TuttArte MECENATE

 

VINCITORI SEZIONE NARRATIVA

2° Premio Internazionale IL LABIRINTO
Il concorso è indetto e organizzato dalla Associazione Onlus Mecenate
e dal Labirintismo Movimento Artistico e Letterario
                                                 
Il Premio IL LABIRINTO è un concorso  multimediale. Tutti gli autori partecipanti al Concorso sono stati inseriti nel sito del Labirintismo e le loro opere rimaranno sempre on line in www.labirintismo.it  Il concorso si ispira alle tematiche dell movimento d'avanguardia artistico-letterario Labirintismo, che è "un modo di concepire la vita attraverso l’arte. Dato che l’uomo moderno si è inevitabilmente arroccato nel proprio labirinto interiore, impastoiato dal male di vivere, l'arte deve porsi come mezzo conoscitivo e terapeutico per far uscire l’io dal labirinto (.....)Il Labirintismo è una visione della vita attraverso l’arte, che deve liberare l’uomo dalla dominanza del proprio Super-io(dal Manifesto del Labirintismo).
                                                        Il TEMA DEL CONCORSO E’  IL LABIRINTO UMANO DELL’INCONSCIO
                                            L'arte è il filo d'Arianna che permette l'esodo dal labirinto: è il labirinto zero (M. Badiali)

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GIURIA DEL PREMIO

COMMISSIONE DI GIURIA
La Giuria e’ composta dai soci della Onlus Mecenate e fondatori del Labirintismo  

GIURIA NARRATIVA- prof. Badiali Massimiliano (Presidente), Irene Sparagna, Mauro Montacchiesi.

1° PREMIO

Elena Proietti di Roma

Il riflesso

«Sì, ti sto affrontando. Non guardarmi con quegli occhi, sapevi bene che questo giorno sarebbe arrivato. Facciamo i conti, io e te, nessun altro.
Da quando sei venuto al mondo non hai fatto altro che lagnarti, piangere e crogiolarti nel dolore, risucchiandomi nel tuo pessimismo paradossale. Restavi incagliato nel tuo nichilismo fuori moda, cercando di convincermi che, in definitiva, la vita non fosse altro che una prigione incolore.
Ti sbagliavi. E io, in particolare, ho sbagliato più di te. Ti ho ascoltato, ti ho capito, ti ho condiviso: quanta vita ho perso dietro ai tuoi farneticamenti! “Non rischiare mai, la vita è una soltanto: il mondo, là fuori, è crudele, è da temere. Devi stare attento, in guardia, sulla difensiva: devi sopravvivere!” Così mi dicevi, pazzo codardo. Così mi hai convinto a fuggire da tutte le occasioni in cui la vita aveva deciso di regalarmi un’emozione. Sono cresciuto accanto allo scherzo più infame della natura. Mi hai lasciato marcire da solo, schivo alla compagnia umana. Mi hai abbandonato nella parte più oscura della tua mente, intrappolato in un labirinto senza uscita, dimenticandoti del mio respiro. Hai deformato il mio aspetto ingurgitando cibi precotti e scaduti, hai logorato i miei polmoni con il ripugnante fumo nero che aspiravi giornalmente. Guardami! Guardati! Cosa siamo diventati? Un rifiuto della società, emarginati, soli, senza speranze, senza voglia di vivere. Adesso basta: ti lascio definitivamente. La vita che tu hai deciso di non vivere, maledetto bastardo, me la riprendo a morsi.»
Così dicendo, il riflesso sullo specchio di Paolo spaccò in mille pezzettini la lastra di vetro dove era rimasto imprigionato per ben trentacinque anni e si mostrò, in tutto il suo splendore, all’assonnato e annoiato scrittore, che attribuì l’allucinazione che stava avendo a quelle tre o quattro birrette che si era scolato di prima mattina.
“Non parli neanche? Non dirmi che non vuoi discutere almeno di questo?”
Ma Paolo, tutt’altro che interessato, ciondolava nel bagno con il suo solito fare malinconico. “Addio ridicolo scarto umano, addio catapecchia ammuffita, addio disordine psicopatico: addio Paolo!”
Il riflesso sbatté la porta di casa dopo essere uscito e, con aria trionfante, si diresse verso le mille avventure che il suo padrone non era riuscito mai a godersi appieno. Si sentiva bello, raggiante, forte: da riflesso poteva assumere la miglior forma che Paolo, un tempo, ancora giovane, aveva mostrato allo specchio. Quanto vigore, quanta malizia, quanto benessere!
Gli sguardi ammiccanti delle donne lo rendevano euforico, l’invidia nascosta degli uomini lo rendevano superbo. Il sole scoppiava nel cielo e il vento, leggero, sfiorava la sua folta chioma per trascinare con sé l’odore dei suoi capelli al pino selvatico. “E’ un pazzo a perdersi tutta questa vita!”
Intanto, ostinato a marcire nel suo tugurio, lo scrittore, ondeggiando mestamente, si era rimesso in poltrona dopo aver fatto la pipì, scordandosi, per indolenza, di tirare la catena del water. Restava lì seduto, con la maglietta bianca sporca di sugo, la vestaglia impolverata, i capelli unti dal tempo; si grattò una chiappa e poi, soddisfatto, si appisolò dalla noia. Avrebbe dovuto finirlo quel maledetto manoscritto ma niente, il “blocco” l’aveva nuovamente imprigionato nel suo buco nero, nella sua trappola. Questa volta sarebbe stata dura pagare le bollette.
“Buongiorno ragazzone, una bella rosa per la tua signora?”
La fioraia all’angolo della strada aveva attirato, con ammiccanti moine, il riflesso di Paolo verso il negozietto trasbordante di fiori. “Ce ne abbiamo di tutti i tipi: senti che profumo?” Il riflesso, “Reflex”, aveva “rispecchiato” di tutto nella sua vita: cappotti, sciarpe, mutande, brufoli, peli nel naso, canotte e, una delle poche volte in cui Paolo s’era concesso una visita “allegrotta”, anche un paio di giarrettiere. Ma il profumo dei fiori non sapeva proprio cosa fosse. Si avvicinò in modo goffo alla rosa che la fioraia gli stava porgendo e seguì alla perfezione le sue istruzioni: “Ispira forte: la senti questa dolcissima fragranza?” Paolo fu tanto conquistato da quella piccola scoperta che ispirò altre dieci volte sorridendo, dopo ogni respiro, alla fioraia divertita.
“Che dici, te ne prendi un bel mazzetto?”
“Certo, certo, mi dia quello tutto rosso.”
La fioraia, soddisfatta, gli porse un mazzetto di rose dal gambo lungo, pregustandosi il succoso guadagno. “Sono venticinque euro.”
Reflex la guardò incuriosito e, pensando che gli “euro” fossero i respiri che gli aveva insegnato, respirò venticinque volte, velocemente, l’inebriante droga naturale che quei petali vellutati sprigionavano nell’aria. Dopo aver compiuto il suo “pagamento” si allontanò trionfante, pronto a nuove avventure. “Grazie signora, arrivederci.” La fioraia lo acchiappò dal colletto della camicia e, furiosa, iniziò a gridare: “Ma che sei pazzo? Devi pagarmi! Al ladro, al ladro! Vuole fregarmi i fiori!” Reflex, mortificato, rispose di getto: “No, signora, mi creda, io ho pagato!” Ma la fioraia non fece in tempo a strappargli i fiori di mano che un omone mastodontico tirò una bella cinquina sul volto di Reflex che, rintronato, scappò via sbarellando. Che strana sensazione! Quel pizzicare fastidioso, per uno che non aveva mai provato neanche la sensazione di un bacio sulla pelle, apparve molto stimolante. Inoltre, proprio sul punto dove aveva ricevuto l’ingiusta manata, Reflex sentì un calore incessante sprigionarsi velocemente, a ogni minuto. “Quant’è bella la vita! Che sensazioni meravigliose!” Così diceva tra sé e sé, toccandosi incredulo la sorgente di quel piacere misto a dolore. Una cameriera del bar di fronte al negozietto di fiori assistette alla scena sganasciandosi dalle risate: “Volevi rubare i fiori proprio a Matilda? Mi sa che non sei di qua, altrimenti sapresti che è una specie di strega!”
Reflex, ancora incredibilmente scosso dal piacere e dalla sofferenza, rispose all’affascinante creatura in divisa: “Buona sera signorina. Mi dispiace contraddirla ma io avevo pagato per quelle rose.”
La cameriera continuò a ridere e lo fece accomodare all’interno, affascinata dalla sua ironia e dal suo fascino grottesco. Porgendogli una tazza di caffè gli disse all’orecchio: “Questo lo offre la casa e, se mi aspetti alla chiusura, potrei offrirti anche qualcos’altro.” Nella sua totale ingenuità Reflex rispose: “Che cosa?” Ma era troppo tardi: si era già dileguata, scomparendo tra i tavoli, ancheggiando in modo provocatorio.
Reflex decise di restare lì, incuriosito dalla barba di un signore che aveva intrappolato le briciole del panino che stava divorando, dalla smagliatura chiara sulla calza scura di una ragazza, da una simpatica vecchietta che imboccava amorevolmente un cane minuscolo, accoccolato tra le sue braccia, da due uomini al bancone tatuati che blateravano ad alta voce. Quanta vita! Verso le 19:30 Claudia lo prese sotto braccia e, salutando il proprietario, uscì stanca ma euforica dal lavoro. “Il mio ragazzo mi ha lasciata ieri: capiti a proposito per regalarmi una notte da sogno e dimenticare quel farabutto!” Reflex non capì ma la seguì affascinato. Non riusciva a spiegarsi quell’imbarazzo incessante che gli creava guardarla negli occhi o soffermarsi sui particolari del suo corpo statuario. “Ti porto nel mio posticino speciale” disse Claudia, facendogli l’occhiolino.
Eccola lì, una città intera che si svelava generosamente a due giovani amanti, inondandoli di luci colorate e di una magica serenità. Dall’alto del parco di Monte Mario Reflex, in un sol giorno di vita, riuscì a provare stupore, gioia, curiosità, ammirazione e anche qualcos’altro, grazie alle dolci e bollenti attenzioni di Claudia.
Tornò a casa salutando amorevolmente la sua compagna, che già si stava dimenticando di lui, effervescente di vita. Salì le scale in un sol fiato e spalancò la porta, euforico come un bambino il giorno di Natale: “Paolo!” urlò sgolandosi. Paolo restava sdraiato con le braccia a penzoloni sulla poltrona, l’ennesima birra calda in mano e le palpebre a mezz’asta. “Paolo, svegliati, vestiti! Non sai quanta vita c’è là fuori, non sai quante sensazioni corpose si possono provare anche solo bevendo un caffè in un bar, respirando i fiori colorati, facendo l’amore con una donna! Paolo, non puoi restare qui, accidenti! Sono innamorato della vita, se ti raccontassi cosa mi è successo oggi ne saresti rapito anche tu.” Paolo restò allibito nel vedere la sua perfetta copia, bello e giovane, in preda all’entusiasmo di un ragazzino. Chi era quello strano essere di fronte a lui? Scattò dalla sedia coprendosi il volto e, impaurito, si allontanò da Reflex. “Chi sei? Un fantasma? Sei la morte? Mi sei venuto a prendere?” Reflex rise di gusto. “No, Paolo, sono la vita: la vita t’è venuta a prendere. Lavati, vestiti, fatti la barba ed esci con me: questa notte è tutta da vivere. Ah, e mi raccomando, prendi tanto ‘euro’.”
Paolo obbedì in silenzio: ripensò alle sue allucinazioni del pomeriggio e capì che, forse, quella visione non era poi così irreale. Scesero le scale come due cavalli impazziti; Reflex pieno di smania, Paolo trascinato dal folle riflesso di se stesso. Trascorsero una nottata indimenticabile, fuori controllo, pieni di ardore: Paolo riscoprì le piccole cose che, nella sua visione pessimistica del mondo, si era dimenticato esistere. Una volta tornati a casa, dopo aver goduto dei riflessi azzurri dell’alba sul Colosseo, si accasciarono esausti sul letto, ubriachi di emozioni. Il giorno dopo, verso le quattro di pomeriggio, Paolo si svegliò ancora carico di grinta: cercò il suo amico per la casa ma non lo trovò. Andò in bagno, convinto di dover spazzare via i vetri spaccati da quell’incosciente il giorno precedente ma, con grande delusioni, si accorse che lo specchio del bagno era integro, attaccato alla parete, con la sua immagine riflessa che lo osservava. Con una piccola fitta al cuore si sedette davanti allo schermo del portatile: “Questa è per te, Reflex”. E Paolo, così, ricominciò a scrivere.

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2° PREMIO

Carla Barbagli di Arezzo

Il lungo sonno incantato

Il mio corpo era leggero, appena appoggiato in un letto verde, un mare profumato, un pianeta incontaminato, il primo giardino mai dimenticato. I miei occhi erano chiusi, le mie labbra si muovevano appena, forse stavo sognando, forse stavo  ricordando. Il passato era dimenticato, le mie mani accarezzavano il cuscino fatto di fiori delicati, petali profumati e morbidi. Avrei voluto svegliarmi e accertarmi che fosse tutto vero, avrei voluto assicurarmi che fossi veramente in quel letto, ma il mio respiro era regolare, stavo dormendo profondamente. Il vento spostava leggermente i miei capelli, i miei vestiti erano per terra, un mucchietto incolore che quasi si amalgamava con il marmo di quella stanza enorme. Non sapevo da quanto tempo stessi dormendo, pensai che forse era meglio continuare a dormire in quella pace provvisoria vagamente familiare già vissuta in passato. Mi chiedevo quante emozioni avessi vissuto in quel mare limitato da pareti invisibili, forse cento, forse mille ma non ne ricordavo nessuna. La mia mente lasciava passare spiragli di ricordi che erano piccoli come frammenti di conchiglie in una spiaggia deserta. Forse ero io stessa a non voler ricordare, a voler cancellare il passato come si cancella un segno da un vetro appannato senza che lasci alcuna traccia. Forse non avevo niente da ricordare, niente di niente, pagine bianche che non erano mai state scritte, solo sfogliate da un lettore stanco e distratto. Non riuscivo a ricordare da quanto tempo mi trovassi in quella stanza, in quella strana dimensione fra sogno e realtà, in quel giardino dove i bambini vanno a giocare e dove ai grandi non è permesso entrare. Sapevo che presto sarebbe successo qualcosa anche se non sapevo come ero venuta in possesso di quell’informazione, non sapevo nemmeno cosa sarebbe successo e se mi sarebbe piaciuto oppure no. Forse era quello il motivo per cui continuavo a dormire sotto quelle nuvole amiche che mi stavano proteggendo. Il sole non riusciva a entrare in quella stanza, la finestra era troppo piccola, avrei dovuta aprirla ancora prima di addormentarmi  ma non avevo mai amato le finestre aperte, mi facevano pensare ai vetri rotti durante i temporali estivi, quando l’aria è irrespirabile e il vento fa sbattere  con rabbia le finestre prima ancora che qualcuno riesca a chiuderle. Non sapevo che stagione fosse, forse ne erano passate troppe dall’ultima che ricordavo, quella in cui correvo su per le scale che portavano alla mia stanza solitaria. Cercavo invano di percepire qualcosa  che mi aiutasse a capire dove mi trovavo, ma il silenzio era più forte di qualsiasi rumore che potesse giungere alle mie orecchie. L’eco del silenzio mi diceva che non c’era bisogno di parole, misteriosi messaggi bombardavano il mio sogno leggero ma erano tutti in linguaggi sconosciuti. I miei occhi sembravano scolpiti nel marmo più solido tanto erano impenetrabili, sapevo che non era stato sempre così, ma come spiegarlo al mio corpo tanto immobile da sembrare un’ombra in quel letto sempre più grande? Quel letto era quasi un universo a se che intrappolava il sonno più sincero che avessi mai conosciuto. Avrei voluto vivere al meglio quell’armonia che accarezzava ogni lembo del mio corpo, così precisa e comoda come una seconda pelle. Avevo quasi paura di sciupare quell’armonia perfetta, così straordinariamente naturale perché non l’avevo cercata, era come una magia, come un trucco senza il trucco, come un tramonto senza fine. Mi sembrò di sentire dei passi che si stavano avvicinando, ma sapevo che non poteva essere vero, nessun altro sarebbe riuscito ad arrivare in quel territorio senza confine che sembrava essere stato cancellato da ogni mappa e che non sarei mai riuscita a conoscere del tutto tanto era grande e misterioso. Mi chiedevo chi fosse a possedere le chiavi di quella città fantasma, di quella fascia luminosa che non rientrava in nessun fuso orario e che non conosceva ne meridiano ne parallelo. Avrei voluto che tutti venissero a conoscenza del mio segreto. Era per egoismo? Forse si, volevo far conoscere la fortuna di essere regina di un regno immenso, senza fine. Era per paura? Forse si, volevo che qualcuno mi rassicurasse del fatto che non fossi vittima di nessun incantesimo.  Sembrava che tutto impedisse un contatto fra il mio mondo e l’altro mondo, sembrava che tutti evitassero accuratamente la strada che mi aveva portato dove mi stavo trovando adesso, che qualcuno avesse rimosso il ponte che mi collegava alla realtà e l’unica realtà che adesso conoscevo era un sogno. Quel sogno che sembrava dovesse durare per sempre, per tutta la vita e per tutte le altre vite che mi erano state negate dal momento in cui mi ero addormentata. Avrei voluto far conoscere le mie paura e i miei sogni, avrei  voluto che altri amassero quello che avevo amato io, ma mi rendevo conto che i miei desideri morivano in uno specchio che rifletteva pensieri senza prospettiva, sogni che erano caduti come uccelli che non riuscivano più volare e che erano costretti a vivere in una terra ostile. Il mio corpo emanava calore, i miei capelli erano folti e lucenti, le mie labbra erano di un colore sensuale, se fossi stato un amante di passaggio avrei voluto baciarle, ma mi sentivo in trappola in quel corpo stanco e allo stesso tempo desideroso di correre, di dare energia ad altri corpi. Avevo voglia di vincere la mia battaglia, di battere il nemico e gioire per la vittoria, forse ero stata un guerriero e adesso persa la spada e l’armatura avevo perso anche ogni potere. E se fossi stata un mostro? Un essere malvagio che era costretto a dormire per le sue cattiverie? Ma dal profondo del mio cuore sapevo che questo non poteva essere vero, desideravo troppo tornare a vivere, amavo troppo la vita e l’amore per essere stata capace di  distruggere vite e amori. No, non ero un mostro, non solo lo dicevano le mie dolci forme ma anche il mio sonno che era tranquillo e sereno, senza la minima ombra di rimorsi o di sensi di colpa. Forse adesso stavo cominciando a ricordare qualcosa, amore era una parola che conoscevo, che aveva riacceso in me la scintilla della vita, sapevo che avevo amato anche se non ricordavo chi avevo amato, sapevo che un tempo avevo conosciuto l’estasi più delirante, avevo la consapevolezza di essere appartenuta totalmente ad un’altra persona e questo mi dava la speranza che ancora una volta avrei dato e ricevuto amore. Sfortunatamente non riuscivo a ricordare altro, era tutto sbiadito, senza nessuna traccia, tutto si confondeva come nella nebbia fitta di una notte scurissima. C’era ancora qualcuno che si ricordava di me? Del mio nome, del colore dei miei occhi, del calore della mia pelle? Niente mi faceva pensare di si, tutto si perdeva nella solita nebbia che era  fitta come la sabbia, fatta di tanti granelli ancora più piccoli di quanto si possa pensare ma che isolano da tutto più in fretta di quanto uno possa immaginare. Avrei voluto chiedere aiuto ma ogni mio tentativo si infrangeva sugli scogli che abbracciavano quel pianeta illuminato da luci invisibili. Come potevo soffrire così tanto per una situazione che sembrava quasi non mi toccasse? Come potevo emanare tanta serenità quando quello che volevo fare era gridare e spezzare quell’incantesimo ingiusto? Cosa sarebbe successo se mi fossi improvvisamente svegliata? Volevo sapere se il sonno in qualche modo avesse contaminato la mia bellezza, la mia giovinezza, la mia forza. Sapevo che volevo tornare ad essere quello che ero sempre stata, una creatura nata per essere felice. Avrei voluto sapere per quanto tempo ancora sarebbe durato il mio sonno, mi sembrava che un’invisibile clessidra portasse via i miei momenti migliori. Mi sembrava quasi di soffrire di claustrofobia, ma era possibile in un ambiente così spazioso e luminoso? Tutto sembrava avere una doppia faccia, e tutto quanto era grande adesso era piccolo, tutto quanto era vicino adesso era lontano. Cosa dovevo credere? Cominciavo a dubitare anche di me stessa, della mia forza, della mia capacità di sopravvivere alle avversità. Il vento si alternava ai raggi di sole, alla pioggia, al sereno. Non potevo udire il rumore delle gocce, ma sapevo che adesso stava piovendo, grosse gocce come diamanti luminosi stavano cadendo ovunque, bagnando il mio corpo e quel letto che accoglieva dolcemente la pioggia come una volta aveva accolto me. Il mio corpo dava il benvenuto a quella pioggia gentile e festosa, la pioggia danzava al ritmo di una musica familiare e invitante, le gocce accarezzavano il mio corpo e scivolavano sulla mia pelle che finalmente stava bevendo dopo una sete durata quasi cento anni. La sensazione era stupenda, non avevo mai apprezzato così tanto la pioggia, quelle gocce piene di vita sembravano farmi rinascere. Mi domandavo da dove venisse quella pioggia, se avesse niente a che fare con il mondo che una volta avevo abitato anche io, un mondo che sembrava sempre più lontano ma che non volevo assolutamente perdere, al quale cercavo di rimanere disperatamente aggrappata. Avrei voluto che la pioggia continuasse, ma piano piano tutto si stava calmando, tutto stava tornando come prima, mi chiedevo se anche la pioggia avesse fatto parte del passato, di quel passato che sembrava non avessi mai vissuto. Avrei voluto muovermi ma non riuscivo a farlo, come se le mie braccia e le mie gambe appartenessero a un’altra persona, questo pensiero, o consapevolezza, mi spaventò. Abbandonai quei tristi pensieri, mi dissi che tutto questo presto sarebbe finito, che sarei tornata insieme agli altri. Quelli che avevano diviso il mio mondo con il loro mondo, il nostro mondo, indivisibile, ma che adesso era stato diviso, e non riuscivo più a capire se io ero dentro o fuori quel mondo, se io avevo abbandonato gli altri o se gli altri mi avevano cacciata via. Niente mi faceva intuire quelle che potevano essere le risposte, se potevano esserci delle risposte o se tutto era accaduto per caso e l’ordine degli avvenimenti non dovesse mai essere conosciuto, come se qualcuno avesse chiuso dentro la cassaforte la combinazione stessa. Volevo sapere se era una battaglia già persa in partenza e se tutto quello che stavo facendo era solo coprirmi di ridicolo davanti ad un avversario per il quale non rappresentavo alcun pericolo. Forse il mio nemico era più vicino di quanto pensassi, forse il suo respiro era allo stesso ritmo del mio, per questo motivo non riuscivo a sentirlo. Forse il primo colpo sarebbe arrivato fra pochi minuti,  improvviso e implacabile, sembrava che non ne fossi spaventata, al contrario lo stavo aspettando con impazienza poiché tutto era preferibile a quel silenzio nel quale anche il mio stesso battito mi faceva paura. Non potevo fare a meno di pensare che tutto quello che stava accadendo  rispecchiasse in realtà il modo in cui avevo sempre vissuto, anni di sonno, anni di silenzio, e solo adesso ero in grado di capire la realtà. Ma quale realtà? Il sonno o il sogno della realtà? Più mi sforzavo di mettere a fuoco e più l’immagine era sfuocata. Avevo sbagliato a considerare i tempi e i dettagli e anche quello che era un mistero dentro al mistero. Cos’era? Una giornata diversa in una vita che altrimenti sarebbe scorsa tutta uguale? Sapevo che volevo indietro la mia vita, volevo abbandonare questo viaggio travestito da sogno che si era trasformato in un incubo e l’incubo aveva trasformato la mia vita in un sonno che sembrava essere eterno quanto l’incubo che stavo vivendo. Non volevo andare avanti in questo stato, era meglio la morte, se addirittura la morte non era altro che questo stato di lucida incoscienza, ma pensandoci bene questa non poteva essere la morte. Questa era l’unica certezza che avevo, non poteva essere la morte perché per essere morti bisogna prima aver vissuto e io non avevo vissuto, come potevo aver vissuto se non sapevo niente della vita? Volevo disperatamente che succedesse qualcosa, qualcosa di concreto, non un altro sogno, non un sogno nel sogno, non volevo nemmeno un’altra pioggia, volevo una cosa che fosse vera. Come era possibile che avesse piovuto dentro ad una stanza? Era tutto frutto della mia immaginazione? Ero così disperata da aver inventato io stessa la pioggia? E se tutto era un sogno allora anche il mio incubo era solo un sogno? In fondo gli incubi non sono altro che sogni, ma perché questo sogno non finisce mai? Vorrei alzarmi, vestirmi, pettinarmi, vorrei vivere e dar vita ai miei pensieri, vorrei che i miei desideri si materializzassero, vorrei creare nuove situazioni, sorprendere le persone, mettere i miei ricordi al loro posto, ricordare chi sono. Vorrei guardare ogni cosa con occhi nuovi, con occhi che hanno capito quale mistero si può nascondere sotto quei passi che sono già dietro di me e che non potrò più percorrere. Se mai tornassi indietro ho deciso che non parlerò di questo viaggio, di questo ballo  fatto da sola, senza musica e senza orchestra, un ballo sconosciuto che se dovessi fare di nuovo non saprei come e dove cominciare. Un ballo che in questo momento conosco alla perfezione, tanto che i miei piedi ballano da soli, guidati da una forza che mi dice dove andare ma non mi dice quando mi devo fermare. Vorrei fermarmi, lo voglio con tutte le mie forze, ma sarebbe come chiedere al sole di smettere di brillare, come chiedere alla notte di restare, sarebbe impossibile. Vorrei conoscere il nome di questo ballo, ma se non esiste non può avere un nome, non posso chiederlo a nessuno, nessuno saprebbe rispondermi, sarebbe come chiedersi dove ci porterà il ballo stesso. Mi chiedo cosa ci sia alla fine di questo ballo, forse ancora un altro ballo? Adesso ho come l’impressione che si stia avvicinando qualcuno, è il mio ballerino? Sento che si sta avvicinando lentamente. Dopo averlo aspettato con impazienza finalmente potrò ballare con lui. Vorrei vedere il mio ballerino ma i miei occhi sono socchiusi, riesco a scorgerlo a malapena. Ma non è un ballerino, è un principe! Il mio bellissimo principe. Voglio vedere il suo viso, cerco di aprire gli occhi completamente, mi accorgo che non è un ballerino, non è nemmeno un principe, è un angelo. È un angelo bellissimo, elegante, è il mio angelo ed è venuto per me. Ma perché il mio angelo non è come tutti gli altri? Questo è un angelo senza luce, è austero, non mi sorride, si avvicina a me in silenzio, mi guarda senza nessuna emozione e mi accarezza una mano. È un angelo freddo, appena mi sfiora avverto un gelo che avvolge tutto il mio corpo. Adesso mi abbraccia e in un attimo tutto mi è chiaro, riesco a capire tutto quello che era mistero. Fino a questo momento ero riuscita a vedere solo me stessa, adesso riesco a vedere quello che mi circonda. Sono in una camera d’ospedale, una camera bianca e asettica, c’è il silenzio intorno a me, riesco a vedere le persone che mi sono vicine, riesco a riconoscerle, riesco a sentire il loro dolore e tutte le lacrime che hanno versato per me. Per la prima volta mi è tutto chiaro, tutte le risposte che volevo me le ha date il mio angelo con un solo tocco. Improvvisamente vedo sparire tutto, il mio letto, le persone intorno a me, il silenzio e tutte le lacrime versate. Il mio angelo è di nuovo accanto a me, scuro e serio, senza sorriso, senza colore. Adesso mi attira a se, mi abbraccia, mi stringe, il gelo penetra in tutto il mio corpo, mi penetra anche nel cuore, lui mi guarda, per la prima volta accenna un sorriso e mi porta con se.

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3° PREMIO

Ermanno Cottini di Torino

La porta

(stralci del racconto di un viaggio interiore dove le porte hanno una serratura violabile da un unico passepartout : il sogno )
Non passa giorno in cui non incontri la porta almeno due volte ; tra le migliaia di passi compiuti , quelli per attraversarla sono i più misurati , preceduti da una pausa di meditazione , in cui è ancora possibile un ravvedimento , un dietrofront …quando , non avendo ancora bussato o suonato , sono sulla soglia , in attesa che altrui mi voglia far entrare e , a quel punto , mi consenta di varcare quel confine posto a limitare una partizione , non solo del reale , ma dell’interiore , dell’intimo , del privato , del magico , dell’ignoto , dell’anima e di psiche , in una parola : dell’OLTRE …                                                                                   
Ma cosa c’è oltre ? Troverò luce oltre la porta o prevarrà l’oscuro ? La nostra vita si racchiude tra due attraversamenti di porte , con passaggi angusti , traumatici , sofferti , in cui siamo , in entrambi i casi , soli . Alla nascita passiamo dalle tenebre alla luce , eppure piangiamo una volta varcata la soglia ; alla morte passiamo dal noto all’ignoto , da una luce che conosciamo , al regno delle ombre e delle tenebre che paventiamo . Piangiamo prima del trapasso , e , curiosamente , una volta superata la soglia , viene sottolineata dagli astanti la nostra serenità espressiva : evidente segno che v’è luce oltre quella porta ? Su entrambe queste porte non campeggia alcuna scritta ; oltrepassarle è un’incognita , una nuova dimensione da esplorare , l’unica certezza è l’ineluttabilità del doverle varcare , in entrambi i casi , in posizione orizzontale , a sottolineare, il nostro essere disarmati , quando , per tutta la vita , aneliamo a presentarci ritti sulle soglie delle porte in cui c’imbattiamo , consapevoli e risoluti del passo che compiamo . Una volta oltrepassata, la porta può essere chiusa alle spalle o accostata , lasciando uno spiraglio , una possibilità di recuperare lo spazio , la dimensione precedente , permettendo alla luce , presente al di la , di seguirci oltre la soglia e , viceversa , all’oscurità ivi presente di venire mitigata dalla falce di luce proiettata da dove ci veniamo poi a trovare . Lo stesso accade per l’aria capace di veicolare suoni e odori . Si crea , a porta socchiusa , una partizione nei due versanti , in cui sono presenti , tra loro mescolate , le caratteristiche di entrambi gli ambienti : è possibile un riesame che può generare ripensamenti . Nella chiusura totale ci si lascia tutto alle spalle . La porta è come la pagina di un libro , il diario , il racconto della nostra vita ; si passa al capitolo successivo , con nuovi personaggi , o con gli stessi personaggi protagonisti di nuove vicende . I retroscena passano in secondo piano , fanno parte di precedenti capitoli , la storia evolve , cresce , si arricchisce , si articola . La successione di porte chiuse è finita nell’indice , mentre , nella spalletta , la piega della sovra copertina , possiamo leggere una trama riassunta che ci appare come un loft , un openspace : le pareti divisorie sono scomparse e con esse le porte ; più la nostra visuale si espande nell’abbracciare la trama nella sua interezza , minori appaiono le sepimentazioni e viceversa , più ci addentriamo nel minuto dettaglio , nel frammento , e più numerose si ergono le barriere , le divisioni , i versanti , le contrapposizioni . Il pensare razionale , analitico , ci conduce dal generale al particolare, facendoci incontrare più porte . Il pensiero magico segue un percorso opposto, facendoci cogliere il nesso tra particolare e generale,tra finito ed infinito , tra il minuto tassello e la visione d’insieme del mosaico : ci fornisce le ali con cui volare al di sopra delle porte , incuranti del loro stato di chiusura od apertura . Se poi cambiamo il livello e scendiamo in cantina o saliamo in soffitta , ecco che , quell’unica e apparentemente insignificante porticina , può schiuderci un mondo di ricordi che attraversa le generazioni e ci fa compiere un itinerario archeologico, con le caratteristiche di una caccia al tesoro , dove le porte si sono via via assottigliate , acquisendo la consistenza di ragnatele polverose . Può trasformarsi in un viaggio poetico , introspettivo , dove ritroviamo tutte le porte lasciate precedentemente socchiuse , dove tentiamo di aprire anche quelle dai cui battenti non traspare più luce , la cui serratura non ammette il minimo gioco sui cardini e la toppa è obliterata da un frontalino cieco .    … Così mi capitò quando : --- <<  …Discesi nelle cantine dell’animo , al fondo di antichi ipogei , buie catacombe ; percorsi ripide scale col susseguirsi incalzante dei gradini scoscesi , irti , sdrucciolevoli , bui , ingannevoli che il destino aveva disseminato lungo la nostra via .Varcai la legnosa porta serrata da un lucchetto ossidato , il battente vinse la leggera resistenza opposta dal fitto avvilupparsi di ragnatele attorno agli spigoli …  Vagai nella penombra onirica passando in rassegna possibili indizi di sofferte passioni , vestigia celate di emozioni consumate , sotto l’influsso di pulsioni controllate , in circostanze spesso cercate , a volte subite , ormai nella mente sbiadite , spesso poco gradite , di dinieghi infarcite , di sviluppi negati , talora spolverate da soluzioni escogitate in extremis .Proseguii con affanno il mio cammino con l’obiettivo ormai svelato di ricomporre dal passato , con intento ostinato , un reliquiario frammentato di essenze vitali capace di ricondurmi all’interno del Tuo sagrato da cui mi sentivo esautorato , con accesso definitivamente negato …>> Talvolta il viaggio assume le caratteristiche dell’attraversamento di un labirinto. Incombe su di noi il mito ; le porte sono scomparse , ma solo in apparenza , perché , in realtà , esse si sono moltiplicate , divenendo invisibili : terminato un segmento del percorso ci imbattiamo in  2 , 3 , e , considerando il possibile dietrofront , anche 4 possibili varchi , di cui , uno soltanto , saprà condurci oltre la contingente difficoltà . Se poi consideriamo anche il terzo asse dello spazio , l’altezza, altre possibili vie di fuga si prospettano : quella dell’ascesa e , ad essa contrapposta , quella della discesa , per un cambio di livello che può spesso inquietarci . Oltre ogni soglia ci può apparire la stessa luce o la stessa ombra : qui si cela il trabocchetto ; in realtà la sola luce a cui aneliamo è quella posta al di la dell’ultima soglia , quella che ci condurrà all’uscita definitiva dal labirinto , fuori dal tunnel , alla meta agognata . Ma saremo allo stesso livello di partenza? Probabilmente no , perché , sia che ci si trovi ad un livello fisico superiore , che inferiore , avremo compiuto un percorso interiore , un cammino iniziatico che ci vedrà comunque trasformati , essendo avanzati nel sentiero della conoscenza . -- <<…Procedo a tastoni , avendo ormai rinunciato ad approcci su base logica . I concetti di destra e sinistra , avanti e indietro , sopra e sotto , dentro e fuori ,appaiono confusi. L’ultima mossa ispira la successiva , con una sola parcellare certezza : l’essere diversa dalla precedente e dalla successiva , ma con il costante , incombente dubbio , del dejàvù , del ripercorrere un circolo vizioso che , umiliando l’intelligenza, può condurre alla pazzia . Il percorso ha un inizio semplice e accattivante , quando , alle soglie dell’adolescenza , ignari del prosieguo , prede della curiosità tipica dell’età , incuranti di tutto , lo imbocchiamo . Man mano che ci inoltriamo , ne scopriamo le insidie , i  celati trabocchetti , le diramazione cieche , le cadute di livello . A nulla valsero le raccomandazioni ricevute da coloro che ci precedettero .Increduli abbiamo esplorato gli anfratti più reconditi , le anse più cieche ,le diramazioni più circonvolute , i cunicoli più angusti , delineando un percorso a gomitolo che le moderne psicologhe , prelevandolo direttamente dal mitico arcolaio delle parche , chiamano esperienza  .Ma il travagliato percorso ci ha condotti ad una radura dominata da una quiete apparente : l’atmosfera è serena , luminosa , si scorgono giochi , angoli appartati per momenti di meditazione e di studio , al limitare della radura si intravedono, contornate da alte siepi di bosso , alcune vie di uscita .Nell’avvicinarsi cerchiamo di cogliervi qualche indizio , capace di orientarci nella prossima scelta . In nessun modo , per quanto ci si adoperi , riusciamo ad intravedere lo sbocco dei vari camminamenti. Ci par di cogliere solamente impressioni sonore in lontananza.Le più vicine hanno intonazioni gaie e scanzonate , che percepiamo per un raggio piuttosto breve , senza intuire un loro naturale affievolirsi, legato all’approfondirsi , al prolungarsi  della distanza percorsa .Poco oltre , un altro viottolo sembra assumere una inclinazione a salire e paiono giungere all’orecchio proteso mormorii ovattati, a tratti interrotti da striduli acuti , ben presto tacitati .Più in là ci appare un altro varco che sembra condurre ad un tramite inizialmente discendente , ben presto interrotto da balze e salite scoscesi, da cui si levano voci capaci di intonare minuetti , contraltari di concitati requiem .In questo passare in rassegna le numerose opzioni mi assale il dubbio , mi accorgo , di vivere un’esperienza onirica , tendo l’orecchio , nel tentativo di cogliere una voce amica , capace di condurmi a Te , che intuisco esistere in attesa in qualche spazio recondito al di là delle siepi , incarnazione di Arianna , e pronta a porgermi il  bandolo di quel filo d’oro che rende autentico e prezioso il tessuto della mia vita .Rivivo in sogno le mitologiche vicende di Ulisse , di Enea , di Teseo , di Orfeo , di Faust , del Petrarca e del Divin Poeta .Pavento un risveglio in cui non Ti scorgo accanto , mia Penelope , mia Nausicaa , mia Arianna , mia Euridice , mia Beatrice…Mia Laura. >> ---Ho la sensazione d’esser desto , ma , in realtà il sogno continua ; mi guardo attorno , al posto delle pareti della mia stanza scorgo una successione ininterrotta di porte , persino una botola lassù in alto , sul soffitto : alcune sono completamente serrate , altre accostate , poche aperte a metà , dal bordo della botola pende una scaletta a pioli di corda ; attraverso alcune intravedo lo scorcio di un pavimento piastrellato ; una , in particolare, essendo bicolore , mi ricorda una scacchiera : << non vorrei trovarmi a giocare la mia sorte come nel film “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman !!!>>; in altre la luce mostra una pavimentazione uniforme , tirata a lucido come uno specchio : << potrei calcare i passi di Alice nel paese delle meraviglie !!!>>; in altre mi sembra di intravedere su di una moquette delle ombre in movimento , a tratti minacciose , deformi , grottesche : << pavento di calcare il set del film “Non aprite quella porta”!!!>>; dalla più angusta mi giunge una luce intensa che investe con una falce il fondo del mio letto , mi sembra di scorgere la tonalità verde di un prato su cui spicca il profilo di un fiore rosso, di numerosi fiori rossi , di papaveri a ravvivare, punteggiandola, una distesa di frumento mossa dal vento, a mimare il moto ondoso dell’oceano . La psiche pare indirizzarmi verso di essa , corroborata da una ventata di fresche fragranze che m’investe:la percezione è di pace e serenità; <<ahimè m’accorgo di trovarmi nel bel mezzo dei Campi Elisi ,vestendo i panni di Russell Crown ne “Il Gladiatore”!!!>>. Volgo in alto lo sguardo e percepisco una lama di luce discendere a sezionare la mia ombra; la botola mostra una sottile schiusa, trattenuta da un piccolo cuneo che ne impedisce la serrata . Un cono polveroso , o meglio una piramide sabbiosa, si proietta nella stanza e, mentre muovo alcuni passi, percepisco un curioso effetto ottico generato dal vetrino del mio orologio intercettato da un fascio di fotoni : si genera un baluginio sfavillante che si proietta nella compagine della siluette piramidale ; la fantasia ne subisce un’istantanea quanto magica fascinazione , subito tradotta in un’intuizione : dai gradoni di quel mausoleo funerario giungono segnali luminosi , richieste d’aiuto , flash perentori , moniti , imperativi …: <<  Ma certo ! Eccomi sul set di Indiana Jones , affondato nell’ipogeo di un sito archeologico , forse una antica cisterna destinata a serbatoio di acqua piovana per una città assetata dell’Asia Minore!!! >>. I basamenti del colonnato sono ricoperti d’acqua , fatico a discernere i contorni degli elementi sommersi tra i quali mi par di riconoscere le sembianze di una ninfa . Memore della tradizione mitologica , volgo lo sguardo alla volta evitando di posare i miei occhi su quei lineamenti , paventando il riconoscimento di Euridice o Medusa con le note possibili ripercussioni sul mio destino di mortale . Forse anziché in un ipogeo mi trovo direttamente nelle profondità dell’Ade e quelle non sono acque piovane reflue ma residui di copiose esondazioni dal fiume Lete . Forse sono realmente un’ombra in cerca della sua nuova dimensione ultraterrena . Forse quello spiraglio nella botola è l’ultima mia chance per un ritorno alla luce o , perlomeno , a quello che comunemente si intende per luce . In effetti se chiudo gli occhi e libero la mente dal pensiero contingente mi sento sospeso in una nuova entità luminosa , una luce che non genera ombre perché non conosce una sorgente , una luce ch’è totalizzante, ch’è permeante , ch’è avvolgente , una luce che costituisce l’unica vera dimensione senza principio ne fine , che non ammette le tenebre , non potendo essere negata ne spenta . Apro gli occhi ma l’acuità visiva mi difetta , stento a mettere a fuoco ciò che mi sta attorno ; l’aria s’è fatta pesante , il respiro diventa ansimante , procedo a tastoni , le mie braccia protese impattano un oggetto che da quel contatto acquisisce un moto oscillatorio , l’afferro saldamente arrestandone l’ultima escursione . Riconosco trattarsi della scaletta di corda penzolante dal ciglio della botola e , senza rendermene conto , ne intraprendo la salita divenendo, a mia volta, artefice di un moto basculante che si riduce mano a mano che l’ascesa progredisce . Giunto alla sommità mi adopero nel tentativo di spalancare la botola ma le mie mosse frettolose mi rendono maldestro provocando la caduta del cuneo e la conseguente chiusura del varco . Quel tonfo pesante, dalle tonalità metalliche, acuito dal cigolio del serramento sui cardini , rafforza d’intensità la confluenza delle correnti d’aria , genera un fragoroso vortice nella stanza : sbattono le porte ,  il turbine gonfia gli abiti appesi al servo muto , trasformandolo nello spaventapasseri capace di fugare quelle oniriche, volatili  presenze . Mi risveglio di soprassalto , mi alzo , barcollo , la mia mano tentenna alla ricerca di un appiglio che si concretizza nella maniglia cromata della sola porta che individuo nella stanza, quella del bagno ; superatala  , mi si para innanzi la barriera trasparente e scorrevole del box doccia : non vi sono più incognite , una volta entrato , il getto d’acqua fredda m’investe come un cono di luce operando la purificazione di tutte le scorie oniriche appiccicatesi strada facendo al mio corpo . Ne esco corroborato , pronto a varcare l’uscio di casa per affrontare il nuovo giorno , un nuovo ciak sul palcoscenico del film della mia vita , una nuova tappa del mio viaggio , in attesa d’imbattermi in nuove porte da poter aprire e indi varcare , da poter lasciar socchiuse , da poter , definitivamente, alle spalle serrare , senza rimpianti , auspicando che nessuna di esse debba mai essere sbattuta dopo l’apertura o sfondata nel caso continui a restare serrata … Consapevole altresì che dietro le quinte ve n’è una che conduce ai camerini dove potrò rifarmi il trucco , rifocillarmi, e che il palcoscenico possiede anch’esso un ipogeo alternativamente occupato dall’orchestra o da un valente suggeritore …     << Chissà forse mi sarà richiesto un bis …!!!>> Chiudo gli occhi , avverto una sensazione di leggerezza , poi di calore crescente …Il proiettore mi investe avvolgendomi col suo cono di luce . Dall’ipogeo del palcoscenico si levano le note della celebre romanza “Nessun dorma” , volgo l’orecchio al secondo cunicolo , quello del suggeritore , ma tutto tace , la postazione è deserta . Tuttavia, avverto chiara una voce affiorare fino alla soglia percettiva ; si comporta come il suggeritore, mi esorta e mi sostiene : viene da un altro ipogeo, quello interiore :<< ne ho consapevolezza , ho preso finalmente coscienza del mio ruolo , delle mie capacità , dei miei limiti , ho abbandonato il ruolo di comparsa assumendo finalmente quello di protagonista >>. Il fragore degli applausi si spande ovunque fin oltre il foyer e sovrasta il fruscio che accompagna la chiusura del sipario ; per un istante la penombra cala sul palcoscenico facendomi paventare l’oblio ,<< ma quella non è una porta , non ha serrature ne battenti! >>; ne scosto i lembi , faccio capolino, il fragore degli applausi riprende , torna il chiarore , sono le luci della ribalta ; posso aprire gli occhi : << …il sogno coincide con la realtà , i dejàvù ci sono davvero , non mi spaventano più , li ho esorcizzati , sono diventati dei bis! >>. All’esterno è un brulicare di vita , di relazioni umane , di comunicazioni ; mi sposto da un quartiere all’altro , sono cittadino di una metropoli : superficie e sottosuolo interagiscono sempre più , una mappa degli ipogei è consultabile in ogni stazione , presso le edicole , stampigliata sui muri delle strade , nelle bacheche sparse per la città . <<Anche oggi per raggiungerTi al capo opposto della città mi è più congeniale scendere nell’ipogeo , salire sul metrò e , in pochi istanti riguadagnare la superficie , la luce , dove, en plein aire , trovo Te , il mio amore ad attendermi per rinnovare un abbraccio che suggella un patto da vivere , quotidianamente, alla luce del sole !!! >>.
 
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4° PREMIO

Gloria Venturini di Lendinara (Rovigo)

Momenti

                                

 Momenti, sono solo momenti.

La vita inesorabile scorre, tra le mani rimangono frammenti di tempo.
La mia anima danza a piedi scalzi sopra un prato vestito a festa, verde, si nutre dell’odore della primavera, dei colori e dei fiori. Le mie braccia ondeggiano nella trasparenza del cielo, certa di abbracciarti, consapevole che appartieni all’infinito. La mente inebria il mio corpo, aggrappata a lembi di nuvole, accarezzata dal vento tenue e tiepido.
Tu hai bussato alla porta della mia esistenza ed io ti ho seguito. Niente è dato al caso.
Il tuo sorriso ha riempito i miei vuoti, ha colmato i campi circostanti, ho riso di gioia, sino a piangere per la purezza cristallina del nostro grande amore, perché ero felice.
In un piccolo angolo di mondo ci siamo amati. Sulla terra fresca abbiamo tracciato i contorni delle nostre anime, per farne la nostra casa.
Nell’aria informe, figure di luce si muovono, è l’estasi delle nostre ali di gabbiani.
Nell’azzurrità del tuo sguardo ho sfiorato l’immensità del mare, fino a perdermi dolcemente, poi ho dormito sul tuo cuore.
 
Ti ho perso in una fredda sera d’inverno, in un tempo senza ricordo, come sabbia tra le mani la tua vita è scivolata via, tristemente, senza fare rumore.
Il solo pensarti non mi consola, è uno strazio ogni giorno, non c’è spazio per la rassegnazione.
Rimango qui, ore ed ore, fino a non avere più pensieri, a non avere più momenti.
Sento il mio universo abbracciare la follia.
Odio questo stupido tempo che mi occupa la mente, sino a confondere i miei passi deliranti con la realtà. Vorrei uscire, ma fuori è freddo, proprio come dentro.
Un grido silenzioso si perde nei colori inespressi di un amore strappato, nell’ansia imposta da note soffocate nel dolore.
Assisto impotente alla vita che passa, senza riuscire a cambiarne il percorso, senza un domani.
Vorrei fuggire da questi mondi fatti di silenzio, da quest’anima nera che mi tormenta e squarcia ferite, consumata da pensieri sovrapposti.
 
E muoio ogni giorno nella calma apparente del mio cielo azzurro, nei  tuoi sorrisi persi, lontani nella memoria. Amore mio, perché sopravviverti?
Attendo la neve che cancelli il biancore di questo volto spento, trafitto dal desiderio del paradiso. Vorrei essere ancora luce, ma mi confondo nell’ombra, vorrei avere ancora ali per volare, ma non riesco a vivere un solo momento senza di te.
Avrei voluto che tutto il tuo mondo fosse parte di me, così ci saremmo appartenuti per sempre, invece, mi hai lasciata qui, lontana dal mio orizzonte, che sei solo tu.
Le mie lacrime sono l’ultimo raggio di luce per te, che ora sei foglia nel vento, sussurro senza fine…
Piango,
e tu … non sei qui accanto a me.
 
Momento, è solo un momento, un volo infinito.
 

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5° PREMIO

Massimiliano Malavolta di Scandicci (Firenze)

Pensione Elide

 
            La  saletta ricevimento della pensione rassomigliava ad uno di quei saloon che ogni tanto appaiono in vecchi film western, solo molto più piccola, tinteggiata con colori caldi ed illuminata dalla luce soffusa di due piccole lampade a petrolio che sembravano uscite da un negozio antiquario. La proprietaria, una donna corpulenta e  dal seno prosperoso non si scompose molto vedendomi entrare; il suo viso, incorniciato da una folta chioma che le ricadeva sulle spalle con vivaci boccoli neri, tradiva forse più anni di quelli effettivi. Soltanto il gatto, uno splendido persiano, parve far caso al mio ingresso drizzandosi veloce e sospettoso.
 “Sono subito da lei” mi disse,  intenta a dare disposizioni ad un giovane. Alle loro spalle, sopra al bancone, troneggiava il ritratto di una bambina avvolta in un vestitino bianco crema, le mani raccolte dietro la schiena lo appiattivano sul corpo mettendo in risalto la sua conformazione alquanto esile. Lo sguardo rivolto in basso, le conferiva un aria malinconica ed assorta. Sullo sfondo campeggiava l’ insegna ‘Pensione Elide’.
Congedato che ebbe il fattorino le chiesi se fosse stata disponibile una camera per passare la notte “Ripartirò per Roma domani mattina presto” . Accettai volentieri una matrimoniale. Con un sorriso imbarazzato mi chiese un documento e presa  la chiave della stanza mi fece strada lungo due rampe di scale.
“La colazione signor Baldini, dalle sette e trenta alle otto e trenta” fece mentre era in procinto di tornare da basso.
“La ringrazio Elide, sarò puntuale” risposi con aria da scolaretto diligente. Lei proruppe in una risata sincera. Non si chiamava Elide ma Aurora, quello era il nome della madre, che molti anni prima aveva aperto l’attività col marito.
Riposi il mio trolley vicino alla porta del bagno. Mi invase subito un senso di oppressione acuito dall’odore stantio che pervadeva la stanza. Dalla trave centrale del soffitto una sola  lampadina offriva una debole illuminazione ma le profonde crepe che ornavano le pareti ormai ingiallite dal tempo ne risultavano quasi messe in risalto. Aprii una delle due ante di un logoro e polveroso armadio. Fin da bambino era sempre stata la prima cosa che facevo entrando in una camera che non fosse la mia… un misto di paura e curiosità infantile ancora mi assaliva all’idea di quello che avrei potuto trovarvi all’interno. Perquisii anche i cassetti che cigolanti e gracchianti non rivelarono alcunché e dopo una breve ricognizione nel bagno mi affrettai ad aprire la finestra nascosta da tende di un osceno color porpora e nella fretta urtai uno sgabello. Tastai la tasca della giacca nella quale tenevo il mio spray pensando che ne avrei sicuramente avuto bisogno durante la notte e subito sentii l’aria fresca e carica di umidità inondare la stanza. Chiusi gli occhi ed inspirai lentamente a pieni polmoni.
Una porzione del lago era visibile ma le sue acque erano nascoste sotto una uniforme coperta di nebbia. Fiochi bagliori di stelle potevo intravedere nel buio. Mi sedetti sullo sgabello. ‘Cosa ci facevo io in quella stanza fatiscente? In un luogo che non conoscevo e di cui non mi interessava un accidente?’ Sarei potuto arrivare a Roma la sera stessa e quella che poco prima mi era sembrata un idea ragionevole ora mi appariva come un colossale errore. Il senso di oppressione al petto si stava facendo sempre più forte e nonostante la fredda serata autunnale sentivo tutte le mie membra ribollire. Mi sporsi di nuovo dalla finestra per cercare refrigerio ma il mio respiro si era fatto affannoso! Volevo scappare, fuggire da quel luogo. Avrei potuto ridiscendere le due rampe di scale, dire alla signora Aurora che una improvvisa telefonata sul mio cellulare mi richiamava a Roma per l’indomani mattina, che non avrei potuto pernottare come previsto. Al diavolo i trenta euro, avrei mangiato qualcosa e subito sarei partito. Guardai l’orologio. Era ora di cena. Rimandai la decisione a più tardi. Non volevo rimanere un minuto ancora dentro quella camera.
La sala era spaziosa e circondata da ampie vetrate. Se fosse stato giorno avrei sicuramente potuto ammirare una splendida veduta del lago. Il ristorante era pressoché vuoto ed i pochi commensali, con tutta probabilità gente del luogo, mi scrutarono con insistenza mentre prendevo posto al mio tavolo. Erano sguardi pungenti. Generalmente non amavo mangiare da solo ma in quella occasione trovai la cosa rilassante, dovevo pensare, riflettere, ricomporre quella ultima mezz’ora e convincermi a restare. Indugiai sugli ottimi tortelli per qualche secondo, lo stomaco mi si era chiuso, ma col passare dei minuti, quasi a suggellare una ritrovata calma, mi vidi traghettato in una rabbiosa voracità. La cameriera, una giovane dell’est decisamente affascinante, con un viso spigoloso e duro, mi portò il secondo piatto di tortelli. Il consiglio che mi aveva dato era stato quanto mai gradito, con ripieno di patate li sentivo sciogliersi in bocca deliziato da un gustoso sugo di cinghiale.
“Vedo che le sono piaciuti” mi disse. Veniva da Bucarest, come tante, ma non avrebbe fatto quel lavoro tutta la vita. In Romania si era laureata in sociologia e frequentava dei corsi, le sarebbe interessato poter lavorare nel sociale. La guardavo, leggera ed annoiata, passare da un tavolo all’ altro ma in quelle poche parole che ci eravamo scambiati avevo letto determinazione e soprattutto voglia di riscatto.
Vidi entrare Aurora col suo passo deciso, si rivolse alla cameriera con fare amichevole. Mi salutò con un sorriso come se non ci vedessimo da tempo “Buon appetito signor Baldini”. Ricambiai con un cenno. Prese la pizza che aveva ordinato e sparì. Mi tornò in mente il quadro affisso all’ingresso della pensione. La ragazzina. Quel vestitino bianco. Mi richiamavano a qualcosa che non avevo ben chiaro, poi come un lampo, un ricordo lontano, sepolto dal tempo. Un’estate a Lido di Ostia con gli zii e mia cugina Eleonora, le rovine di Ostia Antica, mia cugina che indossa un vestitino simile. Bevvi un sorso di chianti, mi girava la testa. Mi affrettai a finire la cena e tornai verso la pensione, convinto oramai a restare per la notte.  
“Mangiato bene signor Baldini?”
“Benissimo Aurora quei tortelli di patate erano deliziosi”
“Non li aveva mai assaggiati?”
“Francamente mai. Ho seguito il consiglio della cameriera ed ho colmato questa imperdonabile lacuna!”
“Lo credo bene! Ylenia non poteva darle miglior suggerimento e del resto voi romani siete amanti dei primi piatti. Ylenia è tanto una cara ragazza, per me come una figlia, le auguro tutto il bene di questo mondo”
Continuava a pulire il bancone, a svuotare i posacenere, a riordinare. I contorni dell’ambiente erano cambiati e tutto mi sembrava caldo, accogliente e rassicurante. Ad eccezione di quel ritratto, ma cercai di non farci caso di non posarvi gli occhi sopra anche se era più forte di me. Mi sentivo stanco e questo mi faceva sperare in un sonno profondo cosa che spesso mi riusciva difficile quando non ero dentro al mio letto. Nei cinque giorni precedenti, comunque, avevo dormito benissimo.
“La prego si sieda. Le faccio un caffè, signor Baldini”
“Grazie Aurora, ma la prego mi chiami Jacopo”
 Non avevo fretta di salire nella mia stanza. Volevo aspettare ancora un po’. Trovavo Aurora genuina, cosa rara di questi tempi. Per cinque giorni avevo parlato solo con potenziali clienti assumendo un atteggiamento impostato, come ho sempre visto nei rappresentanti, negli addetti commerciali, negli agenti di viaggio, stretta di mano forte e sguardo diretto. Non era stata una brutta esperienza alla fine. Prima di partire ero molto preoccupato. Sono abituato a lavorare solo e davanti ad un computer ma me la ero cavata più che bene. Del resto conoscevo bene ciò di cui parlavo, molti dei prototipi che avevamo esposti ero stato io a disegnarli.
“E’ in viaggio per lavoro, signor Jacopo?” mi disse sedendosi e porgendomi una della tazzine.
 Le spiegai di cosa mi occupavo, brevemente. Mi ascoltò interessata ma dovette cogliere una mia fuggevole occhiata oltre il bancone perché si girò come ad osservare l’oggetto delle mie attenzioni. Fui tentato, nonostante tutto, di chiederle chi fosse la bambina ritratta ma Aurora, quasi leggendomi nel pensiero, mi anticipò.
“Le piace?”  fece “Quella è mia nipote. La vedo di rado perché mia sorella ha sposato un francese. Vivono a Parigi, pensi!” Le brillarono gli occhi, di un verde intenso, mentre gesticolando animatamente mi raccontava. Mi disposi ad un deciso faccia a faccia col ritratto. “Lo dipinse il mio povero marito diversi anni addietro ed è il ricordo più caro che ho di lui. Serena oramai sarà una donna fatta. Mi lasci pensare…all’epoca aveva…sì undici anni.” Mi parlò del marito. Si erano conosciuti all’isola d’Elba.
“Sapesse. Signor Baldini, Jacopo! Che carattere che aveva il mio povero marito! Dicono di noi ma gli elbani sì che sono musoni”. Si toccò la fede. “Ma era tanto un brav’uomo! Dipingeva sempre, almeno quando non era impegnato col ristorante”.
“Anche quei quadri che ho visto salendo sono di suo marito?”
“Certo, dipingeva solo paesaggi della sua isola, poi, che cosa vuole, non aveva mica girato tanto. Però per mia nipote fece un eccezione, le voleva un gran bene”. Una smorfia di dolore le si dipinse sul volto. “Un male improvviso, signor Jacopo, e in men che non si dica mi sono ritrovata sola”.
 Rividi davanti ai miei occhi il volto di Eleonora, l’ultima volta che ci eravamo visti.
Indossava un giubbotto tipo motociclista, i capelli raccolti facevano risaltare il suo viso smunto e pallido, tenere rughe si affacciavano sui suoi occhi nervosi e guardinghi ma ancora profondi e seducenti. Il suo alito sapeva di alcool.
“Sono venuta a consolare il mio povero cuginone…!” disse, ma tradiva imbarazzo.
L’ultima volta ci eravamo visti in occasione del mio matrimonio. Le versai da bere e parlammo della mia situazione.
“Sei troppo buono, Filippo. Non era la donna adatta a te!”.
In effetti con Clara era stata una cosa improvvisa; forse l’inesperienza, la giovane età, l’infatuazione…….dopo neanche tre mesi eravamo sposati. Le sue attenzioni erano per me qualcosa di nuovo ed eccitante ma poco tempo occorse prima che mi rendessi conto che il nostro matrimonio era stato un grossolano errore.
 Tuttavia rimasi male. Lo disse come fosse stata la cosa più ovvia di questo mondo. Le risposi con astio, con una cattiveria che lei non meritava.
“Parli tu che non sei ancora riuscita a trovarti uno straccio d’uomo”. Mi pentii subito. La abbracciai forte. Era una donna randagia, emotivamente randagia e molto vulnerabile. La vedevo debole, incapace di gestire la sua vita, ma bella, bella da morire. Mi confidò che aveva intenzione di partire, voleva andare in Africa magari al seguito di qualche comunità religiosa ma anche di voler riprendere gli studi universitari ed altro ancora; un fiume di idee che come fuochi d’artificio le esplodevano in testa. Durante la cena ripensammo, emozionati, alla nostra giovinezza, le vacanze al mare, le scappatelle all’insaputa dei nostri genitori, il furto in un supermercato di ben tre confezioni di gomme da masticare. Pian piano si sciolse e forse fu sul punto di chiedere aiuto.
 Provai, ricordo, una forte attrazione nei suoi confronti, una attrazione fisica, tanto che nei giorni seguenti ripensai a lei continuamente, la desideravo con tutto me stesso, ma non ebbi la determinazione a chiamarla. Invero un uomo Eleonora lo frequentava ma per quanto ne sapevo era sposato. Mi giurò che era una storia chiusa e sepolta ma poco dopo si tradì.
Rollammo una canna. Per la verità non avevo più fumato erba dai tempi del liceo, non capivo che gusto ci fosse, ma a lei piaceva, la rilassava, disse, e poi le faceva tornare l’appetito. Non la smisi più di ridere e lei rise di me che ridevo. 
Quando Eleonora morì mi trovavo in Francia. Ho sempre pensato che tagliarsi le vene fosse stato il suo ultimo disperato grido d’aiuto. Mi precipitai a Roma per il funerale. La madre di Eleonora era morta anni prima. Dopo la tragedia mia madre si riavvicinò a suo fratello ma mai completamente. Mi sentivo come anestetizzato, incredulo di fronte ad un gesto così estremo e di cui solo col tempo presi piena consapevolezza, come se il diluirne il dolore mi avesse aiutato a sopportarlo. Così Emanuela risolse la sua colpa o quella che credeva tale, lasciando me, solo, a decifrarne il senso.
Entrò Ylenia, aveva finito il turno ed era passata a salutare. Si era fatto tardi e colsi l’occasione per congedarmi. Salendo le vecchie scale della pensione ebbi come l’impressione di essere osservato. Mi sdraiai sul letto, ancora vestito e socchiusi gli occhi.
Erano le ferie d’Agosto a Lido di Ostia, quella settimana che quasi tutti gli anni passavo con gli zii. Io e la mia cuginetta facevamo coppia fissa, lunghe girate in bicicletta, racchette da spiaggia e bagni di ore tanto che le nostre mani sembravano, una volta fuori dall’acqua, quelle di un ultra centenario. Erano momenti di grande spensieratezza e libertà . A Roma era impossibile godere degli stessi privilegi. La sera ci recavamo in sala giochi a sperperare le nostre paghette. In città ci vedevamo raramente quasi sempre a casa dei nonni e col passare degli anni le occasioni si fecero sempre meno frequenti ma, nonostante avessimo preso strade radicalmente diverse, rimase tra di noi un legame molto forte. Eleonora era una ragazzina piena di vita e di energia. Mia madre la chiamava ‘il maschiaccio’ ma conservava un candore tutto femminile. Il suo volto continuava girarmi in testa e mi resi conto di non riuscire a prender sonno. Sentivo l’affanno salirmi in gola. Cercai nel buio lo spray che provvidenzialmente avevo messo sul comodino ma continuavo a pensare a lei. Decisi di scendere per una boccata d’aria fresca. Mi ritrovai nel corridoio malamente illuminato da deboli abayour fissate alle pareti e che dovetti percorrere mano al muro fino alle scale. Sentii il primo gradino sotto di me, afferrai lo scorrimano e lo scricchiolare del legno sotto i miei piedi mi accompagnò, lentamente, fino in fondo. Mi ritrovai davanti alla porta d’entrata e feci per aprirla. Insistetti più e più volte ma la porta sembrava serrata. Era tutto intorno buio, non riuscivo a scorgere luci neanche in strada. Continuai ad insistere sempre più violentemente accanendomi su quella maniglia che non voleva cedere. Dovevo uscire. Avrei voluto gridare. Sentivo il cuore battere sempre più nervosamente e sudori freddi colarmi lungo la fronte. Provai ad indietreggiare ma la mano non si staccava dalla porta, nonostante i miei sforzi sembrava diventata un tutt’uno con la maniglia. Mi girai come per chiedere aiuto e rimasi impietrito. Il sangue smise di scorrermi addosso. Sentivo il gelo prendere possesso di tutto il mio corpo. Era il quadro, ancora quel quadro. Qualcosa era cambiato ma mi occorse qualche secondo per mettere bene a fuoco. Era l’immagine ad essere mutata. C’era qualcosa di diverso nel vestito. Era strappato, all’altezza della spalla. Gli occhi di quella bambina ora mi stavano fissando. Erano scuri, profondi ed umidi, quasi imploranti. Mi girai e insistetti ancora più febbrilmente nell’aprire la porta, urlai con tutto il fiato che avevo in gola. Mi sentivo in trappola. Ebbi una violenta fitta al petto, non riuscivo più a respirare, stavo morendo, ne ero sicuro, stavo morendo…
Mi svegliai di soprassalto, madido di sudore, ebbi per un attimo la sensazione di non riuscire a prendere aria poi come un apneista che finalmente riesca a trovare l’ossigeno agognato, inspirai a pieni polmoni e lentamente riappoggiai la testa sul cuscino.
Sì! Ora sì. Ora mi era tutto chiaro, come per incanto. Il tassello che mancava si era composto affiorando alla memoria da molto lontano. Era un particolare, un dettaglio, qualcosa di non visto che riemergeva in tutta la sua crudeltà dopo un viaggio durato anni.
Com’era felice con quel suo copricostume bianco che la zia le aveva comperato da uno dei tanti ambulanti che sfilavano lungo la spiaggia. Si mirava assumendo movenze che aveva visto negli adulti. La sua femminilità stava sbocciando come un fiume in piena.
Uscimmo nelle prime ore del pomeriggio. Gli zii erano rimasti a casa e sarebbero arrivati in spiaggia passata la calura. Le nostre biciclette ardevano sotto il sole. Ci trovammo, come spesso accadeva, a girare entro le rovine di Ostia Antica. Per noi erano quasi un rifugio. Il tempo era immobile là, in mezzo alla storia. Forse si era fatto tardi ed un padre troppo premuroso ci si fece innanzi. Era tranquillo mio zio. Giocammo tutti assieme, a  ‘nascondersi ‘ come disse lo zio. Litigavamo sempre in quel gioco. Quando la scoprivo esclamava elettrizzata ‘ non vale, non vale ‘ , per poi scattare improvvisa e battermi sul tempo.
Li intravidi tutti e due dietro ad un anfratto. Sembrava che mio zio coprisse Eleonora col suo corpo, quasi a nasconderla alla vista del mondo. Fu un attimo, un lampo. Lui si girò di scatto e con un gesto veloce ricompose una delle spalline del vestitino di Eleonora. Lei era ferma, immobile e gelida come una statua di marmo. Si destò improvvisamente e scappo via.
Rideva lo zio perché quella bambina non sapeva perdere, “proprio come sua madre”,  mi disse, mentre pedalavamo verso casa. Lei ci seguì a qualche metro distanza ed io non le chiesi mai perché fosse scappata.
Si era fatta l’alba.
Un gabbiano, fino ad un attimo prima acquattato, spiccò il volo, prima radente l’acqua, poi su su , con un gran battito d’ali. Quando fu alto queste si fermarono. Descrisse due ampi cerchi e sparì lontano oltre la riva del lago.
Più tardi, frutto sicuramente della mia immaginazione, sembrò dipingersi, sul volto della bambina ritratta, un sorriso. Mi sentii sollevato al cospetto di questo nuovo giorno, in quel di Latera, sul lago del Bilancino, nella calda ed accogliente pensione Elide.
 

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6° PREMIO

Federica Mosca di Spoleto

La coscienza del pazzo

 
Ogni sera alle 20:07 in punto mi sedevo al tavolo, accuratamente apparecchiato per due, una bottiglia d’acqua minerale, una di buon vino, candele accese, una rosa rossa in un vaso al centro del tavolo e due piatti vuoti; poi me ne andavo in salotto e, sdraiato sul divano, mi mangiavo una pizza o un hamburger surgelato. Terminato di cenare, sparecchiavo il tavolo della cucina, lavavo i piatti già puliti e, chiudendo gli occhi, assaporavo l’odore della rosa che poi avrei cautamente riposto in quella scatola. Il resto l’avrei fatto poi.
Avvolto dall’immobilità ogni sera me ne restavo seduto su quel divano in pelle blu, TV spenta così come lo stereo, lo sguardo fisso di fronte a me e l’immancabile frastuono del silenzio. Non un gesto attraversava il mio corpo, né una nota anomala e birichina irrompeva a spezzare il mutismo attorno a me. Il nulla mi avvolgeva e insieme formavamo un tutt’uno.
     Un quarto alla mezzanotte e io ancora lì, sveglio, con lo sguardo fisso e immobile, sinché ogni sera arrivava l’evento tanto atteso e anelatamente aspettato: lo scoccare dell’orologio a pendolo che troneggiava nel mio salotto e segnava l’ora più profonda della notte.
In punta di piedi mi alzavo dal divano per poi dirigermi silenziosamente su per le scale, sempre con la minuziosa attenzione a non fare il minimo rumore. Per tutto il tempo la luce non veniva mai accesa: mi spostavo nella penombra emanata dalle candele che, ancora accese sul tavolo della cucina, prendevo in mano e fungevano da torcia e clessidra: terminata la fiamma terminato il mio lavoro. Ogni sera due nuove candele.
Ero lì, in quella soffitta impolverata, seduto su di uno sgabello di fronte al tavolo imbandito di piccoli attrezzi per il mio lavoro: spatole, limette, forbici, nastri, piccoli fornelli, barattoli di cera non ancora utilizzata, stoppini e la scatola di rose scrupolosamente custodita.
     Venti minuti alle tre e le candele accese sul tavolo ancora riuscivano a farmi compagnia in quella mattinata di lavoro. Le mie mani si muovevano ormai sicure, destreggiandosi da maestre esperte tra i vari attrezzi, facendo nascere da quella scatola così gelosamente custodita composizioni floreali di cui io stesso ne ero meravigliato. Ma mai tale gioia poteva essere comparata a quella donatami dalle candele:figure sinuose si snodavano ora lunghe e magre, ore panciute, o ancora aggrovigliate come nemmeno il più bravo dei contorsionisti saprebbe fare.
Questo ogni sera: io, le rose e le mie candele; in breve ogni sera unicamente io e la mia vita; tutt’intorno silenzio ed ombre.
Le tre e dodici minuti, le candele sul tavolo si spensero: il mio lavoro, almeno per quella notte era terminato, così come la mia Vita. In punta di piedi mi diressi verso la brandina posta accanto al tavolo da lavoro e mi addormentai.
     Sei minuti alle sette quando la luce del giorno irruppe sfacciatamente e con arroganza dai vetri della finestra svegliandomi. Il candore delle pareti che mi cingevano mi fecero sentire, come ogni giorno d'altronde, circondato dalla Signora Nera in persona. Anime dannate mi accerchiavano urlando o costrette per l’eternità ad auto lesionarsi sinché candidi fantasmi pervenuti da qualche bianco e ignoto tunnel, non avessero dato loro quelle pillole infernali, provenienti da chissà quale mondo e contenenti chissà quale stregoneria.
Questa era dunque la mia patria: un inferno nel quale le anime dannate erano costrette ad auto flagellarsi per tutta l’eternità; ignote mi sono le cause del loro fatale errore. Io no rientro però nel loro girone: con me la Provvidenza ha voluto essere più benevola, forse perché mai ho potuto conoscer la vita degli umani, o forse perché, come Euripide sosteneva: “Chi sa mai se vivere è morire e morire è vivere?” Comunque io sin dalla nascita (o morte , chi mai può dirlo?), son imprigionato  qui, in questa sorta di limbo, o purgatorio o chicchessia, nel quale di giorno sono costretto a conviver con la Morte in persona udendo i lamenti delle altre anime dannate e spesso dannandomi a mia volta,  di notte l’oscurità e le ombre partorite dalle mie candele riescono a strapparmi dagli artigli della Signora Nera ridonandomi la Vita che mai ebbi piacere di conoscere.
Quella volta però non fu il solito bianco fantasma ad aprire la porta che dal tunnel portava al mio limbo, mia eterna patria, bensì un Vivente. Ancor stordito da tale visione, mi diressi verso l’angolo cercando vanamente un po’ d’oscurità e silenzio. A passi lenti lo vidi avanzare verso di me; i nell’angolo, stupito, impaurito e incuriosito da quei passi che per la prima volta pesavano alla schiena del pavimento, il quale da sempre subì passi fantasma scorrer su di essa.
Un falso sorriso sul viso voleva incutermi calma e sicurezza con scarso successo. Ancora non riuscivo a capacitarmi del fatto che un vivente fosse finito nel mio limbo: errore del paranormale forse? Non sapevo, e più ci pensavo più la mia mente si arrovellava e cercava di capire. Volevo sapere. La mia natura paradossalmente curiosa aveva di nuovo preso il sopravvento su di me. Decisi di prender coraggio e lentamente mi allontanai dall’ombra per raggiungere l’umano e, anche se con estrema difficoltà, mostrargli il mio volto. Dalla luce emanata dagli occhi suoi e dalle impercettibili rughe sul suo viso, riuscii a percepire il suo stupore: forse non si aspettava la mia mossa.
Non fu facile ma alla fine mi ritrovai ad avergli quasi inconsapevolmente raccontato tutto di me. Come mai?! Non lo so. Però stavo bene. Lui mi osservava con sempre maggior incredulità, che tentava in ogni modo, ma con scarso successo, di nascondere. Mi era divenuto simpatico! Era buffo nei suoi atteggiamenti così impacciati nei miei confronti: sembrava stesse avendo a che fare con un pazzo!!! Non riuscivo a capire come mai un vivente fosse finito nel mio limbo e come potesse entrarvi ed uscirvi a suo piacimento, ma francamente non mi dispiaceva affatto, tanto che quando, inaspettatamente, mi chiese di poter tornare il giorno successivo. Acconsentii.
     Quando, il giorno seguente, mi svegliai morto, il vivente era già lì che mi osservava in silenzio. Non gli chiesi perché non mi avesse svegliato prima ( forse i ‘Respiranti’ non potevano nemmeno farlo!), tuttavia gli dissi che ero il mezzo-spirito più felice del Persempre, poiché ogni qualvolta lui arrivava i bianchi fantasmi che tanto mi davano tormento, magicamente scomparivano come demoni alla vista di un crocifisso. Sorrise; poi si sedette di fronte a me, che intanto continuavo imperterrito ad osservare fuori: quel giorno il cielo dei viventi era magnifico, chissà come sarebbe stato bello il tramonto! Non vedevo l’ora di ricevere la mia razione quotidiana di Vita!
     Fu soltanto in un secondo momento, quando distolsi lo sguardo da quella patina trasparente, quasi invisibile e ghiacciata che mi permetteva di vedere al di là del mio bianco limbo e che per i più e nota sotto l’appellativo di ‘finestra’, che mi accorsi che il vivente teneva in mano dei fogli bianchi e immacolati. Gli chiesi se fosse uno scrittore; - In un certo senso – rispose. Lo osservai poi ripresi: - Allora fai parte dell’enorme e sempre più affollato girone degli ‘scriventi’! – Strizzò l’occhio.
Qualche minuto di silenzio ci fece compagnia avvolgendoci in un caldo abbraccio. Per tutto quel tempo non smisi mai di guardarlo negli occhi: la Vita mi incuriosiva e al contempo affascinava sempre più; volevo godere ogni istante di quella sensazione paradisiaca, anzi, per meglio dire, ‘vitale’ ! Poi, il mio tanto amato silenzio fu fratturato dalla voce del vivente: mi chiese di poter scrivere la mia storia per intero, i miei pensieri… Avrebbe voluto farne una raccolta di lettere. Non mi disse a cosa gli sarebbero servite. Non glielo chiesi. Non sapevo come reagire; non mi aspettavo una richiesta simile, anche se effettivamente avrei dovuto aspettarmi che un Vivente volesse sapere la vita di un mezzo non-vivente. La curiosità in quel frangente era più che lecita. Però avevo paura. Molta paura. E non volevo parlare. Non so perché lo feci, ma in quel momento lo aggredii facendo scorrere su di lui una valanga di male parole e insulti, talmente tanti che persino i bianchi fantasmi si risvegliarono dal loro inferno e mi fecero ingoiare a forza quelle pillole stregate. Me le diedero che era quasi sera cosicché, quella notte, non potei lavorare: non so perché mi svegliai morto con la luce e il candore del giorno seguente senza aver potuto godere della Vita donatami dalle tenebre. Ne soffrii come non mai. In quel momento mi sentii paragonabile alle anime dannate dell’inferno che affiancavano il mio limbo. Fu solo allora che mi decisi a collaborare con lo Scri-vivente . quella stessa notte, quando la notte si affacciava per ridonarmi la vita, decisi di dedicare  un po’ del mio tempo a scrivere  quelle lettere e quei pensieri tanto importanti per lui quanto per me.                                                                   
 
Lettera I  
 Non  daterò le  lettere che seguiranno poiché il   tempo, pur essendo sempre presente, non esiste. Non so se mai sono nato e quindi   morto , né in quale strana dimensione mi trovi:vivo in parallelo  con i dannati e il mondo dei viventi al contempo senza però poter entrare in quest’ultima dimensione, restando in compagnia della Signora Nera nelle ore diurne e della Vita in quelle notturne.
     Spesso mi chiedo se quest’abissale conoscenza delle Realtà  non sia altro che il Grande Dono del quale tanto mi parlò la Donna che sosteneva essere mia madre e alla quale mi affezionai veramente. Non so però se credere alle sue parole: avevo poco più di tre anni ( se vogliamo considerare il tempo dei viventi) quando quella Donna, prima sempre presente, scomparve per non tornare più.
Del periodo iniziale della mia, credo eterna, permanenza in questo limbo, non ricordo nulla, solo quei fantasmi bianchi e le immancabili anime dannate… ricordo solo che entrambi mi spaventavano a morte. Solo quella Donna veniva vista dal mio animo come figura positiva. Le piacevano le candele… il calore… i fiori… non ricordo bene… chiedeva sempre nastri, ma i fantasmi non vollero mai saziare il suo desiderio; una volta utilizzò la carta! Ricordo che fu in quel momento che imparai a ridere. Un giorno i fantasmi decisero di far avverare il suo desiderio di nastri, ma loro no la capivano, non ci sono mai riusciti , così  le donarono nastri bianchi così lunghi che l’avvolsero a partire dalle mani per tutto il busto. Non poteva muoversi se non con i piedi… a lei non piaceva… Ridere!… questo le piaceva tanto… e cantare… spesso però urlava e si arrabbiava, soprattutto quando arrivavano i fantasmi…lei aveva paura di loro…si mordeva le braccia… usciva un liquido rosso e quando usciva quel liquido dalle braccia le faceva male… avevo paura… non mi piace il rosso, non mi è mai piaciuto... però mi piacciono i fiori, e anche le candele.
     Ora basta, torno al mio lavoro.
 
 Lettera II   
Sono uno che mantiene le promesse e non sopporto chi non lo fa. Chi mente uccide se stesso, gli altri e il mondo circostante.
    Quando se ne andò quella donna non mi disse mai quando e se sarebbe tornata, non mi disse mai nulla, quindi non mi mentì mai. E’per questo che, ogni sera, alle 20:07, apparecchiavo accuratamente il tavolo per due, una bottiglia d’acqua, una di buon vino candele accese e una rosa rossa che ogni sera speravo di poterle donare, ma che ogni sera finivano in quella scatola così gelosamente custodita. Ogni rosa era un giorno senza quella Donna. Quella scatola contenitore di Speranza.
     Basta, non voglio più parlare. Foglio non domandare oltre, non ti risponderò, la Penna che sto tenendo in mano non sazierà più la tua fame d’inchiostro e sapere.
 
 Lettera III   
Di fronte a me un libro: “Stefano Benni – Achille piè veloce”; il mio libro prediletto (sotto di lui i miei adorati ed antichi libri filosofici: “Erasmo da Rotterdam – Elogio alla follia” e “Seneca – Lettere a Lucilio”). Sono l’unica cosa concreta che mi lega ancora a quella donna e ogni volta che li sfoglio mi fanno sentire vicino a lei. Fu con loro che imparai a leggere; lei mi insegnò. Mi piaceva. Mi piace tuttora. Imparai il latino ed il greco. Da qualche tempo sto traducendo le pagine che così a lungo mi fecero compagnia narrandomi, con estrema fiducia e sincerità, di loro. I fantasmi mi avevano tolto tutto:  la Donna che riteneva essere mia madre, i miei giochi e tutti gli oggetti a me cari, ma questi no. Libri ,  fiori e candele, li custodisco con una cura tale e una gelosia così morbosa, tenendoli scrupolosamente nascosti, che mai nessun fantasma avrebbe mai potuto sottrarmeli.
     Sono diventato bravo con il greco, il latino, la filosofia e le candele… quella Donna, quando tornerà, sarà fiera di me.
     Ho imparato a nascondere e custodire i miei tesori. Avrebbe dovuto farlo anche lei con i suoi. Non appena  tornerà le insegnerò i trucchi del mestiere.
Candela, come sei piccola! Stai per terminare… ora basta scrivere, le parole, spesso, possono essere fonte di pericolo e non devono essere causa d’indigestione per il Foglio, né, tanto meno, per il Lettore.
 
 Lettera IV
Non voglio più scrivere! Foglio, non ti sazierai più delle mie parole e delle mie confessioni! Detesto chi mente e tu mi hai mentito. Credevo fossimo amici! Gli amici non provocano dolore, tu invece sì. Sento dolore proprio qui, dove i viventi dicono batta uno strano e complesso organo conosciuto sotto il nome di ‘Cuore’. Non so se io abbia un’anima; in caso negativo io stesso sono stato annientato da Te, Foglio e dai Ricordi che mi hai costretto, senza rendermene conto, a raccontarti.
Mai più scriverò lettere. I miei pensieri finiscono qui.
 
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Quando lessi quelle lettere rimasi attonito: non credevo che un pazzo riuscisse ad aprirsi con un semplice tirocinante… poi però posi maggiore attenzione a quei pensieri, cercai di indagare, di studiare attentamente quelle parole, dargli il giusto valore, il giusto peso... al contempo però sentivo anche che non potevo lasciare quel ragazzo così, come se niente fosse accaduto. Tornai da lui. Avevo paura. Temevo non avesse voluto vedermi: l’ultima lettera mi aveva fatto riflettere e sentire, in qualche modo, in colpa.  La realtà lo aveva fatto soffrire, ma prima o poi  va affrontata. Andai. Con mio grande stupore decise di ricevermi. Mi chiese di non parlare. Voleva restare in silenzio e osservarmi negli occhi. Acconsentii a questa sua bizzarra richiesta.
     Mi fece sfogliare i suoi libri. Notai che non girava semplicemente le pagine, ma le carezzava come si carezza un gatto, in maniera affettuosa, affettuosissima oserei dire. Osservai le pagine:in ognuna di esse appunti, commenti e sottolineature: ‘libri vissuti’ pensai.
Restammo in silenzio in compagnia di quei libri per due, forse tre ore poi, parole inaspettate  spezzarono il silenzio: “E’ stato molto bello conoscere un vivente, ti ricorderò sempre con affetto, ma ora torna nella tua dimensione e non tornare.” Mi sentii folgorato: il ghiaccio mi attraversò la schiena paralizzandomi. Non sapevo cosa fare, né come comportarmi. “Non tornare.”Ribatté; chinai il capo e me ne andai. Non so se sia stata la scelta giusta, ma più passa il tempo, più penso che d’aver sbagliato.
     Un quarto alle dieci del 15 febbraio quando mi laureai con 110/110. Le lettere e la storia del pazzo avevano sbalordito la commissione giudicatrice. Continuo a guardare quel diploma: non me ne faccio nulla: ogni giorno, ogni istante penso a quel ragazzo del manicomio,  alle sue lettere e alla stessa domanda che da quattro anni d’attività psichiatrica ancora mi ronza in testa senza trovar risposta alcuna: “Perché un ragazzo sano e intelligente, forse anche più della norma, nato da madre pazza, continua ostinatamente e con convinzione ad affermare di vivere in un limbo, di non essere mai nato né morto e soprattutto di apparecchiare per due, fare tutte quelle cose con candele, rose, libri e cose varie, quando in realtà la sua era una stanza più spoglia di un albero d’inverno; all’infuori dei libri da lui elencati infatti non ha mai fatto nulla di quel che aveva così minuziosamente  e accuratamente descritto.
E poi, come mai nessun ‘medico’ si è mai accorto del suo stato di salute? Perché nessuno si è mai preso cura di lui? Quel ragazzo non era pazzo aveva solo una visione della realtà completamente distorta e la costante permanenza in quel luogo maledetto non aveva fatto altro che aggravare la sua situazione.
     Un giorno una persona cara mi disse mi disse che spesso se non riusciamo ad esprimerci non significa che siamo stati muti, ma che ci siamo semplicemente imbattuti nei sordi. Quel ragazzo non mancava di voce, ma di orecchi disposti ad ascoltarlo. Peccato che me ne accorsi troppo tardi.
Fu da quel giorno, in cui finalmente imparai ad ascoltare il silenzio e le sue parole, che compresi il motivo per cui a quel ragazzo piaceva tanto non parlare: gli occhi di un uomo hanno in sé la loro storia e se, come continuava a sostenere, il tempo non esiste, ma è sempre presente, posso affermare con assoluta certezza che quel giovane mi conosceva più a fondo di quanto mi conoscessi io. Già sapeva che con lui avrei sbagliato, ma  lasciò scorrere gli eventi: voleva darmi la più grande lezione di vita che abbia mai ricevuto: non vi è rumore più forte del silenzio e silenzio più agghiacciante che quello provocato da grida di disperazione.
     Lui per una vita intera gridò in silenzio, ma i suoi appelli non furono mai uditi da nessuno; fu allora che si rifugiò all’interno della sua mente, sua unica ascoltatrice, e a lungo andare ne fu così assorbito che non riuscì (o volle) più uscire. I ricordi gli facevano così male che ancora non riusciva ad accettare la morte della madre. Sarà anche stata pazza, ma deve avergli voluto veramente bene.
Più volte tentai di tirar fuori quel ragazzo dal manicomio, ma sempre i miei ricorsi vennero respinti. A nulla servirono avvocati e dialettica persuasiva: per i medici quello era un pazzo senza identità e basta, ma io sapevo che non lo era.
Forse, dopo quell’incontro di quattro anni fa con quel giovane, il ‘senza identità’ sono proprio io, il ragazzo, seppur con visione distorta, sapeva sin troppo chi era e cosa voleva. Sapeva qual era il suo destino e sapeva cosa doveva fare. Il Grande Dono di cui parlava sempre si era compiuto: iniziai a vivere la Vita con la Vita p
       
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7° PREMIO

Antonella Bolis di Lecco

I labirinti della mente

Latte, miele, cioccolato in scaglie. Il latte è bollente, il cioccolato si scioglie, il miele fila a nastro.
Una colazione dolce e bella da vedere, la mia tazza bianca deve contenere qualcosa di succulento che col calore cambia forma e sfumatura.
Ora arriva anche il profumo e incomincio a leccare il cucchiaio.
Socchiudo gli occhi nella delizia ma un  flash tormentoso mi fa trasalire.
Esco sul pianerottolo e, irrigidito, origlio nello spazio antistante l’ingresso dei vicini di casa.
Il silenzio mi conferma che la via è libera!
Chiudo la porta abbassando lentamente la maniglia, un giro di chiave e mi ritrovo già a salire la scala di legno; l’umidità delle piogge alternata al vento hanno dato voce a questi gradini che scandiscono ogni mio passo con un cigolio.
Avanzo con un’andatura felpata perché ho l’impressione che qualche spirito incuriosito mi segua ma sono determinato e, fingendo indifferenza verso ogni mio sospetto, proseguo l’ascesa.
Tengo il petto incurvato volgendo lo sguardo basso, vigile come una sentinella, oltre la mia spalla. Non v’è nessuno e l’aria è silente. 
Mi sento le gambe appesantite e un lieve sudore mi inumidisce il palmo delle mani, ancora uno sforzo e mi porto sull’ultimo gradino.
Esito un momento proprio davanti alla porticina biancastra, rapito ne scruto le fessure dove la vernice scrostata ha legittimato il respiro alle tarme.
Le mie dita ferme, in attesa di un cenno, dominate dalla sensazione di gelo a contatto con il catenaccio, soffio aria e ne inspiro con prepotenza.
Mentalmente mi ordino che devo proseguire nella missione pur conoscendo l’entità dello sforzo anche se  poi mi sentirò annaspare...
L’ansia, eccola, è già qui e germoglia, cresce per mettermi alla prova, la covo un attimo e lei si insinua in tutti i miei spazi che però non le bastano, si inasprisce e aumenta di botto, sudo dappertutto e mi manca l’aria ma, nonostante ciò lei se ne frega e me lo dimostra diventando sproporzionata: oramai la sento quasi incontenibile, non ne posso più!
L’eco che ho dentro si stempera e nel silenzio il cuore mi picchia in gola.
Chino la testa per oltrepassare la bassa soglia entrando in un mondo che mi tiene per mano facendomi camminare sul filo dei ricordi.
Lenti scricchiolii accompagnano i miei passi che calpestano sassolini e foglie secche sul bitume impolverato della soletta.
Ecco il mio solaio, fuori dal cancelletto c’è una pila di mattoni, uno due tre, sotto il quarto c’è la chiave del lucchetto, apro e appena entro vedo una luce là in fondo, vicino alla parete dove ai tempi si accumulava il carbone.
No, non è la luce del paradiso che riflette sulla scatola infernale, è un raggio di sole che si intrufola  nel buio, offrendomi la vista di quella sagoma quadrata.
Ricordavo di averla riposta sotto uno strato di vecchie tovaglie rattoppate e lenzuola lise...no no!
Forse l’ho portata qui solo ieri e tutto il resto me lo sono immaginato, ma ecco la prova ineluttabile: la maschera del tempo l’ha avvolta, impacchettata.
Noto che l’imballaggio è allentato, sicuramente qualche leggera perdita d’acqua è filtrata tra i vecchi coppi ma il cartone non ha ceduto seguitando a proteggere quello che c’è dentro.
Mi avvicino con le braccia allargate, non posso far rumore e non voglio disturbare il sonno della polvere.
Ancora due passi verso la custode del mio segreto, adesso mi sembra pure ingigantita, mi chiedo chi può averle concesso questi poteri...ne sono affascinato, resto inerte mentre ipotizzo le dimensioni reali...Non devo lasciar trasparire il mio intento e per non insospettirla mi fermo, mi giro di profilo e lascio spaziare lo sguardo nella penombra. Recito alla perfezione la mia indifferenza soffermandomi con fare interessato alle sagome delle seggiole accatastate sul tavolo in midollino.
Avverto una strana sensazione e allora mi volto: ora quel miscuglio di cellulosa e fibre pare brillare, dunque mi ha riconosciuto, mi fissa spavalda negli occhi, se ne sta lì ferma, in silenzio, sotto la luce, allora ha capito perché sono qui!
Mi sta lanciando una sfida che io non raccolgo, anzi, la riduco a un niente minimizzandone le potenzialità: è solo una cosa che mi farà starnutire non appena inizierò a strappare il nastro adesivo.
Abbozzo un sorriso sarcastico e mi chiedo cosa posso fare ora diviso da due stati d’animo: uno ansioso con lo sguardo bieco del profanatore e l’altro terrorizzato col ghigno da giullare.
Per un attimo pare mi voglia sfuggire nell’oscurità creata da una nuvola di passaggio, subito dopo, un braccio di sole si infila nuovamente tra le tegole poggiando il pugno sul suo fianco.
Anch’io vorrei toccarla con mano, ho bisogno di sentire il suo odore, ma prima voglio contemplare le scritte che porta: ALTO / BASSO. Che villania se fosse stata FRAGILE!
Io e lei siamo tenaci, resistiamo sotto il peso degli eventi, io sto all'erta e la proteggo dal mondo intero...
Forse dovrei vedere e controllare se dentro c’è ancora quella cosa, non vorrei che lei nel frattempo se ne sia sbarazzata.
Ero il garzone del mini market e ogni volta che al negozio mi ordinavano di consegnare la spesa a quell’indirizzo, le viscere mi si contorcevano in un groviglio, la gola si asciugava. Non potevo rifiutarmi perché avrei dovuto confessare che ero ossessionato da quel genere di bestie, ero terrorizzato da quel cagnaccio che col suo abbaiare azzerava il suono della mia voce.
La sua padrona mi rideva in faccia dicendo che il suo Whisky non faceva niente ma non era vero perché cercava sempre di  abbrancare l’orlo dei miei pantaloni e quando finalmente mi ritrovavo fuori nell’atrio, pareva che anche le quattro mura ringhiassero mostrando quei maledetti denti aguzzi, schifosi. Rimanevo stordito e per tutta la giornata lo sentivo nelle orecchie, nella testa, nel gozzo.
L’unica soluzione era quella di eliminare il demonio rabbioso, il bastardo doveva fare i conti con me ponendo fine alla mia agonia!
Così quel giorno l’ho sistemato per sempre ed è stato più facile di quanto credessi.
Eliminato, sotterrato, finalmente sparito! ...mi sono tenuto per trofeo il suo lurido collare e una delle locandine che la disperata padroncina, dopo la scomparsa, aveva appeso ovunque appellandosi pateticamente alla comunità del quartiere.
I numeri di telefono li avevo giocati al lotto aggiungendo quelli della data del misfatto: mi era uscito un bel terno su Venezia! Ah, che bei ricordi!
Da allora quando mi capita di incontrare la signorina, le chiedo sempre se ha qualche novità...quando le parlo vorrei ammettere che l’eroe sono io ma mi è impossibile farlo perché credo non mi capirebbe, inoltre or ora le leggi si sono inasprite e mi toccherebbe la galera! Nessuno riconoscerebbe il mio atto meritevole, l’ho fatto per il bene di tutti, ho spedito quel malvagio all’inferno!
Ritorno alla realtà, qui, inginocchiato davanti a lei, sento l’incertezza prendere il sopravvento, mi ritorna quel senso di terribile smarrimento e allora non so più se davvero voglio sfiorare, anzi no: aprire la vecchia scatola.

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8° PREMIO

Samantha Terrasi di Ostia Lido (Roma)

Wassergeist

“Ha freddo signorina??? Mi scusi non vorrei disturbare ma l’ho vista li già da un po’ di tempo e siccome siamo ancora nella stagione fredda….beh non so….io non vorrei….le avvicino il giacchetto…., va bene?”
Lei non si è mossa. E’ rimasta in quella posizione, ferma. Io mi sono avvicinato solo il tempo necessario a vederla con gli occhi persi nel nulla. I piedi a mollo nel laghetto dei pesci rossi. Mi sono allontanato di quattro passi poi mi sono fermato anche io li con i piedi a mollo nell’acqua. Volevo provare la sensazione di quella creatura strana dall’aria persa. Magari mi distoglieva da quello che dovevo fare. Ormai avevo deciso di partire. Non avevo fatto nessuna valigia, nessun biglietto strappalacrime, nessuna dimissione. Niente di così eclatante come un saluto vistoso. La gente parte senza dire niente, prende un biglietto e si allontana dalla propria vita cercando di fare fortuna con un’altra. Ci riesce davvero?? Questo non lo so ma vorrei scoprirlo.
Mi sono alzato dal mio letto stamane e ho preso i soldi che mi competevano, ho infilato la giacca pesante e sono uscito. Non mi sono neanche lavato, tanto non serviva. Altra vita, altro giro. Un giro sporco direbbe qualcuno. L’entrata in una nuova esistenza si fa con il vestito più bello, io ho scelto quello più comodo. Mi sono guardato allo specchio anche la barba mi tradiva. Pazienza, tanto sono sempre io. Ora vedo la mia sagoma che si staglia sull’acqua e fa dei giri concentrici, sembro un fumetto e la barba i raggi di un sole spento. La ragazza non si è ancora spostata. Possibile che non senta freddo. E’ proprio curiosa questa cosa ma io dovevo partire che ci faccio qui a guardare una perfetta sconosciuta?
Bella domanda. Ma io sono sempre stato strano e un po’ folle, me lo dicevano tutti. I miei pensieri erano mulini a vento mentre macinavano il grano rubavo l’aria al vento. Io continuavo nella mia ascesa verso il cielo mentre la realtà si faceva dirompente nel vero senso della parola.
Eppure la mia partenza doveva essere ben organizzata, volevo lasciare tutti a bocca aperta. Invece ho la bocca chiusa sospirando su questa giornata grigia al punto giusto. Camminavo nel parco aspettando il momento giusto per lasciarmi tutto alle spalle ed eccoti spuntare questa creatura. Mi ha distolto dal mio intento. Non ho potuto fare a meno di non guardarla. Muove i piedi alternandoli e li tira fuori con la giusta forza per non fare troppi schizzi. L’acqua emette un suono dolce, uno sciacquettio di fondo armonioso. Continua con il suo dondolare ritmico, preciso. Non so a cosa pensa ma ruberei volentieri quel pensiero e lo farei mio. Purtroppo ho deciso ma si può tornare indietro?
Posso decidere di non partire, cambiare tutto un’altra volta. In fondo non  ho salutato nessuno, non ho lasciato biglietti, non ho lasciato dimissioni. E’ anche il  mio giorno libero. Potrei chiedere alla ragazza cosa ne pensa. Magri lei mi può dare un idea di quello che sono, di quello che dovrei fare. Forse è una buona idea, forse no. Meglio rimanere qui a guardare il lago.
Si, molto meglio, condividere qualcosa con qualcuno lega troppo e io non voglio ancore in questa vecchia esistenza.
Forse però, mi può dare una mano a decidere cosa fare nel miglior modo possibile.
Nononono..non si può fare…..devo rimanere fermo nelle mie posizioni. Devo tenere fede in questo giorno importante a quello che sono e che voglio da questo giorno.
Potrei solo chiederle cosa ne pensa senza farmi influenzare… si potrebbe essere un’idea e se poi mi fa cambiare tutto nella mia mente?
E questo sarebbe un pericolo grosso e poi chi saprebbe decidere? Io non sono capace di rendermi conto di quello che sono. Agisco in base a degli impulsi.
E ora??? Mi avvicino un po’ va.
Solo un po’.
Lei tanto rimane ferma. Mi muovo di qualche passo l’erba è fredda. Volevo imitarla ma poi mi sono detto perché ammalarmi per un po’ di onde. Beh no. Allora ho rimesso i calzini ma non le scarpe. Le ho lasciate capovolte e appoggiate di lato, i calzini bucati sono rimasti.
Mi sono avvicinato di qualche passo, ma niente, la ragazza non si muove. Si guarda i piedi o forse i pesci rossi ma nulla. Non ha preso neanche il giacchetto, sarà forse un aliena? No gli alieni non esistono, solo nei film prendono vita. Eppure è strana.
Ora le racconto tutto. Ma sono troppo distante, no meglio di no mi prenderebbe per pazzo. Un folle maniaco che racconta la sua squallida vita. No, no meglio di no. Rimango qui a guardarla, però è bella. Proprio bella. Ha i capelli biondi raccolti dietro. Ha una camicia azzurra e una gonna bianca.
Ha una serie di libri messi li sull’erba. Ora mi avvicino con la scusa del libro.
Piano piano.
“Mi scusi signorina posso dare uno sguardo ai suoi libri sa li ho visti li in terra vorrei solo….”
Forse non mi ha sentito. Dovrei urlare un po’ di più ma mi sentirebbe tutto il parco e lei potrebbe andarsene.
Cosa faccio ora???
Sono in piedi dietro a lei, non mi ha sentito se me ne vado e continuo la mia strada? Facile ma come mi giustifico?
Lei ci rimarrebbe male, basta ci vuole polso e io ne ho due.
“Io mi chiamo ….Kallsberg..lei?
Ho aspettato che lei rispondesse. Mi sono seduto accanto. Le ho trovato le mani livide, le labbra che tremavano ma continuava a sciacquare i piedi nell’acqua. Aveva il viso contratto e una ciocca bionda le era scesa.
“Sembra una creatura fragile posso abbracciarla?”
Nessuna risposta di nuovo.
Forse era giusto così, non si parla con gli sconosciuti.
“Senta io oggi avevo deciso di partire e lasciare tutto ma l’ho vista e la voglia di andare via è venuta meno. Sa mi chiedevo perché lei se ne sta così al freddo quando si potrebbe sdraiare al sole e godere di un buon libro”
I suoi piedi si sono fermati. Li ho visti salire dall’acqua con un gesto lento, l’acqua sembrava non lasciarla. La punta del piede sembrava un pennello all’uscita del bicchiere prima di dipingere. Sono rimasta senza parole. Ha tirato su le gambe e si è stretta in un abbraccio stretto. Le sue mani hanno toccato la schiena. Avrei voluto abbracciarla io e scaldarla ma non pensavo fosse un mio compito magari aveva un fidanzato da qualche parte. Io ero l’approfittatore di una situazione troppo imbarazzante.
“Mi presento, mi chiamo Kallsberg. Sono un impiegato in una fabbrica qui in città. Faccio un lavoro di concetto, metto timbri nello spazio giusto. Sa oggi avevo deciso di cambiare vita. Di lasciare quella vecchia per quella nuova. Sa io non ho nessuno. Ne una moglie ne un figlio. La prima perché non ho mai sentito l’esigenza di sposarmi, la seconda perché non volevo guardarmi negli occhi di mio figlio e vedere quello che fuggo da tanto tempo. Lei invece cosa fa di bello qui?”
La sua mano si era mossa a disegnare qualcosa sull’erba. Mi sono sentito stringere il cuore, lei continuava a disegnare qualcosa che io non capivo. Il suo sguardo era come l’acqua: trasparente. Rimaneva quasi immobile, pochi muscoli reggevano le sue azioni. Eppure parlava con qualcosa che non capivo.
“Vorrei raccontarle la mia storia ma so che l’annoierei”
La sua mano si era fermata, scavava solo con un dito dove la terra prendeva il posto all’erba. Allora ho cominciato a raccontare della mia vita. Da quella caduta stupida e dalla cicatrice che portavo dietro i capelli. Ho cominciato a raccontare tutto d’un fiato anni che si sono fatte perle di una collana. Non pensavo di ricordarmi tutti questi episodi. Ho riso, scherzato e schernito da solo l’aria. Il dito della ragazza si è fermato.
“Come si chiama??Mi piacerebbe saperlo?”
Le sue mani si sono mosse tutte e due contemporaneamente. Hanno indicato un punto non definito davanti a se. Indicava l’acqua a due dita. La indicava. Rimaneva ferma. Immobile.
“Wasser????” era l’unica parola che mi veniva timida….
Ha abbassato le mani e ha mosso il capo. I capelli si sono sciolti come un pugno in una resa. Il vento li ha portati davanti al viso. Mi sono avvicinato e li ho raccolti dietro le sue orecchie. Ho sentito quel profumo forte di lago. Aveva il viso un po’ sporco, striato di terra. Come se avesse pianto e asciugato le lacrime con le mani sporche. Ho desiderato abbracciarla e stringerla forte. Mi sembrava fragile. Non l’ho fatto, avevo paura. Io non ho mai fatto niente di così impulsivo. Ho avvicinato la mia mano alla sua e gli ho offerto una zolletta di zucchero. Un palmo e un dorso. Due contrapposte visoni dello stesso mondo. Lo ha preso delicatamente. Senza fare un minimo gesto con la testa, l’ha succhiato senza rumore. Si è sciolto come la neve al sole. Il suo viso era tondo, una lacrima di saliva è scesa. L’ho lasciata cadere vicino all’erba. Ho visto il suo brillare e una formica attenta ha richiamato il suo esercito. Mi stavo avvicinando a quella creatura fatta d’acqua. Fatta di infinite teche trasparenti dove poter scrutare l’anima. Mi stavo avvicinando perdendo cognizione del tempo come se qualcosa mi spingesse a farlo. Una forza strana si era impossessata di me.
Mi avvicinavo sempre di più, il guizzo di un pesce ha fatto sobbalzare l’aria e l’acqua e una presa stretta al mio braccio mi ha fatto sussultare dalla parte opposta rispetto alla mia creatura.
“Ma chi si permette???”
“Signor Kallsberg sono due ore che la cerco, lo sa che non si deve allontanare dal giardino della casa di cura”
“Ero in compagnia di Wasser”
“Di chi?”
“Di questa splendida fanciulla accanto a me”
“Signor Kallsberg con tutto il rispetto, ora si alza e torniamo alla clinica. Non c’è nessuna ragazza qui”
“Ma non la vede, è qui acc……” Mi sono girato ma lei non c’era più. I libri scomparsi, l’acqua ferma, nessun ombra di giacchetto e di erba piegata. Solo le formiche che si ammucchiavano intorno alla goccia di zucchero.
“Forse si è sbagliato, io ho visto solo un pesce rosso fare un balzo a meno che lei non parlasse con un pesce”
“Lei è davvero insolente infermiere dei mie stivali,  la mia creatura era qui, le ho anche dato dello zucchero”
“Sempre peggio, lei lo zucchero non dovrebbe neanche vederlo. Ora si alzi e andiamo”
“No io sono deciso a partire”
“Signor Kallsberg deduco che stamane non ha preso neanche le sue medicine, ora andiamo”
“Ma quella ragazza era qui…un attimo fa…forse si è alzata ed è andata via….”
“Signor Kallsberg la sua fanciulla è forse solo un suo fantasma perso nel labirinto della sua mente…..solo un Wassergeist”

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