ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

CARLO CARUSO

 

Carlo Caruso, nato a Roma il 9.5.1953, appassionato  d’arte in ogni sua forma, scrive poesie, racconti e fiabe. Ha partecipato a premi letterari con qualche risultato. Si è dedicato allo studio della musica classica indiana (suona il sitàr dal 1999) e, sin da bambino ha studiato le Arti Marziali come forma d’Arte che unisce l’azione e la conoscenza intuitiva.

"Se guardo le grandi città – a me molto familiari sia per nascita sia per consuetudine -, vedo intrichi di strade dove ci si può perdere, dove si nascondono pericoli e meravigliose risposte, proprio come in un labirinto. Ho letto da qualche parte che l’idea del labirinto nacque guardando gli intrichi delle prime città umane, i palazzi coi loro corridoi complicati e coi passaggi segreti. Ma anche al di fuori della metropoli, considero il nostro viaggio come una m meravigliosa sfida entro un labirinto, che non è necessariamente sinonimo di luogo intricato dove ci si smarrisce, ma è il segno stesso della via attraverso la quale ci si può ritrovare. Che ci piaccia o no, da quando nasciamo viviamo in un mondo che cambia: le persone si allontanano, muoiono, i luoghi, le abitudini  mutano. Anche se noi restassimo fermi, tutto sarebbe sempre in viaggio, e quel percorso contiene  l’enigma, la grammatica stessa della nostra vita, della nostra gioia, della nostra disperazione. Al centro – non necessariamente in un centro fisico – del labirinto c’è il nostro giardino-paradisiaco, il nostro trono di fiori; per le vie del labirinto c’è un filo tessuto d’amore, di pazienza e di fiducia che ci fa ritrovare quel centro; ma, al tempo stesso, per quelle vie sconosciute e battute dalle tempeste, incombe la paura della solitudine, del confronto col mostro quotidiano, la pigrizia e la confusione, che ci possono perdere. La via del Labirinto è la strada – diversa per ciascuno – della Quieta Felicità Immortale. Perciò, un giorno mi detti questa risposta : Disperso nel Labirinto, / mi sedetti al Centro di me stesso/ Tutto si riavvolse/nel morbido gomitolo di un Sogno (Carlo Caruso)".      

 

                                        Una Carezza nel Labirinto

 
Ricordo quand’ero un cucciolo, e ancora giocavo coi miei fratelli davanti alle mamma paziente che, distesa a terra per allattarci, ci leccava il pelo e ci guardava attenta.
Fu allora che ricevetti dal mio padrone quella prima carezza.
 
Era un bell’uomo snello, forte della sua armonia, la pelle scura e la barba bruna, gli occhi neri scintillanti di un lampo mediterraneo, l’irrequietezza del mare nel silenzio di un’anima potente e serena.
Lui sorrise alla mia mamma, che abbaiò orgogliosa. Poi, mi prese in braccio e mi parlò.
- “Ti chiamerai Argo - mi disse- e come il gigante Argo sarai la fedele guardia della mia casa!”
Gli occhi neri del Re Odisseo scintillarono di un sorriso marino; poi lui mi adagiò delicatamente a terra e mi lasciò l’eterno sigillo di una lunga carezza.
 
Nella piccola e forte mano del Signore di Itaca, avvertii il fremito di quella terra inesausta, stretta fra braccia del mare, tormentata dalle tempeste, memore d’infinite partenze e d’infiniti ritorni. Sentivo il tocco di un cuore sapiente, che racchiudeva in sé la Visione del Labirinto: tutta nostra esistenza corre lungo strade intricate ed ignote, proprio come il percorso di un labirinto, dove possiamo perderci per sempre. Ma quando distendiamo il Filo della Sapienza e della Fedeltà a ciò che amiamo, quel medesimo peregrinare diviene il doloroso cammino della Conoscenza che ci riporta,  infine, al Centro del nostro Cuore.
 
Ero troppo cucciolo per capire, come ora capisco, che quella carezza era un pegno di fedeltà del re alla sua terra e ai suoi cari, una presenza affidata per sempre a me, che ero il suo fedele ed umile guardiano.
Lui già sapeva che, nel tempo, non mi sarei mai scordato di  lui.
 
Com’era bello e possente il mio padrone quando, vestito della sua corazza, con la pelle di montone sulle spalle, partì con gli altri principi e re greci! Tra quei giganti dall’aspetto violento, la sua piccola figura risplendeva di una vigorosa armonia, che lo rendeva nobile re tra i re.
Nello sguardo recava la dolente consapevolezza di un destino che lui aveva tentato inutilmente di evitare, persino fingendosi pazzo[1], un destino scritto nelle palme delle sue mani, nel cuore della sua terra, un percorso che si riannodava al misterioso Labirinto della nostra storia, che si celava nel suo stesso nome Odisseo[2].
Tutti quanti un giorno partiamo  per un viaggio e non conosciamo bene quel che ci aspetta, quel che faremo e neppure quello che davvero vogliamo. Persino il nostro cuore è racchiuso nel labirintico percorso del sogno profondo, e quando ci svegliamo d’improvviso ci chiediamo meravigliati, a volte spaventati, che cosa abbiamo fatto.
Allora vorremmo che l’incubo fosse finito: ma non ci rendiamo conto che il nostro sonno quotidiano, la nostra ignoranza e inconsapevolezza di tutti i giorni ci restituiscono ancora alla separazione dalle persone amate ed al Labirinto. Solo pochi individui, per qualche istante, riescono a capire dove veramente stanno andando.
 
Negli anni successivi, feci la guardia alla culla del suo bambino, stetti vicino alla sua nobile moglie, ascoltai con silenzioso amore i sospiri di lei, quella fedeltà racchiusa nel buio misterioso del suo prezioso cuore, una fedeltà che, come il gomitolo di lana, sempre vive abbracciata a se stessa.
E accompagnai i primi passi del bimbo, detti voce alla casa silenziosa con il mio gioioso abbaiare, e ancora – me ne rendo conto solo ora che sono vecchio- ancora parlava per me la carezza di Odisseo, una dolce presenza che, attraverso il mio latrato, cercavo di narrare ai suoi familiari ed ai suoi amici.
Talvolta persino gli esseri umani posseggono qualche sensibilità. E allora mi dicevano “Ti manca tanto il tuo padrone, vero?” e per tutta risposta andavo ad annusare quel tronco d’albero che faceva da base al talamo nuziale del mio gentile Signore, quel luogo che lui aveva tanto amato.
Allora il piccolo Telemaco mi abbracciava, e piangeva in silenzio.
 
Col tempo gli uomini si stancano di piangere. Accade che la loro grande intelligenza li renda troppo irrequieti; così, inseguono dei miraggi, si lasciano confondere da magie ingannevoli rilucenti in uno sguardo, stritolare nel profumato abbraccio di una sirena. Allora si scordano delle persone amate, i cui volti e presenze sbiadiscono, portati via dal sale dell’acqua marina.
Ma io restavo sempre lì,, a latrare e a scodinzolare all’immagine di Odisseo che portavo sempre dentro di me. Che cos’è il tempo che ci allontana da noi stessi, se non un gomitolo con cui gioca uno stupido gatto bizzoso, un filo che si disperde per tutte le direzioni, ma che la Sapienza  del Cuore riporta sempre alla sua perfetta forma sferica?
E donai quell’amore invincibile ai miei cuccioli, che si lasciavano leccare beati; nelle sale del palazzo reale, annusavo i passi del mio Signore che – lo sentivo! - stava cercando di riavvolgere il Gomitolo del Destino.
Lo vedevo paziente e indomito tra i pericoli di strade ignote, mentre procedeva oltre i vincoli della magia ingannevole, oltre la trappola della libidine o l’odio di anime orbe, che uccidono chi ha la colpa di vedere più di loro.        
Nel tempo, a Itaca cambiavano le persone, qualcuno partiva per sempre, i fanciulli crescevano, e non sapevano neppure chi fosse Odisseo; dal porto spalancato sul mare, nelle mattine profumate di brezza, nelle sere vellutate, quando un marinaio soffiava nel suo piffero la nostalgia della sua terra lontana, giungevano nuove notizie dal mondo.
Uomini stranieri approdavano con le loro merci recando con loro storie di terre ignote; poi, svanivano in quello stesso mare che li aveva portati.               
 
Vedevo la disperazione negli occhi di Telemaco e di Penelope; così mi  sedevo vicino a quel tronco d’albero, in attesa fiduciosa; allora il figlio mi abbracciava e si addormentava pian piano. Era questo il mio modo di narrargli la ninna nanna.
 
Ora che ho recitato il mio ruolo, è giunto il tempo di farmi da parte; tuttavia, indugio sulle soglie della Vita, perché so che Lui non può tardare a  tornare, e, per quel momento, dovrò esserci. Per questo, mentre qualche suo amico, abbandonatosi al dolore, non ha retto al peso degli anni, il mio amore mi ha mantenuto in vita. E adesso, fermo sulla soglia –ormai faccio fatica anche a muovermi- attendo il ritorno del mio Sole.
 
Lasciamo per un attimo Argo, anzi, guardiamolo un istante con affettuosa attenzione: sta sulla porta del palazzo, respira con fatica, gli occhi fermi e attenti; il corpo è logoro, ma per lui l’attesa è appena cominciata: amore serenamente irremovibile!
 
Odisseo è giunto sotto mentite spoglie. I suoi vecchi amici sono morti in mare, oppure sono partiti; volti indifferenti nella folla lo ignorano o lo scrutano curiosi. Ha percorso tante migliaia di miglia per scoprire che non ha una casa.
“Che cos’è la casa – si chiede -, se non il luogo che si ricorda di te? Quante volte ho vagheggiato l’abbraccio della mia terra, ho sognato di veder rifiorire, tra le strade della mia Itaca, delle presenze affettuose, di sentire sulle spalle le braccia di un amico che ti afferra e ti guarda stupito! Questo anonimo brusio della folla è più doloroso del mio esilio per i mari! Eppure da qualche parte devo trovare il filo da cui sono partito, che mi riannoda al mio cuore disperso!”.
La gente non lo nota neppure. Allora, diviene un mendicante e porge la sua ciotola di povero, vuota, a una goccia d’amore.
“Dove sei , Odisseo – si chiede-, nei mari disseminati di isole e d’incantesimi spietati, nei porti dove hai dormito per una notte, nei terrificanti luoghi dove cari amici hanno lasciato le loro ossa, sotto le mura di Ilio, ormai dirute, in questa isola che ha scordato il tuo nome?”
 
Avanza con questa domanda, il cuore ancora disperso nel Labirinto dell’esistenza.
Sale le scale che lo conducono alla sua casa con gran pena e fatica, mentre una parte di lui vorrebbe andare via: ma DOVE?
E intanto, giunto davanti alla porta del palazzo, sente provenire da un cantuccio un respiro affannoso e riconosce  quel vecchio cane che gli sorride come un’acqua al saluto del Sole, con occhi teneri e gravidi di un amore mai vinto, cresciuto per venti lunghi anni. Allora, sente nuovamente sbocciare   volti e presenze avvolti nel profumo della sua terra, che lo abbraccia come figlio.  
  Negli occhi di Argo scintilla quella carezza mai dimenticata, che si è  trasformata passando di cuore in cuore, che d’un lampo illumina Odisseo e gli riaccende la memoria di un piccolo cucciolo che lui accarezzò affettuosamente, di una casa dove suo figlio piangeva nella culla, e sua moglie lo incoraggiava nella penosa vigilia della partenza, un filo di Vita che si andava riavvolgendo, e che, in uno sfolgorio di Luce, lo riportava al Centro di se stesso.

 

[1]  Odisseo cercò di sottrarsi dal partecipare alla guerra, fingendosi pazzo; l’inganno fu svelato da re Palamede.
[2] Odisseo, pur essendo d’incerta etimologia,  secondo un’accreditata tesi avrebbe la stessa radice della parola “odòs”, che significa “percorso, viaggio”.

 

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