ARTISTI LABIRINTISTI

NARRATORI NEL LABIRINTO

 

 

ALBERTO ARECCHI

Alberto Arecchi (1947), architetto, professore di Disegno e Storia dell’Arte. Ha avuto una lunga esperienza in diversi Paesi africani, come professore ed esperto di tecnologie appropriate. È presidente dell’Associazione culturale Liutprand, di Pavia, che pubblica studi di storia e tradizioni locali (sito internet: www.liutprand.it)..

"Da sempre, l’autore studia il simbolismo ed i misteri delle architetture antiche e medievali. Tra questi simboli, il labirinto, derivato dagli antichi misteri, occupa un ruolo di primaria importanza nei grandi edifici del medioevo europeo. Esso rappresentava in scala ridotta un viaggio iniziatico, corrispondente al percorso del pellegrinaggio spirituale. Labirinti erano effigiati nel pavimento di alcune chiese (come quello famosissimo della Cattedrale di Chartres e quello che si trovava nel presbiterio della Basilica di San Michele a Pavia, al centro di questo racconto) (Alberto Arecchi)".

 

NELLE SPIRE DEL LABIRINTO

 

È giorno di festa, ma non si ode il suono delle campane. Paolo si ricorda con una stretta al cuore che un interdetto papale grava sulla città. Gli è stato predetto che i suoi sforzi potrebbero trovare compimento proprio oggi, nel centro mistico della città, dopo un lungo itinerario rivolto ai quattro punti cardinali.

Il giovane si reca alla Cattedrale e spende tutta la mattinata in preghiera. Cerca di abbandonarsi, vince la tentazione di ragionare con la propria testa. Si sente vicino alla soluzione dell’enigma e concentra tutte le proprie energie, attento a non fissarsi sui luoghi, sull’aspetto delle cose, a non pretendere una risposta ai propri interrogativi dalle persone che incontra, dalle pietre degli edifici, dalle ombre che gli danzano intorno. Non può più arrovellarsi alla ricerca di soluzioni logiche. Deve sgombrare la mente e tenersi disponibile per qualsiasi rivelazione. Entra nel duomo di santo Stefano e s’inginocchia al suolo in una navata laterale, presso un pilastro. Nella penombra, si sdraia prono sul pavimento, a braccia aperte, e aderisce fermamente al suolo, quasi volesse compenetrarsi con la madre terra. Si sente fortemente ricaricato d’energia, ma non riceve l’illuminazione tanto sperata.

Verso mezzogiorno decide di rialzarsi dall’angolino silenzioso ed esce nella piazza. La giornata è fredda e il sole non si vede. Cadono rare gocce di pioggia, gelide. I passanti si muovono con l’aria intirizzita di chi avrebbe preferito che la giornata non fosse neppure incominciata.

Paolo pensa che il digiuno possa aiutarlo ed evitargli la distrazione dei richiami corporali. Si copre col cappuccio della tonaca e s’incammina in solitudine, a lenti passi, attraverso un dedalo di vicoli secondari, maleodoranti. Raccolto nei propri pensieri, vaga a lungo pensieroso, incurante dei rumori della città. Si avvia a compiere la propria meditazione nella gloriosa basilica di san Michele, ove un tempo s’incoronavano i re.

Attento ad ogni ombra, ad ogni soffio d’aria, nell’illusione quasi magica che qualcuno dall’alto lo stia osservando e voglia sottoporlo ad un’ultima prova, prima di rivelargli la chiave dei suoi segreti. È pronto a captare ogni minimo sussurro, come il vento che spira tra le chiome degli alberi, o la parola casualmente pronunciata da un passante. Sente che quella parola gli deve arrivare, ma non riesce a coglierla, né con le orecchie, né con gli occhi, né sulla pelle o nel profondo del pensiero.

Dall’angolo d’un edificio conventuale, lo spia la testa di un caprone dall’espressione oscena, scolpito in un grottesco doccione, come ad esorcizzare il demonio e tenerlo fuori dell’edificio.

Arriva davanti alla basilica di san Michele. La facciata della chiesa è coperta da fasce orizzontali di sculture: sirene, draghi e guerrieri s’intrecciano in una muta danza con edificanti scene bibliche, coi lavori dell’uomo durante i mesi, coi segni dello zodiaco. Molti di quei bassorilievi conservano le vivaci coloriture date dagli artisti che li hanno scolpiti. Con atteggiamento reverenziale, entra nella basilica dalle grandi cupole. Si raggomitola su se stesso, ombra avvolta nel saio, proprio al centro della navata principale. I suoi pensieri si rivolgono alle profezie e alle apparizioni che lo angosciano, dai significati sfuggenti. Supplica insistentemente un’illuminazione. Una voce interiore gli martella incessantemente nel cuore il versetto: “Tutto ciò che appartiene al corpo del diavolo non si trova al centro di Gerusalemme, città santa, ma nelle spire del labirinto”.

Nella basilica di san Michele vi sono tre luoghi che concentrano le energie della natura e delle alte sfere. Il primo è il cerchio delle incoronazioni, al centro della navata, circondato da quattro pietre nere, dove si poneva il trono regale. Il secondo è il centro della cupola, all’incrocio tra navata e transetto, simbolo del mondo intero. Infine il centro del gran labirinto in mosaico, effigiato sul pavimento, davanti all’altar maggiore, immagine d’ispirazione esoterica e simbolo della vita umana.

Come spinto da una forza sovrumana, Paolo deve alzarsi e salire i gradini verso l’altare. La luce radente, che proviene dalle finestre della facciata, gli fa apparire nitidi anche i minimi particolari della pietra, anche i più lontani, con una nitidezza che manca ancora ai suoi pensieri. Giunge sul presbiterio e vede dinanzi a sé, sul pavimento, il labirinto circondato dai Mesi e dalle Costellazioni. È come se i muscoli si muovessero in modo indipendente dal suo volere, rispondendo a stimoli provenienti da un’altra volontà.

Paolo si ritrova all’inizio del percorso sinuoso del labirinto circolare. Con lentezza esasperante, si muove automaticamente a percorrerlo. Il tracciato è lungo e stretto, 32 tratti in avanti e 31 volte all’indietro. Il suo volto punta verso ciascun punto cardinale, per poi ruotare all’improvviso. Un drago alato, un lupo che cavalca una capra, un uomo a cavallo d’un uccello bianco (un charadrius, ossia quell’uccello che, posto presso un malato, ne aspira la malattia) e un cavallo alato fanno cornice al suo rito. Dal bordo orientale del mosaico, la sfilata dei mesi osserva, dominata dall’anno–imperatore, il piccolo uomo che percorre il cammino simbolico alla ricerca della verità.

Paolo è catturato nelle spire inestricabili del labirinto, che si avvolgono e si sviluppano, incastonate nel pavimento, come le spire d’un serpente. Le circonvoluzioni rotatorie gli fanno perdere l’orientamento e lo sprofondano in una strana ebbrezza. Sente uno strano senso di smarrimento e si sente annebbiare la vista. Al centro del labirinto incontra un Minotauro orrido, rivolto verso la facciata della chiesa. La parte superiore del corpo, di fattezze umane, è quella d’un moro, armato di pesante scimitarra dalla forma falcata, con la testa fasciata da un turbante nero, col quale si copre anche la bocca. Il luogo centrale del labirinto non consente vie di fuga: è necessario combattere, e il giovane può contare solo sulle sue mani nude. Paolo riesce a scansare due fendenti e ad atterrare l’avversario, con una prontezza e una forza che non si conosceva. Lassù, la finestra a forma di croce, intagliata nel robusto muro della facciata, raccoglie gli ultimi raggi del tramonto. Nel fascio di luce gli sembra di vedere, come un fantasma, il viso di Valentina. La donna ha sulla fronte un diadema col brillante. Poco a poco, la pietra acquista luminosità. I raggi solari le danno vita, fa male fissarla.

Il giovane chiude gli occhi, per un solo istante. Quando li riapre, il brillante è confitto nella fronte della Bestia e la luce che ora emana è quasi sanguigna, lampeggiante. Il mostro apre le fauci e Paolo si sente perduto.

Rimane a lungo prono sul pavimento. Quando si riprende, l’oscurità riempie la basilica. Il labirinto è scomparso. I suoi occhi non vedono più niente. Tastando come un cieco incontra con le mani il tronco d’un albero, al centro del labirinto. Una voce interiore lo incita a salire. Si sente totalmente al di fuori della realtà. Pensa per un solo attimo allo spettacolo grottesco di sé stesso che si arrampica su un tronco d’albero, che non dovrebbe esserci, vicino all’altare d’una chiesa buia. La voce lo spinge. Le mani e i piedi fanno una buona presa sul tronco scabroso. Comincia ad arrampicarsi, senza nessuna sensazione di fatica. Mano dopo mano, stringendo le ginocchia al tronco, cerca gli appigli l’uno dopo l’altro.

I vestiti l’impacciano, soprattutto le pesanti brache di panno, che s’impigliano alle asperità del tronco. Le mani gli sudano leggermente. Estrae un fazzoletto dalla cintura, per asciugarsele. La sua mente ora è sgombra, ogni attesa d’illuminazione si è dissipata e ha la sensazione d’una gran pace, d’una luce che gli nasce dentro e lo pervade. Sale per un’eternità, nel buio e nella nebbia, oltre la volta della basilica, verso un cielo che non può vedere. La soluzione deve stare in alto, ora gli sembra così semplice. L’aveva cercata ad ovest, ad est, a sud e a nord, non l’aveva vista al centro, benché fissasse l’attenzione, perché era lì, proprio sopra di lui. È dunque questa la rivelazione tanto sperata, attesa, cercata? Man mano che risale, vede nella nebbia intorno, come strane luminescenze, i volti delle persone che l’hanno accompagnato nella sua ricerca, risente come in un bisbiglio le loro voci. Sono come bolle d’aria sott’acqua, che tendono alla superficie, e anch’egli le segue, cercando di emergere.

Un formicolio si diffonde in tutto il corpo, ma gli sembra lontano, come si trattasse del corpo d’un altro. Si sente fatto solo di coscienza, percepisce soltanto un movimento ascensionale. Il volo lo rende euforico, non vorrebbe fermarsi mai. È come se per tutta una vita non avesse aspettato altro che di salire verso la cima di quell’albero. Ora non c’è più nessun albero, ma sente di continuare la propria ascensione, fluttuando in una sostanza eterea e luminosa. Percepisce in un lampo che quella è la sua pietra preziosa: si sta muovendo all’interno stesso del brillante, non vede una sorgente di luce precisa perché la luce è dappertutto, emana da ogni dove e la sente, potente, dentro di sé. Finalmente vede e comprende tutto ciò che desiderava sapere: Paolo si è completamente identificato col brillante.

Nello stesso punto dello spazio, secoli e secoli dopo, uno straccetto impolverato, sporco d’erba e di sudore, appare dal nulla, in alto, nella cupola del san Michele e scende volteggiando pigramente. Ondeggia a tutti i soffi d’aria e non si decide ad arrivare al suolo. Un raggio di luce improvviso ne trae, per un istante, un candido bagliore. Lo straccio plana, come un pigro aquilone, e va ad impigliarsi in un gancio di ferro che sporge da uno dei grandi pilastri d’arenaria. Rimarrà a lungo appeso lassù, sino a che qualcuno non avrà l’ardire d’arrampicarsi per andare a prenderlo. Nessuno potrebbe immaginare che quello straccio provenga dagli abissi del tempo, unica traccia concreta d’un uomo che ha raggiunto la verità.

 

 

 

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