ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

CARLA CIRILLO

 
Carla Cirillo è nata a Benevento dove risiede. Nel 2006 ha pubblicato il libro di racconti "Le Mitomani Favolose". A marzo 2008 è stato pubblicato il primo libro di poesie: "Foco all'arma" dall'editore Campanotto di Udine.


 "Mi attraggono i labirinti per la sfida a affrontare l'entrata e perchè Arianna e Teseo, per comprenderne il senso architettonico, metaforico e anche psicologico, devono affrontarlo insieme, anche se in apparenza sono soli, ogni volta." (Carla Cirillo).
 


 



Arianna di Creta


Avreste dovuto vederlo Teseo al suo arrivo sull’Isola. Uno straniero lo è ancora di più straniero in un’isola. Tutto quello che a noi viene dal mare è estraneo e si chiama semplicemente Altro. Teseo non aveva un aspetto molto diverso da quello dei suoi compagni, tranne un insolito taglio di capelli, lunghi sul collo con una sfrangiata sugli occhi che poteva essere un colpo di lama poco scaltro. Che capelli ondeggianti, notai, e già allora avrei dovuto allontanarmi, raggiungere qualche parente malata su un’isola vicina, o fingermi io stessa ammalata, ma… non serve a molto sfuggire a se stessi.
Lo si notava Teseo perché voleva confondersi, apparire se non simile a noi dell’Isola, cosa impossibile, almeno simili agli altri Ateniesi. Ma non poteva esserlo. Teseo non aveva la stessa paura dei suoi compagni: al Sole la sua Ombra non tremava e sapeva guardare negli occhi, se anche provava a abbassarli. So che è stato detto molto di lui. Arrivò da noi e aveva un triste racconto. Le sue avventure erano strabilianti e a buon fine e lui, poi, sapeva raccontarle. Non risparmiava nessun particolare: una delizia per le madri tremanti e paurose e una sfida per tutte le ragazze che sognano di essere madri. Ercole, suo cugino, certo gli somigliava, ma Ercole era potenza muscolare, Teseo aveva tutto raccolto negli occhi. Occhi tanto pieni di visioni al punto da scoppiare…
Ascoltandolo. Da lui imparai a parlare.
Non che non sapessi farlo: ma credevo prima di conoscerlo che certe cose, certe emozioni fossero lo stesso nome: anzi molte parole non c’erano prima di lui, solo germinavano nella sua Ombra saldissima al Sole. Aveva un compito, disse. Non aveva ancora soluzione.
Scelse di dire a me di che cosa si trattava.
Sembrava che io fossi stata lì da sempre solo per ascoltarlo, qualunque altro motivo avessi immaginato per me di attesa: nel mare non c’erano più altre isole, solo acqua profondissima, amica, solidale.
Delizioso racconto superficiale.
Immotivato.
Una vocazione non invocata: io, allora, dovevo e volevo aiutarlo e dovevo soprattutto, se potevo, suggerirgli una risposta. Era la confusione dei nomi: la mente un po’ incespicava. Seppi allora di avere un altro cuore al posto del cervello, e che adoravo solo l’intuizione.
Perché io ascoltavo i suoi racconti, dalla sua voce accorata. Di quelle sue imprese di lotta con i mostri lungo le strade tanti avrebbero detto molto esasperando particolari, ma di quello che ancora provava e che aveva provato…I pericoli erano andati: lui era lì e me li raccontava, ma i ricordi. Neanche io che ho ascoltato ripeto per me stessa il racconto: lascio che tutto sia un dolore o una sensazione vaga, non le do ancora il nome che le appartiene: questo è il mio solo modo di pregare.
Fai il tuo lavoro e vattene, pensai una notte, sebbene le parole con cui lo pensavo erano altre, ma dovevamo ancora capire qualcosa e per farlo dovevamo aspettare l’uno di fronte all’altra. Senza poter fare altro e, quindi, senza desiderare altro.
Io sentivo che non avrei avuto niente da lui, tranne una chiarezza assoluta di un paio di parole. Era abbastanza. Forse poteva essere anche una ricompensa grave, insopportabile, una luce accecante di significato: la mia Ombra avrebbe ondeggiato al Sole. Solo fai il tuo lavoro e parti.
Tutto quello che avrebbe potuto unirmi a lui, ormai ci separava: i suoi ricordi erano diventati i miei: conoscevo i suoi occhi quanto i suoi ricordi e di certi sapevo particolari che lui non aveva detto o che neanche ricordava….Gli uomini trascurano delle donne che hanno un intuito di donne: le donne non commettono quasi mai questo errore.
Poi, entrò in un intrico di sotterranei con squarci improvvisi di vedute sul cielo, finestre aperte sui corridoi su un azzurro di una limpidezza devastante. Io ero proprio dietro di lui, ma non poteva vedermi.
La storia inventata da mio padre e mia madre gli era stata raccontata da molti e era davvero fantastica: il toro-uomo che abitava e muggiva e uccideva sotto le nostre case. Il nostro desiderio indesiderabile… Ma provare a entrare nelle sue quattordici stanze… la differenza tra paura e terrore, un potere che faceva delirare.
Io ero proprio dietro di lui, ma non sapeva vedermi.
Molti erano già entrati e avevano detto di avere ucciso il toro, perdendo la faccia, molti avevano detto che Asterione dormiva, che li aveva accolti con indifferenza, o anche che non c’era nessuno nella casa sotterranea: non erano più tornati nelle loro case per eccesso di menzogna e vergogna, queste sì, come parole combaciano… Teseo avanzava e cercava. Aveva paura e terrore e fiducia e una audacia da cane randagio. Io lo precorrevo e sapevo che una nota stonata era risuonata in un coretto apparentemente esatto. Gli avevo insegnato una nostra filastrocca da cantare se avesse avuto paura nei tratti bui e quando si canta è così naturale danzare. Cantando, danzava. Era il mio filo tagliente di parole. Nel suo, qualche perla era mancata. Io sapevo contare: fino allo stupore di un compito senza premio.
Io ero accanto a lui, ma lui non sapeva vedermi, quindi non lo doveva fare. Al ritorno avrebbe saputo dire chi era e allora avrei capito anche io chi sono.
Aveva pensato di lasciarmi alla porta della Casa.
Aveva pensato che io sarei rimasta sulla porta della Casa.
Per tutto il tempo di quel viaggio nei sotterrane bui e assolati, tenendola, non aveva sentito la mia mano… Capì allora di dovere mettere un cervello al posto del cuore.
“Potremmo essere diversi”, aveva detto, imboccando il primo corridoio, o potrei trovarti al fondo di queste strade. “
“E’ lo stesso”, gli risposi. “Dobbiamo comunque imparare chi siamo”.


Tratto da “Le Mitomani Favolose”, edizioni Guida, 2006.

 

 

 

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