VINCITORI SEZIONE NARRATIVA
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2° Premio Internazionale
IL
LABIRINTO
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Il concorso è indetto e organizzato dalla Associazione
Onlus Mecenate
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e dal Labirintismo Movimento Artistico e
Letterario
-
Il Premio IL
LABIRINTO è un concorso
multimediale. Tutti gli autori
partecipanti al Concorso sono stati
inseriti nel sito del Labirintismo e
le loro opere rimaranno sempre on
line in
www.labirintismo.it
Il concorso si ispira alle tematiche
dell movimento d'avanguardia
artistico-letterario Labirintismo,
che è "un modo di concepire la
vita attraverso l’arte. Dato che
l’uomo moderno si è inevitabilmente
arroccato nel proprio labirinto
interiore, impastoiato dal male di
vivere, l'arte deve porsi come mezzo
conoscitivo e terapeutico per far
uscire l’io dal labirinto (.....)Il
Labirintismo è una visione della
vita attraverso l’arte, che deve
liberare l’uomo dalla dominanza del
proprio Super-io(dal
Manifesto del Labirintismo).
Il
TEMA DEL CONCORSO E’ IL LABIRINTO UMANO DELL’INCONSCIO
L'arte è il filo d'Arianna
che permette l'esodo dal
labirinto: è il labirinto
zero (M. Badiali)
VEDI IL PREMIO NEL SITO DELLA
ONLUS MECENATE
GIURIA DEL PREMIO
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COMMISSIONE DI GIURIA
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La Giuria e’ composta
dai soci della Onlus Mecenate e fondatori del Labirintismo
GIURIA NARRATIVA-
prof. Badiali Massimiliano (Presidente), Irene Sparagna,
Mauro Montacchiesi.
1° PREMIO
Elena Proietti di Roma
Il riflesso
-
«Sì, ti sto
affrontando. Non guardarmi
con quegli occhi, sapevi
bene che questo giorno
sarebbe arrivato. Facciamo i
conti, io e te, nessun
altro.
- Da quando sei venuto al
mondo non hai fatto altro
che lagnarti, piangere e
crogiolarti nel dolore,
risucchiandomi nel tuo
pessimismo paradossale.
Restavi incagliato nel tuo
nichilismo fuori moda,
cercando di convincermi che,
in definitiva, la vita non
fosse altro che una prigione
incolore.
-
Ti sbagliavi. E io, in
particolare, ho sbagliato
più di te. Ti ho ascoltato,
ti ho capito, ti ho
condiviso: quanta vita ho
perso dietro ai tuoi
farneticamenti! “Non
rischiare mai, la vita è una
soltanto: il mondo, là
fuori, è crudele, è da
temere. Devi stare attento,
in guardia, sulla difensiva:
devi sopravvivere!” Così mi
dicevi, pazzo codardo. Così
mi hai convinto a fuggire da
tutte le occasioni in cui la
vita aveva deciso di
regalarmi un’emozione. Sono
cresciuto accanto allo
scherzo più infame della
natura. Mi hai lasciato
marcire da solo, schivo alla
compagnia umana. Mi hai
abbandonato nella parte più
oscura della tua mente,
intrappolato in un labirinto
senza uscita, dimenticandoti
del mio respiro. Hai
deformato il mio aspetto
ingurgitando cibi precotti e
scaduti, hai logorato i miei
polmoni con il ripugnante
fumo nero che aspiravi
giornalmente. Guardami!
Guardati! Cosa siamo
diventati? Un rifiuto della
società, emarginati, soli,
senza speranze, senza voglia
di vivere. Adesso basta: ti
lascio definitivamente. La
vita che tu hai deciso di
non vivere, maledetto
bastardo, me la riprendo a
morsi.»
-
Così dicendo, il riflesso
sullo specchio di Paolo
spaccò in mille pezzettini
la lastra di vetro dove era
rimasto imprigionato per ben
trentacinque anni e si
mostrò, in tutto il suo
splendore, all’assonnato e
annoiato scrittore, che
attribuì l’allucinazione che
stava avendo a quelle tre o
quattro birrette che si era
scolato di prima mattina.
-
“Non parli neanche? Non
dirmi che non vuoi discutere
almeno di questo?”
-
Ma Paolo, tutt’altro che
interessato, ciondolava nel
bagno con il suo solito fare
malinconico. “Addio ridicolo
scarto umano, addio
catapecchia ammuffita, addio
disordine psicopatico: addio
Paolo!”
-
Il riflesso sbatté la porta
di casa dopo essere uscito
e, con aria trionfante, si
diresse verso le mille
avventure che il suo padrone
non era riuscito mai a
godersi appieno. Si sentiva
bello, raggiante, forte: da
riflesso poteva assumere la
miglior forma che Paolo, un
tempo, ancora giovane, aveva
mostrato allo specchio.
Quanto vigore, quanta
malizia, quanto benessere!
-
Gli sguardi ammiccanti delle
donne lo rendevano euforico,
l’invidia nascosta degli
uomini lo rendevano superbo.
Il sole scoppiava nel cielo
e il vento, leggero,
sfiorava la sua folta chioma
per trascinare con sé
l’odore dei suoi capelli al
pino selvatico. “E’ un pazzo
a perdersi tutta questa
vita!”
-
Intanto, ostinato a marcire
nel suo tugurio, lo
scrittore, ondeggiando
mestamente, si era rimesso
in poltrona dopo aver fatto
la pipì, scordandosi, per
indolenza, di tirare la
catena del water. Restava lì
seduto, con la maglietta
bianca sporca di sugo, la
vestaglia impolverata, i
capelli unti dal tempo; si
grattò una chiappa e poi,
soddisfatto, si appisolò
dalla noia. Avrebbe dovuto
finirlo quel maledetto
manoscritto ma niente, il
“blocco” l’aveva nuovamente
imprigionato nel suo buco
nero, nella sua trappola.
Questa volta sarebbe stata
dura pagare le bollette.
-
“Buongiorno ragazzone, una
bella rosa per la tua
signora?”
-
La fioraia all’angolo della
strada aveva attirato, con
ammiccanti moine, il
riflesso di Paolo verso il
negozietto trasbordante di
fiori. “Ce ne abbiamo di
tutti i tipi: senti che
profumo?” Il riflesso,
“Reflex”, aveva
“rispecchiato” di tutto
nella sua vita: cappotti,
sciarpe, mutande, brufoli,
peli nel naso, canotte e,
una delle poche volte in cui
Paolo s’era concesso una
visita “allegrotta”, anche
un paio di giarrettiere. Ma
il profumo dei fiori non
sapeva proprio cosa fosse.
Si avvicinò in modo goffo
alla rosa che la fioraia gli
stava porgendo e seguì alla
perfezione le sue
istruzioni: “Ispira forte:
la senti questa dolcissima
fragranza?” Paolo fu tanto
conquistato da quella
piccola scoperta che ispirò
altre dieci volte
sorridendo, dopo ogni
respiro, alla fioraia
divertita.
-
“Che dici, te ne prendi un
bel mazzetto?”
-
“Certo, certo, mi dia quello
tutto rosso.”
-
La fioraia, soddisfatta, gli
porse un mazzetto di rose
dal gambo lungo,
pregustandosi il succoso
guadagno. “Sono venticinque
euro.”
-
Reflex la guardò incuriosito
e, pensando che gli “euro”
fossero i respiri che gli
aveva insegnato, respirò
venticinque volte,
velocemente, l’inebriante
droga naturale che quei
petali vellutati
sprigionavano nell’aria.
Dopo aver compiuto il suo
“pagamento” si allontanò
trionfante, pronto a nuove
avventure. “Grazie signora,
arrivederci.” La fioraia lo
acchiappò dal colletto della
camicia e, furiosa, iniziò a
gridare: “Ma che sei pazzo?
Devi pagarmi! Al ladro, al
ladro! Vuole fregarmi i
fiori!” Reflex, mortificato,
rispose di getto: “No,
signora, mi creda, io ho
pagato!” Ma la fioraia non
fece in tempo a strappargli
i fiori di mano che un omone
mastodontico tirò una bella
cinquina sul volto di Reflex
che, rintronato, scappò via
sbarellando. Che strana
sensazione! Quel pizzicare
fastidioso, per uno che non
aveva mai provato neanche la
sensazione di un bacio sulla
pelle, apparve molto
stimolante. Inoltre, proprio
sul punto dove aveva
ricevuto l’ingiusta manata,
Reflex sentì un calore
incessante sprigionarsi
velocemente, a ogni minuto.
“Quant’è bella la vita! Che
sensazioni meravigliose!”
Così diceva tra sé e sé,
toccandosi incredulo la
sorgente di quel piacere
misto a dolore. Una
cameriera del bar di fronte
al negozietto di fiori
assistette alla scena
sganasciandosi dalle risate:
“Volevi rubare i fiori
proprio a Matilda? Mi sa che
non sei di qua, altrimenti
sapresti che è una specie di
strega!”
-
Reflex, ancora
incredibilmente scosso dal
piacere e dalla sofferenza,
rispose all’affascinante
creatura in divisa: “Buona
sera signorina. Mi dispiace
contraddirla ma io avevo
pagato per quelle rose.”
-
La cameriera continuò a
ridere e lo fece accomodare
all’interno, affascinata
dalla sua ironia e dal suo
fascino grottesco.
Porgendogli una tazza di
caffè gli disse
all’orecchio: “Questo lo
offre la casa e, se mi
aspetti alla chiusura,
potrei offrirti anche
qualcos’altro.” Nella sua
totale ingenuità Reflex
rispose: “Che cosa?” Ma era
troppo tardi: si era già
dileguata, scomparendo tra i
tavoli, ancheggiando in modo
provocatorio.
-
Reflex decise di restare lì,
incuriosito dalla barba di
un signore che aveva
intrappolato le briciole del
panino che stava divorando,
dalla smagliatura chiara
sulla calza scura di una
ragazza, da una simpatica
vecchietta che imboccava
amorevolmente un cane
minuscolo, accoccolato tra
le sue braccia, da due
uomini al bancone tatuati
che blateravano ad alta
voce. Quanta vita! Verso le
19:30 Claudia lo prese sotto
braccia e, salutando il
proprietario, uscì stanca ma
euforica dal lavoro. “Il mio
ragazzo mi ha lasciata ieri:
capiti a proposito per
regalarmi una notte da sogno
e dimenticare quel
farabutto!” Reflex non capì
ma la seguì affascinato. Non
riusciva a spiegarsi
quell’imbarazzo incessante
che gli creava guardarla
negli occhi o soffermarsi
sui particolari del suo
corpo statuario. “Ti porto
nel mio posticino speciale”
disse Claudia, facendogli
l’occhiolino.
-
Eccola lì, una città intera
che si svelava generosamente
a due giovani amanti,
inondandoli di luci colorate
e di una magica serenità.
Dall’alto del parco di Monte
Mario Reflex, in un sol
giorno di vita, riuscì a
provare stupore, gioia,
curiosità, ammirazione e
anche qualcos’altro, grazie
alle dolci e bollenti
attenzioni di Claudia.
-
Tornò a casa salutando
amorevolmente la sua
compagna, che già si stava
dimenticando di lui,
effervescente di vita. Salì
le scale in un sol fiato e
spalancò la porta, euforico
come un bambino il giorno di
Natale: “Paolo!” urlò
sgolandosi. Paolo restava
sdraiato con le braccia a
penzoloni sulla poltrona,
l’ennesima birra calda in
mano e le palpebre a
mezz’asta. “Paolo,
svegliati, vestiti! Non sai
quanta vita c’è là fuori,
non sai quante sensazioni
corpose si possono provare
anche solo bevendo un caffè
in un bar, respirando i
fiori colorati, facendo
l’amore con una donna!
Paolo, non puoi restare qui,
accidenti! Sono innamorato
della vita, se ti
raccontassi cosa mi è
successo oggi ne saresti
rapito anche tu.” Paolo
restò allibito nel vedere la
sua perfetta copia, bello e
giovane, in preda
all’entusiasmo di un
ragazzino. Chi era quello
strano essere di fronte a
lui? Scattò dalla sedia
coprendosi il volto e,
impaurito, si allontanò da
Reflex. “Chi sei? Un
fantasma? Sei la morte? Mi
sei venuto a prendere?”
Reflex rise di gusto. “No,
Paolo, sono la vita: la vita
t’è venuta a prendere.
Lavati, vestiti, fatti la
barba ed esci con me: questa
notte è tutta da vivere. Ah,
e mi raccomando, prendi
tanto ‘euro’.”
-
Paolo obbedì in silenzio:
ripensò alle sue
allucinazioni del pomeriggio
e capì che, forse, quella
visione non era poi così
irreale. Scesero le scale
come due cavalli impazziti;
Reflex pieno di smania,
Paolo trascinato dal folle
riflesso di se stesso.
Trascorsero una nottata
indimenticabile, fuori
controllo, pieni di ardore:
Paolo riscoprì le piccole
cose che, nella sua visione
pessimistica del mondo, si
era dimenticato esistere.
Una volta tornati a casa,
dopo aver goduto dei
riflessi azzurri dell’alba
sul Colosseo, si
accasciarono esausti sul
letto, ubriachi di emozioni.
Il giorno dopo, verso le
quattro di pomeriggio, Paolo
si svegliò ancora carico di
grinta: cercò il suo amico
per la casa ma non lo trovò.
Andò in bagno, convinto di
dover spazzare via i vetri
spaccati da
quell’incosciente il giorno
precedente ma, con grande
delusioni, si accorse che lo
specchio del bagno era
integro, attaccato alla
parete, con la sua immagine
riflessa che lo osservava.
Con una piccola fitta al
cuore si sedette davanti
allo schermo del portatile:
“Questa è per te, Reflex”. E
Paolo, così, ricominciò a
scrivere.
-
VEDI LA PAGINA
|
2 °
PREMIO
Carla Barbagli di Arezzo
Il lungo sonno incantato
-
Il mio corpo era
leggero, appena
appoggiato in un
letto verde, un
mare profumato,
un pianeta
incontaminato,
il primo
giardino mai
dimenticato. I
miei occhi erano
chiusi, le mie
labbra si
muovevano
appena, forse
stavo sognando,
forse stavo
ricordando. Il
passato era
dimenticato, le
mie mani
accarezzavano il
cuscino fatto di
fiori delicati,
petali profumati
e morbidi. Avrei
voluto
svegliarmi e
accertarmi che
fosse tutto
vero, avrei
voluto
assicurarmi che
fossi veramente
in quel letto,
ma il mio
respiro era
regolare, stavo
dormendo
profondamente.
Il vento
spostava
leggermente i
miei capelli, i
miei vestiti
erano per terra,
un mucchietto
incolore che
quasi si
amalgamava con
il marmo di
quella stanza
enorme. Non
sapevo da quanto
tempo stessi
dormendo, pensai
che forse era
meglio
continuare a
dormire in
quella pace
provvisoria
vagamente
familiare già
vissuta in
passato. Mi
chiedevo quante
emozioni avessi
vissuto in quel
mare limitato da
pareti
invisibili,
forse cento,
forse mille ma
non ne ricordavo
nessuna. La mia
mente lasciava
passare spiragli
di ricordi che
erano piccoli
come frammenti
di conchiglie in
una spiaggia
deserta. Forse
ero io stessa a
non voler
ricordare, a
voler cancellare
il passato come
si cancella un
segno da un
vetro appannato
senza che lasci
alcuna traccia.
Forse non avevo
niente da
ricordare,
niente di
niente, pagine
bianche che non
erano mai state
scritte, solo
sfogliate da un
lettore stanco e
distratto. Non
riuscivo a
ricordare da
quanto tempo mi
trovassi in
quella stanza,
in quella strana
dimensione fra
sogno e realtà,
in quel giardino
dove i bambini
vanno a giocare
e dove ai grandi
non è permesso
entrare. Sapevo
che presto
sarebbe successo
qualcosa anche
se non sapevo
come ero venuta
in possesso di
quell’informazione,
non sapevo
nemmeno cosa
sarebbe successo
e se mi sarebbe
piaciuto oppure
no. Forse era
quello il motivo
per cui
continuavo a
dormire sotto
quelle nuvole
amiche che mi
stavano
proteggendo. Il
sole non
riusciva a
entrare in
quella stanza,
la finestra era
troppo piccola,
avrei dovuta
aprirla ancora
prima di
addormentarmi
ma non avevo mai
amato le
finestre aperte,
mi facevano
pensare ai vetri
rotti durante i
temporali
estivi, quando
l’aria è
irrespirabile e
il vento fa
sbattere con
rabbia le
finestre prima
ancora che
qualcuno riesca
a chiuderle. Non
sapevo che
stagione fosse,
forse ne erano
passate troppe
dall’ultima che
ricordavo,
quella in cui
correvo su per
le scale che
portavano alla
mia stanza
solitaria.
Cercavo invano
di percepire
qualcosa che mi
aiutasse a
capire dove mi
trovavo, ma il
silenzio era più
forte di
qualsiasi rumore
che potesse
giungere alle
mie orecchie.
L’eco del
silenzio mi
diceva che non
c’era bisogno di
parole,
misteriosi
messaggi
bombardavano il
mio sogno
leggero ma erano
tutti in
linguaggi
sconosciuti. I
miei occhi
sembravano
scolpiti nel
marmo più solido
tanto erano
impenetrabili,
sapevo che non
era stato sempre
così, ma come
spiegarlo al mio
corpo tanto
immobile da
sembrare
un’ombra in quel
letto sempre più
grande? Quel
letto era quasi
un universo a se
che intrappolava
il sonno più
sincero che
avessi mai
conosciuto.
Avrei voluto
vivere al meglio
quell’armonia
che accarezzava
ogni lembo del
mio corpo, così
precisa e comoda
come una seconda
pelle. Avevo
quasi paura di
sciupare
quell’armonia
perfetta, così
straordinariamente
naturale perché
non l’avevo
cercata, era
come una magia,
come un trucco
senza il trucco,
come un tramonto
senza fine. Mi
sembrò di
sentire dei
passi che si
stavano
avvicinando, ma
sapevo che non
poteva essere
vero, nessun
altro sarebbe
riuscito ad
arrivare in quel
territorio senza
confine che
sembrava essere
stato cancellato
da ogni mappa e
che non sarei
mai riuscita a
conoscere del
tutto tanto era
grande e
misterioso. Mi
chiedevo chi
fosse a
possedere le
chiavi di quella
città fantasma,
di quella fascia
luminosa che non
rientrava in
nessun fuso
orario e che non
conosceva ne
meridiano ne
parallelo. Avrei
voluto che tutti
venissero a
conoscenza del
mio segreto. Era
per egoismo?
Forse si, volevo
far conoscere la
fortuna di
essere regina di
un regno
immenso, senza
fine. Era per
paura? Forse si,
volevo che
qualcuno mi
rassicurasse del
fatto che non
fossi vittima di
nessun
incantesimo.
Sembrava che
tutto impedisse
un contatto fra
il mio mondo e
l’altro mondo,
sembrava che
tutti evitassero
accuratamente la
strada che mi
aveva portato
dove mi stavo
trovando adesso,
che qualcuno
avesse rimosso
il ponte che mi
collegava alla
realtà e l’unica
realtà che
adesso conoscevo
era un sogno.
Quel sogno che
sembrava dovesse
durare per
sempre, per
tutta la vita e
per tutte le
altre vite che
mi erano state
negate dal
momento in cui
mi ero
addormentata.
Avrei voluto far
conoscere le mie
paura e i miei
sogni, avrei
voluto che altri
amassero quello
che avevo amato
io, ma mi
rendevo conto
che i miei
desideri
morivano in uno
specchio che
rifletteva
pensieri senza
prospettiva,
sogni che erano
caduti come
uccelli che non
riuscivano più
volare e che
erano costretti
a vivere in una
terra ostile. Il
mio corpo
emanava calore,
i miei capelli
erano folti e
lucenti, le mie
labbra erano di
un colore
sensuale, se
fossi stato un
amante di
passaggio avrei
voluto baciarle,
ma mi sentivo in
trappola in quel
corpo stanco e
allo stesso
tempo desideroso
di correre, di
dare energia ad
altri corpi.
Avevo voglia di
vincere la mia
battaglia, di
battere il
nemico e gioire
per la vittoria,
forse ero stata
un guerriero e
adesso persa la
spada e
l’armatura avevo
perso anche ogni
potere. E se
fossi stata un
mostro? Un
essere malvagio
che era
costretto a
dormire per le
sue cattiverie?
Ma dal profondo
del mio cuore
sapevo che
questo non
poteva essere
vero, desideravo
troppo tornare a
vivere, amavo
troppo la vita e
l’amore per
essere stata
capace di
distruggere vite
e amori. No, non
ero un mostro,
non solo lo
dicevano le mie
dolci forme ma
anche il mio
sonno che era
tranquillo e
sereno, senza la
minima ombra di
rimorsi o di
sensi di colpa.
Forse adesso
stavo
cominciando a
ricordare
qualcosa, amore
era una parola
che conoscevo,
che aveva
riacceso in me
la scintilla
della vita,
sapevo che avevo
amato anche se
non ricordavo
chi avevo amato,
sapevo che un
tempo avevo
conosciuto
l’estasi più
delirante, avevo
la
consapevolezza
di essere
appartenuta
totalmente ad
un’altra persona
e questo mi dava
la speranza che
ancora una volta
avrei dato e
ricevuto amore.
Sfortunatamente
non riuscivo a
ricordare altro,
era tutto
sbiadito, senza
nessuna traccia,
tutto si
confondeva come
nella nebbia
fitta di una
notte
scurissima.
C’era ancora
qualcuno che si
ricordava di me?
Del mio nome,
del colore dei
miei occhi, del
calore della mia
pelle? Niente mi
faceva pensare
di si, tutto si
perdeva nella
solita nebbia
che era fitta
come la sabbia,
fatta di tanti
granelli ancora
più piccoli di
quanto si possa
pensare ma che
isolano da tutto
più in fretta di
quanto uno possa
immaginare.
Avrei voluto
chiedere aiuto
ma ogni mio
tentativo si
infrangeva sugli
scogli che
abbracciavano
quel pianeta
illuminato da
luci invisibili.
Come potevo
soffrire così
tanto per una
situazione che
sembrava quasi
non mi toccasse?
Come potevo
emanare tanta
serenità quando
quello che
volevo fare era
gridare e
spezzare
quell’incantesimo
ingiusto? Cosa
sarebbe successo
se mi fossi
improvvisamente
svegliata?
Volevo sapere se
il sonno in
qualche modo
avesse
contaminato la
mia bellezza, la
mia giovinezza,
la mia forza.
Sapevo che
volevo tornare
ad essere quello
che ero sempre
stata, una
creatura nata
per essere
felice. Avrei
voluto sapere
per quanto tempo
ancora sarebbe
durato il mio
sonno, mi
sembrava che
un’invisibile
clessidra
portasse via i
miei momenti
migliori. Mi
sembrava quasi
di soffrire di
claustrofobia,
ma era possibile
in un ambiente
così spazioso e
luminoso? Tutto
sembrava avere
una doppia
faccia, e tutto
quanto era
grande adesso
era piccolo,
tutto quanto era
vicino adesso
era lontano.
Cosa dovevo
credere?
Cominciavo a
dubitare anche
di me stessa,
della mia forza,
della mia
capacità di
sopravvivere
alle avversità.
Il vento si
alternava ai
raggi di sole,
alla pioggia, al
sereno. Non
potevo udire il
rumore delle
gocce, ma sapevo
che adesso stava
piovendo, grosse
gocce come
diamanti
luminosi stavano
cadendo ovunque,
bagnando il mio
corpo e quel
letto che
accoglieva
dolcemente la
pioggia come una
volta aveva
accolto me. Il
mio corpo dava
il benvenuto a
quella pioggia
gentile e
festosa, la
pioggia danzava
al ritmo di una
musica familiare
e invitante, le
gocce
accarezzavano il
mio corpo e
scivolavano
sulla mia pelle
che finalmente
stava bevendo
dopo una sete
durata quasi
cento anni. La
sensazione era
stupenda, non
avevo mai
apprezzato così
tanto la
pioggia, quelle
gocce piene di
vita sembravano
farmi rinascere.
Mi domandavo da
dove venisse
quella pioggia,
se avesse niente
a che fare con
il mondo che una
volta avevo
abitato anche
io, un mondo che
sembrava sempre
più lontano ma
che non volevo
assolutamente
perdere, al
quale cercavo di
rimanere
disperatamente
aggrappata.
Avrei voluto che
la pioggia
continuasse, ma
piano piano
tutto si stava
calmando, tutto
stava tornando
come prima, mi
chiedevo se
anche la pioggia
avesse fatto
parte del
passato, di quel
passato che
sembrava non
avessi mai
vissuto. Avrei
voluto muovermi
ma non riuscivo
a farlo, come se
le mie braccia e
le mie gambe
appartenessero a
un’altra
persona, questo
pensiero, o
consapevolezza,
mi spaventò.
Abbandonai quei
tristi pensieri,
mi dissi che
tutto questo
presto sarebbe
finito, che
sarei tornata
insieme agli
altri. Quelli
che avevano
diviso il mio
mondo con il
loro mondo, il
nostro mondo,
indivisibile, ma
che adesso era
stato diviso, e
non riuscivo più
a capire se io
ero dentro o
fuori quel
mondo, se io
avevo
abbandonato gli
altri o se gli
altri mi avevano
cacciata via.
Niente mi faceva
intuire quelle
che potevano
essere le
risposte, se
potevano esserci
delle risposte o
se tutto era
accaduto per
caso e l’ordine
degli
avvenimenti non
dovesse mai
essere
conosciuto, come
se qualcuno
avesse chiuso
dentro la
cassaforte la
combinazione
stessa. Volevo
sapere se era
una battaglia
già persa in
partenza e se
tutto quello che
stavo facendo
era solo
coprirmi di
ridicolo davanti
ad un avversario
per il quale non
rappresentavo
alcun pericolo.
Forse il mio
nemico era più
vicino di quanto
pensassi, forse
il suo respiro
era allo stesso
ritmo del mio,
per questo
motivo non
riuscivo a
sentirlo. Forse
il primo colpo
sarebbe arrivato
fra pochi
minuti,
improvviso e
implacabile,
sembrava che non
ne fossi
spaventata, al
contrario lo
stavo aspettando
con impazienza
poiché tutto era
preferibile a
quel silenzio
nel quale anche
il mio stesso
battito mi
faceva paura.
Non potevo fare
a meno di
pensare che
tutto quello che
stava accadendo
rispecchiasse in
realtà il modo
in cui avevo
sempre vissuto,
anni di sonno,
anni di
silenzio, e solo
adesso ero in
grado di capire
la realtà. Ma
quale realtà? Il
sonno o il sogno
della realtà?
Più mi sforzavo
di mettere a
fuoco e più
l’immagine era
sfuocata. Avevo
sbagliato a
considerare i
tempi e i
dettagli e anche
quello che era
un mistero
dentro al
mistero.
Cos’era? Una
giornata diversa
in una vita che
altrimenti
sarebbe scorsa
tutta uguale?
Sapevo che
volevo indietro
la mia vita,
volevo
abbandonare
questo viaggio
travestito da
sogno che si era
trasformato in
un incubo e
l’incubo aveva
trasformato la
mia vita in un
sonno che
sembrava essere
eterno quanto
l’incubo che
stavo vivendo.
Non volevo
andare avanti in
questo stato,
era meglio la
morte, se
addirittura la
morte non era
altro che questo
stato di lucida
incoscienza, ma
pensandoci bene
questa non
poteva essere la
morte. Questa
era l’unica
certezza che
avevo, non
poteva essere la
morte perché per
essere morti
bisogna prima
aver vissuto e
io non avevo
vissuto, come
potevo aver
vissuto se non
sapevo niente
della vita?
Volevo
disperatamente
che succedesse
qualcosa,
qualcosa di
concreto, non un
altro sogno, non
un sogno nel
sogno, non
volevo nemmeno
un’altra
pioggia, volevo
una cosa che
fosse vera. Come
era possibile
che avesse
piovuto dentro
ad una stanza?
Era tutto frutto
della mia
immaginazione?
Ero così
disperata da
aver inventato
io stessa la
pioggia? E se
tutto era un
sogno allora
anche il mio
incubo era solo
un sogno? In
fondo gli incubi
non sono altro
che sogni, ma
perché questo
sogno non
finisce mai?
Vorrei alzarmi,
vestirmi,
pettinarmi,
vorrei vivere e
dar vita ai miei
pensieri, vorrei
che i miei
desideri si
materializzassero,
vorrei creare
nuove
situazioni,
sorprendere le
persone, mettere
i miei ricordi
al loro posto,
ricordare chi
sono. Vorrei
guardare ogni
cosa con occhi
nuovi, con occhi
che hanno capito
quale mistero si
può nascondere
sotto quei passi
che sono già
dietro di me e
che non potrò
più percorrere.
Se mai tornassi
indietro ho
deciso che non
parlerò di
questo viaggio,
di questo ballo
fatto da sola,
senza musica e
senza orchestra,
un ballo
sconosciuto che
se dovessi fare
di nuovo non
saprei come e
dove cominciare.
Un ballo che in
questo momento
conosco alla
perfezione,
tanto che i miei
piedi ballano da
soli, guidati da
una forza che mi
dice dove andare
ma non mi dice
quando mi devo
fermare. Vorrei
fermarmi, lo
voglio con tutte
le mie forze, ma
sarebbe come
chiedere al sole
di smettere di
brillare, come
chiedere alla
notte di
restare, sarebbe
impossibile.
Vorrei conoscere
il nome di
questo ballo, ma
se non esiste
non può avere un
nome, non posso
chiederlo a
nessuno, nessuno
saprebbe
rispondermi,
sarebbe come
chiedersi dove
ci porterà il
ballo stesso. Mi
chiedo cosa ci
sia alla fine di
questo ballo,
forse ancora un
altro ballo?
Adesso ho come
l’impressione
che si stia
avvicinando
qualcuno, è il
mio ballerino?
Sento che si sta
avvicinando
lentamente. Dopo
averlo aspettato
con impazienza
finalmente potrò
ballare con lui.
Vorrei vedere il
mio ballerino ma
i miei occhi
sono socchiusi,
riesco a
scorgerlo a
malapena. Ma non
è un ballerino,
è un principe!
Il mio
bellissimo
principe. Voglio
vedere il suo
viso, cerco di
aprire gli occhi
completamente,
mi accorgo che
non è un
ballerino, non è
nemmeno un
principe, è un
angelo. È un
angelo
bellissimo,
elegante, è il
mio angelo ed è
venuto per me.
Ma perché il mio
angelo non è
come tutti gli
altri? Questo è
un angelo senza
luce, è austero,
non mi sorride,
si avvicina a me
in silenzio, mi
guarda senza
nessuna emozione
e mi accarezza
una mano. È un
angelo freddo,
appena mi sfiora
avverto un gelo
che avvolge
tutto il mio
corpo. Adesso mi
abbraccia e in
un attimo tutto
mi è chiaro,
riesco a capire
tutto quello che
era mistero.
Fino a questo
momento ero
riuscita a
vedere solo me
stessa, adesso
riesco a vedere
quello che mi
circonda. Sono
in una camera
d’ospedale, una
camera bianca e
asettica, c’è il
silenzio intorno
a me, riesco a
vedere le
persone che mi
sono vicine,
riesco a
riconoscerle,
riesco a sentire
il loro dolore e
tutte le lacrime
che hanno
versato per me.
Per la prima
volta mi è tutto
chiaro, tutte le
risposte che
volevo me le ha
date il mio
angelo con un
solo tocco.
Improvvisamente
vedo sparire
tutto, il mio
letto, le
persone intorno
a me, il
silenzio e tutte
le lacrime
versate. Il mio
angelo è di
nuovo accanto a
me, scuro e
serio, senza
sorriso, senza
colore. Adesso
mi attira a se,
mi abbraccia, mi
stringe, il gelo
penetra in tutto
il mio corpo, mi
penetra anche
nel cuore, lui
mi guarda, per
la prima volta
accenna un
sorriso e mi
porta con se.
|
3° PREMIO
Ermanno Cottini di Torino
La porta
- (stralci del
racconto di un viaggio interiore
dove le porte hanno una
serratura violabile da un unico
passepartout : il sogno )
- Non passa giorno in cui non
incontri la porta almeno due
volte ; tra le migliaia di passi
compiuti , quelli per
attraversarla sono i più
misurati , preceduti da una
pausa di meditazione , in cui è
ancora possibile un ravvedimento
, un dietrofront …quando , non
avendo ancora bussato o suonato
, sono sulla soglia , in attesa
che altrui mi voglia far entrare
e , a quel punto , mi consenta
di varcare quel confine posto a
limitare una partizione , non
solo del reale , ma
dell’interiore , dell’intimo ,
del privato , del magico ,
dell’ignoto , dell’anima e di
psiche , in una parola :
dell’OLTRE
…
- Ma cosa c’è oltre ? Troverò
luce oltre la porta o prevarrà
l’oscuro ? La nostra vita si
racchiude tra due
attraversamenti di porte , con
passaggi angusti , traumatici ,
sofferti , in cui siamo , in
entrambi i casi , soli . Alla
nascita passiamo dalle tenebre
alla luce , eppure piangiamo una
volta varcata la soglia ; alla
morte passiamo dal noto
all’ignoto , da una luce che
conosciamo , al regno delle
ombre e delle tenebre che
paventiamo . Piangiamo prima del
trapasso , e , curiosamente ,
una volta superata la soglia ,
viene sottolineata dagli astanti
la nostra serenità espressiva :
evidente segno che v’è luce
oltre quella porta ? Su entrambe
queste porte non campeggia
alcuna scritta ; oltrepassarle è
un’incognita , una nuova
dimensione da esplorare ,
l’unica certezza è
l’ineluttabilità del doverle
varcare , in entrambi i casi ,
in posizione orizzontale , a
sottolineare, il nostro essere
disarmati , quando , per tutta
la vita , aneliamo a presentarci
ritti sulle soglie delle porte
in cui c’imbattiamo ,
consapevoli e risoluti del passo
che compiamo . Una volta
oltrepassata, la porta può
essere chiusa alle spalle o
accostata , lasciando uno
spiraglio , una possibilità di
recuperare lo spazio , la
dimensione precedente ,
permettendo alla luce , presente
al di la , di seguirci oltre la
soglia e , viceversa ,
all’oscurità ivi presente di
venire mitigata dalla falce di
luce proiettata da dove ci
veniamo poi a trovare . Lo
stesso accade per l’aria capace
di veicolare suoni e odori . Si
crea , a porta socchiusa , una
partizione nei due versanti , in
cui sono presenti , tra loro
mescolate , le caratteristiche
di entrambi gli ambienti : è
possibile un riesame che può
generare ripensamenti . Nella
chiusura totale ci si lascia
tutto alle spalle . La porta è
come la pagina di un libro , il
diario , il racconto della
nostra vita ; si passa al
capitolo successivo , con nuovi
personaggi , o con gli stessi
personaggi protagonisti di nuove
vicende . I retroscena passano
in secondo piano , fanno parte
di precedenti capitoli , la
storia evolve , cresce , si
arricchisce , si articola . La
successione di porte chiuse è
finita nell’indice , mentre ,
nella spalletta , la piega della
sovra copertina , possiamo
leggere una trama riassunta che
ci appare come un loft , un
openspace : le pareti divisorie
sono scomparse e con esse le
porte ; più la nostra visuale si
espande nell’abbracciare la
trama nella sua interezza ,
minori appaiono le
sepimentazioni e viceversa , più
ci addentriamo nel minuto
dettaglio , nel frammento , e
più numerose si ergono le
barriere , le divisioni , i
versanti , le contrapposizioni .
Il pensare razionale , analitico
, ci conduce dal generale al
particolare, facendoci
incontrare più porte . Il
pensiero magico segue un
percorso opposto, facendoci
cogliere il nesso tra
particolare e generale,tra
finito ed infinito , tra il
minuto tassello e la visione
d’insieme del mosaico : ci
fornisce le ali con cui volare
al di sopra delle porte ,
incuranti del loro stato di
chiusura od apertura . Se poi
cambiamo il livello e scendiamo
in cantina o saliamo in soffitta
, ecco che , quell’unica e
apparentemente insignificante
porticina , può schiuderci un
mondo di ricordi che attraversa
le generazioni e ci fa compiere
un itinerario archeologico, con
le caratteristiche di una caccia
al tesoro , dove le porte si
sono via via assottigliate ,
acquisendo la consistenza di
ragnatele polverose . Può
trasformarsi in un viaggio
poetico , introspettivo , dove
ritroviamo tutte le porte
lasciate precedentemente
socchiuse , dove tentiamo di
aprire anche quelle dai cui
battenti non traspare più luce ,
la cui serratura non ammette il
minimo gioco sui cardini e la
toppa è obliterata da un
frontalino cieco . … Così mi
capitò quando : --- << …Discesi
nelle cantine dell’animo , al
fondo di antichi ipogei , buie
catacombe ; percorsi ripide
scale col susseguirsi incalzante
dei gradini scoscesi , irti ,
sdrucciolevoli , bui ,
ingannevoli che il destino aveva
disseminato lungo la nostra via
.Varcai la legnosa porta serrata
da un lucchetto ossidato , il
battente vinse la leggera
resistenza opposta dal fitto
avvilupparsi di ragnatele
attorno agli spigoli … Vagai
nella penombra onirica passando
in rassegna possibili indizi di
sofferte passioni , vestigia
celate di emozioni consumate ,
sotto l’influsso di pulsioni
controllate , in circostanze
spesso cercate , a volte subite
, ormai nella mente sbiadite ,
spesso poco gradite , di
dinieghi infarcite , di sviluppi
negati , talora spolverate da
soluzioni escogitate in extremis
.Proseguii con affanno il mio
cammino con l’obiettivo ormai
svelato di ricomporre dal
passato , con intento ostinato ,
un reliquiario frammentato di
essenze vitali capace di
ricondurmi all’interno del Tuo
sagrato da cui mi sentivo
esautorato , con accesso
definitivamente negato …>>
Talvolta il viaggio assume le
caratteristiche
dell’attraversamento di un
labirinto. Incombe su di noi il
mito ; le porte sono scomparse ,
ma solo in apparenza , perché ,
in realtà , esse si sono
moltiplicate , divenendo
invisibili : terminato un
segmento del percorso ci
imbattiamo in 2 , 3 , e ,
considerando il possibile
dietrofront , anche 4 possibili
varchi , di cui , uno soltanto ,
saprà condurci oltre la
contingente difficoltà . Se poi
consideriamo anche il terzo asse
dello spazio , l’altezza, altre
possibili vie di fuga si
prospettano : quella dell’ascesa
e , ad essa contrapposta ,
quella della discesa , per un
cambio di livello che può spesso
inquietarci . Oltre ogni soglia
ci può apparire la stessa luce o
la stessa ombra : qui si cela il
trabocchetto ; in realtà la sola
luce a cui aneliamo è quella
posta al di la dell’ultima
soglia , quella che ci condurrà
all’uscita definitiva dal
labirinto , fuori dal tunnel ,
alla meta agognata . Ma saremo
allo stesso livello di partenza?
Probabilmente no , perché , sia
che ci si trovi ad un livello
fisico superiore , che inferiore
, avremo compiuto un percorso
interiore , un cammino
iniziatico che ci vedrà comunque
trasformati , essendo avanzati
nel sentiero della conoscenza .
-- <<…Procedo a tastoni , avendo
ormai rinunciato ad approcci su
base logica . I concetti di
destra e sinistra , avanti e
indietro , sopra e sotto ,
dentro e fuori ,appaiono
confusi. L’ultima mossa ispira
la successiva , con una sola
parcellare certezza : l’essere
diversa dalla precedente e dalla
successiva , ma con il costante
, incombente dubbio , del dejàvù
, del ripercorrere un circolo
vizioso che , umiliando
l’intelligenza, può condurre
alla pazzia . Il percorso ha un
inizio semplice e accattivante ,
quando , alle soglie
dell’adolescenza , ignari del
prosieguo , prede della
curiosità tipica dell’età ,
incuranti di tutto , lo
imbocchiamo . Man mano che ci
inoltriamo , ne scopriamo le
insidie , i celati trabocchetti
, le diramazione cieche , le
cadute di livello . A nulla
valsero le raccomandazioni
ricevute da coloro che ci
precedettero .Increduli abbiamo
esplorato gli anfratti più
reconditi , le anse più cieche
,le diramazioni più circonvolute
, i cunicoli più angusti ,
delineando un percorso a
gomitolo che le moderne
psicologhe , prelevandolo
direttamente dal mitico arcolaio
delle parche , chiamano
esperienza .Ma il travagliato
percorso ci ha condotti ad una
radura dominata da una quiete
apparente : l’atmosfera è serena
, luminosa , si scorgono giochi
, angoli appartati per momenti
di meditazione e di studio , al
limitare della radura si
intravedono, contornate da alte
siepi di bosso , alcune vie di
uscita .Nell’avvicinarsi
cerchiamo di cogliervi qualche
indizio , capace di orientarci
nella prossima scelta . In
nessun modo , per quanto ci si
adoperi , riusciamo ad
intravedere lo sbocco dei vari
camminamenti. Ci par di cogliere
solamente impressioni sonore in
lontananza.Le più vicine hanno
intonazioni gaie e scanzonate ,
che percepiamo per un raggio
piuttosto breve , senza intuire
un loro naturale affievolirsi,
legato all’approfondirsi , al
prolungarsi della distanza
percorsa .Poco oltre , un altro
viottolo sembra assumere una
inclinazione a salire e paiono
giungere all’orecchio proteso
mormorii ovattati, a tratti
interrotti da striduli acuti ,
ben presto tacitati .Più in là
ci appare un altro varco che
sembra condurre ad un tramite
inizialmente discendente , ben
presto interrotto da balze e
salite scoscesi, da cui si
levano voci capaci di intonare
minuetti , contraltari di
concitati requiem .In questo
passare in rassegna le numerose
opzioni mi assale il dubbio , mi
accorgo , di vivere
un’esperienza onirica , tendo
l’orecchio , nel tentativo di
cogliere una voce amica , capace
di condurmi a Te , che intuisco
esistere in attesa in qualche
spazio recondito al di là delle
siepi , incarnazione di Arianna
, e pronta a porgermi il
bandolo di quel filo d’oro che
rende autentico e prezioso il
tessuto della mia vita .Rivivo
in sogno le mitologiche vicende
di Ulisse , di Enea , di Teseo ,
di Orfeo , di Faust , del
Petrarca e del Divin Poeta
.Pavento un risveglio in cui non
Ti scorgo accanto , mia Penelope
, mia Nausicaa , mia Arianna ,
mia Euridice , mia Beatrice…Mia
Laura. >> ---Ho la sensazione
d’esser desto , ma , in realtà
il sogno continua ; mi guardo
attorno , al posto delle pareti
della mia stanza scorgo una
successione ininterrotta di
porte , persino una botola lassù
in alto , sul soffitto : alcune
sono completamente serrate ,
altre accostate , poche aperte a
metà , dal bordo della botola
pende una scaletta a pioli di
corda ; attraverso alcune
intravedo lo scorcio di un
pavimento piastrellato ; una ,
in particolare, essendo bicolore
, mi ricorda una scacchiera : <<
non vorrei trovarmi a giocare la
mia sorte come nel film “Il
settimo sigillo” di Ingmar
Bergman !!!>>; in altre la luce
mostra una pavimentazione
uniforme , tirata a lucido come
uno specchio : << potrei calcare
i passi di Alice nel paese delle
meraviglie !!!>>; in altre mi
sembra di intravedere su di una
moquette delle ombre in
movimento , a tratti minacciose
, deformi , grottesche : <<
pavento di calcare il set del
film “Non aprite quella
porta”!!!>>; dalla più angusta
mi giunge una luce intensa che
investe con una falce il fondo
del mio letto , mi sembra di
scorgere la tonalità verde di un
prato su cui spicca il profilo
di un fiore rosso, di numerosi
fiori rossi , di papaveri a
ravvivare, punteggiandola, una
distesa di frumento mossa dal
vento, a mimare il moto ondoso
dell’oceano . La psiche pare
indirizzarmi verso di essa ,
corroborata da una ventata di
fresche fragranze che
m’investe:la percezione è di
pace e serenità; <<ahimè
m’accorgo di trovarmi nel bel
mezzo dei Campi Elisi ,vestendo
i panni di Russell Crown ne “Il
Gladiatore”!!!>>. Volgo in alto
lo sguardo e percepisco una lama
di luce discendere a sezionare
la mia ombra; la botola mostra
una sottile schiusa, trattenuta
da un piccolo cuneo che ne
impedisce la serrata . Un cono
polveroso , o meglio una
piramide sabbiosa, si proietta
nella stanza e, mentre muovo
alcuni passi, percepisco un
curioso effetto ottico generato
dal vetrino del mio orologio
intercettato da un fascio di
fotoni : si genera un baluginio
sfavillante che si proietta
nella compagine della siluette
piramidale ; la fantasia ne
subisce un’istantanea quanto
magica fascinazione , subito
tradotta in un’intuizione : dai
gradoni di quel mausoleo
funerario giungono segnali
luminosi , richieste d’aiuto ,
flash perentori , moniti ,
imperativi …: << Ma certo !
Eccomi sul set di Indiana Jones
, affondato nell’ipogeo di un
sito archeologico , forse una
antica cisterna destinata a
serbatoio di acqua piovana per
una città assetata dell’Asia
Minore!!! >>. I basamenti del
colonnato sono ricoperti d’acqua
, fatico a discernere i contorni
degli elementi sommersi tra i
quali mi par di riconoscere le
sembianze di una ninfa . Memore
della tradizione mitologica ,
volgo lo sguardo alla volta
evitando di posare i miei occhi
su quei lineamenti , paventando
il riconoscimento di Euridice o
Medusa con le note possibili
ripercussioni sul mio destino di
mortale . Forse anziché in un
ipogeo mi trovo direttamente
nelle profondità dell’Ade e
quelle non sono acque piovane
reflue ma residui di copiose
esondazioni dal fiume Lete .
Forse sono realmente un’ombra in
cerca della sua nuova dimensione
ultraterrena . Forse quello
spiraglio nella botola è
l’ultima mia chance per un
ritorno alla luce o , perlomeno
, a quello che comunemente si
intende per luce . In effetti se
chiudo gli occhi e libero la
mente dal pensiero contingente
mi sento sospeso in una nuova
entità luminosa , una luce che
non genera ombre perché non
conosce una sorgente , una luce
ch’è totalizzante, ch’è
permeante , ch’è avvolgente ,
una luce che costituisce l’unica
vera dimensione senza principio
ne fine , che non ammette le
tenebre , non potendo essere
negata ne spenta . Apro gli
occhi ma l’acuità visiva mi
difetta , stento a mettere a
fuoco ciò che mi sta attorno ;
l’aria s’è fatta pesante , il
respiro diventa ansimante ,
procedo a tastoni , le mie
braccia protese impattano un
oggetto che da quel contatto
acquisisce un moto oscillatorio
, l’afferro saldamente
arrestandone l’ultima escursione
. Riconosco trattarsi della
scaletta di corda penzolante dal
ciglio della botola e , senza
rendermene conto , ne
intraprendo la salita divenendo,
a mia volta, artefice di un moto
basculante che si riduce mano a
mano che l’ascesa progredisce .
Giunto alla sommità mi adopero
nel tentativo di spalancare la
botola ma le mie mosse
frettolose mi rendono maldestro
provocando la caduta del cuneo e
la conseguente chiusura del
varco . Quel tonfo pesante,
dalle tonalità metalliche,
acuito dal cigolio del
serramento sui cardini ,
rafforza d’intensità la
confluenza delle correnti d’aria
, genera un fragoroso vortice
nella stanza : sbattono le porte
, il turbine gonfia gli abiti
appesi al servo muto ,
trasformandolo nello
spaventapasseri capace di fugare
quelle oniriche, volatili
presenze . Mi risveglio di
soprassalto , mi alzo , barcollo
, la mia mano tentenna alla
ricerca di un appiglio che si
concretizza nella maniglia
cromata della sola porta che
individuo nella stanza, quella
del bagno ; superatala , mi si
para innanzi la barriera
trasparente e scorrevole del box
doccia : non vi sono più
incognite , una volta entrato ,
il getto d’acqua fredda
m’investe come un cono di luce
operando la purificazione di
tutte le scorie oniriche
appiccicatesi strada facendo al
mio corpo . Ne esco corroborato
, pronto a varcare l’uscio di
casa per affrontare il nuovo
giorno , un nuovo ciak sul
palcoscenico del film della mia
vita , una nuova tappa del mio
viaggio , in attesa d’imbattermi
in nuove porte da poter aprire e
indi varcare , da poter lasciar
socchiuse , da poter ,
definitivamente, alle spalle
serrare , senza rimpianti ,
auspicando che nessuna di esse
debba mai essere sbattuta dopo
l’apertura o sfondata nel caso
continui a restare serrata …
Consapevole altresì che dietro
le quinte ve n’è una che conduce
ai camerini dove potrò rifarmi
il trucco , rifocillarmi, e che
il palcoscenico possiede
anch’esso un ipogeo
alternativamente occupato
dall’orchestra o da un valente
suggeritore … << Chissà
forse mi sarà richiesto un bis
…!!!>> Chiudo gli occhi ,
avverto una sensazione di
leggerezza , poi di calore
crescente …Il proiettore mi
investe avvolgendomi col suo
cono di luce . Dall’ipogeo del
palcoscenico si levano le note
della celebre romanza “Nessun
dorma” , volgo l’orecchio al
secondo cunicolo , quello del
suggeritore , ma tutto tace , la
postazione è deserta . Tuttavia,
avverto chiara una voce
affiorare fino alla soglia
percettiva ; si comporta come il
suggeritore, mi esorta e mi
sostiene : viene da un altro
ipogeo, quello interiore :<< ne
ho consapevolezza , ho preso
finalmente coscienza del mio
ruolo , delle mie capacità , dei
miei limiti , ho abbandonato il
ruolo di comparsa assumendo
finalmente quello di
protagonista >>. Il fragore
degli applausi si spande ovunque
fin oltre il foyer e sovrasta il
fruscio che accompagna la
chiusura del sipario ; per un
istante la penombra cala sul
palcoscenico facendomi paventare
l’oblio ,<< ma quella non è una
porta , non ha serrature ne
battenti! >>; ne scosto i lembi
, faccio capolino, il fragore
degli applausi riprende , torna
il chiarore , sono le luci della
ribalta ; posso aprire gli occhi
: << …il sogno coincide con la
realtà , i dejàvù ci sono
davvero , non mi spaventano più
, li ho esorcizzati , sono
diventati dei bis! >>.
All’esterno è un brulicare di
vita , di relazioni umane , di
comunicazioni ; mi sposto da un
quartiere all’altro , sono
cittadino di una metropoli :
superficie e sottosuolo
interagiscono sempre più , una
mappa degli ipogei è
consultabile in ogni stazione ,
presso le edicole , stampigliata
sui muri delle strade , nelle
bacheche sparse per la città .
<<Anche oggi per raggiungerTi al
capo opposto della città mi è
più congeniale scendere
nell’ipogeo , salire sul metrò e
, in pochi istanti riguadagnare
la superficie , la luce , dove,
en plein aire , trovo Te , il
mio amore ad attendermi per
rinnovare un abbraccio che
suggella un patto da vivere ,
quotidianamente, alla luce del
sole !!! >>.
-
|
4°
PREMIO
Gloria Venturini di
Lendinara (Rovigo)
Momenti
-
Momenti, sono solo
momenti.
-
La vita
inesorabile
scorre, tra
le mani
rimangono
frammenti di
tempo.
-
La mia anima
danza a
piedi scalzi
sopra un
prato
vestito a
festa,
verde, si
nutre
dell’odore
della
primavera,
dei colori e
dei fiori.
Le mie
braccia
ondeggiano
nella
trasparenza
del cielo,
certa di
abbracciarti,
consapevole
che
appartieni
all’infinito.
La mente
inebria il
mio corpo,
aggrappata a
lembi di
nuvole,
accarezzata
dal vento
tenue e
tiepido.
-
Tu hai
bussato alla
porta della
mia
esistenza ed
io ti ho
seguito.
Niente è
dato al
caso.
-
Il tuo
sorriso ha
riempito i
miei vuoti,
ha colmato i
campi
circostanti,
ho riso di
gioia, sino
a piangere
per la
purezza
cristallina
del nostro
grande
amore,
perché ero
felice.
-
In un
piccolo
angolo di
mondo ci
siamo amati.
Sulla terra
fresca
abbiamo
tracciato i
contorni
delle nostre
anime, per
farne la
nostra casa.
-
Nell’aria
informe,
figure di
luce si
muovono, è
l’estasi
delle nostre
ali di
gabbiani.
-
Nell’azzurrità
del tuo
sguardo ho
sfiorato
l’immensità
del mare,
fino a
perdermi
dolcemente,
poi ho
dormito sul
tuo cuore.
-
Ti ho perso
in una
fredda sera
d’inverno,
in un tempo
senza
ricordo,
come sabbia
tra le mani
la tua vita
è scivolata
via,
tristemente,
senza fare
rumore.
-
Il solo
pensarti non
mi consola,
è uno
strazio ogni
giorno, non
c’è spazio
per la
rassegnazione.
-
Rimango qui,
ore ed ore,
fino a non
avere più
pensieri, a
non avere
più momenti.
-
Sento il mio
universo
abbracciare
la follia.
-
Odio questo
stupido
tempo che mi
occupa la
mente, sino
a confondere
i miei passi
deliranti
con la
realtà.
Vorrei
uscire, ma
fuori è
freddo,
proprio come
dentro.
-
Un grido
silenzioso
si perde nei
colori
inespressi
di un amore
strappato,
nell’ansia
imposta da
note
soffocate
nel dolore.
-
Assisto
impotente
alla vita
che passa,
senza
riuscire a
cambiarne il
percorso,
senza un
domani.
-
Vorrei
fuggire da
questi mondi
fatti di
silenzio, da
quest’anima
nera che mi
tormenta e
squarcia
ferite,
consumata da
pensieri
sovrapposti.
-
E muoio ogni
giorno nella
calma
apparente
del mio
cielo
azzurro,
nei tuoi
sorrisi
persi,
lontani
nella
memoria.
Amore mio,
perché
sopravviverti?
-
Attendo la
neve che
cancelli il
biancore di
questo volto
spento,
trafitto dal
desiderio
del
paradiso.
Vorrei
essere
ancora luce,
ma mi
confondo
nell’ombra,
vorrei avere
ancora ali
per volare,
ma non
riesco a
vivere un
solo momento
senza di te.
-
Avrei voluto
che tutto il
tuo mondo
fosse parte
di me, così
ci saremmo
appartenuti
per sempre,
invece, mi
hai lasciata
qui, lontana
dal mio
orizzonte,
che sei solo
tu.
-
Le mie
lacrime sono
l’ultimo
raggio di
luce per te,
che ora sei
foglia nel
vento,
sussurro
senza fine…
-
e tu … non
sei qui
accanto a
me.
-
Momento,
è solo un
momento, un
volo
infinito.
-
-
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PAGINA
|
5° PREMIO
Massimiliano Malavolta di Scandicci (Firenze)
Pensione Elide
-
-
La saletta
ricevimento della pensione
rassomigliava ad uno di quei
saloon che ogni tanto
appaiono in vecchi film
western, solo molto più
piccola, tinteggiata con
colori caldi ed illuminata
dalla luce soffusa di due
piccole lampade a petrolio
che sembravano uscite da un
negozio antiquario. La
proprietaria, una donna
corpulenta e dal seno
prosperoso non si scompose
molto vedendomi entrare; il
suo viso, incorniciato da
una folta chioma che le
ricadeva sulle spalle con
vivaci boccoli neri, tradiva
forse più anni di quelli
effettivi. Soltanto il
gatto, uno splendido
persiano, parve far caso al
mio ingresso drizzandosi
veloce e sospettoso.
-
“Sono subito da lei” mi
disse, intenta a dare
disposizioni ad un giovane.
Alle loro spalle, sopra al
bancone, troneggiava il
ritratto di una bambina
avvolta in un vestitino
bianco crema, le mani
raccolte dietro la schiena
lo appiattivano sul corpo
mettendo in risalto la sua
conformazione alquanto
esile. Lo sguardo rivolto in
basso, le conferiva un aria
malinconica ed assorta.
Sullo sfondo campeggiava l’
insegna ‘Pensione Elide’.
-
Congedato che ebbe il
fattorino le chiesi se fosse
stata disponibile una camera
per passare la notte
“Ripartirò per Roma domani
mattina presto” . Accettai
volentieri una matrimoniale.
Con un sorriso imbarazzato
mi chiese un documento e
presa la chiave della
stanza mi fece strada lungo
due rampe di scale.
-
“La colazione signor
Baldini, dalle sette e
trenta alle otto e trenta”
fece mentre era in procinto
di tornare da basso.
-
“La ringrazio Elide, sarò
puntuale” risposi con aria
da scolaretto diligente. Lei
proruppe in una risata
sincera. Non si chiamava
Elide ma Aurora, quello era
il nome della madre, che
molti anni prima aveva
aperto l’attività col
marito.
-
Riposi il mio trolley vicino
alla porta del bagno. Mi
invase subito un senso di
oppressione acuito
dall’odore stantio che
pervadeva la stanza. Dalla
trave centrale del soffitto
una sola lampadina offriva
una debole illuminazione ma
le profonde crepe che
ornavano le pareti ormai
ingiallite dal tempo ne
risultavano quasi messe in
risalto. Aprii una delle due
ante di un logoro e
polveroso armadio. Fin da
bambino era sempre stata la
prima cosa che facevo
entrando in una camera che
non fosse la mia… un misto
di paura e curiosità
infantile ancora mi assaliva
all’idea di quello che avrei
potuto trovarvi all’interno.
Perquisii anche i cassetti
che cigolanti e gracchianti
non rivelarono alcunché e
dopo una breve ricognizione
nel bagno mi affrettai ad
aprire la finestra nascosta
da tende di un osceno color
porpora e nella fretta urtai
uno sgabello. Tastai la
tasca della giacca nella
quale tenevo il mio spray
pensando che ne avrei
sicuramente avuto bisogno
durante la notte e subito
sentii l’aria fresca e
carica di umidità inondare
la stanza. Chiusi gli occhi
ed inspirai lentamente a
pieni polmoni.
-
Una porzione del lago era
visibile ma le sue acque
erano nascoste sotto una
uniforme coperta di nebbia.
Fiochi bagliori di stelle
potevo intravedere nel buio.
Mi sedetti sullo sgabello.
‘Cosa ci facevo io in quella
stanza fatiscente? In un
luogo che non conoscevo e di
cui non mi interessava un
accidente?’ Sarei potuto
arrivare a Roma la sera
stessa e quella che poco
prima mi era sembrata un
idea ragionevole ora mi
appariva come un colossale
errore. Il senso di
oppressione al petto si
stava facendo sempre più
forte e nonostante la fredda
serata autunnale sentivo
tutte le mie membra
ribollire. Mi sporsi di
nuovo dalla finestra per
cercare refrigerio ma il mio
respiro si era fatto
affannoso! Volevo scappare,
fuggire da quel luogo. Avrei
potuto ridiscendere le due
rampe di scale, dire alla
signora Aurora che una
improvvisa telefonata sul
mio cellulare mi richiamava
a Roma per l’indomani
mattina, che non avrei
potuto pernottare come
previsto. Al diavolo i
trenta euro, avrei mangiato
qualcosa e subito sarei
partito. Guardai l’orologio.
Era ora di cena. Rimandai la
decisione a più tardi. Non
volevo rimanere un minuto
ancora dentro quella camera.
-
La sala era spaziosa e
circondata da ampie vetrate.
Se fosse stato giorno avrei
sicuramente potuto ammirare
una splendida veduta del
lago. Il ristorante era
pressoché vuoto ed i pochi
commensali, con tutta
probabilità gente del luogo,
mi scrutarono con insistenza
mentre prendevo posto al mio
tavolo. Erano sguardi
pungenti. Generalmente non
amavo mangiare da solo ma in
quella occasione trovai la
cosa rilassante, dovevo
pensare, riflettere,
ricomporre quella ultima
mezz’ora e convincermi a
restare. Indugiai sugli
ottimi tortelli per qualche
secondo, lo stomaco mi si
era chiuso, ma col passare
dei minuti, quasi a
suggellare una ritrovata
calma, mi vidi traghettato
in una rabbiosa voracità. La
cameriera, una giovane
dell’est decisamente
affascinante, con un viso
spigoloso e duro, mi portò
il secondo piatto di
tortelli. Il consiglio che
mi aveva dato era stato
quanto mai gradito, con
ripieno di patate li sentivo
sciogliersi in bocca
deliziato da un gustoso sugo
di cinghiale.
-
“Vedo che le sono piaciuti”
mi disse. Veniva da
Bucarest, come tante, ma non
avrebbe fatto quel lavoro
tutta la vita. In Romania si
era laureata in sociologia e
frequentava dei corsi, le
sarebbe interessato poter
lavorare nel sociale. La
guardavo, leggera ed
annoiata, passare da un
tavolo all’ altro ma in
quelle poche parole che ci
eravamo scambiati avevo
letto determinazione e
soprattutto voglia di
riscatto.
-
Vidi entrare Aurora col suo
passo deciso, si rivolse
alla cameriera con fare
amichevole. Mi salutò con un
sorriso come se non ci
vedessimo da tempo “Buon
appetito signor Baldini”.
Ricambiai con un cenno.
Prese la pizza che aveva
ordinato e sparì. Mi tornò
in mente il quadro affisso
all’ingresso della pensione.
La ragazzina. Quel vestitino
bianco. Mi richiamavano a
qualcosa che non avevo ben
chiaro, poi come un lampo,
un ricordo lontano, sepolto
dal tempo. Un’estate a Lido
di Ostia con gli zii e mia
cugina Eleonora, le rovine
di Ostia Antica, mia cugina
che indossa un vestitino
simile. Bevvi un sorso di
chianti, mi girava la testa.
Mi affrettai a finire la
cena e tornai verso la
pensione, convinto oramai a
restare per la notte.
-
“Mangiato bene signor
Baldini?”
-
“Benissimo Aurora quei
tortelli di patate erano
deliziosi”
-
“Non li aveva mai
assaggiati?”
-
“Francamente mai. Ho seguito
il consiglio della cameriera
ed ho colmato questa
imperdonabile lacuna!”
-
“Lo credo bene! Ylenia non
poteva darle miglior
suggerimento e del resto voi
romani siete amanti dei
primi piatti. Ylenia è tanto
una cara ragazza, per me
come una figlia, le auguro
tutto il bene di questo
mondo”
-
Continuava a pulire il
bancone, a svuotare i
posacenere, a riordinare. I
contorni dell’ambiente erano
cambiati e tutto mi sembrava
caldo, accogliente e
rassicurante. Ad eccezione
di quel ritratto, ma cercai
di non farci caso di non
posarvi gli occhi sopra
anche se era più forte di
me. Mi sentivo stanco e
questo mi faceva sperare in
un sonno profondo cosa che
spesso mi riusciva difficile
quando non ero dentro al mio
letto. Nei cinque giorni
precedenti, comunque, avevo
dormito benissimo.
-
“La prego si sieda. Le
faccio un caffè, signor
Baldini”
-
“Grazie Aurora, ma la prego
mi chiami Jacopo”
-
Non avevo fretta di salire
nella mia stanza. Volevo
aspettare ancora un po’.
Trovavo Aurora genuina, cosa
rara di questi tempi. Per
cinque giorni avevo parlato
solo con potenziali clienti
assumendo un atteggiamento
impostato, come ho sempre
visto nei rappresentanti,
negli addetti commerciali,
negli agenti di viaggio,
stretta di mano forte e
sguardo diretto. Non era
stata una brutta esperienza
alla fine. Prima di partire
ero molto preoccupato. Sono
abituato a lavorare solo e
davanti ad un computer ma me
la ero cavata più che bene.
Del resto conoscevo bene ciò
di cui parlavo, molti dei
prototipi che avevamo
esposti ero stato io a
disegnarli.
-
“E’ in viaggio per lavoro,
signor Jacopo?” mi disse
sedendosi e porgendomi una
della tazzine.
-
Le spiegai di cosa mi
occupavo, brevemente. Mi
ascoltò interessata ma
dovette cogliere una mia
fuggevole occhiata oltre il
bancone perché si girò come
ad osservare l’oggetto delle
mie attenzioni. Fui tentato,
nonostante tutto, di
chiederle chi fosse la
bambina ritratta ma Aurora,
quasi leggendomi nel
pensiero, mi anticipò.
-
“Le piace?” fece “Quella è
mia nipote. La vedo di rado
perché mia sorella ha
sposato un francese. Vivono
a Parigi, pensi!” Le
brillarono gli occhi, di un
verde intenso, mentre
gesticolando animatamente mi
raccontava. Mi disposi ad un
deciso faccia a faccia col
ritratto. “Lo dipinse il mio
povero marito diversi anni
addietro ed è il ricordo più
caro che ho di lui. Serena
oramai sarà una donna fatta.
Mi lasci pensare…all’epoca
aveva…sì undici anni.” Mi
parlò del marito. Si erano
conosciuti all’isola d’Elba.
-
“Sapesse. Signor Baldini,
Jacopo! Che carattere che
aveva il mio povero marito!
Dicono di noi ma gli elbani
sì che sono musoni”. Si
toccò la fede. “Ma era tanto
un brav’uomo! Dipingeva
sempre, almeno quando non
era impegnato col
ristorante”.
-
“Anche quei quadri che ho
visto salendo sono di suo
marito?”
-
“Certo, dipingeva solo
paesaggi della sua isola,
poi, che cosa vuole, non
aveva mica girato tanto.
Però per mia nipote fece un
eccezione, le voleva un gran
bene”. Una smorfia di dolore
le si dipinse sul volto. “Un
male improvviso, signor
Jacopo, e in men che non si
dica mi sono ritrovata
sola”.
-
Rividi davanti ai miei
occhi il volto di Eleonora,
l’ultima volta che ci
eravamo visti.
-
Indossava un giubbotto tipo
motociclista, i capelli
raccolti facevano risaltare
il suo viso smunto e
pallido, tenere rughe si
affacciavano sui suoi occhi
nervosi e guardinghi ma
ancora profondi e seducenti.
Il suo alito sapeva di
alcool.
-
“Sono venuta a consolare il
mio povero cuginone…!”
disse, ma tradiva imbarazzo.
-
L’ultima volta ci eravamo
visti in occasione del mio
matrimonio. Le versai da
bere e parlammo della mia
situazione.
- “Sei troppo buono,
Filippo. Non era la donna
adatta a te!”.
- In effetti con Clara era
stata una cosa improvvisa;
forse l’inesperienza, la
giovane età,
l’infatuazione…….dopo
neanche tre mesi eravamo
sposati. Le sue attenzioni
erano per me qualcosa di
nuovo ed eccitante ma poco
tempo occorse prima che mi
rendessi conto che il nostro
matrimonio era stato un
grossolano errore.
- Tuttavia rimasi male.
Lo disse come fosse stata la
cosa più ovvia di questo
mondo. Le risposi con astio,
con una cattiveria che lei
non meritava.
-
“Parli tu che non sei ancora
riuscita a trovarti uno
straccio d’uomo”. Mi pentii
subito. La abbracciai forte.
Era una donna randagia,
emotivamente randagia e
molto vulnerabile. La vedevo
debole, incapace di gestire
la sua vita, ma bella, bella
da morire. Mi confidò che
aveva intenzione di partire,
voleva andare in Africa
magari al seguito di qualche
comunità religiosa ma anche
di voler riprendere gli
studi universitari ed altro
ancora; un fiume di idee che
come fuochi d’artificio le
esplodevano in testa.
Durante la cena ripensammo,
emozionati, alla nostra
giovinezza, le vacanze al
mare, le scappatelle
all’insaputa dei nostri
genitori, il furto in un
supermercato di ben tre
confezioni di gomme da
masticare. Pian piano si
sciolse e forse fu sul punto
di chiedere aiuto.
-
Provai, ricordo, una forte
attrazione nei suoi
confronti, una attrazione
fisica, tanto che nei giorni
seguenti ripensai a lei
continuamente, la desideravo
con tutto me stesso, ma non
ebbi la determinazione a
chiamarla. Invero un uomo
Eleonora lo frequentava ma
per quanto ne sapevo era
sposato. Mi giurò che era
una storia chiusa e sepolta
ma poco dopo si tradì.
-
Rollammo una canna. Per la
verità non avevo più fumato
erba dai tempi del liceo,
non capivo che gusto ci
fosse, ma a lei piaceva, la
rilassava, disse, e poi le
faceva tornare l’appetito.
Non la smisi più di ridere e
lei rise di me che ridevo.
-
Quando Eleonora morì mi
trovavo in Francia. Ho
sempre pensato che tagliarsi
le vene fosse stato il suo
ultimo disperato grido
d’aiuto. Mi precipitai a
Roma per il funerale. La
madre di Eleonora era morta
anni prima. Dopo la tragedia
mia madre si riavvicinò a
suo fratello ma mai
completamente. Mi sentivo
come anestetizzato,
incredulo di fronte ad un
gesto così estremo e di cui
solo col tempo presi piena
consapevolezza, come se il
diluirne il dolore mi avesse
aiutato a sopportarlo. Così
Emanuela risolse la sua
colpa o quella che credeva
tale, lasciando me, solo, a
decifrarne il senso.
-
Entrò Ylenia, aveva finito
il turno ed era passata a
salutare. Si era fatto tardi
e colsi l’occasione per
congedarmi. Salendo le
vecchie scale della pensione
ebbi come l’impressione di
essere osservato. Mi sdraiai
sul letto, ancora vestito e
socchiusi gli occhi.
-
Erano le ferie d’Agosto a
Lido di Ostia, quella
settimana che quasi tutti
gli anni passavo con gli
zii. Io e la mia cuginetta
facevamo coppia fissa,
lunghe girate in bicicletta,
racchette da spiaggia e
bagni di ore tanto che le
nostre mani sembravano, una
volta fuori dall’acqua,
quelle di un ultra
centenario. Erano momenti di
grande spensieratezza e
libertà . A Roma era
impossibile godere degli
stessi privilegi. La sera ci
recavamo in sala giochi a
sperperare le nostre
paghette. In città ci
vedevamo raramente quasi
sempre a casa dei nonni e
col passare degli anni le
occasioni si fecero sempre
meno frequenti ma,
nonostante avessimo preso
strade radicalmente diverse,
rimase tra di noi un legame
molto forte. Eleonora era
una ragazzina piena di vita
e di energia. Mia madre la
chiamava ‘il maschiaccio’ ma
conservava un candore tutto
femminile. Il suo volto
continuava girarmi in testa
e mi resi conto di non
riuscire a prender sonno.
Sentivo l’affanno salirmi in
gola. Cercai nel buio lo
spray che provvidenzialmente
avevo messo sul comodino ma
continuavo a pensare a lei.
Decisi di scendere per una
boccata d’aria fresca. Mi
ritrovai nel corridoio
malamente illuminato da
deboli abayour fissate alle
pareti e che dovetti
percorrere mano al muro fino
alle scale. Sentii il primo
gradino sotto di me,
afferrai lo scorrimano e lo
scricchiolare del legno
sotto i miei piedi mi
accompagnò, lentamente, fino
in fondo. Mi ritrovai
davanti alla porta d’entrata
e feci per aprirla.
Insistetti più e più volte
ma la porta sembrava
serrata. Era tutto intorno
buio, non riuscivo a
scorgere luci neanche in
strada. Continuai ad
insistere sempre più
violentemente accanendomi su
quella maniglia che non
voleva cedere. Dovevo
uscire. Avrei voluto
gridare. Sentivo il cuore
battere sempre più
nervosamente e sudori freddi
colarmi lungo la fronte.
Provai ad indietreggiare ma
la mano non si staccava
dalla porta, nonostante i
miei sforzi sembrava
diventata un tutt’uno con la
maniglia. Mi girai come per
chiedere aiuto e rimasi
impietrito. Il sangue smise
di scorrermi addosso.
Sentivo il gelo prendere
possesso di tutto il mio
corpo. Era il quadro, ancora
quel quadro. Qualcosa era
cambiato ma mi occorse
qualche secondo per mettere
bene a fuoco. Era l’immagine
ad essere mutata. C’era
qualcosa di diverso nel
vestito. Era strappato,
all’altezza della spalla.
Gli occhi di quella bambina
ora mi stavano fissando.
Erano scuri, profondi ed
umidi, quasi imploranti. Mi
girai e insistetti ancora
più febbrilmente nell’aprire
la porta, urlai con tutto il
fiato che avevo in gola. Mi
sentivo in trappola. Ebbi
una violenta fitta al petto,
non riuscivo più a
respirare, stavo morendo, ne
ero sicuro, stavo morendo…
-
Mi svegliai di soprassalto,
madido di sudore, ebbi per
un attimo la sensazione di
non riuscire a prendere aria
poi come un apneista che
finalmente riesca a trovare
l’ossigeno agognato,
inspirai a pieni polmoni e
lentamente riappoggiai la
testa sul cuscino.
-
Sì! Ora sì. Ora mi era tutto
chiaro, come per incanto. Il
tassello che mancava si era
composto affiorando alla
memoria da molto lontano.
Era un particolare, un
dettaglio, qualcosa di non
visto che riemergeva in
tutta la sua crudeltà dopo
un viaggio durato anni.
-
Com’era felice con quel suo
copricostume bianco che la
zia le aveva comperato da
uno dei tanti ambulanti che
sfilavano lungo la spiaggia.
Si mirava assumendo movenze
che aveva visto negli
adulti. La sua femminilità
stava sbocciando come un
fiume in piena.
-
Uscimmo nelle prime ore del
pomeriggio. Gli zii erano
rimasti a casa e sarebbero
arrivati in spiaggia passata
la calura. Le nostre
biciclette ardevano sotto il
sole. Ci trovammo, come
spesso accadeva, a girare
entro le rovine di Ostia
Antica. Per noi erano quasi
un rifugio. Il tempo era
immobile là, in mezzo alla
storia. Forse si era fatto
tardi ed un padre troppo
premuroso ci si fece
innanzi. Era tranquillo mio
zio. Giocammo tutti assieme,
a ‘nascondersi ‘ come disse
lo zio. Litigavamo sempre in
quel gioco. Quando la
scoprivo esclamava
elettrizzata ‘ non vale, non
vale ‘ , per poi scattare
improvvisa e battermi sul
tempo.
-
Li intravidi tutti e due
dietro ad un anfratto.
Sembrava che mio zio
coprisse Eleonora col suo
corpo, quasi a nasconderla
alla vista del mondo. Fu un
attimo, un lampo. Lui si
girò di scatto e con un
gesto veloce ricompose una
delle spalline del vestitino
di Eleonora. Lei era ferma,
immobile e gelida come una
statua di marmo. Si destò
improvvisamente e scappo
via.
-
Rideva lo zio perché quella
bambina non sapeva perdere,
“proprio come sua madre”,
mi disse, mentre pedalavamo
verso casa. Lei ci seguì a
qualche metro distanza ed io
non le chiesi mai perché
fosse scappata.
-
Si era fatta l’alba.
-
Un gabbiano, fino ad un
attimo prima acquattato,
spiccò il volo, prima
radente l’acqua, poi su su ,
con un gran battito d’ali.
Quando fu alto queste si
fermarono. Descrisse due
ampi cerchi e sparì lontano
oltre la riva del lago.
-
Più tardi, frutto
sicuramente della mia
immaginazione, sembrò
dipingersi, sul volto della
bambina ritratta, un
sorriso. Mi sentii sollevato
al cospetto di questo nuovo
giorno, in quel di Latera,
sul lago del Bilancino,
nella calda ed accogliente
pensione Elide.
-
-
VEDI LA
PAGINA
|
6°
PREMIO
Federica Mosca di Spoleto
La coscienza del pazzo
-
-
Ogni sera alle 20:07 in
punto mi sedevo al tavolo,
accuratamente apparecchiato
per due, una bottiglia
d’acqua minerale, una di
buon vino, candele accese,
una rosa rossa in un vaso al
centro del tavolo e due
piatti vuoti; poi me ne
andavo in salotto e,
sdraiato sul divano, mi
mangiavo una pizza o un
hamburger surgelato.
Terminato di cenare,
sparecchiavo il tavolo della
cucina, lavavo i piatti già
puliti e, chiudendo gli
occhi, assaporavo l’odore
della rosa che poi avrei
cautamente riposto in quella
scatola. Il resto l’avrei
fatto poi.
-
Avvolto dall’immobilità ogni
sera me ne restavo seduto su
quel divano in pelle blu, TV
spenta così come lo stereo,
lo sguardo fisso di fronte a
me e l’immancabile frastuono
del silenzio. Non un gesto
attraversava il mio corpo,
né una nota anomala e
birichina irrompeva a
spezzare il mutismo attorno
a me. Il nulla mi avvolgeva
e insieme formavamo un
tutt’uno.
-
Un quarto alla
mezzanotte e io ancora lì,
sveglio, con lo sguardo
fisso e immobile, sinché
ogni sera arrivava l’evento
tanto atteso e anelatamente
aspettato: lo scoccare
dell’orologio a pendolo che
troneggiava nel mio salotto
e segnava l’ora più profonda
della notte.
-
In punta di piedi mi alzavo
dal divano per poi dirigermi
silenziosamente su per le
scale, sempre con la
minuziosa attenzione a non
fare il minimo rumore. Per
tutto il tempo la luce non
veniva mai accesa: mi
spostavo nella penombra
emanata dalle candele che,
ancora accese sul tavolo
della cucina, prendevo in
mano e fungevano da torcia e
clessidra: terminata la
fiamma terminato il mio
lavoro. Ogni sera due nuove
candele.
-
Ero lì, in quella soffitta
impolverata, seduto su di
uno sgabello di fronte al
tavolo imbandito di piccoli
attrezzi per il mio lavoro:
spatole, limette, forbici,
nastri, piccoli fornelli,
barattoli di cera non ancora
utilizzata, stoppini e la
scatola di rose
scrupolosamente custodita.
-
Venti minuti alle tre e
le candele accese sul tavolo
ancora riuscivano a farmi
compagnia in quella
mattinata di lavoro. Le mie
mani si muovevano ormai
sicure, destreggiandosi da
maestre esperte tra i vari
attrezzi, facendo nascere da
quella scatola così
gelosamente custodita
composizioni floreali di cui
io stesso ne ero
meravigliato. Ma mai tale
gioia poteva essere
comparata a quella donatami
dalle candele:figure sinuose
si snodavano ora lunghe e
magre, ore panciute, o
ancora aggrovigliate come
nemmeno il più bravo dei
contorsionisti saprebbe
fare.
-
Questo ogni sera: io, le
rose e le mie candele; in
breve ogni sera unicamente
io e la mia vita;
tutt’intorno silenzio ed
ombre.
-
Le tre e dodici minuti, le
candele sul tavolo si
spensero: il mio lavoro,
almeno per quella notte era
terminato, così come la mia
Vita. In punta di piedi mi
diressi verso la brandina
posta accanto al tavolo da
lavoro e mi addormentai.
-
Sei minuti alle sette
quando la luce del giorno
irruppe sfacciatamente e con
arroganza dai vetri della
finestra svegliandomi. Il
candore delle pareti che mi
cingevano mi fecero sentire,
come ogni giorno d'altronde,
circondato dalla Signora
Nera in persona. Anime
dannate mi accerchiavano
urlando o costrette per
l’eternità ad auto
lesionarsi sinché candidi
fantasmi pervenuti da
qualche bianco e ignoto
tunnel, non avessero dato
loro quelle pillole
infernali, provenienti da
chissà quale mondo e
contenenti chissà quale
stregoneria.
-
Questa era dunque la mia
patria: un inferno nel quale
le anime dannate erano
costrette ad auto
flagellarsi per tutta
l’eternità; ignote mi sono
le cause del loro fatale
errore. Io no rientro però
nel loro girone: con me la
Provvidenza ha voluto essere
più benevola, forse perché
mai ho potuto conoscer la
vita degli umani, o forse
perché, come Euripide
sosteneva: “Chi sa mai se
vivere è morire e morire è
vivere?” Comunque io sin
dalla nascita (o morte , chi
mai può dirlo?), son
imprigionato qui, in questa
sorta di limbo, o purgatorio
o chicchessia, nel quale di
giorno sono costretto a
conviver con la Morte in
persona udendo i lamenti
delle altre anime dannate e
spesso dannandomi a mia
volta, di notte l’oscurità
e le ombre partorite dalle
mie candele riescono a
strapparmi dagli artigli
della Signora Nera
ridonandomi la Vita che mai
ebbi piacere di conoscere.
-
Quella volta però non fu il
solito bianco fantasma ad
aprire la porta che dal
tunnel portava al mio limbo,
mia eterna patria, bensì un
Vivente. Ancor
stordito da tale visione, mi
diressi verso l’angolo
cercando vanamente un po’
d’oscurità e silenzio. A
passi lenti lo vidi avanzare
verso di me; i nell’angolo,
stupito, impaurito e
incuriosito da quei passi
che per la prima volta
pesavano alla schiena del
pavimento, il quale da
sempre subì passi fantasma
scorrer su di essa.
-
Un falso sorriso sul viso
voleva incutermi calma e
sicurezza con scarso
successo. Ancora non
riuscivo a capacitarmi del
fatto che un vivente fosse
finito nel mio limbo: errore
del paranormale forse? Non
sapevo, e più ci pensavo più
la mia mente si arrovellava
e cercava di capire. Volevo
sapere. La mia natura
paradossalmente curiosa
aveva di nuovo preso il
sopravvento su di me. Decisi
di prender coraggio e
lentamente mi allontanai
dall’ombra per raggiungere
l’umano e, anche se con
estrema difficoltà,
mostrargli il mio volto.
Dalla luce emanata dagli
occhi suoi e dalle
impercettibili rughe sul suo
viso, riuscii a percepire il
suo stupore: forse non si
aspettava la mia mossa.
-
Non fu facile ma alla fine
mi ritrovai ad avergli quasi
inconsapevolmente raccontato
tutto di me. Come mai?! Non
lo so. Però stavo bene. Lui
mi osservava con sempre
maggior incredulità, che
tentava in ogni modo, ma con
scarso successo, di
nascondere. Mi era divenuto
simpatico! Era buffo nei
suoi atteggiamenti così
impacciati nei miei
confronti: sembrava stesse
avendo a che fare con un
pazzo!!! Non riuscivo a
capire come mai un vivente
fosse finito nel mio limbo e
come potesse entrarvi ed
uscirvi a suo piacimento, ma
francamente non mi
dispiaceva affatto, tanto
che quando,
inaspettatamente, mi chiese
di poter tornare il giorno
successivo. Acconsentii.
-
Quando, il giorno
seguente, mi svegliai morto,
il vivente era già lì che mi
osservava in silenzio. Non
gli chiesi perché non mi
avesse svegliato prima (
forse i ‘Respiranti’
non potevano nemmeno
farlo!), tuttavia gli dissi
che ero il mezzo-spirito più
felice del Persempre, poiché
ogni qualvolta lui arrivava
i bianchi fantasmi che tanto
mi davano tormento,
magicamente scomparivano
come demoni alla vista di un
crocifisso. Sorrise; poi si
sedette di fronte a me, che
intanto continuavo
imperterrito ad osservare
fuori: quel giorno il cielo
dei viventi era magnifico,
chissà come sarebbe stato
bello il tramonto! Non
vedevo l’ora di ricevere la
mia razione quotidiana di
Vita!
-
Fu soltanto in un
secondo momento, quando
distolsi lo sguardo da
quella patina trasparente,
quasi invisibile e
ghiacciata che mi permetteva
di vedere al di là del mio
bianco limbo e che per i più
e nota sotto l’appellativo
di ‘finestra’, che mi
accorsi che il vivente
teneva in mano dei fogli
bianchi e immacolati. Gli
chiesi se fosse uno
scrittore; - In un certo
senso – rispose. Lo osservai
poi ripresi: - Allora fai
parte dell’enorme e sempre
più affollato girone degli ‘scriventi’!
– Strizzò l’occhio.
-
Qualche minuto di silenzio
ci fece compagnia
avvolgendoci in un caldo
abbraccio. Per tutto quel
tempo non smisi mai di
guardarlo negli occhi: la
Vita mi incuriosiva e al
contempo affascinava sempre
più; volevo godere ogni
istante di quella sensazione
paradisiaca, anzi, per
meglio dire, ‘vitale’
! Poi, il mio tanto amato
silenzio fu fratturato dalla
voce del vivente: mi chiese
di poter scrivere la mia
storia per intero, i miei
pensieri… Avrebbe voluto
farne una raccolta di
lettere. Non mi disse a cosa
gli sarebbero servite. Non
glielo chiesi. Non sapevo
come reagire; non mi
aspettavo una richiesta
simile, anche se
effettivamente avrei dovuto
aspettarmi che un Vivente
volesse sapere la vita di un
mezzo non-vivente. La
curiosità in quel frangente
era più che lecita. Però
avevo paura. Molta paura. E
non volevo parlare. Non so
perché lo feci, ma in quel
momento lo aggredii facendo
scorrere su di lui una
valanga di male parole e
insulti, talmente tanti che
persino i bianchi fantasmi
si risvegliarono dal loro
inferno e mi fecero ingoiare
a forza quelle pillole
stregate. Me le diedero che
era quasi sera cosicché,
quella notte, non potei
lavorare: non so perché mi
svegliai morto con la luce e
il candore del giorno
seguente senza aver potuto
godere della Vita donatami
dalle tenebre. Ne soffrii
come non mai. In quel
momento mi sentii
paragonabile alle anime
dannate dell’inferno che
affiancavano il mio limbo.
Fu solo allora che mi decisi
a collaborare con lo
Scri-vivente . quella
stessa notte, quando la
notte si affacciava per
ridonarmi la vita, decisi di
dedicare un po’ del mio
tempo a scrivere quelle
lettere e quei pensieri
tanto importanti per lui
quanto per me.
-
-
Lettera I
-
Non
daterò le lettere che
seguiranno poiché il
tempo, pur essendo sempre
presente, non esiste. Non so
se mai sono nato e quindi
morto , né in quale strana
dimensione mi trovi:vivo in
parallelo con i dannati e
il mondo dei viventi al
contempo senza però poter
entrare in quest’ultima
dimensione, restando in
compagnia della Signora Nera
nelle ore diurne e della
Vita in quelle notturne.
-
Spesso mi chiedo se
quest’abissale conoscenza
delle Realtà non sia altro
che il Grande Dono del quale
tanto mi parlò la Donna che
sosteneva essere mia madre e
alla quale mi affezionai
veramente. Non so però se
credere alle sue parole:
avevo poco più di tre anni (
se vogliamo considerare il
tempo dei viventi) quando
quella Donna, prima sempre
presente, scomparve per non
tornare più.
-
Del periodo iniziale
della mia, credo eterna,
permanenza in questo limbo,
non ricordo nulla, solo quei
fantasmi bianchi e le
immancabili anime dannate…
ricordo solo che entrambi mi
spaventavano a morte. Solo
quella Donna veniva vista
dal mio animo come figura
positiva. Le piacevano le
candele… il calore… i fiori…
non ricordo bene… chiedeva
sempre nastri, ma i fantasmi
non vollero mai saziare il
suo desiderio; una volta
utilizzò la carta! Ricordo
che fu in quel momento che
imparai a ridere. Un giorno
i fantasmi decisero di far
avverare il suo desiderio di
nastri, ma loro no la
capivano, non ci sono mai
riusciti , così le donarono
nastri bianchi così lunghi
che l’avvolsero a partire
dalle mani per tutto il
busto. Non poteva muoversi
se non con i piedi… a lei
non piaceva… Ridere!… questo
le piaceva tanto… e cantare…
spesso però urlava e si
arrabbiava, soprattutto
quando arrivavano i
fantasmi…lei aveva paura di
loro…si mordeva le braccia…
usciva un liquido rosso e
quando usciva quel liquido
dalle braccia le faceva
male… avevo paura… non mi
piace il rosso, non mi è mai
piaciuto... però mi
piacciono i fiori, e anche
le candele.
-
Ora basta, torno al
mio lavoro.
-
-
Lettera II
-
Sono uno che mantiene le
promesse e non sopporto chi
non lo fa. Chi mente uccide
se stesso, gli altri e il
mondo circostante.
-
Quando se ne andò
quella donna non mi disse
mai quando e se sarebbe
tornata, non mi disse mai
nulla, quindi non mi mentì
mai. E’per questo che, ogni
sera, alle 20:07,
apparecchiavo accuratamente
il tavolo per due, una
bottiglia d’acqua, una di
buon vino candele accese e
una rosa rossa che ogni sera
speravo di poterle donare,
ma che ogni sera finivano in
quella scatola così
gelosamente custodita. Ogni
rosa era un giorno senza
quella Donna. Quella scatola
contenitore di Speranza.
-
Basta, non voglio
più parlare. Foglio non
domandare oltre, non ti
risponderò, la Penna che sto
tenendo in mano non sazierà
più la tua fame d’inchiostro
e sapere.
-
-
Lettera III
-
Di fronte a me un libro:
“Stefano Benni – Achille piè
veloce”; il mio libro
prediletto (sotto di lui i
miei adorati ed antichi
libri filosofici: “Erasmo da
Rotterdam – Elogio alla
follia” e “Seneca – Lettere
a Lucilio”). Sono l’unica
cosa concreta che mi lega
ancora a quella donna e ogni
volta che li sfoglio mi
fanno sentire vicino a lei.
Fu con loro che imparai a
leggere; lei mi insegnò. Mi
piaceva. Mi piace tuttora.
Imparai il latino ed il
greco. Da qualche tempo sto
traducendo le pagine che
così a lungo mi fecero
compagnia narrandomi, con
estrema fiducia e sincerità,
di loro. I fantasmi mi
avevano tolto tutto: la
Donna che riteneva essere
mia madre, i miei giochi e
tutti gli oggetti a me cari,
ma questi no. Libri , fiori
e candele, li custodisco con
una cura tale e una gelosia
così morbosa, tenendoli
scrupolosamente nascosti,
che mai nessun fantasma
avrebbe mai potuto
sottrarmeli.
-
Sono diventato bravo
con il greco, il latino, la
filosofia e le candele…
quella Donna, quando
tornerà, sarà fiera di me.
-
Ho imparato a
nascondere e custodire i
miei tesori. Avrebbe dovuto
farlo anche lei con i suoi.
Non appena tornerà le
insegnerò i trucchi del
mestiere.
-
Candela, come sei
piccola! Stai per terminare…
ora basta scrivere, le
parole, spesso, possono
essere fonte di pericolo e
non devono essere causa
d’indigestione per il
Foglio, né, tanto meno, per
il Lettore.
-
-
Lettera IV
-
Non voglio più scrivere!
Foglio, non ti sazierai più
delle mie parole e delle mie
confessioni! Detesto chi
mente e tu mi hai mentito.
Credevo fossimo amici! Gli
amici non provocano dolore,
tu invece sì. Sento dolore
proprio qui, dove i viventi
dicono batta uno strano e
complesso organo conosciuto
sotto il nome di ‘Cuore’.
Non so se io abbia un’anima;
in caso negativo io stesso
sono stato annientato da Te,
Foglio e dai Ricordi che mi
hai costretto, senza
rendermene conto, a
raccontarti.
-
Mai più scriverò lettere.
I miei pensieri finiscono
qui.
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Quando lessi quelle lettere
rimasi attonito: non credevo
che un pazzo riuscisse ad
aprirsi con un semplice
tirocinante… poi però posi
maggiore attenzione a quei
pensieri, cercai di
indagare, di studiare
attentamente quelle parole,
dargli il giusto valore, il
giusto peso... al contempo
però sentivo anche che non
potevo lasciare quel ragazzo
così, come se niente fosse
accaduto. Tornai da lui.
Avevo paura. Temevo non
avesse voluto vedermi:
l’ultima lettera mi aveva
fatto riflettere e sentire,
in qualche modo, in colpa.
La realtà lo aveva fatto
soffrire, ma prima o poi va
affrontata. Andai. Con mio
grande stupore decise di
ricevermi. Mi chiese di non
parlare. Voleva restare in
silenzio e osservarmi negli
occhi. Acconsentii a questa
sua bizzarra richiesta.
-
Mi fece sfogliare i
suoi libri. Notai che non
girava semplicemente le
pagine, ma le carezzava come
si carezza un gatto, in
maniera affettuosa,
affettuosissima oserei dire.
Osservai le pagine:in ognuna
di esse appunti, commenti e
sottolineature: ‘libri
vissuti’ pensai.
-
Restammo in silenzio in
compagnia di quei libri per
due, forse tre ore poi,
parole inaspettate
spezzarono il silenzio: “E’
stato molto bello conoscere
un vivente, ti ricorderò
sempre con affetto, ma ora
torna nella tua dimensione e
non tornare.” Mi sentii
folgorato: il ghiaccio mi
attraversò la schiena
paralizzandomi. Non sapevo
cosa fare, né come
comportarmi. “Non
tornare.”Ribatté; chinai il
capo e me ne andai. Non so
se sia stata la scelta
giusta, ma più passa il
tempo, più penso che d’aver
sbagliato.
-
Un quarto alle dieci
del 15 febbraio quando mi
laureai con 110/110. Le
lettere e la storia del
pazzo avevano sbalordito la
commissione giudicatrice.
Continuo a guardare quel
diploma: non me ne faccio
nulla: ogni giorno, ogni
istante penso a quel ragazzo
del manicomio, alle sue
lettere e alla stessa
domanda che da quattro anni
d’attività psichiatrica
ancora mi ronza in testa
senza trovar risposta
alcuna: “Perché un ragazzo
sano e intelligente, forse
anche più della norma, nato
da madre pazza, continua
ostinatamente e con
convinzione ad affermare di
vivere in un limbo, di non
essere mai nato né morto e
soprattutto di apparecchiare
per due, fare tutte quelle
cose con candele, rose,
libri e cose varie, quando
in realtà la sua era una
stanza più spoglia di un
albero d’inverno;
all’infuori dei libri da lui
elencati infatti non ha mai
fatto nulla di quel che
aveva così minuziosamente e
accuratamente descritto.
-
E poi, come mai nessun
‘medico’ si è mai accorto
del suo stato di salute?
Perché nessuno si è mai
preso cura di lui? Quel
ragazzo non era pazzo aveva
solo una visione della
realtà completamente
distorta e la costante
permanenza in quel luogo
maledetto non aveva fatto
altro che aggravare la sua
situazione.
-
Un giorno una persona
cara mi disse mi disse che
spesso se non riusciamo ad
esprimerci non significa che
siamo stati muti, ma che ci
siamo semplicemente
imbattuti nei sordi. Quel
ragazzo non mancava di voce,
ma di orecchi disposti ad
ascoltarlo. Peccato che me
ne accorsi troppo tardi.
-
Fu da quel giorno, in cui
finalmente imparai ad
ascoltare il silenzio e le
sue parole, che compresi il
motivo per cui a quel
ragazzo piaceva tanto non
parlare: gli occhi di un
uomo hanno in sé la loro
storia e se, come continuava
a sostenere, il tempo non
esiste, ma è sempre presente,
posso affermare con assoluta
certezza che quel giovane mi
conosceva più a fondo di
quanto mi conoscessi io. Già
sapeva che con lui avrei
sbagliato, ma lasciò
scorrere gli eventi: voleva
darmi la più grande lezione
di vita che abbia mai
ricevuto: non vi è rumore
più forte del silenzio e
silenzio più agghiacciante
che quello provocato da
grida di disperazione.
-
Lui per una vita intera
gridò in silenzio, ma i suoi
appelli non furono mai uditi
da nessuno; fu allora che si
rifugiò all’interno della
sua mente, sua unica
ascoltatrice, e a lungo
andare ne fu così assorbito
che non riuscì (o volle) più
uscire. I ricordi gli
facevano così male che
ancora non riusciva ad
accettare la morte della
madre. Sarà anche stata
pazza, ma deve avergli
voluto veramente bene.
-
Più volte tentai di tirar
fuori quel ragazzo dal
manicomio, ma sempre i miei
ricorsi vennero respinti. A
nulla servirono avvocati e
dialettica persuasiva: per i
medici quello era un pazzo
senza identità e basta, ma
io sapevo che non lo era.
- Forse, dopo
quell’incontro di quattro
anni fa con quel giovane, il
‘senza identità’ sono
proprio io, il ragazzo,
seppur con visione distorta,
sapeva sin troppo chi era e
cosa voleva. Sapeva qual era
il suo destino e sapeva cosa
doveva fare. Il Grande Dono
di cui parlava sempre si era
compiuto: iniziai a vivere
la Vita con la Vita p
-
-
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PAGINA
|
7°
PREMIO
Antonella Bolis di Lecco
I labirinti della mente
-
Latte, miele, cioccolato in scaglie. Il latte è
bollente, il cioccolato si scioglie, il miele fila a
nastro.
-
Una colazione dolce e bella da vedere, la mia tazza
bianca deve contenere qualcosa di succulento che col
calore cambia forma e sfumatura.
-
Ora arriva anche il profumo e incomincio a leccare il
cucchiaio.
-
Socchiudo gli occhi nella delizia ma un flash
tormentoso mi fa trasalire.
-
Esco sul pianerottolo e, irrigidito, origlio nello
spazio antistante l’ingresso dei vicini di casa.
-
Il silenzio mi conferma che la via è libera!
-
Chiudo la porta abbassando lentamente la maniglia, un
giro di chiave e mi ritrovo già a salire la scala di
legno; l’umidità delle piogge alternata al vento hanno
dato voce a questi gradini che scandiscono ogni mio
passo con un cigolio.
-
Avanzo con un’andatura felpata perché ho l’impressione
che qualche spirito incuriosito mi segua ma sono
determinato e, fingendo indifferenza verso ogni mio
sospetto, proseguo l’ascesa.
-
Tengo il petto incurvato volgendo lo sguardo basso,
vigile come una sentinella, oltre la mia spalla. Non v’è
nessuno e l’aria è silente.
-
Mi sento le gambe appesantite e un lieve sudore mi
inumidisce il palmo delle mani, ancora uno sforzo e mi
porto sull’ultimo gradino.
-
Esito un momento proprio davanti alla porticina
biancastra, rapito ne scruto le fessure dove la vernice
scrostata ha legittimato il respiro alle tarme.
-
Le mie dita ferme, in attesa di un cenno, dominate dalla
sensazione di gelo a contatto con il catenaccio, soffio
aria e ne inspiro con prepotenza.
-
Mentalmente mi ordino che devo proseguire nella missione
pur conoscendo l’entità dello sforzo anche se poi mi
sentirò annaspare...
-
L’ansia, eccola, è già qui e germoglia, cresce per
mettermi alla prova, la covo un attimo e lei si insinua
in tutti i miei spazi che però non le bastano, si
inasprisce e aumenta di botto, sudo dappertutto e mi
manca l’aria ma, nonostante ciò lei se ne frega e me lo
dimostra diventando sproporzionata: oramai la sento
quasi incontenibile, non ne posso più!
-
L’eco che ho dentro si stempera e nel silenzio il cuore
mi picchia in gola.
-
Chino la testa per oltrepassare la bassa soglia entrando
in un mondo che mi tiene per mano facendomi camminare
sul filo dei ricordi.
-
Lenti scricchiolii accompagnano i miei passi che
calpestano sassolini e foglie secche sul bitume
impolverato della soletta.
-
Ecco il mio solaio, fuori dal cancelletto c’è una pila
di mattoni, uno due tre, sotto il quarto c’è la chiave
del lucchetto, apro e appena entro vedo una luce là in
fondo, vicino alla parete dove ai tempi si accumulava il
carbone.
-
No, non è la luce del paradiso che riflette sulla
scatola infernale, è un raggio di sole che si intrufola
nel buio, offrendomi la vista di quella sagoma quadrata.
-
Ricordavo di averla riposta sotto uno strato di vecchie
tovaglie rattoppate e lenzuola lise...no no!
- Forse l’ho portata qui
solo ieri e tutto il resto me lo sono immaginato, ma
ecco la prova ineluttabile: la maschera del tempo l’ha
avvolta, impacchettata.
-
Noto che l’imballaggio è allentato, sicuramente qualche
leggera perdita d’acqua è filtrata tra i vecchi coppi ma
il cartone non ha ceduto seguitando a proteggere quello
che c’è dentro.
-
Mi avvicino con le braccia allargate, non posso far
rumore e non voglio disturbare il sonno della polvere.
-
Ancora due passi verso la custode del mio segreto,
adesso mi sembra pure ingigantita, mi chiedo chi può
averle concesso questi poteri...ne sono affascinato,
resto inerte mentre ipotizzo le dimensioni reali...Non
devo lasciar trasparire il mio intento e per non
insospettirla mi fermo, mi giro di profilo e lascio
spaziare lo sguardo nella penombra. Recito alla
perfezione la mia indifferenza soffermandomi con fare
interessato alle sagome delle seggiole accatastate sul
tavolo in midollino.
- Avverto una strana
sensazione e allora mi volto: ora quel miscuglio di
cellulosa e fibre pare brillare, dunque mi ha
riconosciuto, mi fissa spavalda negli occhi, se ne sta
lì ferma, in silenzio, sotto la luce, allora ha capito
perché sono qui!
-
Mi sta lanciando una sfida che io non raccolgo, anzi, la
riduco a un niente minimizzandone le potenzialità: è
solo una cosa che mi farà starnutire non appena inizierò
a strappare il nastro adesivo.
- Abbozzo un sorriso
sarcastico e mi chiedo cosa posso fare ora diviso da due
stati d’animo: uno ansioso con lo sguardo bieco del
profanatore e l’altro terrorizzato col ghigno da
giullare.
- Per un attimo pare mi
voglia sfuggire nell’oscurità creata da una nuvola di
passaggio, subito dopo, un braccio di sole si infila
nuovamente tra le tegole poggiando il pugno sul suo
fianco.
- Anch’io vorrei toccarla
con mano, ho bisogno di sentire il suo odore, ma prima
voglio contemplare le scritte che porta: ALTO / BASSO.
Che villania se fosse stata FRAGILE!
- Io e lei siamo tenaci,
resistiamo sotto il peso degli eventi, io sto all'erta e
la proteggo dal mondo intero...
- Forse dovrei vedere e
controllare se dentro c’è ancora quella cosa, non vorrei
che lei nel frattempo se ne sia sbarazzata.
- Ero il garzone del mini
market e ogni volta che al negozio mi ordinavano di
consegnare la spesa a quell’indirizzo, le viscere mi si
contorcevano in un groviglio, la gola si asciugava. Non
potevo rifiutarmi perché avrei dovuto confessare che ero
ossessionato da quel genere di bestie, ero terrorizzato
da quel cagnaccio che col suo abbaiare azzerava il suono
della mia voce.
- La sua padrona mi rideva
in faccia dicendo che il suo Whisky non faceva niente ma
non era vero perché cercava sempre di abbrancare l’orlo
dei miei pantaloni e quando finalmente mi ritrovavo
fuori nell’atrio, pareva che anche le quattro mura
ringhiassero mostrando quei maledetti denti aguzzi,
schifosi. Rimanevo stordito e per tutta la giornata lo
sentivo nelle orecchie, nella testa, nel gozzo.
- L’unica soluzione era
quella di eliminare il demonio rabbioso, il bastardo
doveva fare i conti con me ponendo fine alla mia agonia!
- Così quel giorno l’ho
sistemato per sempre ed è stato più facile di quanto
credessi.
- Eliminato, sotterrato,
finalmente sparito! ...mi sono tenuto per trofeo il suo
lurido collare e una delle locandine che la disperata
padroncina, dopo la scomparsa, aveva appeso ovunque
appellandosi pateticamente alla comunità del quartiere.
- I numeri di telefono li
avevo giocati al lotto aggiungendo quelli della data del
misfatto: mi era uscito un bel terno su Venezia! Ah, che
bei ricordi!
- Da allora quando mi
capita di incontrare la signorina, le chiedo sempre se
ha qualche novità...quando le parlo vorrei ammettere che
l’eroe sono io ma mi è impossibile farlo perché credo
non mi capirebbe, inoltre or ora le leggi si sono
inasprite e mi toccherebbe la galera! Nessuno
riconoscerebbe il mio atto meritevole, l’ho fatto per il
bene di tutti, ho spedito quel malvagio all’inferno!
- Ritorno alla realtà,
qui, inginocchiato davanti a lei, sento l’incertezza
prendere il sopravvento, mi ritorna quel senso di
terribile smarrimento e allora non so più se davvero
voglio sfiorare, anzi no: aprire la vecchia scatola.
-
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PAGINA
|
8°
PREMIO
Samantha Terrasi di
Ostia Lido (Roma)
Wassergeist
- “Ha freddo signorina??? Mi
scusi non vorrei disturbare ma l’ho vista li già da un po’
di tempo e siccome siamo ancora nella stagione fredda….beh
non so….io non vorrei….le avvicino il giacchetto…., va
bene?”
- Lei non si è mossa. E’
rimasta in quella posizione, ferma. Io mi sono avvicinato
solo il tempo necessario a vederla con gli occhi persi nel
nulla. I piedi a mollo nel laghetto dei pesci rossi. Mi sono
allontanato di quattro passi poi mi sono fermato anche io li
con i piedi a mollo nell’acqua. Volevo provare la sensazione
di quella creatura strana dall’aria persa. Magari mi
distoglieva da quello che dovevo fare. Ormai avevo deciso di
partire. Non avevo fatto nessuna valigia, nessun biglietto
strappalacrime, nessuna dimissione. Niente di così eclatante
come un saluto vistoso. La gente parte senza dire niente,
prende un biglietto e si allontana dalla propria vita
cercando di fare fortuna con un’altra. Ci riesce davvero??
Questo non lo so ma vorrei scoprirlo.
- Mi sono alzato dal mio letto
stamane e ho preso i soldi che mi competevano, ho infilato
la giacca pesante e sono uscito. Non mi sono neanche lavato,
tanto non serviva. Altra vita, altro giro. Un giro sporco
direbbe qualcuno. L’entrata in una nuova esistenza si fa con
il vestito più bello, io ho scelto quello più comodo. Mi
sono guardato allo specchio anche la barba mi tradiva.
Pazienza, tanto sono sempre io. Ora vedo la mia sagoma che
si staglia sull’acqua e fa dei giri concentrici, sembro un
fumetto e la barba i raggi di un sole spento. La ragazza non
si è ancora spostata. Possibile che non senta freddo. E’
proprio curiosa questa cosa ma io dovevo partire che ci
faccio qui a guardare una perfetta sconosciuta?
- Bella domanda. Ma io sono
sempre stato strano e un po’ folle, me lo dicevano tutti. I
miei pensieri erano mulini a vento mentre macinavano il
grano rubavo l’aria al vento. Io continuavo nella mia ascesa
verso il cielo mentre la realtà si faceva dirompente nel
vero senso della parola.
- Eppure la mia partenza
doveva essere ben organizzata, volevo lasciare tutti a bocca
aperta. Invece ho la bocca chiusa sospirando su questa
giornata grigia al punto giusto. Camminavo nel parco
aspettando il momento giusto per lasciarmi tutto alle spalle
ed eccoti spuntare questa creatura. Mi ha distolto dal mio
intento. Non ho potuto fare a meno di non guardarla. Muove i
piedi alternandoli e li tira fuori con la giusta forza per
non fare troppi schizzi. L’acqua emette un suono dolce, uno
sciacquettio di fondo armonioso. Continua con il suo
dondolare ritmico, preciso. Non so a cosa pensa ma ruberei
volentieri quel pensiero e lo farei mio. Purtroppo ho deciso
ma si può tornare indietro?
- Posso decidere di non
partire, cambiare tutto un’altra volta. In fondo non ho
salutato nessuno, non ho lasciato biglietti, non ho lasciato
dimissioni. E’ anche il mio giorno libero. Potrei chiedere
alla ragazza cosa ne pensa. Magri lei mi può dare un idea di
quello che sono, di quello che dovrei fare. Forse è una
buona idea, forse no. Meglio rimanere qui a guardare il
lago.
- Si, molto meglio,
condividere qualcosa con qualcuno lega troppo e io non
voglio ancore in questa vecchia esistenza.
- Forse però, mi può dare una
mano a decidere cosa fare nel miglior modo possibile.
- Nononono..non si può
fare…..devo rimanere fermo nelle mie posizioni. Devo tenere
fede in questo giorno importante a quello che sono e che
voglio da questo giorno.
- Potrei solo chiederle cosa
ne pensa senza farmi influenzare… si potrebbe essere un’idea
e se poi mi fa cambiare tutto nella mia mente?
- E questo sarebbe un pericolo
grosso e poi chi saprebbe decidere? Io non sono capace di
rendermi conto di quello che sono. Agisco in base a degli
impulsi.
- E ora??? Mi avvicino un po’
va.
- Solo un po’.
- Lei tanto rimane ferma. Mi
muovo di qualche passo l’erba è fredda. Volevo imitarla ma
poi mi sono detto perché ammalarmi per un po’ di onde. Beh
no. Allora ho rimesso i calzini ma non le scarpe. Le ho
lasciate capovolte e appoggiate di lato, i calzini bucati
sono rimasti.
- Mi sono avvicinato di
qualche passo, ma niente, la ragazza non si muove. Si guarda
i piedi o forse i pesci rossi ma nulla. Non ha preso neanche
il giacchetto, sarà forse un aliena? No gli alieni non
esistono, solo nei film prendono vita. Eppure è strana.
- Ora le racconto tutto. Ma
sono troppo distante, no meglio di no mi prenderebbe per
pazzo. Un folle maniaco che racconta la sua squallida vita.
No, no meglio di no. Rimango qui a guardarla, però è bella.
Proprio bella. Ha i capelli biondi raccolti dietro. Ha una
camicia azzurra e una gonna bianca.
- Ha una serie di libri messi
li sull’erba. Ora mi avvicino con la scusa del libro.
- Piano piano.
- “Mi scusi signorina posso
dare uno sguardo ai suoi libri sa li ho visti li in terra
vorrei solo….”
- Forse non mi ha sentito.
Dovrei urlare un po’ di più ma mi sentirebbe tutto il parco
e lei potrebbe andarsene.
- Cosa faccio ora???
- Sono in piedi dietro a lei,
non mi ha sentito se me ne vado e continuo la mia strada?
Facile ma come mi giustifico?
- Lei ci rimarrebbe male,
basta ci vuole polso e io ne ho due.
- “Io mi chiamo ….Kallsberg..lei?
- Ho aspettato che lei
rispondesse. Mi sono seduto accanto. Le ho trovato le mani
livide, le labbra che tremavano ma continuava a sciacquare i
piedi nell’acqua. Aveva il viso contratto e una ciocca
bionda le era scesa.
- “Sembra una creatura fragile
posso abbracciarla?”
- Nessuna risposta di nuovo.
- Forse era giusto così, non
si parla con gli sconosciuti.
- “Senta io oggi avevo deciso
di partire e lasciare tutto ma l’ho vista e la voglia di
andare via è venuta meno. Sa mi chiedevo perché lei se ne
sta così al freddo quando si potrebbe sdraiare al sole e
godere di un buon libro”
- I suoi piedi si sono
fermati. Li ho visti salire dall’acqua con un gesto lento,
l’acqua sembrava non lasciarla. La punta del piede sembrava
un pennello all’uscita del bicchiere prima di dipingere.
Sono rimasta senza parole. Ha tirato su le gambe e si è
stretta in un abbraccio stretto. Le sue mani hanno toccato
la schiena. Avrei voluto abbracciarla io e scaldarla ma non
pensavo fosse un mio compito magari aveva un fidanzato da
qualche parte. Io ero l’approfittatore di una situazione
troppo imbarazzante.
- “Mi presento, mi chiamo
Kallsberg. Sono un impiegato in una fabbrica qui in città.
Faccio un lavoro di concetto, metto timbri nello spazio
giusto. Sa oggi avevo deciso di cambiare vita. Di lasciare
quella vecchia per quella nuova. Sa io non ho nessuno. Ne
una moglie ne un figlio. La prima perché non ho mai sentito
l’esigenza di sposarmi, la seconda perché non volevo
guardarmi negli occhi di mio figlio e vedere quello che
fuggo da tanto tempo. Lei invece cosa fa di bello qui?”
- La sua mano si era mossa a
disegnare qualcosa sull’erba. Mi sono sentito stringere il
cuore, lei continuava a disegnare qualcosa che io non
capivo. Il suo sguardo era come l’acqua: trasparente.
Rimaneva quasi immobile, pochi muscoli reggevano le sue
azioni. Eppure parlava con qualcosa che non capivo.
- “Vorrei raccontarle la mia
storia ma so che l’annoierei”
- La sua mano si era fermata,
scavava solo con un dito dove la terra prendeva il posto
all’erba. Allora ho cominciato a raccontare della mia vita.
Da quella caduta stupida e dalla cicatrice che portavo
dietro i capelli. Ho cominciato a raccontare tutto d’un
fiato anni che si sono fatte perle di una collana. Non
pensavo di ricordarmi tutti questi episodi. Ho riso,
scherzato e schernito da solo l’aria. Il dito della ragazza
si è fermato.
- “Come si chiama??Mi
piacerebbe saperlo?”
- Le sue mani si sono mosse
tutte e due contemporaneamente. Hanno indicato un punto non
definito davanti a se. Indicava l’acqua a due dita. La
indicava. Rimaneva ferma. Immobile.
- “Wasser????” era l’unica
parola che mi veniva timida….
- Ha abbassato le mani e ha
mosso il capo. I capelli si sono sciolti come un pugno in
una resa. Il vento li ha portati davanti al viso. Mi sono
avvicinato e li ho raccolti dietro le sue orecchie. Ho
sentito quel profumo forte di lago. Aveva il viso un po’
sporco, striato di terra. Come se avesse pianto e asciugato
le lacrime con le mani sporche. Ho desiderato abbracciarla e
stringerla forte. Mi sembrava fragile. Non l’ho fatto, avevo
paura. Io non ho mai fatto niente di così impulsivo. Ho
avvicinato la mia mano alla sua e gli ho offerto una
zolletta di zucchero. Un palmo e un dorso. Due contrapposte
visoni dello stesso mondo. Lo ha preso delicatamente. Senza
fare un minimo gesto con la testa, l’ha succhiato senza
rumore. Si è sciolto come la neve al sole. Il suo viso era
tondo, una lacrima di saliva è scesa. L’ho lasciata cadere
vicino all’erba. Ho visto il suo brillare e una formica
attenta ha richiamato il suo esercito. Mi stavo avvicinando
a quella creatura fatta d’acqua. Fatta di infinite teche
trasparenti dove poter scrutare l’anima. Mi stavo
avvicinando perdendo cognizione del tempo come se qualcosa
mi spingesse a farlo. Una forza strana si era impossessata
di me.
- Mi avvicinavo sempre di più,
il guizzo di un pesce ha fatto sobbalzare l’aria e l’acqua e
una presa stretta al mio braccio mi ha fatto sussultare
dalla parte opposta rispetto alla mia creatura.
- “Ma chi si permette???”
- “Signor Kallsberg sono due
ore che la cerco, lo sa che non si deve allontanare dal
giardino della casa di cura”
- “Ero in compagnia di Wasser”
- “Di chi?”
- “Di questa splendida
fanciulla accanto a me”
- “Signor Kallsberg con tutto
il rispetto, ora si alza e torniamo alla clinica. Non c’è
nessuna ragazza qui”
- “Ma non la vede, è qui acc……”
Mi sono girato ma lei non c’era più. I libri scomparsi,
l’acqua ferma, nessun ombra di giacchetto e di erba piegata.
Solo le formiche che si ammucchiavano intorno alla goccia di
zucchero.
- “Forse si è sbagliato, io ho
visto solo un pesce rosso fare un balzo a meno che lei non
parlasse con un pesce”
- “Lei è davvero insolente
infermiere dei mie stivali, la mia creatura era qui, le ho
anche dato dello zucchero”
- “Sempre peggio, lei lo
zucchero non dovrebbe neanche vederlo. Ora si alzi e
andiamo”
- “No io sono deciso a
partire”
- “Signor Kallsberg deduco che
stamane non ha preso neanche le sue medicine, ora andiamo”
- “Ma quella ragazza era
qui…un attimo fa…forse si è alzata ed è andata via….”
- “Signor Kallsberg la sua
fanciulla è forse solo un suo fantasma perso nel labirinto
della sua mente…..solo un Wassergeist”
-
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