VINCITORI SEZIONE TEATRO
-
-
2° Premio Internazionale
IL
LABIRINTO
-
Il concorso è indetto e organizzato dalla Associazione
Onlus Mecenate
-
e dal Labirintismo Movimento Artistico e
Letterario
-
Il Premio IL
LABIRINTO è un concorso
multimediale. Tutti gli autori
partecipanti al Concorso sono stati
inseriti nel sito del Labirintismo e
le loro opere rimaranno sempre on
line in
www.labirintismo.it
Il concorso si ispira alle tematiche
dell movimento d'avanguardia
artistico-letterario Labirintismo,
che è "un modo di concepire la
vita attraverso l’arte. Dato che
l’uomo moderno si è inevitabilmente
arroccato nel proprio labirinto
interiore, impastoiato dal male di
vivere, l'arte deve porsi come mezzo
conoscitivo e terapeutico per far
uscire l’io dal labirinto (.....)Il
Labirintismo è una visione della
vita attraverso l’arte, che deve
liberare l’uomo dalla dominanza del
proprio Super-io(dal
Manifesto del Labirintismo).
Il
TEMA DEL CONCORSO E’ IL LABIRINTO UMANO DELL’INCONSCIO
L'arte è il filo d'Arianna
che permette l'esodo dal
labirinto: è il labirinto
zero (M. Badiali)
VEDI IL PREMIO NEL SITO DELLA
ONLUS MECENATE
GIURIA DEL PREMIO
-
COMMISSIONE DI GIURIA
-
La Giuria e’ composta
dai soci della Onlus Mecenate e fondatori del Labirintismo
GIURIA TEATRO-
prof. Badiali Massimiliano (Presidente), dr.ssa Barbara
Cantellli, dr. Denny Bonicolini.
1° PREMIO
Noemi Israel di Trieste
Nel labirinto di una scrittura
-
LUCREZIA
FIGARO
Dulcamara
Maschere:
Arlecchino, Brighella, Zanni, Colombina, Mirandolina e Tiberino
Al centro, verso sinistra, una specchiera con lampadine bianche e la seggiola. A
destra, una dormeuse di velluto bordeaux con spalliera sul lato corto (solo da
una parte). Buttati sopra la dormeuse, una redingote di velluto blu coi bottoni
d’oro e un mantello nero, anch’esso di velluto, con fodera di raso. Un paravento
poco distante. Un attaccapanni nero laccato. Un borsone scuro di qualità modesta
sul fondo, con qualche capo di biancheria sporca che straborda. Una maglietta
sul pavimento. A fianco della specchiera, un’altra seggiola. A destra la porta.
Accese solo le luci della specchiera.
Figaro si sta struccando fiaccamente davanti allo specchio. Indossa un’ampia
camicia bianca di seta, calzoni beige a “coulotte”, un giustacuore corto di raso
blu, calze lunghe bianche fin sotto i calzoni, mocassini neri di tipo
ecclesiastico. Ha i capelli lunghi fino alle spalle, raccolti da un fiocco di
raso nero. Sente dei passi. Qualcuno sta bussando alle porte vicine. Il suono è
lontano e man mano si avvicina. Bussano anche alla sua porta. Figaro si volta e
guarda chi c’è.
LUCREZIA: (indossa un abito nero da sera, corto al ginocchio, e scarpe eleganti
col tacco a spillo. I capelli sono raccolti da un’acconciatura alla moda. Sul
braccio tiene il soprabito scuro e in mano una pochette di raso nero. Col fiato
corto) Finalmente. Ho bussato anche agli altri camerini, ma sono tutti andati
via. Temevo di non trovarti più. (Lui la scruta con diffidenza) È piccolo questo
teatro. (Figaro riprende a struccarsi, fissandola nello specchio) Sei bravo.
(Lui piega appena in avanti il capo. Lucrezia si siede sull’altra seggiola)
Molto bravo. (Figaro posa il dischetto di cotone) Infatti sono qui a proporti un
lavoro. Una scrittura. (Lui resta immobile) Privata.
FIGARO: (si volta di scatto verso di lei) Non accompagno donne sole!
LUCREZIA: (schermendosi) No, non è come pensi. (Silenzio e imbarazzo) Però, che
reazione... qualcosa mi dice che ti hanno già offerto cose del genere. (Figaro
versa ancora crema sul dischetto e prosegue la pulizia del viso) Va be’, non
importa. La mia, è una scrittura seria. (Lascia dieci banconote da cento,
disposte a raggiera, vicino alla trousse) Sono mille. Per tre ore. Un giorno la
settimana. Mi sembra non male, considerato che ti pago anche la prova. (Figaro
guarda i soldi e ascolta con più interesse) Non voglio prestazioni di alcun
tipo. Mi capisci, vero...? Ti scrivo io un copione, tu lo studi e poi me lo
reciti, una volta alla settimana.
FIGARO: (grugnando) Non sono sicuro di riuscire a imparare a memoria le battute.
Lavoro anche altrove.
LUCREZIA: Lo so. Sei un cuoco.
FIGARO: Chef. Quasi.
LUCREZIA: Quasi?
FIGARO: Secondo, ma con un po’ di fortuna... la prossima volta divento primo.
LUCREZIA: E il teatro?
FIGARO: Oh, arrotondo. (Abbassando il tono della voce) Contingenze...
LUCREZIA: Qual è il tuo vero nome?
FIGARO: (sbuffa spazientito, con le mani appoggiate alle cosce. Lei fa il tono
professionale) Senti Figaro, il giovedì pomeriggio so che non lavori da nessuna
parte.
FIGARO: Ah, invadente, la signora, fa indagini per conto suo.
LUCREZIA: Giovedì andrebbe bene anche a me. Qui ci sono otto pagine. (Le mette
sul ripiano) Se mi reciti le battute come Figaro, sei perfetto. Ti scrivo
l’indirizzo. (Tira fuori carta e penna) Puntuale, per favore.
FIGARO: (si pulisce le mani e prende in mano il copione) Che roba è?
LUCREZIA: Non è difficile. Ci vediamo giovedì. (Si alza. Fa per uscire).
FIGARO: E se non vengo?
LUCREZIA: Uhm... mancia. (Lui incassa la frecciata) Ad ogni modo, giovedì, vedi
di far sparire questo tono sgarbato, perché è proprio per sentire il contrario
che ti pago. Intesi? (Figaro si trattiene, inspira a fondo e si alza in piedi.
Lei gli dà la mano e sorride) Ciao. Studia, eh!
FIGARO: (meno ruvido) Farò quello che posso. In genere, sono molto occupato.
(Lucrezia se ne va e lo lascia solo sul palcoscenico, I suoi passi si odono
anche quando è dietro le quinte. Figaro torna al suo posto, prende in mano il
copione e dà una rapida scorsa. Incredulo) Mille cucuzze per prendere un tè ed
essere gentili?! (Scoppia a ridere e risfoglia il copione) L’ha pure
sottolineato. «Comportarsi con signorilità e stile». (Si fa una risatona) Chissà
che problemi ha questa signora? È una scena talmente banale, insulsa. (Riguarda
velocemente le pagine) Mai guadagnato così facile. Qui in teatro non facciamo
mille in tutta la compagnia, in tre mesi! Il mondo deve essere pieno di maschi
imbecilli. (Rivolto alla sua immagine nello specchio) Grazie... grazie...
grazie... (Si manda un bacio e infila il gruzzolo nella tasca dei calzoni. Poi
inizia a leggere con più attenzione) Però, se ha scelto me e paga in anticipo,
forse è una persona seria. (Pausa) Nessuno paga in anticipo, mai. (Pausa) Certo,
potrei non andare. (Pausa) Mancia, dice. Ma non accetto mance senza merito.
Sarebbe come... un’elemosina. (Con una smorfia schifata). No, questo mai. Sono
un gentiluomo, anche se povero. (Pausa) Tre ore di recita. In un mese fanno più
dello stipendio che prendo in cucina. Devo prepararmi bene. (Si slega i capelli,
si sbottona il giustacuore, che lancia sulla dormeuse) Quando mi ricapita di
raddoppiare le entrate così facile? Posso finalmente mettere via qualcosa per
me. E poi? (Cercando nello specchio il da farsi) Me ne vado. Sì, sparisco.
(Riconta le banconote) Ha detto che sono bravo. E paga anche la prova. (Riprende
in mano il copione) Studierò. Non mi va di fare brutta figura.
Buio. Musica di Simeon ten Holt (Canto Ostinato dalla Sezione 60 in poi,
escludendo il I Tema) fino a dove indicato.
Le luci lentamente scoprono la scena.
Un tavolo rotondo di legno e due seggiole. Sopra al tavolo, due tazze da tè, il
samovar, la zuccheriera e un vassoio d’argento colmo di dolcetti.
Lucrezia sistema due cucchiaini e le salviettine. Indossa lo stesso abito di
prima. Guarda l’orologio e si dirige verso la quinta di destra.
LUCREZIA: Vediamo se è puntuale. (Esce e rientra indietreggiando con Figaro
davanti a sé, che indossa un abito grigio scuro con camicia bianca e scarpe nere
e ha i capelli sciolti. Lui avanza baldanzoso e si guarda attorno. Soddisfatta)
Cinque esatte.
FIGARO: Sarei salito anche prima.
LUCREZIA: E perché non lo hai fatto?
FIGARO: Perché mi piace aspettare. (Lucrezia sorride) Ho una bella notizia.
LUCREZIA: Davvero?
FIGARO: A-ha. (Ruba di strada un dolcetto e se lo mangia) Ti farà piacere.
LUCREZIA: Cosa aspetti a dirmela?
FIGARO: No, sennò poi non ti interessa più di me.
LUCREZIA: (gli versa il tè nella tazza e gliela porge, mettendogli in bocca un
altro dolcetto) Dimmela. (Figaro prende la tazza, beve un sorso, ma si nega e
lascia la tazza sul tavolo).
Avanzano entrambi sul proscenio, sul quale (circa a metà) è collocato un piccolo
cubo nero di legno. Si fermano a contemplare l’orizzonte.
FIGARO: È bellissimo, qui.
LUCREZIA: Ti piace?
FIGARO: Sì.
LUCREZIA: Ho scelto questo appartamento per la vista e la terrazza.
FIGARO: Solo tu, in questa città, potevi trovare una porta sull’infinito.
(Appoggia il piede sul cubo e il gomito sul ginocchio).
LUCREZIA: Come sei lirico.
FIGARO: La bella notizia è... che oggi, ieri, l’altro ieri e tutti i giorni
prima non ho fatto che pensare a te.
LUCREZIA: Bella per te, allora.
FIGARO: No, anche per te. Appena ho potuto mi sono precipitato qui.
LUCREZIA: E con ciò?
FIGARO: Non mi andava di essere altrove. Sono una nota di colore e sto bene a
casa tua.
LUCREZIA: Sei davvero tanto allegro?
FIGARO: Felice? Sì.
LUCREZIA: E cosa ti rende così felice?
FIGARO: Vedere... guardare... sentire... e starti vicino.
LUCREZIA: Vuoi ancora un po’ di tè?
FIGARO: Grazie, ma stavolta lo servo io. (Ritornano al tavolo e lui versa a
entrambi).
LUCREZIA: (si siedono) A parte gli scherzi, qual era la buona notizia?
FIGARO: Non mi credi, vero?
LUCREZIA: Penso ci sia dell’altro.
FIGARO: (continuando a sorseggiare) Può darsi. Quanto sarebbe diversa la mia
vita se non ti conoscessi! Ci penso spesso. (Pausa) Strano...
LUCREZIA: Cosa?
FIGARO: Come qualcosa di banale, per esempio una data, un compleanno, a volte
trasformano l’intero senso di una vita. (Le prende dolcemente la mano) Sono
felice perché ci sei. Non è abbastanza?
LUCREZIA: (gioca con la mano di lui fino a intrecciare le dita e, finché sono
seduti, rimangono uniti) Sei l’unico che mi parla in questo modo.
FIGARO: Lo so. Gli altri non esistono. (Mangia un dolcetto) Resto con te fino al
tramonto.
LUCREZIA: Va bene. (Sorride e allunga la ciotola dei pasticcini) Goloso.
Le luci si abbassano. Le sagome di entrambi si fissano nella penombra. Figaro si
alza e lei lo accompagna fuori scena a destra, consegnandogli un altro copione.
Lucrezia rientra sul palcoscenico. La luce del crepuscolo che si staglia sulle
pareti. Lei si aggira inquieta. Alla fine sparecchia ed esce di scena dalla
quinta di sinistra.
Termina la musica.
Buio.
(continua................................................)
|
2 °
PREMIO
Antonella Iacoli di
Modena
Il lungo sonno incantato
-
I
- L’OTTAVO GIORNO
-
- Personaggi
-
- Harry un dottore di trent’anni
- Jack un capitano di nave di
cinquant’anni
- May una musicista di
quarant’anni
-
- Due poltrone vuote e sotto
una finestra rotonda un tavolo con bottiglie e bicchieri. Irrompe Harry
inseguito dal suono di una sirena da nave.
- Harry(levandosi la giacca e
gettandola a terra con dispetto) -Neanche in discussione! Neanche in
discussione ha detto invece questa volta lo pianto com’è vero Dio! Basta
basta si diventa matti con papà. Si diventa matti ad aspettare che ritorni e
quando lo svesto ci vogliono ore, ha quel pudore che fa diventare scemi,
proprio, mi guarda con quegli occhi da matto e dice perché non sei a letto!
Perché ho perso il sonno a chiedermi dove sei finito vecchio ingrato ecco
perché, a domandarmi con chi hai parlato dei tuoi fantasmi e se ti
solleverai mai dagli abissi per riconoscermi. Sono io, io! Mi dà del lei
certe sere, m’allontana con la mano come con i servi. Che strazio. C’era
qualcosa di storto, proprio storto, a colazione, non m’ha messo lo zucchero
sui cornflakes e neanche una parola sull’andare a pesca, con chi ci devo
andare se ci ha passato una vita in mare, dita di corallo e cervello
d’ottone come la campana che sta a prua. Non è colpa mia, mia, se non ho
fatto la guerra!-. Si guarda intorno. -Scusa tanto sai se non ho mai preso a
cannonate i tedeschi. Neanche in discussione!-.
- Entra May con un grosso pacco
in braccio.
- May -Con chi parli tesoro?-.
- Harry si gira, si risistema i
capelli. -Con mio padre-.
- May -Vi siete sentiti? Che
bella notizia-.
- Harry -Ma no volevo dire
Jack-.
- May posa il pacco sulla
poltrona.
- May -Non preoccuparti gli
passerà al bar-.
- Harry -No guarda non aprono
fino a stasera-.
- May -Sa sempre come fare per
rimediare un po’ di stordimento. Ha un’amica con un bungalow giù alla
spiaggia. Una della troupe, capisci, girano il film sull’isola-.
- Harry -Ha cosa?-. Si tappa le
orecchie con le mani. -Non voglio sapere dove va-.
- May -Non fare il bambino-.
- Harry -Immagino sia la sua
natura che ha bisogno di consenso e poi neanche si regge in piedi,
parleranno di temporali e di venti equatoriali non è così May?-. Si asciuga
gli occhi con la manica della camicia. -Le donne gli fanno l’effetto del
seltz, rinfrescante. Nessuno può amarlo come me. Nessuno. Guardami, credi
che non vorrà più adottarmi?-.
- May -Vorrà cosa?-.
- Harry -Non può averlo detto
per dire-.
- May -Tesoro se fossi in te
non ci conterei. Capace d’averlo già scordato. Si dicono tante cose quando
s’è bevuto. Ha i suoi fantasmi che lo schiacciano. La tua guancia non è più
rossa-.
- Harry la tocca. -S’è girato
con tutta la forza. La mano calda come un guanto. Parto domani e vedremo se
sopravvive!-.
- May -Non ho mai sentito di
nessuno che se ne va di casa perché litiga con l’ospite all’ora di
colazione-.
- Harry -Questa è la vostra
casa, non la mia-.
- May -Sciocchezze. Ti
considera il suo delfino-.
- Harry(urlando) -Una spettanza
vorrai dire! Un frutto che può spremere a piacere prima che maturi e dal
momento che adesso sono un uomo non può neanche sopportarlo-.
- Il suono della sirena.
- May -Dov’è Harry chiede
sempre appena sveglio. Gli apro le imposte. Una vecchia abitudine sai-.
- Harry -Non mi piace-.
- May -Lo farò ugualmente-.
- Harry -Che cosa, il
bambino?-.
- May(scandalizzata) -Harry!-.
- Harry -Se non sono bastati
cinque… scusa sai ma farli passare per miei non è stata una grande idea, non
sono mica prodotti da supermercato che scorrono sul tapis roulant con il
loro codice a barra e chi s’è visto s’è visto, sembrano piccoli giudici
senza toga e non mi ricordano più tanto Jack ormai ma te. Piccoli giudici
musicali. Ah non starmi ad ascoltare. Mi ha scombussolato tutto. Per forza-.
- May -Sei sicuro di star bene,
sei pallido-.
- Harry -I muscoli gli fanno un
male cane, l’umidità dei mari, gli ho prescritto antinfiammatori che da solo
non prende. Harry chiama con quella voce da tiranno in agonia, e io corro-.
- May -Sarai un ottimo padre
vedrai-.
- Harry -Che? Aspetta un
momento non sono pronto, non lo sarò mai credo. Pronto per uno con
trent’anni di meno? Io voglio parlare a un tizio che il mondo l’ha già visto
tutto e poi che gli direi, hai sbagliato secolo, torna più tardi? Ho la
specializzazione, non hai sentito? Specializzazione in malattie tropicali.
Avevi promesso d’aiutarmi e invece te ne stavi lì a bere il te senza dire
niente!-.
- May -A lui non piacevano. Non
sapeva che farsene dei figli-.
- Harry -Non mi mollerà mai
questo lo puoi immaginare da te. Mica mi deve mollare d’altronde. E poi, poi
non troverei più il coraggio di guardarlo in faccia se davvero noi due…-.
- May -Li rimetteva giù come se
avessero la peste-.
- Harry -Senti scordati il
bambino-.
- May -Non mi meraviglio che
t’ha dato lo schiaffo-.
- Harry -Non voglio fare niente
che l’offenda. Niente di niente-.
- May -Qualcuno li deve pure
educare i giovani per farli uscire dalla vigliaccheria. Jack aveva i suoi
difetti ma sapeva trattare i cadetti, una volta ne buttò in mare uno
particolarmente arrogante e da quel momento nessuno fiatò più-.
- Harry -Dì, ti sembra
incoraggiante? Se prova a farlo lo trascino giù così li raggiunge davvero i
suoi cadaveri. Io che conto eh? Eh? Sempre a dirmi di no-. Si lascia cadere
nella poltrona libera e allunga le gambe sui braccioli. -Si crogiola nella
disfatta, deve morirci qui dentro con me nella fossa. Lo sai perch’è
tornato? M’ha scritto una lettera, una cosa che mai nessuno… oh in tutta la
mia vita… certe cose malinconiche e struggenti che lasciano di sale-.
- May(distraendosi, a se
stessa) -Sono una donna sola-.
- Harry -Proprio di sale.
Allora l’ho chiamato, papà gli ho detto papà lascia perdere tutto, cioè quel
niente che ha perché vive senza comfort, e vieni a stare da noi per un po’,
un cambiamento ti farà bene. Non chiede mai dei ragazzi-.
- May -Per questo lo lasciai
prima che morissero di fame-.
(continua....................)
|
|