ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

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CARLA BARBAGLI

Carla Barbagli è nata ad Arezzo, dopo il diploma in ragioneria ha vissuto a Londra per quasi 20 anni. Ama molto l'arte, a Londra ha studiato fotografia, le piace disegnare e scrive da circa 15 anni anche se solo da un anno ha cominciato a mettere ordine nei romanzi, racconti e poesie perchè prima la scrittura era un hobby che non aveva preso troppo sul serio. Da circa cinque mesi partecipa ai concorsi letterari  importanti come incentivo e anche per migliorare la qualità dei manoscritti. Non ama molto i numeri, preferisce la fantasia, raccontare, portare in vita persone e situazioni che nascono dal cuore e che spera possano appassionare ed emozionare un numero sempre maggiore di persone....

"Il motivo per cui sono interessata al Labirintismo è perchè raccoglie in modo perfetto certi umori e certi lati del mio carattere e della mia personalità che sono in armonia e anche in contrasto con altri lati della mia complessa e solare persona (Carla Barbagli)".

Il lungo sonno incantato            

Il mio corpo era leggero, appena appoggiato in un letto verde, un mare profumato, un pianeta incontaminato, il primo giardino mai dimenticato. I miei occhi erano chiusi, le mie labbra si muovevano appena, forse stavo sognando, forse stavo  ricordando. Il passato era dimenticato, le mie mani accarezzavano il cuscino fatto di fiori delicati, petali profumati e morbidi. Avrei voluto svegliarmi e accertarmi che fosse tutto vero, avrei voluto assicurarmi che fossi veramente in quel letto, ma il mio respiro era regolare, stavo dormendo profondamente. Il vento spostava leggermente i miei capelli, i miei vestiti erano per terra, un mucchietto incolore che quasi si amalgamava con il marmo di quella stanza enorme. Non sapevo da quanto tempo stessi dormendo, pensai che forse era meglio continuare a dormire in quella pace provvisoria vagamente familiare già vissuta in passato. Mi chiedevo quante emozioni avessi vissuto in quel mare limitato da pareti invisibili, forse cento, forse mille ma non ne ricordavo nessuna. La mia mente lasciava passare spiragli di ricordi che erano piccoli come frammenti di conchiglie in una spiaggia deserta. Forse ero io stessa a non voler ricordare, a voler cancellare il passato come si cancella un segno da un vetro appannato senza che lasci alcuna traccia. Forse non avevo niente da ricordare, niente di niente, pagine bianche che non erano mai state scritte, solo sfogliate da un lettore stanco e distratto. Non riuscivo a ricordare da quanto tempo mi trovassi in quella stanza, in quella strana dimensione fra sogno e realtà, in quel giardino dove i bambini vanno a giocare e dove ai grandi non è permesso entrare. Sapevo che presto sarebbe successo qualcosa anche se non sapevo come ero venuta in possesso di quell’informazione, non sapevo nemmeno cosa sarebbe successo e se mi sarebbe piaciuto oppure no. Forse era quello il motivo per cui continuavo a dormire sotto quelle nuvole amiche che mi stavano proteggendo. Il sole non riusciva a entrare in quella stanza, la finestra era troppo piccola, avrei dovuta aprirla ancora prima di addormentarmi  ma non avevo mai amato le finestre aperte, mi facevano pensare ai vetri rotti durante i temporali estivi, quando l’aria è irrespirabile e il vento fa sbattere  con rabbia le finestre prima ancora che qualcuno riesca a chiuderle. Non sapevo che stagione fosse, forse ne erano passate troppe dall’ultima che ricordavo, quella in cui correvo su per le scale che portavano alla mia stanza solitaria. Cercavo invano di percepire qualcosa  che mi aiutasse a capire dove mi trovavo, ma il silenzio era più forte di qualsiasi rumore che potesse giungere alle mie orecchie. L’eco del silenzio mi diceva che non c’era bisogno di parole, misteriosi messaggi bombardavano il mio sogno leggero ma erano tutti in linguaggi sconosciuti. I miei occhi sembravano scolpiti nel marmo più solido tanto erano impenetrabili, sapevo che non era stato sempre così, ma come spiegarlo al mio corpo tanto immobile da sembrare un’ombra in quel letto sempre più grande? Quel letto era quasi un universo a se che intrappolava il sonno più sincero che avessi mai conosciuto. Avrei voluto vivere al meglio quell’armonia che accarezzava ogni lembo del mio corpo, così precisa e comoda come una seconda pelle. Avevo quasi paura di sciupare quell’armonia perfetta, così straordinariamente naturale perché non l’avevo cercata, era come una magia, come un trucco senza il trucco, come un tramonto senza fine. Mi sembrò di sentire dei passi che si stavano avvicinando, ma sapevo che non poteva essere vero, nessun altro sarebbe riuscito ad arrivare in quel territorio senza confine che sembrava essere stato cancellato da ogni mappa e che non sarei mai riuscita a conoscere del tutto tanto era grande e misterioso. Mi chiedevo chi fosse a possedere le chiavi di quella città fantasma, di quella fascia luminosa che non rientrava in nessun fuso orario e che non conosceva ne meridiano ne parallelo. Avrei voluto che tutti venissero a conoscenza del mio segreto. Era per egoismo? Forse si, volevo far conoscere la fortuna di essere regina di un regno immenso, senza fine. Era per paura? Forse si, volevo che qualcuno mi rassicurasse del fatto che non fossi vittima di nessun incantesimo.  Sembrava che tutto impedisse un contatto fra il mio mondo e l’altro mondo, sembrava che tutti evitassero accuratamente la strada che mi aveva portato dove mi stavo trovando adesso, che qualcuno avesse rimosso il ponte che mi collegava alla realtà e l’unica realtà che adesso conoscevo era un sogno. Quel sogno che sembrava dovesse durare per sempre, per tutta la vita e per tutte le altre vite che mi erano state negate dal momento in cui mi ero addormentata. Avrei voluto far conoscere le mie paura e i miei sogni, avrei  voluto che altri amassero quello che avevo amato io, ma mi rendevo conto che i miei desideri morivano in uno specchio che rifletteva pensieri senza prospettiva, sogni che erano caduti come uccelli che non riuscivano più volare e che erano costretti a vivere in una terra ostile. Il mio corpo emanava calore, i miei capelli erano folti e lucenti, le mie labbra erano di un colore sensuale, se fossi stato un amante di passaggio avrei voluto baciarle, ma mi sentivo in trappola in quel corpo stanco e allo stesso tempo desideroso di correre, di dare energia ad altri corpi. Avevo voglia di vincere la mia battaglia, di battere il nemico e gioire per la vittoria, forse ero stata un guerriero e adesso persa la spada e l’armatura avevo perso anche ogni potere. E se fossi stata un mostro? Un essere malvagio che era costretto a dormire per le sue cattiverie? Ma dal profondo del mio cuore sapevo che questo non poteva essere vero, desideravo troppo tornare a vivere, amavo troppo la vita e l’amore per essere stata capace di  distruggere vite e amori. No, non ero un mostro, non solo lo dicevano le mie dolci forme ma anche il mio sonno che era tranquillo e sereno, senza la minima ombra di rimorsi o di sensi di colpa. Forse adesso stavo cominciando a ricordare qualcosa, amore era una parola che conoscevo, che aveva riacceso in me la scintilla della vita, sapevo che avevo amato anche se non ricordavo chi avevo amato, sapevo che un tempo avevo conosciuto l’estasi più delirante, avevo la consapevolezza di essere appartenuta totalmente ad un’altra persona e questo mi dava la speranza che ancora una volta avrei dato e ricevuto amore. Sfortunatamente non riuscivo a ricordare altro, era tutto sbiadito, senza nessuna traccia, tutto si confondeva come nella nebbia fitta di una notte scurissima. C’era ancora qualcuno che si ricordava di me? Del mio nome, del colore dei miei occhi, del calore della mia pelle? Niente mi faceva pensare di si, tutto si perdeva nella solita nebbia che era  fitta come la sabbia, fatta di tanti granelli ancora più piccoli di quanto si possa pensare ma che isolano da tutto più in fretta di quanto uno possa immaginare. Avrei voluto chiedere aiuto ma ogni mio tentativo si infrangeva sugli scogli che abbracciavano quel pianeta illuminato da luci invisibili. Come potevo soffrire così tanto per una situazione che sembrava quasi non mi toccasse? Come potevo emanare tanta serenità quando quello che volevo fare era gridare e spezzare quell’incantesimo ingiusto? Cosa sarebbe successo se mi fossi improvvisamente svegliata? Volevo sapere se il sonno in qualche modo avesse contaminato la mia bellezza, la mia giovinezza, la mia forza. Sapevo che volevo tornare ad essere quello che ero sempre stata, una creatura nata per essere felice. Avrei voluto sapere per quanto tempo ancora sarebbe durato il mio sonno, mi sembrava che un’invisibile clessidra portasse via i miei momenti migliori. Mi sembrava quasi di soffrire di claustrofobia, ma era possibile in un ambiente così spazioso e luminoso? Tutto sembrava avere una doppia faccia, e tutto quanto era grande adesso era piccolo, tutto quanto era vicino adesso era lontano. Cosa dovevo credere? Cominciavo a dubitare anche di me stessa, della mia forza, della mia capacità di sopravvivere alle avversità. Il vento si alternava ai raggi di sole, alla pioggia, al sereno. Non potevo udire il rumore delle gocce, ma sapevo che adesso stava piovendo, grosse gocce come diamanti luminosi stavano cadendo ovunque, bagnando il mio corpo e quel letto che accoglieva dolcemente la pioggia come una volta aveva accolto me. Il mio corpo dava il benvenuto a quella pioggia gentile e festosa, la pioggia danzava al ritmo di una musica familiare e invitante, le gocce accarezzavano il mio corpo e scivolavano sulla mia pelle che finalmente stava bevendo dopo una sete durata quasi cento anni. La sensazione era stupenda, non avevo mai apprezzato così tanto la pioggia, quelle gocce piene di vita sembravano farmi rinascere. Mi domandavo da dove venisse quella pioggia, se avesse niente a che fare con il mondo che una volta avevo abitato anche io, un mondo che sembrava sempre più lontano ma che non volevo assolutamente perdere, al quale cercavo di rimanere disperatamente aggrappata. Avrei voluto che la pioggia continuasse, ma piano piano tutto si stava calmando, tutto stava tornando come prima, mi chiedevo se anche la pioggia avesse fatto parte del passato, di quel passato che sembrava non avessi mai vissuto. Avrei voluto muovermi ma non riuscivo a farlo, come se le mie braccia e le mie gambe appartenessero a un’altra persona, questo pensiero, o consapevolezza, mi spaventò. Abbandonai quei tristi pensieri, mi dissi che tutto questo presto sarebbe finito, che sarei tornata insieme agli altri. Quelli che avevano diviso il mio mondo con il loro mondo, il nostro mondo, indivisibile, ma che adesso era stato diviso, e non riuscivo più a capire se io ero dentro o fuori quel mondo, se io avevo abbandonato gli altri o se gli altri mi avevano cacciata via. Niente mi faceva intuire quelle che potevano essere le risposte, se potevano esserci delle risposte o se tutto era accaduto per caso e l’ordine degli avvenimenti non dovesse mai essere conosciuto, come se qualcuno avesse chiuso dentro la cassaforte la combinazione stessa. Volevo sapere se era una battaglia già persa in partenza e se tutto quello che stavo facendo era solo coprirmi di ridicolo davanti ad un avversario per il quale non rappresentavo alcun pericolo. Forse il mio nemico era più vicino di quanto pensassi, forse il suo respiro era allo stesso ritmo del mio, per questo motivo non riuscivo a sentirlo. Forse il primo colpo sarebbe arrivato fra pochi minuti,  improvviso e implacabile, sembrava che non ne fossi spaventata, al contrario lo stavo aspettando con impazienza poiché tutto era preferibile a quel silenzio nel quale anche il mio stesso battito mi faceva paura. Non potevo fare a meno di pensare che tutto quello che stava accadendo  rispecchiasse in realtà il modo in cui avevo sempre vissuto, anni di sonno, anni di silenzio, e solo adesso ero in grado di capire la realtà. Ma quale realtà? Il sonno o il sogno della realtà? Più mi sforzavo di mettere a fuoco e più l’immagine era sfuocata. Avevo sbagliato a considerare i tempi e i dettagli e anche quello che era un mistero dentro al mistero. Cos’era? Una giornata diversa in una vita che altrimenti sarebbe scorsa tutta uguale? Sapevo che volevo indietro la mia vita, volevo abbandonare questo viaggio travestito da sogno che si era trasformato in un incubo e l’incubo aveva trasformato la mia vita in un sonno che sembrava essere eterno quanto l’incubo che stavo vivendo. Non volevo andare avanti in questo stato, era meglio la morte, se addirittura la morte non era altro che questo stato di lucida incoscienza, ma pensandoci bene questa non poteva essere la morte. Questa era l’unica certezza che avevo, non poteva essere la morte perché per essere morti bisogna prima aver vissuto e io non avevo vissuto, come potevo aver vissuto se non sapevo niente della vita? Volevo disperatamente che succedesse qualcosa, qualcosa di concreto, non un altro sogno, non un sogno nel sogno, non volevo nemmeno un’altra pioggia, volevo una cosa che fosse vera. Come era possibile che avesse piovuto dentro ad una stanza? Era tutto frutto della mia immaginazione? Ero così disperata da aver inventato io stessa la pioggia? E se tutto era un sogno allora anche il mio incubo era solo un sogno? In fondo gli incubi non sono altro che sogni, ma perché questo sogno non finisce mai? Vorrei alzarmi, vestirmi, pettinarmi, vorrei vivere e dar vita ai miei pensieri, vorrei che i miei desideri si materializzassero, vorrei creare nuove situazioni, sorprendere le persone, mettere i miei ricordi al loro posto, ricordare chi sono. Vorrei guardare ogni cosa con occhi nuovi, con occhi che hanno capito quale mistero si può nascondere sotto quei passi che sono già dietro di me e che non potrò più percorrere. Se mai tornassi indietro ho deciso che non parlerò di questo viaggio, di questo ballo  fatto da sola, senza musica e senza orchestra, un ballo sconosciuto che se dovessi fare di nuovo non saprei come e dove cominciare. Un ballo che in questo momento conosco alla perfezione, tanto che i miei piedi ballano da soli, guidati da una forza che mi dice dove andare ma non mi dice quando mi devo fermare. Vorrei fermarmi, lo voglio con tutte le mie forze, ma sarebbe come chiedere al sole di smettere di brillare, come chiedere alla notte di restare, sarebbe impossibile. Vorrei conoscere il nome di questo ballo, ma se non esiste non può avere un nome, non posso chiederlo a nessuno, nessuno saprebbe rispondermi, sarebbe come chiedersi dove ci porterà il ballo stesso. Mi chiedo cosa ci sia alla fine di questo ballo, forse ancora un altro ballo? Adesso ho come l’impressione che si stia avvicinando qualcuno, è il mio ballerino? Sento che si sta avvicinando lentamente. Dopo averlo aspettato con impazienza finalmente potrò ballare con lui. Vorrei vedere il mio ballerino ma i miei occhi sono socchiusi, riesco a scorgerlo a malapena. Ma non è un ballerino, è un principe! Il mio bellissimo principe. Voglio vedere il suo viso, cerco di aprire gli occhi completamente, mi accorgo che non è un ballerino, non è nemmeno un principe, è un angelo. È un angelo bellissimo, elegante, è il mio angelo ed è venuto per me. Ma perché il mio angelo non è come tutti gli altri? Questo è un angelo senza luce, è austero, non mi sorride, si avvicina a me in silenzio, mi guarda senza nessuna emozione e mi accarezza una mano. È un angelo freddo, appena mi sfiora avverto un gelo che avvolge tutto il mio corpo. Adesso mi abbraccia e in un attimo tutto mi è chiaro, riesco a capire tutto quello che era mistero. Fino a questo momento ero riuscita a vedere solo me stessa, adesso riesco a vedere quello che mi circonda. Sono in una camera d’ospedale, una camera bianca e asettica, c’è il silenzio intorno a me, riesco a vedere le persone che mi sono vicine, riesco a riconoscerle, riesco a sentire il loro dolore e tutte le lacrime che hanno versato per me. Per la prima volta mi è tutto chiaro, tutte le risposte che volevo me le ha date il mio angelo con un solo tocco. Improvvisamente vedo sparire tutto, il mio letto, le persone intorno a me, il silenzio e tutte le lacrime versate. Il mio angelo è di nuovo accanto a me, scuro e serio, senza sorriso, senza colore. Adesso mi attira a se, mi abbraccia, mi stringe, il gelo penetra in tutto il mio corpo, mi penetra anche nel cuore, lui mi guarda, per la prima volta accenna un sorriso e mi porta con se.

 

 

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