora, rimane soltanto il quotidianamente confinato. Al contempo nasce il bisogno di avere un’idea di quello che è lecito essere, di fronte alla domanda, l’intero sistema trasla da ciò che ci si aspetta che facciamo a ciò che dovremmo fare. Un andamento pressoché paradossale, “l’anormale” diventa uno strumento necessario per poter leggere il normale, di cui abbiamo bisogno. Molto più utile, per l’anatomia dello scribacchino, è il rapporto più ingerente fra la finestra e la mia mente. Tant’è che arrivo a una prima conclusione, essenzialmente l’anormale sconfina, è un disturbo o un privilegio legato a fattori definibili di suggestione, e molto spesso, in concomitanza, anche con la non imitazione dei modelli sociali. Nel momento in cui delle variazioni della realtà, si mostra in tutto il suo benestare, appare come l’uomo si sia progressivamente allontanato dall’ente che credeva essere. Affisso tale sigillo, si incorpora il termine folle, che attenti medici confinano in testi scientifici, con causali plurime, a volte genetiche che sommate a sfortunati eventi della vita, fa si che si può concludere la frase con “quello tanto è pazzo”. Non parlo del nevrotico puntualmente in ritardo, ma del più profondo e subdolo senso di non coscienza della propria anormalità, distante dal comprendere come stanno le cose e qual è il confine dettato dal “normale”. Certamente per uno studio di tipo psico-analitico le cose avrebbero una loro logica, magari patologica, ma io mi riferisco piuttosto, alla capacità di alcuni membri terrestri, di comprendere un processo rapido e sintetico che coinvolge la sensibilità, un tuffo rapido in un mondo parallelo. E se poi non fosse poi tanto parallelo ma fosse il mondo reale, quello e non il nostro presente, se il nostro fosse solo un’allucinazione collettiva?. Ecco che il concetto iniziale si dilata enormemente, teme la progressiva separazione che nella spazio dissoluto riflette l’incongruenza del quotidiano vivere. Sta di fatto che vedere l’uomo, per complessità e manifestazione di eventi eccezionali, bisogna riferire sempre l’ambiente di confine. Un posto dalle sembianze diluite, esso stesso vivificato dalla sua definizione, dedotta ovviamente, dal contesto in cui esso viene a pronunciarsi. È un’immagine importante quella data, la rappresentazione dell’uomo spesso è dotata della componente riduzionistica dei termini, ecco allora che fa capolino ancora il confine. Ci si incammina forse, verso la negazione del disagio, un percorso tortuoso per una linea finale più mobile del dovuto, una caratterizzazione d’identità che in un altro collettivo, anormale per il paradigma vigente, trova un timido tentativo di definire ciò che non c’è. Non resta molto da dire, ispiratrice di mille pensieri, rivolgi a me ancora una volta l’ultimo ricordo di quella lunga piazza, vicino al sole, con le cipolle ad essiccarsi, l’odore dell’edera estiva. Soffia per un’ultima volta il vento sacrale, dove chi ascoltava si sedeva in circolo, e dal circolo sapeva tutto. Tieni in serbo per me un’ultima volta l’immagine dei davanzali rosso ciclamino, dei tronchi che scivolano a valle pronti ad essere bruciati per l’inverno del cervo, per il bambino che piange, per la domenica mattina, per il prete che deve arrivare. Ecco, se chiudo gli occhi, ritorno nel cortile della casa patronale, ci sono tutti, i suonatori di fisarmonica addobbati a fiera, i vecchi giocatori di mora, le donne a strofinare panni e ammezzo l’odore acre del mosto. Non un pensiero triste, lo sguardo oculato di mille ricordi montani sussurrano con un balbettio al mestiere tintinnante di fabbro, pronto alle lusinghe della valle. Quale tremore, quale paura può mai deviarmi dal robusto colle innevato, dove l’aria fresca tempra anche il più restio a restare con il capo scoperto. Ognuno fa il suo desiderio di infinito senso di mancato confine, anche il più gracile degli occhialuti reclama l’attimo divino, in cui si assapora le lunghe sponde del lago, che sorride alla stella polare. Qualche rintocco di campana e resto sulla soglia a fissare il furto di una vita, come un orfano, senza padre e senza madre, guardo laggiù dove un abbraccio mi farebbe oggi sorridere dei palazzi, non m’inchioderebbe all’angolo del mondo, senza troppe remore, non cercherei nulla, solo nella stanza, a godere del buio del momento, rassicurato da una lampada fioca. Farei a meno dei ricordi, solo il bel restare fermi, senza troppe diciture o marchette di stati, ogni presente nel singolo uomo che si avvicendi nella storia di scribacchino, nulla che turbi il quotidiano e che il confine dell’essere proprio si smarrisca nella nebbia di un giorno qualsiasi. Mi turbo per il dovuto, e ora mancato desiderio, di tornare vincitore come quando sognavo dalla stanza dell’orfanotrofio, casa mia, dicevo solamente,- io sono io -. Niente di più, miei cari compagni, là mangiava lo stambecco, lì l’asino ragliava e più in basso piccole raganelle facevo da guardiane allo stagno. Il mio fidato amico, il cane zhukof. Dunque miei cari montanari, il giovane vecchio scribacchino dalla voce rauca, chiede un gesto di clemenza al destino, il recapito è leggibile ed è fissato sulla porta, chiedo di allontanarmi da questo. Io voglio essere tutt’uno con l’ultimo passo della giornata al confine, voglio svegliarmi senza sapere che oggi è uguale a domani, parlare all’etichetta della porta affianco e più in là ad un’altra etichetta dove l’uomo è padrone ed infine è confine di sé. Vorrei avere la schiena dritta, il collo resistente agli urti, ma la verità, è che qui la musa incantatrice non racconta le storie di un tempo. Quanto silenzio, c’è solo un vorrei; ai cantoni buffoni senza tempo, ripetono il canticchiante ora, ora e ora ristretti in tanti piccoli omuncoli che ascoltano le canzoni stonate per natale e ruminano nei grandi magazzini. Qui lo scribacchino prova a tirare le corde, nulla fa presagire un ritorno, qui imprigionato alle luci cittadine, mi difendo con il sapere ma non serve, resto umiliato per non essere adatto al mondo civile, canto finale di un’animale selvaggio. Il fumo di un cammino sfugge a ritmo di polka nell’aberranti figure della televisione omogeneizzata, sempre pronti all’ultimo balzello. Resto fermo e provo ad intuire il prossimo confine, almeno lì penso di salvarmi, dove un richiamo ancestrale di palladi a forma di corvo, richiamano da chissà dove, saperi che spingono la vita da scribacchino al presente d’obbligo. Forme notturne del palinsesto gridano da scatole verdi, non lo so, non credo, di essere programmato per tutto questo. Le chiassose serate di estranei sorridenti per giovanile cittadinanza, mi turbano più che mai, oltre la più tremenda sensazione di essere orfano. Colate di bronzo sorridente, si fanno quatti come sciacalli pronti ad afferrare la carcassa di qualche anormale, pronti all’ opportunità che li renda migliori agli occhi degli altri, pretendono, a me, di dire cosa è giusto e cosa no. Dove sono i tempi morti con gli amici sinceri, delle strette di mano, quelli dei quali potevi fidarti. Non resta niente, mi hanno lasciato solo. Devo darmi per vinto? Ora, se lascio che il fruscio liscio delle cose, lasci per sempre l’opera della comprensione, posso dirmi sconfitto da tutto ciò che ho sofferto e che per un istante sembrava conquistarmi. Le colpe sono ben distribuite, non ci sono eroi o miti, semplicemente un povero scribacchino che in una striscia di palude reclama il dovere di eludere le frontiere, il soverchiamento dei dazi che ognuno pretende di possedere. Il limite ultimo sembra oscurarsi al crepuscolo, un giorno vale l’altro, mi dispenso dai tumulti di vita, la fuori forse ignorato e deriso, ma alle soglie del mio confine, canto la verità di una terra di nessuno. Intono dal profondo della mia testa una liturgia dove nessuno prende inizio, solo il rifugio sicuro di un lettore attento. come fuori dal monte arrivai alla nebbia aperta dal sole, confido che tutto questo non sia perso in un sorriso d’incomprensione. Così, in un grido di speranza affido a ognuno di voi, il dovere di recar offesa a questo uomo confinato nella banale quotidianità, a voi il desiderio di superare gli stessi, di pensare da scribacchino, povero ma sincero.
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