- ANTONELLA
BOLIS
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Antonella Bolis vive a Lecco. Ha scritto un libro: Il
brivido..., romanzo d'amore, ambientato nella mia città
Manzoniana, ha scritto una poesia che è stata pubblicata dai
Poeti dell'Adda e poi collabora con un giornale locale scrivendo
ogni due mesi, appunto, un racconto.
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"I
labirinti della mente è il frutto di una concentrazione,
fissazione su un oggetto (x motivi scolastici) poi
tradotto in racconto (Antonella Bolis)"
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I labirinti della mente
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Latte, miele, cioccolato in scaglie. Il latte
è bollente, il cioccolato si scioglie, il miele fila a
nastro.
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Una colazione dolce e bella da vedere, la mia
tazza bianca deve contenere qualcosa di succulento che col
calore cambia forma e sfumatura.
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Ora arriva anche il profumo e incomincio a
leccare il cucchiaio.
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Socchiudo gli occhi nella delizia ma un
flash tormentoso mi fa trasalire.
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Esco sul pianerottolo e, irrigidito, origlio
nello spazio antistante l’ingresso dei vicini di casa.
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Il silenzio mi conferma che la via è libera!
- Chiudo la
porta abbassando lentamente la maniglia, un giro di chiave e
mi ritrovo già a salire la scala di legno; l’umidità delle
piogge alternata al vento hanno dato voce a questi gradini
che scandiscono ogni mio passo con un cigolio.
- Avanzo con
un’andatura felpata perché ho l’impressione che qualche
spirito incuriosito mi segua ma sono determinato e, fingendo
indifferenza verso ogni mio sospetto, proseguo l’ascesa.
- Tengo il
petto incurvato volgendo lo sguardo basso, vigile come una
sentinella, oltre la mia spalla. Non v’è nessuno e l’aria è
silente.
- Mi sento le
gambe appesantite e un lieve sudore mi inumidisce il palmo
delle mani, ancora uno sforzo e mi porto sull’ultimo
gradino.
- Esito un
momento proprio davanti alla porticina biancastra, rapito ne
scruto le fessure dove la vernice scrostata ha legittimato
il respiro alle tarme.
- Le mie dita
ferme, in attesa di un cenno, dominate dalla sensazione di
gelo a contatto con il catenaccio, soffio aria e ne inspiro
con prepotenza.
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Mentalmente mi ordino che devo proseguire
nella missione pur conoscendo l’entità dello sforzo anche
se poi mi sentirò annaspare...
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L’ansia, eccola, è già qui e germoglia,
cresce per mettermi alla prova, la covo un attimo e lei si
insinua in tutti i miei spazi che però non le bastano, si
inasprisce e aumenta di botto, sudo dappertutto e mi manca
l’aria ma, nonostante ciò lei se ne frega e me lo dimostra
diventando sproporzionata: oramai la sento quasi
incontenibile, non ne posso più!
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L’eco che ho dentro si stempera e nel
silenzio il cuore mi picchia in gola.
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Chino la testa per oltrepassare la bassa
soglia entrando in un mondo che mi tiene per mano facendomi
camminare sul filo dei ricordi.
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Lenti scricchiolii accompagnano i miei passi
che calpestano sassolini e foglie secche sul bitume
impolverato della soletta.
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Ecco il mio solaio, fuori dal cancelletto c’è
una pila di mattoni, uno due tre, sotto il quarto c’è la
chiave del lucchetto, apro e appena entro vedo una luce là
in fondo, vicino alla parete dove ai tempi si accumulava il
carbone.
- No, non è la
luce del paradiso che riflette sulla scatola infernale, è un
raggio di sole che si intrufola nel buio, offrendomi la
vista di quella sagoma quadrata.
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Ricordavo di averla riposta sotto uno strato
di vecchie tovaglie rattoppate e lenzuola lise...no no!
- Forse l’ho portata qui solo ieri e tutto
il resto me lo sono immaginato, ma ecco la prova
ineluttabile: la maschera del tempo l’ha avvolta,
impacchettata.
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Noto che l’imballaggio è allentato,
sicuramente qualche leggera perdita d’acqua è filtrata tra i
vecchi coppi ma il cartone non ha ceduto seguitando a
proteggere quello che c’è dentro.
- Mi avvicino
con le braccia allargate, non posso far rumore e non voglio
disturbare il sonno della polvere.
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Ancora due passi verso la custode del mio
segreto, adesso mi sembra pure ingigantita, mi chiedo chi
può averle concesso questi poteri...ne sono affascinato,
resto inerte mentre ipotizzo le dimensioni reali...Non devo
lasciar trasparire il mio intento e per non insospettirla mi
fermo, mi giro di profilo e lascio spaziare lo sguardo nella
penombra. Recito alla perfezione la mia indifferenza
soffermandomi con fare interessato alle sagome delle
seggiole accatastate sul tavolo in midollino.
- Avverto una strana sensazione e allora mi
volto: ora quel miscuglio di cellulosa e fibre pare
brillare, dunque mi ha riconosciuto, mi fissa spavalda negli
occhi, se ne sta lì ferma, in silenzio, sotto la luce,
allora ha capito perché sono qui!
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Mi sta lanciando una sfida che io non
raccolgo, anzi, la riduco a un niente minimizzandone le
potenzialità: è solo una cosa che mi farà starnutire non
appena inizierò a strappare il nastro adesivo.
- Abbozzo un
sorriso sarcastico e mi chiedo cosa posso fare ora diviso da
due stati d’animo: uno ansioso con lo sguardo bieco del
profanatore e l’altro terrorizzato col ghigno da giullare.
- Per un attimo
pare mi voglia sfuggire nell’oscurità creata da una nuvola
di passaggio, subito dopo, un braccio di sole si infila
nuovamente tra le tegole poggiando il pugno sul suo fianco.
- Anch’io
vorrei toccarla con mano, ho bisogno di sentire il suo
odore, ma prima voglio contemplare le scritte che porta:
ALTO / BASSO. Che villania se fosse stata FRAGILE!
- Io e lei siamo tenaci, resistiamo sotto
il peso degli eventi, io sto all'erta e la proteggo dal
mondo intero...
- Forse dovrei vedere e controllare se
dentro c’è ancora quella cosa, non vorrei che lei nel
frattempo se ne sia sbarazzata.
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- Ero il
garzone del mini market e ogni volta che al negozio mi
ordinavano di consegnare la spesa a quell’indirizzo, le
viscere mi si contorcevano in un groviglio, la gola si
asciugava. Non potevo rifiutarmi perché avrei dovuto
confessare che ero ossessionato da quel genere di bestie,
ero terrorizzato da quel cagnaccio che col suo abbaiare
azzerava il suono della mia voce.
- La sua
padrona mi rideva in faccia dicendo che il suo Whisky non
faceva niente ma non era vero perché cercava sempre di
abbrancare l’orlo dei miei pantaloni e quando finalmente mi
ritrovavo fuori nell’atrio, pareva che anche le quattro mura
ringhiassero mostrando quei maledetti denti aguzzi,
schifosi. Rimanevo stordito e per tutta la giornata lo
sentivo nelle orecchie, nella testa, nel gozzo.
- L’unica
soluzione era quella di eliminare il demonio rabbioso, il
bastardo doveva fare i conti con me ponendo fine alla mia
agonia!
- Così quel
giorno l’ho sistemato per sempre ed è stato più facile di
quanto credessi.
- Eliminato,
sotterrato, finalmente sparito! ...mi sono tenuto per trofeo
il suo lurido collare e una delle locandine che la disperata
padroncina, dopo la scomparsa, aveva appeso ovunque
appellandosi pateticamente alla comunità del quartiere.
- I numeri di
telefono li avevo giocati al lotto aggiungendo quelli della
data del misfatto: mi era uscito un bel terno su Venezia!
Ah, che bei ricordi!
- Da allora
quando mi capita di incontrare la signorina, le chiedo
sempre se ha qualche novità...quando le parlo vorrei
ammettere che l’eroe sono io ma mi è impossibile farlo
perché credo non mi capirebbe, inoltre or ora le leggi si
sono inasprite e mi toccherebbe la galera! Nessuno
riconoscerebbe il mio atto meritevole, l’ho fatto per il
bene di tutti, ho spedito quel malvagio all’inferno!
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- Ritorno alla
realtà, qui, inginocchiato davanti a lei, sento l’incertezza
prendere il sopravvento, mi ritorna quel senso di terribile
smarrimento e allora non so più se davvero voglio sfiorare,
anzi no: aprire la vecchia scatola.
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