VINCITORI SEZIONE NARRATIVA
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1° Premio Internazionale
IL
LABIRINTO
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Il concorso è indetto e organizzato dalla Associazione
Onlus Mecenate
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e dal Labirintismo Movimento Artistico e
Letterario
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Il Premio IL
LABIRINTO è un concorso
multimediale. Tutti gli autori
partecipanti al Concorso sono stati
inseriti nel sito del Labirintismo e
le loro opere rimaranno sempre on
line in
www.labirintismo.it
Il concorso si ispira alle tematiche
dell movimento d'avanguardia
artistico-letterario Labirintismo,
che è "un modo di concepire la
vita attraverso l’arte. Dato che
l’uomo moderno si è inevitabilmente
arroccato nel proprio labirinto
interiore, impastoiato dal male di
vivere, l'arte deve porsi come mezzo
conoscitivo e terapeutico per far
uscire l’io dal labirinto (.....)Il
Labirintismo è una visione della
vita attraverso l’arte, che deve
liberare l’uomo dalla dominanza del
proprio Super-io(dal
Manifesto del Labirintismo).
Il
TEMA DEL CONCORSO E’ IL LABIRINTO UMANO DELL’INCONSCIO
L'arte è il filo d'Arianna
che permette l'esodo dal
labirinto: è il labirinto
zero (M. Badiali)
VEDI IL PREMIO NEL SITO DELLA
ONLUS MECENATE
GIURIA DEL PREMIO
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COMMISSIONE DI GIURIA
- La Giuria e’ composta dai soci
della Onlus Mecenate e fondatori del Labirintismo
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prof. Massimiliano Badiali
(Presidente), prof.ssa Isabella Forgione, dr.ssa
Valentina Badiali, dr.ssa Chiara della Marta,
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Stefania
Liberatori, rag,
Rolando Badiali, prof.ssa Lelia Burroni, Sandro
Ricci, Daniele Locci,
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dr. Denny Bonicolini, dr.ssa
Barbara Cantelli.
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IL GIUDIZIO DELLA GIURIA E'
INSINDACABILE.
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1° PREMIO
Carlo Caruso
di Roma
Una carezza nel Labirinto
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Ricordo quand’ero un
cucciolo, e ancora giocavo coi
miei fratelli davanti alle mamma
paziente che, distesa a terra
per allattarci, ci leccava il
pelo e ci guardava attenta.
Fu allora che ricevetti dal
mio padrone quella prima
carezza. Era un
bell’uomo snello, forte della
sua armonia, la pelle scura e la
barba bruna, gli occhi neri
scintillanti di un lampo
mediterraneo, l’irrequietezza
del mare nel silenzio di
un’anima potente e serena.
-
Lui sorrise alla mia
mamma, che abbaiò
orgogliosa. Poi, mi prese in
braccio e mi parlò.
-
- “Ti chiamerai Argo - mi
disse- e come il gigante
Argo sarai la fedele guardia
della mia casa!”
-
Gli occhi neri del Re
Odisseo scintillarono di un
sorriso marino; poi lui mi
adagiò delicatamente a terra
e mi lasciò l’eterno sigillo
di una lunga carezza.
-
Nella piccola e forte mano
del Signore di Itaca,
avvertii il fremito di
quella terra inesausta,
stretta fra braccia del
mare, tormentata dalle
tempeste, memore d’infinite
partenze e d’infiniti
ritorni. Sentivo il tocco di
un cuore sapiente, che
racchiudeva in sé la Visione
del Labirinto: tutta nostra
esistenza corre lungo strade
intricate ed ignote, proprio
come il percorso di un
labirinto, dove possiamo
perderci per sempre. Ma
quando distendiamo il Filo
della Sapienza e della
Fedeltà a ciò che amiamo,
quel medesimo peregrinare
diviene il doloroso cammino
della Conoscenza che ci
riporta, infine, al Centro
del nostro Cuore.
-
Ero troppo cucciolo per
capire, come ora capisco,
che quella carezza era un
pegno di fedeltà del re alla
sua terra e ai suoi cari,
una presenza affidata per
sempre a me, che ero il suo
fedele ed umile guardiano.
-
Lui già sapeva che, nel
tempo, non mi sarei mai
scordato di lui.
-
Com’era bello e possente il
mio padrone quando, vestito
della sua corazza, con la
pelle di montone sulle
spalle, partì con gli altri
principi e re greci! Tra
quei giganti dall’aspetto
violento, la sua piccola
figura risplendeva di una
vigorosa armonia, che lo
rendeva nobile re tra i re.
-
Nello sguardo recava la
dolente consapevolezza di un
destino che lui aveva
tentato inutilmente di
evitare, persino fingendosi
pazzo,
un destino scritto nelle
palme delle sue mani, nel
cuore della sua terra, un
percorso che si riannodava
al misterioso Labirinto
della nostra storia, che si
celava nel suo stesso nome
Odisseo.
-
Tutti quanti un giorno
partiamo per un viaggio e
non conosciamo bene quel che
ci aspetta, quel che faremo
e neppure quello che davvero
vogliamo. Persino il nostro
cuore è racchiuso nel
labirintico percorso del
sogno profondo, e quando ci
svegliamo d’improvviso ci
chiediamo meravigliati, a
volte spaventati, che cosa
abbiamo fatto.
-
Allora vorremmo che l’incubo
fosse finito: ma non ci
rendiamo conto che il nostro
sonno quotidiano, la nostra
ignoranza e inconsapevolezza
di tutti i giorni ci
restituiscono ancora alla
separazione dalle persone
amate ed al Labirinto. Solo
pochi individui, per qualche
istante, riescono a capire
dove veramente stanno
andando.
-
-
Negli anni successivi, feci
la guardia alla culla del
suo bambino, stetti vicino
alla sua nobile moglie,
ascoltai con silenzioso
amore i sospiri di lei,
quella fedeltà racchiusa nel
buio misterioso del suo
prezioso cuore, una fedeltà
che, come il gomitolo di
lana, sempre vive
abbracciata a se stessa.
-
E accompagnai i primi passi
del bimbo, detti voce alla
casa silenziosa con il mio
gioioso abbaiare, e ancora –
me ne rendo conto solo ora
che sono vecchio- ancora
parlava per me la carezza di
Odisseo, una dolce presenza
che, attraverso il mio
latrato, cercavo di narrare
ai suoi familiari ed ai suoi
amici.
-
Talvolta persino gli esseri
umani posseggono qualche
sensibilità. E allora mi
dicevano “Ti manca tanto il
tuo padrone, vero?” e per
tutta risposta andavo ad
annusare quel tronco
d’albero che faceva da base
al talamo nuziale del mio
gentile Signore, quel luogo
che lui aveva tanto amato.
-
Allora il piccolo Telemaco
mi abbracciava, e piangeva
in silenzio.
-
Col tempo gli uomini si
stancano di piangere. Accade
che la loro grande
intelligenza li renda troppo
irrequieti; così, inseguono
dei miraggi, si lasciano
confondere da magie
ingannevoli rilucenti in uno
sguardo, stritolare nel
profumato abbraccio di una
sirena. Allora si scordano
delle persone amate, i cui
volti e presenze
sbiadiscono, portati via dal
sale dell’acqua marina.
-
Ma io restavo sempre lì,, a
latrare e a scodinzolare
all’immagine di Odisseo che
portavo sempre dentro di me.
Che cos’è il tempo che ci
allontana da noi stessi, se
non un gomitolo con cui
gioca uno stupido gatto
bizzoso, un filo che si
disperde per tutte le
direzioni, ma che la
Sapienza del Cuore riporta
sempre alla sua perfetta
forma sferica?
-
E donai quell’amore
invincibile ai miei
cuccioli, che si lasciavano
leccare beati; nelle sale
del palazzo reale, annusavo
i passi del mio Signore che
– lo sentivo! - stava
cercando di riavvolgere il
Gomitolo del Destino.
-
Lo vedevo paziente e
indomito tra i pericoli di
strade ignote, mentre
procedeva oltre i vincoli
della magia ingannevole,
oltre la trappola della
libidine o l’odio di anime
orbe, che uccidono chi ha la
colpa di vedere più di
loro.
-
Nel tempo, a Itaca
cambiavano le persone,
qualcuno partiva per sempre,
i fanciulli crescevano, e
non sapevano neppure chi
fosse Odisseo; dal porto
spalancato sul mare, nelle
mattine profumate di brezza,
nelle sere vellutate, quando
un marinaio soffiava nel suo
piffero la nostalgia della
sua terra lontana,
giungevano nuove notizie dal
mondo.
-
Uomini stranieri approdavano
con le loro merci recando
con loro storie di terre
ignote; poi, svanivano in
quello stesso mare che li
aveva portati.
-
Vedevo la disperazione negli
occhi di Telemaco e di
Penelope; così mi sedevo
vicino a quel tronco
d’albero, in attesa
fiduciosa; allora il figlio
mi abbracciava e si
addormentava pian piano. Era
questo il mio modo di
narrargli la ninna nanna.
-
Ora che ho recitato il mio
ruolo, è giunto il tempo di
farmi da parte; tuttavia,
indugio sulle soglie della
Vita, perché so che Lui non
può tardare a tornare, e,
per quel momento, dovrò
esserci. Per questo, mentre
qualche suo amico,
abbandonatosi al dolore, non
ha retto al peso degli anni,
il mio amore mi ha mantenuto
in vita. E adesso, fermo
sulla soglia –ormai faccio
fatica anche a muovermi-
attendo il ritorno del mio
Sole.
-
Lasciamo per un attimo Argo,
anzi, guardiamolo un istante
con affettuosa attenzione:
sta sulla porta del palazzo,
respira con fatica, gli
occhi fermi e attenti; il
corpo è logoro, ma per lui
l’attesa è appena
cominciata: amore
serenamente irremovibile!
-
Odisseo è giunto sotto
mentite spoglie. I suoi
vecchi amici sono morti in
mare, oppure sono partiti;
volti indifferenti nella
folla lo ignorano o lo
scrutano curiosi. Ha
percorso tante migliaia di
miglia per scoprire che non
ha una casa.
-
“Che cos’è la casa – si
chiede -, se non il luogo
che si ricorda di te? Quante
volte ho vagheggiato
l’abbraccio della mia terra,
ho sognato di veder
rifiorire, tra le strade
della mia Itaca, delle
presenze affettuose, di
sentire sulle spalle le
braccia di un amico che ti
afferra e ti guarda stupito!
Questo anonimo brusio della
folla è più doloroso del mio
esilio per i mari! Eppure da
qualche parte devo trovare
il filo da cui sono partito,
che mi riannoda al mio cuore
disperso!”.
-
La gente non lo nota
neppure. Allora, diviene un
mendicante e porge la sua
ciotola di povero, vuota, a
una goccia d’amore.
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“Dove sei , Odisseo – si
chiede-, nei mari
disseminati di isole e
d’incantesimi spietati, nei
porti dove hai dormito per
una notte, nei terrificanti
luoghi dove cari amici hanno
lasciato le loro ossa, sotto
le mura di Ilio, ormai
dirute, in questa isola che
ha scordato il tuo nome?”
-
Avanza con questa domanda,
il cuore ancora disperso nel
Labirinto dell’esistenza.
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Sale le scale che lo
conducono alla sua casa con
gran pena e fatica, mentre
una parte di lui vorrebbe
andare via: ma DOVE?
-
E intanto, giunto davanti
alla porta del palazzo,
sente provenire da un
cantuccio un respiro
affannoso e riconosce quel
vecchio cane che gli sorride
come un’acqua al saluto del
Sole, con occhi teneri e
gravidi di un amore mai
vinto, cresciuto per venti
lunghi anni. Allora, sente
nuovamente sbocciare volti
e presenze avvolti nel
profumo della sua terra, che
lo abbraccia come figlio.
-
Negli occhi di Argo
scintilla quella carezza mai
dimenticata, che si è
trasformata passando di
cuore in cuore, che d’un
lampo illumina Odisseo e gli
riaccende la memoria di un
piccolo cucciolo che lui
accarezzò affettuosamente,
di una casa dove suo figlio
piangeva nella culla, e sua
moglie lo incoraggiava nella
penosa vigilia della
partenza, un filo di Vita
che si andava riavvolgendo,
e che, in uno sfolgorio di
Luce, lo riportava al Centro
di se stesso.
-
VEDI LA PAGINA
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2 °
PREMIO
Simone Censi
di
Macerata
Riflesso Tonico Labirintico
-
- Canali semicircolari, utricolo e sacculo.
Con un disumano sforzo mi stacco dalla fonte di vita e cado. L’accellerazione
mi schiaccia ma il sistema motoneuronico gamma antigravitario mi
riporta a testa alta. Per quando atterro e mi riprendo è già ora di correre via. Il viaggio è il fulcro di tutto, perché presuppone un movimento
che può essere fatto anche da fermo se intorno tutto si muove. Qualsiasi cosa intorno a noi si muove anche le cose ferme che
per quanto ferme sono composte da molecole in movimento e che,
anche impiegando secoli per movimenti millesimali, sono sempre
in movimento e nell’arco spazio temporale prima o poi non
ritroverete le cose dove le avete lasciate. Anche Voi, che siete fermi sappiate che siete in movimento. Se
non vi piegate Voi al superiore volere del mondo lo farà il
supporto dove poggiate i Vostri stanchi sederi. Così io. Con il mio cavallo di legno tra un affollato deserto di stelle. Fin dove la sabbia si incolla al cielo seguendolo nell’ eterno
andirivieni astrale, le dune arroventate dal sole venivano
solcate dal sicuro passo del mio puledro, ricomposte dolcemente
dal vento che al mio passaggio cancellava ogni traccia. Così il destino dell’uomo che attraversa il mondo e dal mondo si
diparte senza che niente più rimanga sennò una tabula rasa
pronta per essere nuovamente solcata. Il sole mi punta alla testa e sembra voglia far lievitare
qualcosa. Nel cranio ribollono mari in tempesta, imperversano
giorno dopo giorno nella mia mente ed ergono innanzi sulla mia
strada fortezze intangibili che imbizzarriscono il mio cavallo. Arretra, soffre, nitrisce si ripropone e si impenna.
Disarcionato, lanciato, sbattuto e scaraventato. Io a terra e il mio cavallo non più. Intorno a me pareti di sabbia a farmi da prigione, stretto in un
intestino rabbioso di cunicoli. Avvolto tra spire mortali,
respiro affannato, polmoni bruciati dal caldo vento del deserto. Ritornai a trovare la luce della notte dopo non so quanto tempo
e potei solo che riabbracciare il cadavere scomposto del mio
cavallo di legno. Lo lavai con le mie lacrime e anche la luna
pianse con me mentre lo seppellivo. Partii a piedi da solo e voltandomi non vidi più il castello che
crollò come crollano le cose quando non ci fai più caso. Denominatore comune delle barriere mentali: sono insormontabili
finché l’illogico intelletto le tiene in piedi e sono pronte ad
abbandonare la realtà lasciando dietro solo una folta nube di
sabbia che coprì il cielo. Piovve sabbia per secoli ma non me ne accorsi affatto. Camminai e mi addormentai più volte per la stanchezza. Un incubo
di un caldo soffocante che ti si appiccica ai vestiti e non
riesci più a togliertelo. Il vento mi cullava e mi cantava una nenia all’orecchio. La
nenia quasi un canto sussurrato mi avvolgeva, mi conquistava e
mi portava giù sempre più giù quasi che mi volesse far sparire e
accasciandomi a terra. Così fu. Quando rinvenni non ero più io, non eri più tu e quello che mi
circondava non c’era più. Era tutto buio e vedevo le stelle nel limpido cielo. Nonostante
tutto vidi per terra un grande foro o forse me ne accorsi perché
ci caddi dentro. Riuscii a caderci dentro senza muovermi forse
perché chi si muoveva era lui e così quella voragine spasmodica
si contorceva, si disarticolava e si espandeva per la voglia che
aveva di ricomprendermi. Ed io non feci nessuna resistenza e
andai giù. Un punto lontano e rosso mi illuminava. Poi con la velocità di
un proiettile mi trapassò più volte il cuore e la mente. Oramai
per quel punto rosso non ero altro che un passaggio, ma non
provai dolore fino a quando non fu più solo punto ma per la
velocità una linea che poi diventò curva flessibile che mi cinse
e mi stritolò. Dibattendomi caddi da una nuvola all’inferno. Una luce, un boato, il buio e un lampo, ancora il buio e un gran
caldo e la sabbia spostata dal vento mi aveva completamente
coperto. Accarezzai il mio cavallo di legno ritrovato e
disseppellito perché un cavallo di legno non può morire, ma io
non lo sapevo e lui nemmeno. Il destriero ritrovato mi portò verso l’infinito. Ma non mi
bastava perché un destino era da compiersi e così ritornai sui
miei passi verso quella fortezza che prima non c’era e adesso
anche. Con estremo coraggio salii le scale tutte d’un fiato e mi gettai
dalla torre più alta. Dello schianto morii, morii e rinacqui
sette volte. Un fiore cresce dal terreno, coltivato dalla mia
cenere e il vento lo carpì come carpì me, la malattia che non
perdona. Ho sete, non so di cosa, ma ho sete. Una mano spuntò dalla sabbia e mi trascinò sotto con essa. Tutto
era viola, viola, perdutamente viola, spudoratamente viola,
viola. Sembrava la fine quando un’aquila senza ali mi portò nel cielo
sopra le nuvole e ancora più su. Cademmo insieme ma io caddi rovinosamente a terra mentre lui
sparì. Ma sopravvissi e continuai a viaggiare con il mio cavallo
di legno in un deserto di stelle.
|
3° PREMIO
Marco Settembre
di Roma
Pantomima amarognola!
-
A me francamente
sembrava di aver chiuso solo un occhio, eppure... A
prescindere dal fatto che un artistoide ha tutto il diritto
di non chiudere oc-chio per tutta la notte, poi nessuno al
mondo dovrebbe impedirgli di chudere un occhio per un
istante, così, quasi per gioco, per vedere se la visione mo-noculare
in condizioni di sonno arretrato garantisce una visione
sfocata di tutto il dannato mondo circostante, cavoli. E
invece, che mi capita? – “Bada!”, mi dicevano in casi simili
vent’anni fa – mi sono ritrovato in macchi-na con gli occhi
che lacrimavano ed un sonno assurdo ancora appiccicato alla
mia zucca, apparentemente semivuota, al momento. E stavo
perlomeno attento a non imboccare nessuna deviazione dal
percorso, a meno che non fossero le solite deviazioni dalla
norma, quelle che chi mi conosce ha impa-rato ad accettare.
Se però quello era un giorno come tutti gli altri, la legge
di Murphy, l’unica che conosco, sarebbe scattata a
determinare associazioni indebite a macchia di leopardo per
il resto del tempo (o devo pensarlo con la T maiuscola?) Se
qualcosa può confermare la profezia che vado mulinandomi in
testa, ebbene, quel qualcosa entrerà in azione il prima
possibile, ecco quello che dice la mia legge di Murphy. Il
motore almeno non tossicchiava quella mattina, forse
dipendeva dai primi caldi, che prosciugano l’umidità dai
bronchi e dai pistoni, ma non pensai di ritenermi fortunato
solo perché avevo ormai raggiunto il parcheggio interno
della Sede. Se le grandi arterie di circo-lazione si
gonfiano spesso del sangue dei sinistrati, i parcheggi come
questo rassicurano un po’ chi ci entra, pensando a tutti
coloro che invece devono soffrire chissà quanto a restarne
al di fuori, esclusi. Io no, però certo non mi bastava per
sentirmi a posto con tutti i miei me stesso, che pure
cercavano parcheggio in un mondo dalle arterie intasate come
una vecchia mummia vi-va ma barcollante.
-
“Giovane, non può
parcheggiare sulle cisterne di fegato, si sposti, più avanti
troverà una piazzola di terracotta smaltata”; il vecchio
parcheggiatore, con-vinto di far bene a trovarsi lì, aveva i
denti sparsi su tutto il viso e un casco oblungo dal quale
sbucavano diversi coltellini svizzeri disposti a riccio. Mi
spostai, e con una manovra da manuale di contrappuntatore
spugnale “real-time” sistemai il veicolo in verticale,
infilandomi senza metafore sessuali, per il momento, tra un
armadietto di plastica azzurra e un grande girasole a
schiaffi meccanici.
-
Alcune
note stridenti sgusciavano fuori dall’acuminato car stereo
di un proba-bile responsabile vendite creando onde da mal di
mare negli strati d’aria accumulati sul parcheggio flottante,
ma io non c’entravo niente, a meno che non dovessi fare
colazione; la mia radio, viceversa, prima che la chiudessi
stava trasmettendo i discorsi smozzicati di un sedicente
esperto di qualcosa, che diceva: “...superare il problema
astratto e forse parziale dell’inconscio come spauracchio e
giungere alla sua vera essenza” Uh! Alle 8:41 di mattina!
-
Per favorire la mia fuoriuscita
dall’abitacolo di quella che sembrava la carlin-ga a
specchio del mio trabiccolo missilistico, emisi vari sbuffi
a singhiozzo come un mantice scassato e con un gesto più che
plateale feci in modo di immettermi nel brulichìo di
impiegati sgambettanti, carrelli in movimento, scartoffie
svolazzanti. Era quello il solito andazzo o dovevo pensare
che se mi ponevo queste domande non potevo escludere di
essere portatore di emo-zioni inconsulte? Avrei provato a
rispondere più tardi, ora ero impegnato a escludere l’idea
di non essere l’unico ingranaggio in funzione, nè l’unico
gra-nello di vetro capace di bloccare i meccanismi. I miei,
peraltro.
-
L’immensa struttura rotante composta da
innumerevoli parti mobili si faceva ammirare non senza
generare una forma di strabismo, forse necessaria per farsi
coinvolgere nelle spire di un agglomerato apparentemente
privo di lo-gica costruttiva, in cui centinaia di materiali
diversi sfidavano qualsivoglia stile architettonico
decretandone il superamento in un incessante consumo di
stili. Ma, superate le porte girevoli, in cui percepii la
Volontà cieca, schopen-haueriana e oscura, di qualcuno o
qualcosa che mi spingeva a mordermi la coda come un cane
proprio dentro quel posto, mi ritrovai nell’atrio, o anche
nel mare magnum delle scelte degli altri. Com’erano
bravi, lo facevano ap-posta a mettersi a confronto con la
mia incompetenza? Ma non potevo arren-dermi subito. Ecco,
dopo la macchinetta per la distribuzione di orticaria, a de-stra
in fondo, potevo avanzare verso la disordinata piattaforma
del disgusto che mi competeva, se non ricordavo male.
-
Mi sembrava però di procedere per
accumulazione, e sebbene fosse un pro-cedimento spontaneo,
mi parve come se volessi colmare una manchevolezza di cui
avrei dovuto prima e in qualche altro modo, cogliere il
senso.
-
All’apertura
di una gabbia ascensionale (o ascensoriale?), mi lasciai
coinvolgere da un brutale movimento verticale alla cui
manutenzione squadre intere di micro-organismi si dedicavano
nelle ore di chiusura degli uffici. Un senso di disagio si
impadroniva di me mentre, dentro quel cubicolo, mi sentivo
innalzare come un pinnacolo svettante, insieme ad altri che
proble-matizzavano la mia euforia con un’angoscia allusiva.
Ne uscii dopo un tempo indefinito e cercando di dissimulare
l’espressione devastata che premeva da dentro per
affacciarsi sul mio volto. “Accesso 16 lato Nord, livello
30, settore L2F, corridoio 39, stanza 415B, nicchia 4”,
queste le indicazioni riportate a caratteri unti su un
complesso orbitale di strutture in perenne movimento, tutte
anch’esse dissimulate da un “effetto parete” assai poco
convincente. “Lo vedi che sono LORO a fare così?”, pensai;
“non devo esagerare ad as-sumermi la colpa...”
-
Perplesso da tanta
ragguardevole perizia nel farsi beffe del mio auto-controllo,
ordinai del latte di quaglia freddo ai tuberi molli vestiti
da ma-snadieri che fino a quel momento m’avevano fissato con
la scusa che cer-cavano evidentemente di seguirmi. Mi
risposero con un brusìo; forse senza volere gli ero parso
minaccioso, magari pensavano che le quaglie fossero animali
loro consanguinei o modelli di robot sotto falso nome. Ma
vent’anni fa avrei detto loro di peggio; era un peccato
infatti conoscersi in quelle disgra-ziate circostanze. Le
stanze! Non persi altro tempo e cercai di vederle, ma le
regole della instabile struttura erano incise ovunque:
-
“Nel rispetto delle
regole del Polo Direzionale Fantasma e della
Neuro-Giun-zione Filastroccale del Gran Rigurgito Perenne,
si ricorda che ogni attività all’interno dello stabile deve
contenere almeno uno degli elementi sottoin-dicati:
-
Sanguinaccio, sudore e
lacrime, produttività di gruppo, aspirapolvere e
suc-chiasoldi, statuette di pane raffermo e retorica stantìa,
acclamazione della censura, maschere da Polifemo con ali di
pollo cucite sugli zigomi alti, un rastrello per l’inciampo
dei tonti”.
-
E ancora: “E’ severamente vietato in azienda
l’uso di psicofoni tascabili con detonatore a coscienza,
lingue di Menelicche, bombe “Alienation” a sputo di sentenze”.
-
“Ciò che è conscio lo è solo per un momento”
-
“L’uso delle
cartelline porta-letame è proibito dalle 12 alle 15 per una
pretesa assenza di idiozia nell’area fannullonica 3B”.
-
L’ultima volta che ero stato lì era tutto
diverso, ora la disposizione degli ar-redi s’era inasprita:
intravedevo gli uncini bucaguanciali a scatto, nascosti nei
bagni e dietro le bacheche carnose.
-
Uno speciale tunnel a
scomparsa contrassegnato con una zampa di upupa, segnava
l’ingresso nel nuovo reparto BMIULSCCQEUEN (Bestie
Meccaniche Impazzite Urlanti Lanciate Senza Controllo Contro
Qualsiasi Essere Umano E Non). “Qualora ci si trovasse per
errore ingurgitati nel folle teatrino del do-lore, si prega
di avvertire gli organi competenti tramite l’apposito
citofono, prima del possibile massacro”.
-
“Si prega di non
lasciare corridoi in giro”.
-
Cominciavo a pensare
di poter essere classificato tra i possessori di braccia di
gelatina, visto il tremore con cui mi penzolavano giù, ma in
quel momento, con una brusca frenata e un frastuono come di
stoviglie lanciate giù da una scala antincendio, un paio di
sculture di corteccia viola mi spinsero con una garbata,
melliflua violenza verso una
porta lontanissima, che tra le tante, si accese, mi si
presentò davanti e si capovolse. C’ero dentro con tutte le
scar-pe, e mi sentii come quando da piccolo ancora non
riuscivo ad allacciarle... alla mia mente.
-
Dentro la Stanza della
Sede. Apparvero in rapidissima sequenza varie inter-sezioni
di improbabili piani, le geometrie si fusero in una bizzarra
scomposi-zione di ortaggi e disegni infantili, delineando
infine... un saloncino ad ampol-la arredato con mobili
smaltati e colonne tortili in resina acetalica che
ospi-tava un’unica scrivania vuota. Con uno sforzo da
sub-umano notai che da un cassetto semi aperto del mobile o
della memoria, un uomo piccolissimo cer-cava di risalire
fino al piano, arrampicandosi con fatica, anche lui.
-
Raggiunta la superfice, l’ometto dagli occhi
vispi prese un microfono e disse:
-
“Non badare al mio aspetto, non tornerò
normale finché non lo farai tu. La prego si accomodi. Io
sono solo il dirigente porta-coriandoli del settore 455,
rappresento il ventre molle dell’impero di facezie e mi
occupo di connettere il mondo irreale al mondo fetibondo.
Sono dieci volte che tento di spedirle la lettera di
convocazione, per costringerla ad una difficile integrazione,
ma tu nelle giornate non idonee ti presenti qua
spontaneamente ogni volta creando scompiglio. La Creatura di
Palle che alberga molti piani al di sopra di questa stanza
sarà contento di me, non certo di te”.
-
Riuscii a stento ad
interrompere quella fastidiosa voce fin troppo amplificata:
“Papà... secondo von Hartmann l’inconscio è la matrice
originaria e indiffe-renziata della realtà, della quale
tutta questa materia e il mio spirito sono opposte
manifestazioni...”
-
“Ma quale inconscio
del cavolo!?”
-
“E allora ascoltami:
sono approdato in questo stupido labirinto sbilenco di
marionette malvestite per risolvere le vostre dannate
questioni metafisiche a suon di bastonate psichiche e non
per diventare parte di luoghi e personaggi tanto
raccapriccianti quanto insulsi! Io voglio fare il fumettista
di notte, e...”
-
L’omino sorpreso gettò
la testa all’indietro spalancando gli occhi di ambra: “Vedo
che hai preso l’ascensore, eh? E non diventare rosso,
piccolo ipocrita, so bene quello che fai con... Comunque, la
new economy ha creato molte nuove figure
professionali. Nel labirinto delle relazioni aziendali si
configurano reti di competenza che intrappolano l’individuo,
utilizzando solo una piccola parte del suo potenziale
operativo. Fumettista? Le elenco immediatamente le figure
professionali delle quali abbiamo bisogno; dunque…
-
Cesellatore
dimensionale spazi angusti, proroga L.
-
Capo trituratore
meningo-posturale all’anagrafe, con qualifica di sonda
fognaria immersa.
-
Genuflettore precario per rifiuti olfattivi,
lato B, adempimenti silurali.
-
Maschera pendolare di quinto livello
sotto-catramato all’induttore ma-jonesico centrale.
-
Budello maggiore con incarichi di malgoverno
peduncolare all’emisfero larvale ovest...”
-
“Bastaaa!”, urlai.
-
Dal soffitto calò una tendina di ragnetti
accompagnati da una cortina fumogena tossica, dovuta al
sigaro di mio padre, che egli maneggiava con fare osceno,
specie se rapportato alla scena in cui mia zia si agitava
sul sofà aspettando che lui finisse di toccarsi per passare...
alle vie di fatto. Non po-tevo scegliere momento più
sbagliato per confessare la mia omosessualità. Me ne resi
conto e mi fermai. Il mio compagno era due passi dietro di
me, nel corridoio (mai lasciare corridoi in giro), e squittì
una risatina da ochetta; c’erano delle tensioni sotterranee
tra noi, ma lo amavo in quel momento. Quando mio padre sentì
il rumore, venne fuori di testa e ci inseguì davvero come
ladri fin sul pianerottolo – aveva già dei sospetti su me e
Lionel – e sul pianerottolo, vedendo che avevamo preso
l’ascensore, si mise a sbraitare come un ossesso – perché
quello era – approfittandosi vigliaccamente del fatto che il
destino perverso aveva bloccato il gabbiotto metallico
dell’ascen-sore, con noi dentro, nel mezzo della tromba
delle scale. Urlò che “il suo ascensore” faceva “su e giù
che era un dannatissimo piacere, a settant’anni, mentre alle
checche pazze gli si blocca, con le donne, e allora gli
serve chi...” E nel frattempo noi “checche” impazzivamo,
nell’ascensore, strillando rabbia e paura, e Lionel disse
che mi avrebbe denunciato, me e mio padre, e lo amai di meno.
E tutto proseguì finché il signor Grant non uscì fuori sul
pianerottolo del piano di sotto, e gli studenti del quinto
piano si affacciarono da sopra ridendo a crepapelle. E
quando l’ascensorista arrivò, io ero ormai “pronto e fatto”,
con i graffi di Lionel in faccia, ma deciso a ripetere
l’espe-rienza, ogni tanto, così, nella Sede della mia testa,
credo, tanto per capire meglio. E ogni volta rimettevo le
cose a posto e pensavo di andare a trovare mio padre in
ufficio per spiegargli che: “ingegneria proprio no, ci si
fanno gli ascensori”, se così posso esprimermi, con quel
minimo rispetto che riesco a raggranellare.
-
Alcune voci nel Centro per l’Igiene Mentale
di Seattle:
-
“Nelle pieghe di un
sistema ormai al collasso è prevedibile che gli individui
più deboli si smarriscano; tuttavia, in quelle stesse pieghe,
dovrebbe essere lecito ritrovarli”.
-
“Ragazzo, pure tu, te
la sei andata a cercare...”
-
“Non è grave, in fondo; o per lo meno dipende
da quanto vuoi punirti. Prima che ci pensino altri, dàtti
una severa lezione, prendi queste!”
-
Lo sciagurato eseguì, ingoiò le due
coccinelle vive, e in capo ad un quarto d’ora si sentì
perduto: molti stimoli vennero meno, capì che avrebbe dovuto
accontentarsi di un’identità in scala ridotta. Quando doveva
spostarsi in “con-dizioni d’urgenza”, non aveva la macchina,
ma una sedia a rotelle spinta da un infermiere sempre con la
tosse, perché lui “era bloccato”. Il parcheggio era il
giardino interno, di cui aveva fatto il giro milioni di
volte, ossessiva-mente, prima di restare convinto, ma
neanche sempre, che aveva trovato il suo posto nel mondo. E
gli affaccendati impiegati, ognuno dei quali avrebbe potuto
scambiarsi di ruolo con lui, erano dei derelitti malati, nei
confronti dei quali non provava alcun senso di fratellanza
universale.
-
E poi gli venne a mancare il punto di
riferimento, trovandosi a che fare, viceversa, con un padre
assente. Tanta pena gli risultò buffa, adesso; stava meglio?
Ma meglio di chi? Non ci dovevano essere altri se stesso a
cui pa-ragonarsi, altrimenti si sarebbe fatto più forte il
rischio di inventarsi altri sè che pretendessero di stare
ancora meglio, e che lo scontassero con l’onta di mandar giù
le pasticche. Ecco, già gli veniva in mente che dipendeva da
lui “chiudere un occhio” su certe cose.
-
Mamma disse: “Non è colpa nostra, ci credi?”
-
Dopo
aver preso visione delle possibili sanzioni a casaccio del
folle mo-noblocco tetragono, toccandomi con le mani proprio
lì mi lasciai trasportare da un ascensore a ventosa verso
gli interstizi morbosi del mostro aziendale. “Ho le mie idee,
anche se confuse”, pensai, mentre disorientati danzatori
simil-pulviscolari sventolavano moduli e certificati come in
un fumetto under-ground.
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4°
PREMIO
Carla Cirillo
di Benevento
Arianna di Creta
-
Avreste dovuto vederlo Teseo al suo arrivo sull’Isola. Uno
straniero lo è ancora di più straniero in un’isola. Tutto quello
che a noi viene dal mare è estraneo e si chiama semplicemente
Altro. Teseo non aveva un aspetto molto diverso da quello dei
suoi compagni, tranne un insolito taglio di capelli, lunghi sul
collo con una sfrangiata sugli occhi che poteva essere un colpo
di lama poco scaltro. Che capelli ondeggianti, notai, e già
allora avrei dovuto allontanarmi, raggiungere qualche parente
malata su un’isola vicina, o fingermi io stessa ammalata, ma…
non serve a molto sfuggire a se stessi.
Lo si notava Teseo perché voleva confondersi, apparire se non
simile a noi dell’Isola, cosa impossibile, almeno simili agli
altri Ateniesi. Ma non poteva esserlo. Teseo non aveva la stessa
paura dei suoi compagni: al Sole la sua Ombra non tremava e
sapeva guardare negli occhi, se anche provava a abbassarli. So
che è stato detto molto di lui. Arrivò da noi e aveva un triste
racconto. Le sue avventure erano strabilianti e a buon fine e
lui, poi, sapeva raccontarle. Non risparmiava nessun
particolare: una delizia per le madri tremanti e paurose e una
sfida per tutte le ragazze che sognano di essere madri. Ercole,
suo cugino, certo gli somigliava, ma Ercole era potenza
muscolare, Teseo aveva tutto raccolto negli occhi. Occhi tanto
pieni di visioni al punto da scoppiare…
Ascoltandolo. Da lui imparai a parlare.
Non che non sapessi farlo: ma credevo prima di conoscerlo che
certe cose, certe emozioni fossero lo stesso nome: anzi molte
parole non c’erano prima di lui, solo germinavano nella sua
Ombra saldissima al Sole. Aveva un compito, disse. Non aveva
ancora soluzione.
Scelse di dire a me di che cosa si trattava.
Sembrava che io fossi stata lì da sempre solo per ascoltarlo,
qualunque altro motivo avessi immaginato per me di attesa: nel
mare non c’erano più altre isole, solo acqua profondissima,
amica, solidale.
Delizioso racconto superficiale.
Immotivato.
Una vocazione non invocata: io, allora, dovevo e volevo aiutarlo
e dovevo soprattutto, se potevo, suggerirgli una risposta. Era
la confusione dei nomi: la mente un po’ incespicava. Seppi
allora di avere un altro cuore al posto del cervello, e che
adoravo solo l’intuizione.
Perché io ascoltavo i suoi racconti, dalla sua voce accorata. Di
quelle sue imprese di lotta con i mostri lungo le strade tanti
avrebbero detto molto esasperando particolari, ma di quello che
ancora provava e che aveva provato…I pericoli erano andati: lui
era lì e me li raccontava, ma i ricordi. Neanche io che ho
ascoltato ripeto per me stessa il racconto: lascio che tutto sia
un dolore o una sensazione vaga, non le do ancora il nome che le
appartiene: questo è il mio solo modo di pregare.
Fai il tuo lavoro e vattene, pensai una notte, sebbene le parole
con cui lo pensavo erano altre, ma dovevamo ancora capire
qualcosa e per farlo dovevamo aspettare l’uno di fronte
all’altra. Senza poter fare altro e, quindi, senza desiderare
altro.
Io sentivo che non avrei avuto niente da lui, tranne una
chiarezza assoluta di un paio di parole. Era abbastanza. Forse
poteva essere anche una ricompensa grave, insopportabile, una
luce accecante di significato: la mia Ombra avrebbe ondeggiato
al Sole. Solo fai il tuo lavoro e parti.
Tutto quello che avrebbe potuto unirmi a lui, ormai ci separava:
i suoi ricordi erano diventati i miei: conoscevo i suoi occhi
quanto i suoi ricordi e di certi sapevo particolari che lui non
aveva detto o che neanche ricordava….Gli uomini trascurano delle
donne che hanno un intuito di donne: le donne non commettono
quasi mai questo errore.
Poi, entrò in un intrico di sotterranei con squarci improvvisi
di vedute sul cielo, finestre aperte sui corridoi su un azzurro
di una limpidezza devastante. Io ero proprio dietro di lui, ma
non poteva vedermi.
La storia inventata da mio padre e mia madre gli era stata
raccontata da molti e era davvero fantastica: il toro-uomo che
abitava e muggiva e uccideva sotto le nostre case. Il nostro
desiderio indesiderabile… Ma provare a entrare nelle sue
quattordici stanze… la differenza tra paura e terrore, un potere
che faceva delirare.
Io ero proprio dietro di lui, ma non sapeva vedermi.
Molti erano già entrati e avevano detto di avere ucciso il toro,
perdendo la faccia, molti avevano detto che Asterione dormiva,
che li aveva accolti con indifferenza, o anche che non c’era
nessuno nella casa sotterranea: non erano più tornati nelle loro
case per eccesso di menzogna e vergogna, queste sì, come parole
combaciano… Teseo avanzava e cercava. Aveva paura e terrore e
fiducia e una audacia da cane randagio. Io lo precorrevo e
sapevo che una nota stonata era risuonata in un coretto
apparentemente esatto. Gli avevo insegnato una nostra
filastrocca da cantare se avesse avuto paura nei tratti bui e
quando si canta è così naturale danzare. Cantando, danzava. Era
il mio filo tagliente di parole. Nel suo, qualche perla era
mancata. Io sapevo contare: fino allo stupore di un compito
senza premio.
Io ero accanto a lui, ma lui non sapeva vedermi, quindi non lo
doveva fare. Al ritorno avrebbe saputo dire chi era e allora
avrei capito anche io chi sono.
Aveva pensato di lasciarmi alla porta della Casa.
Aveva pensato che io sarei rimasta sulla porta della Casa.
Per tutto il tempo di quel viaggio nei sotterrane bui e
assolati, tenendola, non aveva sentito la mia mano… Capì allora
di dovere mettere un cervello al posto del cuore.
“Potremmo essere diversi”, aveva detto, imboccando il primo
corridoio, o potrei trovarti al fondo di queste strade. “
“E’ lo stesso”, gli risposi. “Dobbiamo comunque imparare chi
siamo”.
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PAGINA
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5° PREMIO
Stefano Santarsiere di Casalecchio di Reno (Bo)
Il venditore di posizioni
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Da un’ora non smetteva di
rigirarsi nel letto.
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Solitamente si addormentava
prima ma stavolta le riusciva impossibile. Fissava Alfio
nell’oscurità, invidiandone il sonno pasciuto che restituiva
tutto quel rumore. Si era grattata la gola una quindicina di
volte. Fino a sentirla bruciare. Per un attimo il russare
calava d’intensità, poi ricominciava alle stesse frequenze.
Allora lei afferrava il cuscino e lo spostava nervosamente
da un lato, tuffandoci sopra la testa. Si sforzava di
ignorare quel ronfo sordo che faceva tremare il letto, ma
doveva sempre arrendersi: la sua attenzione ne era attratta
come da una calamita. Sopraffatta dalla sua stessa lucidità,
provava a deviare i pensieri da quel fracasso. Fingeva che
non ci fosse nessuno di fianco a lei. Si concentrava sui
dettagli della sua quotidianità, sul lavoro, sulla
consulente con cui aveva sottoscritto un servizio di
notifiche via sms delle operazioni bancarie. Ma erano idee
troppo evanescenti per il silenzio della camera da letto,
dove il russare di Alfio risuonava come un cantiere in piena
attività. Macchine per movimento terra. Un plotone di ruspe.
-
A tratti diventava roco, più
energico, innalzandosi come se lo sforzo di respirare
trasfigurasse nell’acme di una gigantesca fonderia. Oppure
restava sospeso per lunghi attimi, in apnea. Lei in ascolto
trattenendo il fiato, paventando il momento in cui si
sarebbe sbloccato. E puntualmente, recuperando aria, il
marito esplodeva in una specie di scomposto latrato.
-
Pensò di alzarsi. Qualunque
cosa pur di sfuggire all’opprimente giacere sotto i colpi di
mortaio di Alfio. Rabbrividì al pensiero di scoprirsi e
percorrere il corridoio tra la camera da letto e il salotto,
dove magari si sarebbe addormentata davanti alla
televisione. E quel brivido la fece stringere nelle sue
stesse braccia. Andare più giù sotto le coperte, dove il
russare era leggermente attutito.
-
Ecco, le coltri erano più
accoglienti del buio freddo che incombeva tutt’intorno.
Chiudendo gli occhi le sembrò di escludere anche un po’ di
quei rumori gutturali. Il ritmo di quell’innaturale
inspirare-espirare entrò in una specie di languida sintonia
con la sua mente sfinita. Le parve di abbandonare il proprio
corpo. Il buio si stemperò in una luce lattiginosa: e nel
giro di poco lei immaginò di librarsi a mezz’aria.
-
Usciva all’aperto, ma non
avvertiva freddo. Aprì gli occhi su un mondo di opifici e
strade dritte, sotto un cielo color cemento bagnato.
Seguendo il bandolo di quel tumulto cavernoso che echeggiava
dappertutto, le parve di sorvolare un’area industriale
dedita a produzioni siderurgiche. Altissime ciminiere
eruttavano pennacchi di fumo. Scritte incomprensibili
spiccavano sui tetti dei capannoni:
Non c’è limite al
peggio. Oppure:
solo quelli che hanno gli occhi nel vuoto han diritto di
uscire dal gioco.
-
Ci fu una specie di
dissolvenza incrociata e si ritrovò su una risaia
vastissima, che rifletteva un sole metallico: una sorta di
occhio malevolo che scrutava centinaia di mondine chine
sull’acqua. Le mondine si muovevano all’unisono,
raccogliendo il riso con movimenti meccanici come pupazzi a
molla, seguendo il ritmico russare che riempiva lo spazio
tra cielo e terra. Anche lì.
-
Altra dissolvenza. Era in
mezzo a un’esibizione di aerei d’epoca. Biplani a motore la
sfioravano portandole il rumore a un centimetro dalle
orecchie. Acrobazie vertiginose la terrorizzarono. Occhiali
tondi e copricapo di cuoio di aviatori folli la circondarono
per un bel pezzo.
-
Poi lo spettacolo svanì e lei
si ritrovò ancora più in alto, in un punto al di sopra della
foschia. Era immersa in un cielo color acquamarina,
illuminata dai raggi dorati di un sole pomeridiano. Grandi
nuvole che parevano di organza veleggiavano all’orizzonte.
Lassù il fracasso sembrava addolcirsi, svanire nel mondo
ostile che si allontanava sotto.
-
Il suo sguardo individuò
qualcosa. Un oggetto bianco e largo che si avvicinava. Dopo
un po’ riconobbe la forma sinuosa di un pianoforte a coda
che galleggiava nell’aria. Oltre la superficie dello
strumento, vide spuntare la testa del pianista che stava
eseguendo un brano di arpeggi e pause, di note che si
ripetevano una volta, due volte, poi crescevano di un’ottava
e infine rinnovavano il fraseggio. Non faticò a riconoscere
il Sogno d’amore di Franz List. Un’esecuzione
impeccabile.
-
Librandosi dinanzi al
pianoforte, avrebbe voluto chiudere gli occhi e godersi la
musica, finalmente libera dal fragore che l’aveva inseguita
fino al limite delle nubi. Ma era incantata dalla luce che
la circondava, da quel cielo saturo di tonalità cristalline
che il sole spandeva nello spazio.
-
Il pianista sprigionò una
vertiginosa progressione armonica. Raggiunse la tonica
finale della melodia e
s’interruppe, una mano sollevata sulla tastiera e il capo
chino.
-
Quindi si alzò dallo sgabello e venne avanti allargando le braccia.
-
“Che piacere!” annunciò. Era un uomo di mezza età, ma piccolo di
statura come un ragazzino di dodici anni. La fronte cotta
dal sole lo faceva somigliare a un affittacamere di una
località di villeggiatura; gli occhi color lavanda erano
spalancati come noci, nonostante la luce. Ma era vestito in
modo straordinario: un frac color perla, un gilet nero,
un’enorme cravatta a scacchi il cui nodo pareva tener dritta
tutta la persona. Ed esibiva un sorriso che sembrava
inghiottire una parte di cielo, come un buco nero.
-
Lei non tese le sue mani, anzi si ritrasse un poco. Il pianista non
fece caso al gesto della donna e ripeté che era un piacere
ricevere la sua visita. “E non le sembra che l’ambiente, e
la musica meravigliosa con la quale accolgo le mie
visitatrici siano molto meglio del posto da cui provengono?
Da cui proviene lei,” osservò. “Ah, potere di un
ospite munifico!” disse, a mani giunte e sollevando lo
sguardo. “Che effetto straordinario hanno nell’animo delle
persone un paesaggio invitante e le giuste maniere! Se
Churchill avesse invitato Hitler nella contea di Oxford,
offrendogli un
brandy al calduccio dei suoi immensi caminetti, sarebbe mai
scoppiata la seconda guerra mondiale? Avrebbero discusso
amabilmente per tre ore e il furer avrebbe restituito la
cortesia in Baviera, con della Weizenbier
e dell’ottimo rindfleisch.” L’uomo occhieggiò la sua
visitatrice, come a sollecitare un’opinione su
quell’ipotesi, ma subito riprese. “E se Giulio Cesare avesse
usato maggior garbo nei confronti di
Bruto e Casca Longo? Chi avrebbe osato rifilargli una sola
coltellata?”
-
Lei lo osservava in silenzio, cercando di cogliere il significato
di quegli strani discorsi.
-
L’uomo parve indovinarne i pensieri e aggiunse: “Voglio dire, cara
signora, che la pacatezza e la buona disposizione di spirito
sono alla base del progresso civile,” si fece avanti,
muovendo un passo nel vuoto e spostandosi di un metro. “Se
tali qualità vengono a mancare, tutto è perduto. L’uomo
scade nella sua dimensione bestiale. E diviene preda di sé
stesso.”
-
“Certo,” approvò la donna.
-
Il pianista restò un momento in silenzio e poi disse, con una
sfumatura commossa nella voce: “Deve evitare di smarrire la
sua tranquillità, signora. Deve recuperare la buona
disposizione di spirito.”
-
“Non capisco,” rispose lei. “E comunque, posso sapere con chi ho a
che fare?”
-
“Oh!” eruppe il pianista. “Che scriteriato! Che villano! E dopo
tutti i discorsi sulle buone maniere, sull’ospitalità! Oh,”
rise, tenendosi la pancia e piegando il mento sull’enorme
nodo di cravatta, “Il mio nome è Ipno.”
-
“Ipno?” fece lei, stupita.
-
“Fu il mio amico Ovidio a chiamarmi così. Venne a farmi visita
prima di cominciare a scrivere le Metamorfosi.”
-
“Lei è il dio del sonno?”
-
“Non mi definirei un dio,” disse il pianista. “E’ una questione di
stile. L’umiltà è un’altra dote salvifica. Mi chiami
imprenditore.”
-
Adesso la donna stava per scoppiare a ridere. Per impedirselo fissò
gli occhi stralunati del pianista che si allargavano
irrequieti, febbrili, come se quella conversazione avesse
uno scopo ben preciso nella mente dello strano personaggio.
Come se ci fosse un doppio fondo nella cassettiera dei suoi
pensieri.
-
“Oggi come oggi, qualunque cosa possiede un controvalore in
denaro,” continuò lui. “E tale controvalore, nell’economia
di scambio, è commisurato all’utilità individuale. Se il
sonno è la maggiore di tutte le utilità, e io ne rappresento
il sublime dispensatore, perché non ci devo guadagnare la
mia fetta?”
-
“Non fa una piega,” convenne lei. “Quindi dovrei pagarla per
lasciarmi dormire?”
-
L’uomo fece un gesto con la mano come per allontanare una zanzara.
“Nossignora! Non posso lucrare su un bene di prima necessità
come l’induzione del sonno. Sarebbe come lucrare sull’acqua
potabile, sull’ossigeno.” Levò uno sguardo deciso sulla
donna. “Io guadagno sulle attività migliorative del
sonno,” spiegò. “Sui beni di corredo. Sul di più che non è
previsto nel pacchetto gratuito
buio-melatonina-addormentamento.”
-
D’un tratto la donna capì. Alfio.
-
E nello stesso istante, come se quel pensiero avesse innescato un
sortilegio, i rumori di suo marito ricominciarono.
Anche lassù, oltre le nuvole. Un russare profondo e
incalzante che echeggiava come un corno da nebbia, senza
origine e senza direzione. La donna reagì con un fremito di
sorpresa e di rancore.
-
“Io ho il potere di evitarle la tortura,” dichiarò il pianista, in
tono partecipe.
-
“E come?” ribatté lei.
-
“Si lasci pregare…” L’uomo si avvicinò. “Posso?” Prese la mano
destra della donna, le aprì le dita, la guidò delicatamente
fino all’orecchio destro e ve la poggiò sopra. Poi, con
entrambe le mani, prese la donna per le spalle e la girò
lentamente sul fianco destro. Esercitò una leggera pressione
della testa sulla mano. L’uomo fece la stessa cosa con la
mano sinistra, con l’unica differenza che le aprì il dito
indice e lo infilò per un centimetro nel condotto uditivo -
e lei quasi non sentì più l’immenso russare di suo marito.
Infine le ritrasse le ginocchia. Raccolse le cosce sul
ventre. Le accavallò le caviglie.
-
“Chiuda gli occhi,” le sussurrò.
-
Lei obbedì, e per alcuni minuti si lasciò cullare in quella
posizione. Le palpebre calate. Il rumore che si era ritirato
in fondo alle sue percezioni. E sentì di poter perdonare
l’indifferenza di Alfio, la sua ostinazione a russare
nonostante lei non riuscisse a chiudere occhio per ore.
-
Perché adesso anche lei poteva dormire.
-
E proprio mentre i suoi pensieri svanivano nel passaggio dalla
veglia al sonno, la voce del pianista la fece sussultare.
-
“Fa trecento euro,” esclamò tutto contento.
-
La donna lo guardò incredula. “Che vuol dire?”
-
“E’ il costo di questa posizione!”
-
“Non capisco.”
-
“Vuole dormire nonostante tutto il fracasso di suo marito? E allora
non si faccia condizionare da inutili parsimonie,” la
esortò. “Cosa sono trecento euro di fronte alla serenità di
un riposo ininterrotto? Che prezzo ha per lei la
distensione, la lucidità quotidiana, l’efficienza della
propria mente in seguito a un sonno ristoratore? Il sonno
di un’intera notte!”
-
“Ma…” balbettò la donna, disorientata da quelle parole.
-
“E i disturbi da deficit di riposo dove li mettiamo?” incalzò il
pianista. “Irritabilità. Mancanza di concentrazione.
Atteggiamento irresoluto. E perfino, nel lungo periodo,
squilibri delle funzionalità cardio-vascolari e del peso
corporeo. E’ questo che vuole?” Strepitò alzando le
sopracciglia. “Diventare una cicciona abulica e malata di
cuore?”
-
La donna sbatté le palpebre. Si passò la lingua sulle labbra. Il
pianista la scrutava con una luce ossessiva nelle pupille.
“Suo marito non smetterà mai di russare,” dichiarò,
asciutto. “Non sono difetti che svaniscono. Anzi peggiorano
con l’età e con l’assottigliarsi delle mucose faringee. E
non vi saranno cerotti, spray nasali, fluidificanti,
aerosol, auto-ipnosi, stimolazioni sensoriali, niente di
niente che risolverà il problema. E lei finirà per odiare
quell’uomo.” A quel punto sorrise, allargando la bocca nera
che inghiottiva luce. “E’ questo che vuole? Logorare il suo
matrimonio e anche la sua salute, la sua socialità, la sua
carriera…”
-
“Voglio vederne altre,” l’interruppe lei, attirata nel vortice
della negoziazione.
-
“Ma certo!”
-
Il pianista aiutò la donna sistemarsi in una nuova posizione:
pancia in su, gambe incrociate a far pressione sul basso
ventre, gli indici di entrambe le mani infilate nelle
orecchie, gomiti larghi. “Lei è una persona magra,
complimenti!” Disse. “Ciò favorisce l’efficacia della
posizione.”
-
“Questa quanto viene?”
-
“Trecentocinquanta. Ma le posso fare il tre per due. Settecento per
tre notti.”
-
“Mmm… il russare non lo sento,” osservò la donna socchiudendo le
palpebre. “Ma in questa posizione rischio di farlo io.”
-
“Niente paura. Proviamone un’altra.” E sistemò la donna a pancia in
giù. Palmi premuti sulle orecchie. Avambracci sotto il petto
per bloccare i movimenti. “Sa cosa diceva il mio amico
Eraclito? Per coloro
che sono svegli esiste un solo mondo comune, mentre chi si
addormenta entra in un mondo suo proprio.”
-
“Non mi passa il sangue,” disse la donna.
-
“Perché ha un seno florido,” ammiccò il pianista.
-
Provarono altre cinque posizioni per non sentire il russare. Il
pianista aveva un nome diverso per ognuna di esse: la
posizione della farfalla, dell’agave, del bimbo sazio. Per
ognuna proponeva un prezzo, uno sconto, una promozione.
-
Nel frattempo non cessava di raccontare aneddoti e curiosità
risalenti al suo fantasmagorico passato: “Meno male che lei
non ha le pretese del mio amico Endimione. Voleva imparare a
dormire a occhi aperti!” Oppure: “Sa che durante la stesura
della Teogonia, Esiodo assumeva delle droghe per venire da
me tutte le volte che gli gradiva?”
-
Infine la donna fece la sua scelta: la posizione della preghiera.
Testa poggiata sul mento. Gomiti distesi a fare pressione
sulle dita che tappavano le orecchie. Costo:
quattrocentocinquanta per cinque notti.
-
L’accordo fu sancito con una stretta di mano. “Non se ne pentirà,”
disse il pianista. “Ha fatto la scelta migliore per lei e
per suo marito, che in ogni caso non ha colpa!”
-
E si allontanò, esibendosi in una serie impressionante di piroette
miste a inchini, ripetendo “Che piacere fare affari con lei.
Torni a trovarmi!”
-
Ma la donna, che era rimasta nella posizione della preghiera, stava
già scivolando in quel sonno che agognava da ore.
-
“Cara?”
-
La voce di Alfio la svegliò. Inghiottì un grumo di saliva che le
era rimasto in bocca. La luce filtrava attraverso i fili
della persiana.
-
“E’ ora,” le sussurrava il marito sfiorandole una spalla. “Ho
preparato il caffè. Mi dispiaceva svegliarti prima. Dormivi
così profondamente...”
-
Fece un profondo respiro. Si passò la lingua sulle labbra e con un
certo sforzo sollevò la testa. Sentiva le braccia
leggermente intorpidite, un po’ di prurito sotto il mento.
-
“Che ore sono?” borbottò.
-
“Le sette e venti.”
-
In macchina accese l’autoradio e si godé alcune hit del periodo.
Apprezzava la musica pop e le melodie di certi artisti
anglosassoni. Ma ascoltando il brano di una musicista
americana le venne in mente un’opera di Franz List.
L’impareggiabile Sogno d’amore. Chissà perché avrebbe
desiderato sentire quel pezzo per pianoforte, quanto di più
lontano dalla musica trasmessa in quel momento alla radio.
-
Lavorò con impegno e concentrazione per tutto il giorno. Si sentiva
perfettamente in forma, a proprio agio. Qualche collega se
ne accorse e non lesinò i complimenti: lei li respingeva con
pudore, ma senza negarsi un intimo orgoglio. In qualche modo
intuiva che erano elogi meritati.
-
Alle quattro del pomeriggio ricevé l’sms. Il testo diceva:
-
Cassa di Risparmio di Sant’Anastasio. Servizio ‘Dimmi con un sms’.
-
Come da lei richiesto, abbiamo provveduto all’addebito sul Suo
conto della somma di € 450 a favore di Ipnos S.r.l.
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Messaggio del beneficiario: Che piacere fare affari con lei. Torni
a trovarmi!
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6°
PREMIO
Arianna e Selena Mannella
di Curino (Biella)
Il segreto del labirinto
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- Avevano progettato tutto da molto tempo, erano
giorni che parlavano di quella misteriosa spedizione che avrebbero fatto
nel cuore della foresta, stando bene attenti a non farsi scoprire dalla
mamma. Lei era sempre impegnata nelle faccende di casa e a prendersi
cura del loro fratellino appena nato. Sulle prime erano stati molto
gelosi del suo arrivo, ma con i giorni, scoprirono che se la mamma era
indaffarata con il piccolo, loro due sarebbero stati meno controllati.
Non l’avevano mai fatto, ma marinare la scuola era l’unica cosa da fare
per avere tutto quel tempo a disposizione, in modo che la madre non si
accorgesse della loro assenza.
Come da programma, prepararono gli zainetti con il necessario. Mirko
mise nel suo una torcia, una lunga corda rubata dal garage, una
borraccia con dell’acqua e un martello che non aveva uno scopo ben
preciso, ma che poteva tornare sempre utile. Gloria invece, aveva messo
nel suo dei viveri, che erano l’equivalente del pranzo che la madre gli
aveva preparato per la scuola, in più, aveva rubato dalla dispensa due
tavolette di cioccolato. Aveva sentito dire dai grandi che quando si
fanno sforzi fisici è l’unico integratore che dona un po’ di forza.
Quello che volesse dire, non le era ben chiaro, ma il cioccolato era
comunque molto buono. I libri non utilizzati per quella mattina furono
ben nascosti sotto al letto.
Presero il pulmino come tutte le mattine, salutando la mamma e cercando
di nascondere la loro eccitazione. Scesero davanti alla scuola perché
l’autista non li avrebbe comunque fatti scendere prima. Per una volta
lasciarono che i compagni si incamminassero per primi sulle scalinate
che conducevano nelle aule, poi, quando tutti gli altri si misero a
correre al suono della campanella, corsero nella direzione opposta.
Il tragitto per arrivare al luogo stabilito, fu abbastanza faticoso,
l’ingresso della grotta era proprio in mezzo al bosco.
“Mirko ti sei ricordato di prendere la torcia?”
“Si, stai tranquilla!”
“Mirko ti sei ricordato di prendere la borraccia?”
“Si, stai tranquilla!”
“Mirko ti s…”
“Gloria! Adesso basta, eravamo d’accordo tutti e due per fare questa
spedizione, quindi concentriamoci sulla strada e alla scoperta del
tesoro!”
Gloria e Mirko, avevano sentito dire dagli adulti che quella grotta un
tempo era una miniera e che il carbone estratto da essa, avevano fatto
arricchire molte persone. Sentivano spesso i loro genitori parlare dei
soldi che non bastavano mai e delle tante spese per il nuovo fratellino.
Avrebbero così trovato quella ricchezza che gli avrebbe permesso di
stare più tranquilli.
L’entrata della grotta era così buia che Gloria rabbrividì di paura.
Mirko prese dallo zaino la torcia e dopo aver preso per mano la sorella
si avventurarono al suo interno. Le pareti di pietra erano umide e
scivolose al tatto.
“Gloria stai attenta a dove metti i piedi è
scivoloso…scivoloso…scivoloso…”
Un secondo dopo averlo detto, Gloria scivolò su una pietra portandosi
dietro il fratello che teneva per mano.
“AAAA….”
“Ma dove siamo finiti…finiti…finiti…?”
I loro occhi ci misero un attimo per abituarsi alla semi oscurità.
“Com’è grande qui dentro…dentro…dentro…” I due bambini accortosi
dell’eco che ripeteva innumerevoli volte le loro parole, nonostante la
caduta, scoppiarono in una fragorosa risata. La grotta sembrò rispondere
a quel divertimento.
“Sei tutta intera Gloria!”
“Ma dove siamo finiti? Sembra un labirinto… si è anche rotta la torcia!
Come faremo a ritornare”.
“Cerca di stare tranquilla, proviamo a seguire uno di questi corridoi.”
Fortunatamente nella grotta, c’erano pietre di quarzo che brillavano di
luce propria. I bambini stretti uno all’altro, tutti impolverati dalla
caduta, si avventurarono per quel labirinto. Camminarono e camminarono,
ora neanche più l’eco delle loro parole riusciva a farli ridere. Ad un
certo punto si ritrovarono davanti un corridoio identico a quello già
percorso.
“Mirko di qua siamo già passati!”
“Ma che dici, è solo che questi cunicoli si assomigliano tutti!” La
bambina non credette alle parole del fratello e si mise a piangere.
Mentre Mirko lottava per non piangere anch’egli, qualcuno o qualcosa
attrasse la loro attenzione.
“Hei! Dico a voi!!”
I due bambini si guardarono intorno cercando di capire da dove arrivasse
quella voce. “Sì, dico proprio a voi, non dovete piangere!!” I bambini
guardarono ai loro piedi e videro un piccolo quarzo rosa che gli
parlava.
“Ma come fai a parlare?” Chiese Mirko accovacciandosi vicino alla pietra
parlante.
“Qui tutte parliamo, questo labirinto è magico!”
“Oooo …” dissero i bambini e sul loro viso si dipinse lo stupore. Ma a
scuola quando ci hanno parlato del labirinto hanno detto che è
impossibile uscirvi!”
“Allora vi hanno detto una cosa sbagliata!”
“Allora ci aiuterai ad uscire da qui?” Chiese Gloria che ora aveva
smesso di piangere.
“Certo, prendetemi con voi e seguite quella luce”.
I bambini ora più tranquilli, si incamminarono nella direzione
indicatagli. Sul soffitto di quella lunga grotta, vi erano pietre dai
colori molto strani e poi dovevano stare bene attenti alle punte che
scendevano dal soffitto per non battere la testa. Alcune di loro avevano
la forma di uccelli, sembravano un enorme stormo pronto a volare via.
“Che cosa sono quelle?” Chiese Gloria alla nuova amica. Qualcosa che
assomigliava a pipistrelli, stava dormendo a testa in giù.
“Ma non vedi che sono pipistrelli!” Disse il fratello con aria saputa.
“Bravo Mirko, ma qui da noi spiegate le ali nere, diventano delle
bellissime farfalle!” A quelle parole una di quelle creature volò
nell’aria volteggiando sotto i loro occhi. Man mano che si addentravano
nel labirinto l’aria diventava sempre più fredda.
“Ma tu quarzo sai dov’è nascosto il tesoro!”
“Ma a voi chi l’ha detto? Gli umani non sono a conoscenza di quello che
si può trovare qui sotto. Se ci avessero scoperto questo luogo non
esisterebbe più!”.
“Perché parli così Quarzo?”
“Perché tanti anni fa, l’uomo veniva in queste caverne con degli arnesi
per scavare la roccia. In testa portavano grossi elmetti per
proteggersi. Questi labirinti li abbiamo creati apposta per loro, in
modo che non potessero raggiungere il nostro mondo”.
“Allora vuoi far perdere anche noi!!”
“No piccolo, voi siete ancora innocenti e voglio che continuiate ad
esserlo, voglio che scopriate che ci sono molte forme di vita nel modo e
che ognuna merita rispetto. Quando sarete a casa insegnatelo anche agli
altri…
I bambini annuirono, anche se il loro gesto non fu visto nell’oscurità.
Il viaggio durò a lungo, un corridoi si susseguiva alla’altro, senza la
pietra parlante non sarebbero mai riusciti ad uscire. La luce che li
colpì in viso li fece trasalire.
“Hei dormiglioni! E’ ora di alzarsi! E’ domenica dobbiamo andare a
pranzo dalla nonna!”
I bambini stupiti si guardarono intorno, solo un attimo prima erano in
quel labirinto con il Quarzo parlante. Dov’era finita la loro amica e la
promessa di vedere il loro tesoro segreto? Sgranarono gli occhi
increduli davanti a quel giorno di sole. Non credevano di aver sognato
tutto e poi non gli era mai capitato di fare lo stesso sogno. Confusi e
spaesati i due fratelli si prepararono per andare dalla nonna.
“Ma cosa pensi che sia successo Gloria!”
“Forse la lezione del maestro di ieri ci ha fatto fare quel sogno.
Ricordi che parlava di quel Minotauro rimasto intrappolato nel labirinto
a causa del patrigno!”
“Non lo so Gloria, era troppo vero per essere un sogno”. La bambina
guardò sotto al letto, i libri di scuola erano dove li avevano lasciati
il giorno prima. Mirko tirò fuori dallo zaino impolverato la torcia che
come ricordava non funzionava più. La madre li chiamò in cucina. Tutti
ben vestiti e con l’abito della domenica, sorrisero davanti a quello che
videro.
“Bambini dove avete preso questa pietra, deve valere una fortuna!!”
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7°
PREMIO
Lavinia Lucia Costantino di
Monza
Labirinto
- Nice che dice:
A, Amante.
( essendo il termine afferente al campo dei sentimenti,
l’autrice decide di trattarne il significato attraverso una
storia vera che dice di aver sentito raccontare da un’amica. Chè
i sentimenti si fanno, ahinoi, sulla pelle della gente, e allora
anche le parole che li indicano devono essere spiegate con il
gusto di quelle pelli, e di quella gente)
- C’era una volta una tale Nice.
Nice aveva letto, un giorno, la storia di Elisewin del signor
Alessandro Baricco: Elisewin era una bambina che parlava con una
voce di donna, quando voleva. Lette che ebbe queste parole, Nice decise che sarebbe per sempre
rimasta una bambina con parole di donna, e che avrebbe passato
la vita a scivolare da un luogo all’altro, con la leggerezza
della bambina e con gli istinti della donna. Aveva fatto un
patto con se stessa, si era tatuata una luna azzurra sul polso
come le sacerdotesse di Avalon di cui aveva letto in un altro
libro ancora. L’azzurro se ne era andato, la cicatrice
biancastra a forma di mezzaluna era rimasta. Lei era rimasta,
tutta dentro quella cicatrice, tutta dentro se stessa e verso il
mondo da scoprire. Come una cometa buttata in avanti con tutta
la sua luce. Sarà stato anche questo a portarla dov’è ora. In una stanza
bianca, perfettamente illuminata. Fastidiosamente illuminata.
Chirurgicamente illuminata. Senza che però ci sia né una fonte
di luce, né tantomeno una finestra. E meno male, perché se ci
fosse, Nice avrebbe paura di guardare fuori e di scoprire che il
cielo non esiste più. Per un attimo, mentre si guarda i piedi da bimba in calze da
bimba e scarpe da bimba, la sua testa da donna si chiede per
distrarsi: cosa potrebbe nascere al posto del cielo? Oh, per
lei.. mille cose. Ma lei è sempre disposta a credere a tutto,
lei semplicemente per tutta la vita non ha fatto altro che
accudire nella sua testa la nascita dei pensieri più bizzarri e
barocchi che riusciva a pensare, per poi andarseli a cercare
davvero nella vita di tutti i giorni. Si è fabbricata una vita
così. Nice è una abituata alle nascite, alle sorprese, alle attese che
ti portano verso il tuo destino, al tuo destino che ti sveglia
mentre sonnecchi e ti porta fuori rotta. Nice segue con il dito
le albe e i tramonti della sua fucina di pensieri, Nice nasce
sempre, non è mai morta e non vede perché dovrebbe succederle
qualcosa proprio ora. Ma quelli che le stanno davanti non paiono proprio così, non
come lei. Quelli che le stanno davanti in questa stanza
claustrofobica e ovattata come un utero violentemente bianco,
sono occhi. Niente corpi, volti, visi. Solo occhi in fila a
guardarla, come soldati. Non hanno fucili, non hanno bocche
eppure da qualche parte sparano in fila queste parole: … E DUNQUE LEI HA UNA SOLA POSSIBILITA’ PER SALVARSI LA PELLE:
DEFINISCA LA PAROLA AMANTE NELL’ACCEZIONE DA LEI INTESA. SE LA COMMISSIONE LINGUISTICA IN COLLABORAZIONE CON LA
COMMISSIONE MORALE LA GIUDICHERANNO SINCERAMENTE CONVINTA DEL
FATTO CHE LA PAROLA AMANTE DESIGNI PER LEI UNA REALTA’ DIVERSA
DA QUELLA COMUNEMENTE INTESA DALLE SUDDETTE COMMISSIONI, ALLORA
ESSE STESSE POTREBBERO – e si levò un coro di occhi accigliati e
parole esplosive : E DICIAMO…: POTREBBERO! - GIUDICARLA.. EHM ..
INNOCENTE. MA FINO A QUEL MOMENTO, LEI E’ UFFICIALMENTE INCRIMINATA DI
LESIONE NON PREMEDITATA MA REITERATA DEL CODICE MORALE E DI
VOLONTARIO SOVVERTIMENTO DEL CODICE LINGUISTICO, A SCOPO
APOLOGETICO. Nice non sa come, ma ha capito perfettamente.
Per salvarsi la pelle deve convincere tutti che quello che le è
successo meritava la momentanea sospensione del codice morale e
il sovvertimento dell’ordine linguistico. Deve convincerli che
dove loro dicono amante, lei dice sinceramente qualcos’altro. E
che questo qualcos’altro.. oh! Se solo voi aveste alle spalle e
nel cuore il mio mondo, potrebbe colpire anche voi, signori
della corte! Sorride Nice. Sa benissimo cosa deve dire. Riscatta
il suo corpo di bambina, lo affila con voce di donna, lo rende
tagliente con l’arma dei suoi pensieri. Sorride Nice. Lei questo giorno lo aspettava da tanto.. “Innanzitutto, signori della corte, chiedo che venga messa agli
atti un’attenuante: mi chiamo Nice, e, nomen omen, come dal
Codice Linguistico dell’antica Roma” – Nice ridacchia tra sé per
questa scudisciata ai boriosi giudici- “sono affetta dalla
malattia dell’ Inevitabile Esercizio della Forza Plastica. C’è
un personaggio che la Commissione Morale ha cancellato dalle
cronache, ma c’è. Si chiamava Nietzsche, e diceva che la forza
plastica è la forza di crescere a proprio modo su se stessi.” Si leva un brusio. Da un paio d’ occhi, che immagina appartenere
a una donna, Nice sente arrivare una voce: “No bambina! Non è
così che ti salverai!!” Nice la guarda, le sorride e continua: “Chiarito questo, ora comincio con la voce Amante…
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8°
PREMIO
Alberto Arecchi
di Pavia
Nelle spire del
Labirinto
- È
giorno di festa, ma non si ode il suono delle campane. Paolo si
ricorda con una stretta al cuore che un interdetto papale grava
sulla città. Gli è stato predetto che i suoi sforzi potrebbero
trovare compimento proprio oggi, nel centro mistico della città,
dopo un lungo itinerario rivolto ai quattro punti cardinali.
- Il giovane si reca alla Cattedrale e spende tutta
la mattinata in preghiera. Cerca di abbandonarsi, vince la
tentazione di ragionare con la propria testa. Si sente vicino
alla soluzione dell’enigma e concentra tutte le proprie energie,
attento a non fissarsi sui luoghi, sull’aspetto delle cose, a
non pretendere una risposta ai propri interrogativi dalle
persone che incontra, dalle pietre degli edifici, dalle ombre
che gli danzano intorno. Non
può più arrovellarsi alla ricerca di soluzioni logiche. Deve
sgombrare la mente e tenersi disponibile per qualsiasi
rivelazione. Entra nel duomo di santo Stefano e s’inginocchia al
suolo in una navata laterale, presso un pilastro. Nella
penombra, si sdraia prono sul pavimento, a braccia aperte, e
aderisce fermamente al suolo, quasi volesse compenetrarsi con la
madre terra. Si sente fortemente ricaricato d’energia, ma non
riceve l’illuminazione tanto sperata.
- Verso
mezzogiorno decide di rialzarsi dall’angolino silenzioso ed esce
nella piazza. La giornata è fredda e il sole non si vede. Cadono
rare gocce di pioggia, gelide. I passanti si muovono con l’aria
intirizzita di chi avrebbe preferito che la giornata non fosse
neppure incominciata.
- Paolo
pensa che il digiuno possa aiutarlo ed evitargli la distrazione
dei richiami corporali. Si copre col cappuccio della tonaca e
s’incammina in solitudine, a lenti passi, attraverso un dedalo
di vicoli secondari, maleodoranti. Raccolto nei propri pensieri,
vaga a lungo pensieroso, incurante dei rumori della città. Si
avvia a compiere la propria meditazione nella gloriosa basilica
di san Michele, ove un tempo s’incoronavano i re.
- Attento ad ogni ombra, ad ogni soffio d’aria, nell’illusione
quasi magica che qualcuno dall’alto lo stia osservando e voglia
sottoporlo ad un’ultima prova, prima di rivelargli la chiave dei
suoi segreti. È pronto a captare ogni minimo sussurro, come il
vento che spira tra le chiome degli alberi, o la parola
casualmente pronunciata da un passante. Sente che quella parola
gli deve arrivare, ma non riesce a coglierla, né con le
orecchie, né con gli occhi, né sulla pelle o nel profondo del
pensiero.
- Dall’angolo d’un edificio conventuale, lo spia la testa di un
caprone dall’espressione oscena, scolpito in un grottesco
doccione, come ad esorcizzare il demonio e tenerlo fuori
dell’edificio.
- Arriva
davanti alla basilica di san Michele. La facciata della chiesa è
coperta da fasce orizzontali di sculture: sirene, draghi e
guerrieri s’intrecciano in una muta danza con edificanti scene
bibliche, coi lavori dell’uomo durante i mesi, coi segni dello
zodiaco. Molti di quei bassorilievi conservano le vivaci
coloriture date dagli artisti che li hanno scolpiti. Con
atteggiamento reverenziale, entra nella basilica dalle grandi
cupole. Si raggomitola su se stesso, ombra avvolta nel saio,
proprio al centro della navata principale. I suoi pensieri si
rivolgono alle profezie e alle apparizioni che lo angosciano,
dai significati sfuggenti. Supplica insistentemente
un’illuminazione. Una voce interiore gli martella
incessantemente nel cuore il versetto: “Tutto ciò che appartiene
al corpo del diavolo non si trova al centro di Gerusalemme,
città santa, ma nelle spire del labirinto”.
- Nella
basilica di san Michele vi sono tre luoghi che concentrano le
energie della natura e delle alte sfere. Il primo è il cerchio
delle incoronazioni, al centro della navata, circondato da
quattro pietre nere, dove si poneva il trono regale. Il secondo
è il centro della cupola, all’incrocio tra navata e transetto,
simbolo del mondo intero. Infine il centro del gran labirinto in
mosaico, effigiato sul pavimento, davanti all’altar maggiore,
immagine d’ispirazione esoterica e simbolo della vita umana.
- Come
spinto da una forza sovrumana, Paolo deve alzarsi e salire i
gradini verso l’altare. La luce radente, che proviene dalle
finestre della facciata, gli fa apparire nitidi anche i minimi
particolari della pietra, anche i più lontani, con una nitidezza
che manca ancora ai suoi pensieri. Giunge sul presbiterio e vede
dinanzi a sé, sul pavimento, il labirinto circondato dai Mesi e
dalle Costellazioni. È come se i muscoli si muovessero in modo
indipendente dal suo volere, rispondendo a stimoli provenienti
da un’altra volontà.
- Paolo
si ritrova all’inizio del percorso sinuoso del labirinto
circolare. Con lentezza esasperante, si muove automaticamente a
percorrerlo. Il tracciato è lungo e stretto, 32 tratti in avanti
e 31 volte all’indietro. Il suo volto punta verso ciascun punto
cardinale, per poi ruotare all’improvviso. Un drago alato, un
lupo che cavalca una capra, un uomo a cavallo d’un uccello
bianco (un charadrius, ossia quell’uccello che, posto
presso un malato, ne aspira la malattia) e un cavallo alato
fanno cornice al suo rito. Dal bordo orientale del mosaico, la
sfilata dei mesi osserva, dominata dall’anno–imperatore, il
piccolo uomo che percorre il cammino simbolico alla ricerca
della verità.
- Paolo
è catturato nelle spire inestricabili del labirinto, che si
avvolgono e si sviluppano, incastonate nel pavimento, come le
spire d’un serpente. Le circonvoluzioni rotatorie gli fanno
perdere l’orientamento e lo sprofondano in una strana ebbrezza.
Sente uno strano senso di smarrimento e si sente annebbiare la
vista. Al centro del labirinto incontra un Minotauro orrido,
rivolto verso la facciata della chiesa. La parte superiore del
corpo, di fattezze umane, è quella d’un moro, armato di pesante
scimitarra dalla forma falcata, con la testa fasciata da un
turbante nero, col quale si copre anche la bocca. Il luogo
centrale del labirinto non consente vie di fuga: è necessario
combattere, e il giovane può contare solo sulle sue mani nude.
Paolo riesce a scansare due fendenti e ad atterrare
l’avversario, con una prontezza e una forza che non si
conosceva. Lassù, la finestra a forma di croce, intagliata nel
robusto muro della facciata, raccoglie gli ultimi raggi del
tramonto. Nel fascio di luce gli sembra di vedere, come un
fantasma, il viso di Valentina. La donna ha sulla fronte un
diadema col brillante. Poco a poco, la pietra acquista
luminosità. I raggi solari le danno vita, fa male fissarla.
- Il
giovane chiude gli occhi, per un solo istante. Quando li riapre,
il brillante è confitto nella fronte della Bestia e la luce che
ora emana è quasi sanguigna, lampeggiante. Il mostro apre le
fauci e Paolo si sente perduto.
- Rimane
a lungo prono sul pavimento. Quando si riprende, l’oscurità
riempie la basilica. Il labirinto è scomparso. I suoi occhi non
vedono più niente. Tastando come un cieco incontra con le mani
il tronco d’un albero, al centro del labirinto. Una voce
interiore lo incita a salire. Si sente totalmente al di fuori
della realtà. Pensa per un solo attimo allo spettacolo grottesco
di sé stesso che si arrampica su un tronco d’albero, che non
dovrebbe esserci, vicino all’altare d’una chiesa buia. La voce
lo spinge. Le mani e i piedi fanno una buona presa sul tronco
scabroso. Comincia ad arrampicarsi, senza nessuna sensazione di
fatica. Mano dopo mano, stringendo le ginocchia al tronco, cerca
gli appigli l’uno dopo l’altro.
- I
vestiti l’impacciano, soprattutto le pesanti brache di panno,
che s’impigliano alle asperità del tronco. Le mani gli sudano
leggermente. Estrae un fazzoletto dalla cintura, per
asciugarsele. La sua mente ora è sgombra, ogni attesa
d’illuminazione si è dissipata e ha la sensazione d’una gran
pace, d’una luce che gli nasce dentro e lo pervade. Sale per
un’eternità, nel buio e nella nebbia, oltre la volta della
basilica, verso un cielo che non può vedere. La soluzione deve
stare in alto, ora gli sembra così semplice. L’aveva cercata ad
ovest, ad est, a sud e a nord, non l’aveva vista al centro,
benché fissasse l’attenzione, perché era lì, proprio sopra di
lui. È dunque questa la rivelazione tanto sperata, attesa,
cercata? Man mano che risale, vede nella nebbia intorno, come
strane luminescenze, i volti delle persone che l’hanno
accompagnato nella sua ricerca, risente come in un bisbiglio le
loro voci. Sono come bolle d’aria sott’acqua, che tendono alla
superficie, e anch’egli le segue, cercando di emergere.
- Un
formicolio si diffonde in tutto il corpo, ma gli sembra lontano,
come si trattasse del corpo d’un altro. Si sente fatto solo di
coscienza, percepisce soltanto un movimento ascensionale. Il
volo lo rende euforico, non vorrebbe fermarsi mai. È come se per
tutta una vita non avesse aspettato altro che di salire verso la
cima di quell’albero. Ora non c’è più nessun albero, ma sente di
continuare la propria ascensione, fluttuando in una sostanza
eterea e luminosa. Percepisce in un lampo che quella è la sua
pietra preziosa: si sta muovendo all’interno stesso del
brillante, non vede una sorgente di luce precisa perché la luce
è dappertutto, emana da ogni dove e la sente, potente, dentro di
sé. Finalmente vede e comprende tutto ciò che desiderava sapere:
Paolo si è completamente identificato col brillante.
- Nello
stesso punto dello spazio, secoli e secoli dopo, uno straccetto
impolverato, sporco d’erba e di sudore, appare dal nulla, in
alto, nella cupola del san Michele e scende volteggiando
pigramente. Ondeggia a tutti i soffi d’aria e non si decide ad
arrivare al suolo. Un raggio di luce improvviso ne trae, per un
istante, un candido bagliore. Lo straccio plana, come un pigro
aquilone, e va ad impigliarsi in un gancio di ferro che sporge
da uno dei grandi pilastri d’arenaria. Rimarrà a lungo appeso
lassù, sino a che qualcuno non avrà l’ardire d’arrampicarsi per
andare a prenderlo. Nessuno potrebbe immaginare che quello
straccio provenga dagli abissi del tempo, unica traccia concreta
d’un uomo che ha raggiunto la verità.
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9°
PREMIO (ex aequo)
Francesco Franceschini di
Terni
L'ospite notturno
- Le 4
e 25 di mattina. Non è più notte, non è ancora giorno.
- Mi sveglio di colpo, uno
strappo netto dal sonno.
- Un’ombra si muove nella
stanza. Cerca di non far rumore, di non urtare i mobili. Si
ferma davanti al letto matrimoniale. Ne sfiora le sponde con le
mani. E’ un uomo, è scalzo, lo capisco dai suoi passi: attutiti,
felpati, come di gatto.
- Non è un ladro: avrebbe
già colpito. Chi è? Che cosa vuole?
- Osserva me e mia moglie
dormire, non capisco con quali intenzioni, in questa mattina
presto d’agosto.
- Siamo in vacanza, io e
Lina. Sette giorni di noia dopo un anno di lavoro.
L’appartamento al mare è troppo sulla strada: chiasso di motori
e adolescenti ubriachi che sbraitano fino a tardi.
- La settimana ventura
saremo ai ferri corti. Questo viaggio è l’ultima speranza. Si è
sfasciato il nostro matrimonio come un gigante che perde i
pezzi. Non di schianto, no; piuttosto un poco alla volta, con
noncuranza. E’ invecchiato male, come noi.
- Logoro come lo sfilacciato
mare del pomeriggio, bavoso e freddo, che non hai voglia a
tuffarti.
- Non è cambiato niente da
che siamo qui. Solo il mio umore da schizzato s’è fatto funebre,
non più alti e bassi ma elettroencefalogramma piatto. Il mare mi
fa di questi scherzi. Lina, perché m’hai convinto a venire?
- Lina ha preso sonno subito, dopo l’ultimo screzio di ieri sera.
Ha detto “non ti sopporto più!”, è caduta esausta. Io mi sono
addormentato a fatica, con un deejay idiota a rintronarmi dalla
spiaggia e davanti agli occhi la scena di quel tale, oggi al
minimarket, che apriva al figlio le scatole dei cereali per
fargli rubare gli adesivi di Garfield.
- Mi sento soffocare. Crisi
da fame d’aria, ha detto il dottor Pazzi. Mi ha prescritto un
farmaco che non serve.
- L’uomo ora è vicinissimo
alla mia faccia, sento che mi scruta, compatisce le mie rughe, i
miei capelli radi, annusa il mio alito. I suoi occhi si posano
sugli occhiali, le Muratti lights, le Valda che tengo sul
comodino.
- Prende in mano il libro in
cima alla pila di 4 o 5 che sono sul pavimento: In un tempo
freddo e oscuro di Joe R. Lansdale. Passa le dita nel
solco della rilegatura, come fosse il solco proibito di un’
amante bambina. La sabbia che c’è finita dentro gli solletica i
polpastrelli. Legge qualche riga, poi lo rimette in cima al
mucchio. La pila vacilla, ora cade.
- No:
lui la rimette in equilibrio, senza far rumore.
- Si
mette in ginocchio, sul tappeto algerino che ho preso da Aziz a
buon mercato. Lo punge l’odore delle coperte ai piedi del letto,
delle lenzuola che teniamo tra le gambe per un impossibile
refrigerio. Inspira la polvere e la stanchezza, il sudore dei
nostri corpi.
- Sta
un po’ così, biascica qualcosa che non afferro, come un treno di
parole legate assieme senza interpunzioni e stacchi. Un
penitente che ripassa una giaculatoria.
- Poi
si avvicina a mia moglie e sembra bisbigliarle qualcosa
all’orecchio. Pochi istanti, come una litania. Ho paura, sto per
accendere la luce, mettermi a urlare, porre fine a quel gioco
sadico. Ma sono come paralizzato.
- Ora
prenderà Lina, e io non potrò che assistere impotente. Poi forse
ci ucciderà, dopo aver fatto i suoi comodi anche con me. O forse
no: ho letto troppi noir tutti uguali.
- Forse il nostro ospite è innocuo. E’ solo un tipo singolare che
s’è introdotto in casa d’altri a un orario insolito.
- E se fosse il vicino
di casa? Quel vecchietto bianco e pacifico che ci ha regalato il
suo ombrellone, tanto lui in spiaggia non ci va più? I vecchi
fanno di queste cose. Sono socievoli, a volte un po’ invadenti.
Ti ricordi, Lina, di Rosemary’s baby? E di quello che è
successo dopo, quella faccenduola del reverendo Manson?
- Se è il nostro vicino,
vorrà riprendersi l’ombrellone? Si è pentito di avercelo dato?
E’ entrato dalla finestra, sicuro. Sei una stupida, Lina, ti
ostini a tenerla spalancata, perché dici che ti manca l’aria.
Stupida, stupida…
- Ora ti giri su un fianco,
ti gratti il naso, fai una smorfia che conosco. Come se niente
fosse.
- L’ospite si muove con
sicurezza, sembra conoscere la stanza a menadito. Si avvicina
alla finestra, guarda il chiarore del mattino.
- Mi azzardo ad aprire gli
occhi. Solo una fessura. E’ alto e pingue, un po’ mi assomiglia.
- Decido di muovermi
anch’io. Per rassicurarlo. Se sto troppo fermo capisce che sono
sveglio. Piego le ginocchia e sono una specie di zeta, una zeta
scritta da uno spastico.
- Mi libero del cuscino,
smanio: gesti che danno l’idea di uno che dorme e nel sonno
brancola, come un funambolo accecato.
- Una
volta il dottor Pazzi mi disse che siamo animali diurni. Quel
che accade di notte sfugge al nostro raziocinio. Di giorno a uno
segue due e a due segue tre. Ciò che accade è spiegabile, a
volte doloroso, ma d’un dolore aritmetico. Di notte tutto si
rimescola, l’uomo è nudo al cospetto del suo cervello, pieno di
fantasmi. Due diventa dispari, tre pari. A delirio segue
delirio, e i sogni sono frammenti impazziti di noi.
- Decido di non subire oltre
la situazione.
- Spalanco gli occhi, che
faticano qualche secondo ad abituarsi al grigiore della stanza.
Farfalline di luce mi lampeggiano davanti, poi riconosco i miei
alluci, lo scrittoio, la parete di fronte.
- Lui
non c’è più. Tremo all’idea che si sia infilato sotto il letto,
in agguato, pronto ad afferrarmi le caviglie non appena metto
giù i piedi.
- Tace la stanza, impaurita.
- Mi
faccio coraggio. Metto un piede per terra. Poi l’altro. Non
perdo tempo a cercare le pantofole. Sono in piedi, poi subito a
terra, ventre piatto contro il pavimento a esplorare la caverna
dei sogni, il posto dove licantropi e strie, in ogni mia notte
di ragazzino, si davano convegno.
- Sotto il letto non c’è più
leggenda.
- Sento un tramestio in
bagno. Accorro. La luce svogliata del giorno filtra dalle
persiane. Una faccia allo specchio si allarga, sciupata. Capelli
arruffati, barba ispida, strisce che l’attraversano, come di
biacca.
- Mio
Dio, è una faccia che conosco. Stanca di una stanchezza
incurabile, lo specchio ne tradisce le rughe da cinquantenne,
gli occhi di spento terrore, il sospetto del tempo che si
assottiglia, e bisogna fare presto, più presto.
- E’ dietro di me, sembra
non vedermi. Se mi volto scompare. E’ dietro di me, e dentro, e
mi ricorda, ecco, la mia faccia allo specchio la prima volta che
ho tradito Lina, il compiacimento che spense il senso di colpa.
- Vedo Chiara, i suoi
vent’anni, il mio orgoglio, la mia preda. Il suo corpo bianco
sul letto, i nostri incontri settimanali. Vedo me che l’amo.
- Con lei, la mia
giovinezza.
- La
mia giovinezza che è fuggita via come un ladro. I giorni della
bellezza, della superba vita che se ne infischiava di tutto sono
andati. Come amici che all’alba rincasano e rimani solo a
contare il vino che hai bevuto. A contare i danni.
- Come il tempo che ha
piegato il suo sorriso a un ghigno e ti invita ai funerali, a
patetiche seconde nozze di finti giovanotti in camicie hawaiane.
E’ il tempo a confessarti che non c’è rimedio, che i tuoi giorni
s’accorciano, come a settembre un po’ prima ogni sera si spegne
il sole.
- A ottobre è finita
l’estate e tu non l’hai vista finire.
- Chiara rimane con me
quando ho più paura; nuda s’allunga su di me, mi bacia. Mi
elemosina del tepore che fa ripartire il mio sangue. Non le ho
chiesto ancora per quanto sarà.
- La faccia dietro di me, il
mio ospite taciturno, si sposta fino a sovrapporsi alla mia. E’ la mia. L’ospite è dentro di me, sotto la mia pelle, nel
mio cervello, nella malattia che m’avvelena il sangue e che tra
sei anni mi avrà vinto.
- E’ il me stesso che nasce
dallo scempio di questa mia vita, il delatore che si china su
Lina e le confida in un orecchio ogni tradimento, ogni gesto
d’amore che per stanchezza evitai, il terrore di un’insonnia
popolata di presagi.
- Non lo credevo così acre,
l’autunno. Sgarbato di modi, strappa l’anima, mortifica i titani
che siamo stati. E il me stesso ch’è venuto a cercarmi ha
guardato e visto la sua miseria.
- Tra poco Lina si sveglierà
col sospetto che sia stato solo un sogno ed io, che di sogni
nutrivo la vita, saprò che non c’è sogno in grado di restituirmi
la mia pace.
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9° PREMIO
(ex aequo)
Valeria Leone
di Benevento
L'evasione
-
-
La vista è sempre la
stessa da “casa” di Giovanni: un placido ippocastano, imponente
e frondoso, alterna i rami a sprazzi di cielo. Combinando il
verde con il blu a primavera, il giallo con il grigio in
autunno. Sul marciapiede, piedi e storie diverse schiacciano le
foglie in un frettoloso viavai.
-
Un tappeto di ricci e
piccoli frutti, simili alle castagne, ma più lucidi, più
piccoli, più belli, rotola ogni sera davanti agli occhi di
Giovanni, sul verde di un’aiuola.
-
A Giovanni non manca
la compagnia. Ed è sempre diversa: passanti, uomini, donne,
giovani mamme con i propri bambini gli passeggiano davanti quasi
ogni giorno a volte allegre, a volte stanche, a volte
frettolose, altre volte tranquille.
-
E i bambini. Sono
rumorosi, si inseguono, si azzuffano, corrono dietro a palloni
di cuoio. Giovanni li guarda spesso giocare, di alcuni ha
imparato i volti e li ritrova sempre con un senso di sollievo.
Qualche punto fermo nella sua vita è dato da un paio di visi
noti, dal susseguirsi puntuale delle stagioni, dalla ricerca
quotidiana di un espediente per vivere.
-
É stata una pessima
idea, come gli è venuto in mente! Il fatto è che a luglio faceva
caldo e si stava bene per strada, dalle nove di sera alle sette
del mattino l’aria era calda. E i bambini scendevano a giocare e
si inseguivano tra gli alberi e gli facevano compagnia prima di
andare a dormire.
-
Non ci aveva pensato,
a luglio, che poi avrebbe iniziato a fare più freddo e i bambini
sarebbero tornati a scuola, poi a casa a fare i compiti e alle
nove a letto, al caldo, al massimo davanti alla play station. Di
certo non sarebbero andati a giocare a pallone per strada,
all’ombra dell’ippocastano. E le mamme non avrebbero spinto
carrozzine, di inverno. Sarebbero rimaste nelle loro case
moderne riscaldate dai termosifoni.
-
Ah, che pessima idea
aveva avuto! Intanto ora il freddo incomincia a pungere e il
vento stasera ha spazzato il tappeto di foglie nell’aiuola.
-
Ieri notte è stata la
più dura, il giornale non bastava a coprirsi. Che idea assurda!
Scegliere come dimora una panchina! Che incosciente, che stupido
incosciente era stato. Questo pensava, rabbrividendo.
-
L’incoscienza è la
costante nella vita di Giovanni. Niente programmi, niente
progetti. Lui quella vita se l’è scelta. Niente imposizioni, per
carità. Vivere ogni giorno come in un’avventura, avere il mondo
come casa. Un’idea romantica. Quando aveva iniziato se la cavava
alla grande. Tanti espedienti, fantasiosi a volte, per vivere,
mangiare, riscaldarsi. Si era procurato delle buffe marionette,
con un cartone aveva allestito un teatrino portatile, comodo,
maneggevole, e campava con i soldi lasciati nel cappello dai
passanti. Anni da re aveva vissuto, Giovanni, niente da dire. Il
re della strada. Cambiava alloggio e città come un uccello
migratore e paragonarsi ad un uccello era l’idea più alta ed
appagante che Giovanni potesse immaginare. Era tronfio e
spavaldo in quei tempi, Giovanni.
-
Il fatto è che la vita
costa, anche per quelli come lui, clochard, senza tetto,
barboni, avventurieri o che dir si voglia. E poi la gente è
diventata tirchia, diciamocelo. Inoltre la vecchiaia arriva per
tutti e con essa acciacchi, reumatismi: il corpo diventa
esigente, inizia a chiedere sempre di più. Puoi fingere di
ignorarlo, con superbia, con strafottenza, ma poi ti serve il
conto e ti tortura ed esige, esige, esige, diventa petulante.
-
Le marionette rendono
meno di prima, la vita è cattiva perché ti toglie tutto anche se
non hai niente. Anzi, se non hai niente ti toglie di più.
-
Giovanni non si fa
scrupoli, non ha remore, rubare, scassinare, può farlo. Certo, è
scomodo, è rischioso, è una grana in più. Ma c’è quel maledetto
istinto di sopravvivenza!
-
Il problema è non
farsi beccare, ma quel ginocchio, quel ginocchio lo rende
incerto, claudicante: non si può correre con quel ginocchio. Ed
un giorno ci si fa acchiappare dai poliziotti.
-
Ma dai, che idea
assurda, come gli è potuta venire in mente? Perché diavolo
qualche volta non pensa a lungo termine?
-
Obblighi speciali di
sorveglianza: ogni giorno, dalle nove di sera alle sette di
mattina, farsi trovare dagli agenti su quella panchina eletta a
dimora, perché lui una dimora vera non ce l’ha. Questo è stato
il patto con il giudice.
-
Ed ora è bloccato su
questa panchina mentre il vento si alza prepotente ed una foglia
lo schiaffeggia sul viso, beffarda.
-
Se non fosse per
quell’orgoglio ostinato, le lacrime che bruciano negli occhi
supererebbero la soglia invalicabile delle palpebre. Ah, questo
vento, guarda un po’, fa bruciare gli occhi, li fa lacrimare.
Con la mano ruvida Giovanni si strofina le palpebre. Così non
va. Non è arrivato a quegli anni, Giovanni, per darla vinta al
vento, per farsi burlare dalle stagioni.
-
Al diavolo la
violazione degli obblighi di sorveglianza.
-
Quel giudice odioso!
Gli ha limitato la libertà, l’unico bene che sia riuscito a
procurarsi nella vita con ostinata caparbietà. Quel bene gli è
stato tolto con poche parole. L’unico bene che per lui contasse
qualcosa. Obblighi speciali di sorveglianza! É quella parola che
proprio non gli va giù: "obblighi". Phuà! "Sorveglianza". Phuà!
-
Sono le 19,30 e,
mentre si allontana, con un intrinseco compiacimento, Giovanni
immagina le facce degli agenti quando troveranno la panchina
vuota. Prova a sorridere a se stesso in una vetrina, ma
distoglie lo sguardo, intuendo un senso di colpa, di paura,
salirgli su per le gambe malate. Se fa in fretta, forse riuscirà
a tornare alla panchina in tempo, non vuole altre grane. Mai più
davanti a un giudice. Lui che non si è lasciato mai giudicare da
nessuno.
-
Un giaccone per stare
più caldo e supererà anche questo inverno. Anche se quella
panchina è così maledettamente esposta a nord.
-
Giovanni entra
nell’ipermercato ostentando indifferenza, ma riesce ad essere
goffo mentre gira circospetto tra gli scaffali. Niente da fare:
non è tagliato per il furto.
-
Vera piuma d’oca. La
sua amica Clementina, che vive da anni nella stazione, binario
8, gli aveva spiegato una volta che erano più caldi, i giacconi
di vera piuma d’oca.
-
Dato che Giovanni era
stato il re della strada, aveva sempre nutrito una sorta di
protervia nonché una propensione per le cose belle. Per lui solo
il meglio.
-
Così afferra il
giaccone di vera piuma d’oca facendo cadere maldestramente la
gruccia. Se lo prova. Caldo è caldo, ma come gli starà? Urge uno
specchio. Giovanni si aggira nel reparto dimentico dell’ora,
della fretta. Dimentico che per tornare alla panchina ci
vorranno almeno tre quarti d’ora e sono già passate le 20,00.
-
Bello, bel modello
questo giaccone. Lo prendo. Giovanni è indeciso sul colore, poi
opta per il testa di moro: si nota meno lo sporco.
-
Ma come si trafuga un
giaccone? Oddio, andare di nuovo davanti al giudice per quel
furto. Panico. Tanto tempo per decidersi, ed ora l’incertezza di
agire, il dubbio, il tremore.
-
Che disdetta, fosse
stato più deciso, più veloce, più agile. A saperlo, che per quel
furto non ci sarebbe stata neanche punizione.
-
Bastava farsi trovare
in tempo sulla panchina dagli agenti. Bastava arraffare e
scappare, ma fare in tempo, correre, arrivare in orario.
-
E dire che lui, in
fondo, non voleva evadere, voleva solo stare caldo, che diamine,
possibile che non lo capiscano?
-
Intanto per il furto
l’hanno prosciolto. Che beffa, pensa Giovanni, mentre si gira i
pollici pensoso nella cella di San Vittore.
-
Sei mesi per la
violazione degli obblighi di sorveglianza e niente per il furto.
-
Che beffa assurda: sei
mesi rinchiuso in un carcere, la negazione e l’antitesi della
sua filosofia di vita. É questo l’unico pensiero che tormenta
Giovanni: rinchiuso tra quattro squallide mura, lui, il re della
strada. E neanche la soddisfazione di essere lì per un gesto
temerario: prosciolto per il furto! Phuà!
-
In cella per essere
evaso dalla panchina. Violazione degli obblighi speciali di
sorveglianza. "Obblighi", "sorveglianza".
-
Martellano nella testa
di Giovanni, queste parole, mentre l’avvocato si danna per
ottenergli una pena più blanda, l’obbligo di presentazione alla
polizia giudiziaria per la firma quotidiana.
-
"Obbligo", ancora.
Phuà.
-
Nel cortile del
carcere uno stormo di uccelli attraversa la porzione di cielo
concessa ai reclusi. Giovanni rimpiange quasi gli scampoli di
blu tra le fronde dell’ippocastano vicino alla panchina che
aveva eletto a dimora.
-
Un fremito d’ali, una
giravolta fatta con maestria fendendo l’aria e sembra che quei
pennuti lo sberleffino, mentre volano liberi in cielo. Liberi.
-
Giovanni affonda le mani nelle tasche e volta loro le spalle,
offeso e sdegnato. E rinuncia agli ultimi minuti dell’ora
d’aria.
-
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PAGINA
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10° PREMIO
Ferruccio Fabilli
di Cortona (Ar)
Uno sguardo dall'alto su certi dedali interiori
-
- Nella tiepida giornata di primavera,
sull’erba all’ombra di un tiglio, si godeva la magnifica
vista della valle, dopo una ascesa a piedi di un paio
d’ore in cima al colle. Michele aveva chiuso con un
lungo passato di militanza politica. Forse non
casualmente aveva raggiunto il buon ritiro di Romano -
che com’era sua consuetudine riceveva gli amici sul
prato di casa - uno dei suoi guru politici giovanili,
ma che da oltre venti anni, senza tradire idee e
compagni, si era ritirato a vita privata. Per Michele
che alla riflessione aveva coniugato l’azione, il fare,
il raggiungere l’obiettivo, l’immersione nell’avventura,
l’uscita dall’appartenenza politica, probabilmente
definitiva, fu un bel momento di riflessione sui suoi
trascorsi di oltre un trentennio di vita. <<Salendo da
te ho pensato ad una metafora del momento che
attraverso: mi è crollato a fianco un intero borgo
con la sua cinta muraria, ma quel crollo mi ha procurato
un enorme piacere!>> buttò là Michele, preso dall’ansia
di condividere certe sensazioni.
- <<Che ti rappresenterebbe il
borgo
crollato con tutta la cinta muraria?>> domandò
incuriosito Romano.
- <<E’ stata fatta piazza pulita di
organizzazioni, partiti e rappresentanti politici - il borgo -, che dicevano di rappresentare il
comunismo in Italia! Parolai, narcisi, invidiosi l’uno
della “statura” dell’altro, capaci di frammentarsi in
organizzazioni sempre più piccole da diventare delle
dimensioni dell’orto di casa, senza senso; usavano un
linguaggio così involuto da non capirsi neppure tra di
loro!>>
- <<Come sai, anch’io da tempo non riponevo
più tanta fiducia sulla sinistra italiana. Non si dica
poi dei comunisti. Di dirigenti locali o nazionali che
mi rappresentino quell’idea, di persone viventi, faccio
fatica a fare un nome.>>
- <<Una sensazione che non ebbi neppure al
crollo del muro di Berlino. A quel momento, pur pensando
necessaria una profonda revisione critica
dell’esperienza politica dell’Est Europa, ma ritenendo
opportuno mantenere in piedi un progetto politico della
sinistra di trasformazione in Italia, avrei usato la
metafora di un borgo in rovina, da restaurare,
anche in modo radicale, partendo però dal salvabile che
vedevo.>>
- <<Oggi dunque parteggi per nessuna
prospettiva politica?>>
- <<Il nuovo, il giusto passerà dal
desiderio di felicità che alberga in ognuno, che la
politica dovrà assecondare e aiutare a realizzare, anche
a chi fosse scettico, o a chi tale desiderio fosse
sopito per le troppe delusioni patite.>>
- <<In effetti, anch’io, da una ventina
d’anni non mi sono lasciato coinvolgere più di tanto
dalla politica, dedicandomi invece al lavoro di
pubbliche relazioni, per la mia azienda; al privato,
creando nuovi contatti con persone interessanti; alla
buona tavola ed alla cucina, che mi riesce bene e,
infine, ma non per ultimo, a recitare versi
amorosi…!>>concluse con un sorriso sornione.
- <<Sono percorso da una sensazione
piacevole, come di essere uscito da una grande fatica
condivisa con altri, che aveva prodotto certi
risultati tangibili, ma che ultimamente si era trasformata in un incubo, dove al contrario di
politici coerenti e capaci - tutti i giorni - ho avuto
a che fare con arrivisti, capaci di scimmiottare stanche
formule politiche senza senso, senza cultura, assetati
di potere fine a se stesso, senza il minimo barlume di
attenzione all’utilità sociale delle scelte politiche;
protesi solo all’immagine, al proprio successo
personale, a crearsi una tribù da strumentalizzare e non
da guidare saggiamente!>>
- <<Tornando alla metafora del
borgo
raso al suolo, significa che non salvi niente della
nostra esperienza politica e dell’essere stati
comunisti?>>.
- <<Quello stare bene, dopo aver immaginato
raso al suolo il mio ideale borgo, è riferito al recente
crollo della classe politica della sinistra italiana;
mentre non ho dubbi a salvare il vecchio Manifesto
del Partito Comunista di Marx e Engels, una lettura –
certamente datata, ma verosimile - di come il mondo si
possa rendere più giusto, sul solco della tradizione
evangelica del Discorso della montagna di
Matteo, e mi tengo il ricordo e gli insegnamenti
appresi dalla tua vecchie rete di compagni che mi
facesti conoscere, pomeriggio dopo pomeriggio, su e giù
per il nostro comune, viaggiando con la tua vecchia
Citroen.>>
- <<Anche a me mancano quelle vecchie
figure genuine di militanti; forse il mio disimpegno
iniziò quando uno ad uno persi, con la loro morte, i
migliori punti di riferimento.>>
- <<Meraviglioso quel covo di vecchi operai
“sovversivi”: Quinto, Severino e Olinto! La fede
granitica nel partito non impediva loro di vedere la
mollezza di certi dirigenti o i punti critici della
linea politica del momento. Sorprendente fu Quinto,
quando, oramai ricurvo a novanta gradi per l’artrosi
alla spina, parlando delle lotte mezzadrili e dei loro
ideali politici, subito dopo il crollo del muro di
Berlino, ebbe l’acume di domandarsi: “Cosa dirà la
storia delle nostre lotte?” Alla sua preoccupazione
immediata, cercai di tranquillizzarlo: “Una storia
scritta tra cento anni, darà atto che, qui da noi, nel
nome del comunismo e del socialismo masse ingenti di
diseredati si costruirono una dignità e un ruolo da
protagoniste nella società e nell’economia!”. Quinto non
replicò, ma con un lieve sorriso sulle labbra fece un
gesto con il capo come a dire: “Lo spero!”.>>
- <<Che dici, vado a prendere un boccia di
vino fresco?>> disse Romano alzandosi e, senza attendere
la risposta, si incamminò verso la sua cantina.
- Rimasto solo alla frescura, con il
sottofondo dello scroscio di un ruscelletto, a Michele
tornò in mente un’altra sua - clamorosa per lui -
fuoriuscita: quella dalla chiesa cattolica, prima
abbandonando il seminario e poi allontanandosi dalla
pratica religiosa. Al contrario del recente gioioso
distacco dalla politica, quell’antico primitivo distacco
fu molto più complicato e sofferto.
- L’ ideale metafora, che in quel momento
gli rappresentava la chiesa da cui si era distaccato,
era un castello in cui avrebbe potuto di nuovo
riparare e trovare qualche rara persona con cui
ragionare serenamente del senso della vita, senza
doversi definire beneficiario del dono della fede.
Luogo complesso e affascinante; per la continua
emorragia di proseliti, immaginato quasi deserto, di cui
non ebbe nostalgia nel seguito della propria vita; caso
mai reminiscenze.
- “Com’era capitato che un ragazzino, di
poco più di nove anni, si fosse distaccato da una
famiglia affettuosa, per rinchiudersi in seminario: un
ambiente rigoroso e improntato al raggiungimento
dell’obiettivo di far crescere nuovi preti cattolici?”.
Non erano state le parole del ministro del culto ai suoi
genitori: <<Michele ha la vocazione sacerdotale!>>, né
la marcatura stretta del prete al piccino attratto e
impegnato a collaborare nei vari riti festivi e
nell’indottrinamento per ricevere il sacramento della
comunione, bensì fu decisiva la fuga dal terrore di un
maestro elementare; il quale usando duri metodi
correttivi (schiaffi, mettere in ginocchio sui
sassolini, far stare in piedi dietro la lavagna o la
messa al ludibrio permanente nel banco degli asini, che
tuttavia fu tenacemente e permanentemente occupato da
due titolari fissi) aveva reso angosciante la frequenza
di quella classe elementare. Il seminario era stata la
disperata scelta per sfuggire al nazi-maestro, a cui
Michele si impegnò di aggiungere l’impegno di
approfondire l’effettiva esistenza della vocazione
sacerdotale, ancora un po’ incerta. D’altronde a
quell’età non si poteva pretendere dal ragazzino - su
quel tema da adulti – chiarezza e convinzione.
- La sera prima dell’entrata in seminario
la mamma fece il bagno per l’ultima volta a quel figlio
che, travolgendo la volontà di resistenza degli
affettuosi genitori, mentre vedeva mescolare le lacrime
materne nel catino col tiepido bagnetto, si propose di
superare una sfida impegnativa: entrare in un mondo
nuovo, aprirsi una nuova prospettiva di vita, quella del
chierico, cercando di non deludere genitori e
conoscenti che l’avevano un po’ troppo mitizzato
esaltandone la scelta di dedicarsi al Signore.
- L’impatto non fu duro, per quanto ancora
bambino, Michele approfittò delle molte offerte di
giochi tra i giovani seminaristi: pallavolo, ping-pong,
calcio-balilla, Monopoli, scacchi, dama e soprattutto
ogni giorno c’era un’ora di gioco del calcio, un momento
magico nella giornata! A quel gioco partecipavano tutti,
dai più grandi ai più piccoli, mentre per gli altri
divertimenti era necessario arrivare nella sala di
ricreazione sgomitando, decisi alla conquista del
passatempo preferito.
- La mescolanza di piccoli e grandi,
consentì al ragazzino di spaziare nella conoscenza dei
riti e dei canti cattolici, della cui teoria e pratica
erano disseminate le giornate in seminario. La fase
storica e culturale fu molto ricca di stimoli,
coincidente con i lavori del Concilio Vaticano II. Il
vescovo – delegato conciliare - riportava da Roma,
satura dei cattolici più rappresentativi, i personaggi
più disparati: il prelato afono a cui – fu detto - che i
Cinesi avevano mozzato la lingua come tortura; il
missionario proveniente dall’India a raccontare il
fenomeno dei fachiri; il vescovo di uno dei tanti
santuari mariani più frequentati a raccontare i miracoli
accaduti in quella plaga; il Cappuccino esperto di
monachesimo povero; il Gesuita bravo a predicare negli
esercizi spirituali…
- A fronte di tanta attenzione ai principi
religiosi inculcati – sia pure ansiogeni per severità
e coercizione fisica e mentale per un ragazzino -,
assiduo nella partecipazione ai canti corali –
meravigliosi quelli gregoriani! – Michele ebbe un
grosso difetto: non studiava per tutte le quattro ore
pomeridiane previste, distraendosi con i giornalini, più
spesso a fumetti; incantevoli quelli di Jacovitti, con
gli improbabili pistoleri in paesaggi disseminati di
cactus a forma di salame affettato! Finché, scoperto, fu
messo, inutilmente, sotto pressione dal prefetto – il
capo gruppo – che, a suon di ceffoni, cercò di
riportarlo ad seguire con diligenza gli impegni
scolastici. Evidentemente il livello di difficoltà non
era tale da impedire a Michele, nonostante il suo
ostinato disimpegno dai doveri scolastici, di completare
senza difficoltà il ciclo degli studi primari.
- Un periodo caratterizzato da forti
contrasti: (duri)il freddo dei rigidi inverni patito
nelle ampie camerate, mitigato da una borsa dell’acqua
calda per scaldare gelide lenzuola; l’acqua ghiacciata
delle abluzioni mattutine; la precoce sveglia mattutina
per consentire di fare la meditazione e di assistere
alla messa, prima della colazione e della scuola;
l’obbligo delle confessioni quotidiane – “che
peccati mortali avrebbe potuto compiere un ragazzetto
ristretto in quell’ambiente?” -; (piacevoli) l’aver
imparato a tenere un diario segreto, il piacere di
scrivere poesie, la lettura di vite di santi e di
riviste missionarie che svelarono mondi nuovi e
sentimenti religiosi eroici; la partecipazione a riti
suggestivi, capaci di indurre forti emozioni.
- La fine delle scuole primarie coincise
con la scelta di Michele di lasciare il seminario. La
decisione era di scegliere tra l’insensibilità ai
fenomeni sessuali, compatibile con la permanenza in
seminario, e la risoluzione di liberarsi dai vincoli. Il
padre spirituale fece capire chiaramente al ragazzo che
il seminario non era compatibile con nessuna idea
del sesso, che non fosse l’astinenza! Salvo
l’onanismo clandestino, che il ragazzo vide e praticò,
e l’omosessualità, o peggio la pedofilia, di cui il
seminario era pervaso. Michele ne ebbe una diretta
testimonianza in seguito alla sofferta testimonianza di
un quasi coetaneo, un ex seminarista, violentato dai
ragazzi più grandi di lui! L’idea di essersela scampata
bella non fu molto consolante, pensando alla ipocrisia
di quell’ambiente, in cui prima di coricarti avevi l’angoscia di morire nel peccato, andando all’inferno
solo per non aver confessato una smanettata del pisello.
- Scelse di liberarsi dall’oramai
insopportabile impegno, confortato dalla comprensione
dei genitori e del capo del seminario (il Rettore), il
quale - contrariamente alla previsioni, che
nell’incontro di commiato si immaginava gli avrebbe
frapposto numerose difficoltà - disse all’adolescente:
<<Fai liberamente le tue scelte. Sappi che se ti
troverai in qualsiasi difficoltà puoi contare sul mio
aiuto!>>.
- Quelle parole non solo dettero coraggio
al ragazzo, inducendogli un minore pessimismo
sull’immediato futuro; ma gli alleviarono il senso di
enorme solitudine che affrontò all’uscita dal seminario,
coniugata al distacco dalla chiesa cattolica. Maturato
nella convinzione che se c’è un Dio è dell’amore, che
non può aver concepito di far vivere l’uomo col
pensiero permanente della morte in purezza pena la
condanna all’inferno. Un Dio che non avrebbe scelto
di essere rappresentato da una organizzazione politica a
sfondo religioso, caricata di così tante bardature
ideologiche e rituali che Michele stimò lontanissima
dalla vita Gesù, considerata la pietra di paragone.
- Lo studio della storia gli rafforzò la
giustezza dell’idea del distacco dalla chiesa, - la
quale, di fronte a legittimi interrogativi non risolti o
non risolvibili, poneva la questione di accettare
per fede la verità rivelata direttamente dalla divinità
-, come quando lesse in un “Libro dei Morti” –
chissà perché proibito!? – lo stesso elenco dei
comandamenti che Mosè sostenne essergli stati dettati
direttamente da Dio sul Sinai, mentre era una copiatura
evidente di credenze degli egizi…
- L’affanno per il distacco da un mondo
familiare e non ostile, fu compensata da un grande senso
di libertà, mentale e fisica, conclusa la volontaria
restrizione nell’ambiente organizzato, ma chiuso,
ipocrita e ginofobo del seminario.
- A fatica Michele si costruì una nuova
rete di amici ed espresse in cuor suo il proposito
di non aderire mai più ad alcuna idea e/o
organizzazione in modo integrale, soprattutto quando
pregiudizialmente gli fossero state imposte credenze
fideistiche ed esclusive.
- Un convinto proposito disatteso ai venti
anni per la politica, seguendo il filo di Donello
– un coetaneo politicamente smaliziato, che per l’ansia
di essere un super comunista concluse la sua breve vita
in seno ai bordighisti, residui seguaci di Bordiga uno
dei fondatori del PCI - che lo condusse alle prime
riunioni alla Casa del popolo; dove i giovani
apprendisti politici si scaldavano e/o scornavano sulle
vicende del “Che” in America Latina, sulle occupazioni
studentesche delle Università e sulla linea del
partito, sui rapporti lavoratori e studenti…
- Michele, che per due o tre anni frequentò
quell’ambiente senza accettare di prendere alcuna
tessera, estendendo una rete di interessanti amicizie,
tra i giovani e gli anziani, nel frattempo, si convinse
che o lasciava quell’ambiente, oppure, per viverne a
pieno la vita, avrebbe dovuto iscriversi e prendere le
responsabilità che l’organizzazione gli avrebbe
attribuito. Scelto l’impegno, anche a discapito degli
studi universitari, fu gratificato dei notevoli
sacrifici, che richiese una militanza tanto impegnativa,
con incarichi politici e amministrativi molto
prestigiosi. Ma il prestigio non era il suo obiettivo di
vita, bensì l’impegno e la conoscenza che andarono bene
per un certo periodo di crescita di Michele e del
movimento di cui fece parte.
- Quella stagione declinò rapidamente:
forse il giovane Michele era salito su un carro della
storia quando questo stava esaurendo il carburante delle
idee e dell’utilità. Tuttavia fu una efficace immersione
totale su un modo di pensare e di vivere, ispirato dal
partito e dal sindacato, condiviso con centinaia di
persone, molte delle quali, specialmente le più umili,
si sentivano effettivamente compagni, cioè coloro che dividono il pane!
- Romano, più grande di Michele di una
quindicina d’anni, era stato in quel senso un vero
compagno. Uno che non accettava supinamente una
ritualità noiosa, quando alle riunioni prendevano la
parola sempre gli stessi su qualsiasi argomento, o i
giochi di potere per raggiungere incarichi politici o
amministrativi non meritati. Privilegiava il tempo
dell’ascolto e della conversazione, spesso a casa degli
stessi compagni, col buon vino, accompagnato da pane e
prosciutto o pane e formaggio. Smitizzava la vita di
partito con racconti tanto paradossali quanto
significativi, su fatti e personaggi di quella
organizzazione, non per il piacere del pettegolezzo, ma
per il gusto dell’ironia e della dissacrazione. Come
quando si divertì, con pochi selezionati complici, a
diramare l’ordine ad alcuni dirigenti comunisti comunali
di dormire fuori per evitare di essere catturati
nottetempo dalla polizia, ricevendo delle risposte
esilaranti. Il più diligente, dormì
all’addiaccio, dopo aver caricato nella sua Bianchina
500 un fucile doppietta – essendo portatore di un
paio di occhiali come culi di bicchiere, ci si domandò
“a quale bersaglio avrebbe potuto mirare?” -, la radio
e un materasso così ingombrante che quasi non c’era più
spazio nell’autovettura per l’autista. Il patetico
rispose: <<Stanotte non posso! Vedrò domani notte, se
starà meglio la mamma!>>. Lo stratega assicurò
che: <<Io non dormo fuori casa, perché se mi venissero a
prendere, posso scappare dal retro, ho un’altra via
d’uscita!>> Come se gli eventuali sbirri fossero degli
sprovveduti.
- Erano tutti personaggi eminenti del
partito, che, per loro fortuna, vennero messi alla
prova della clandestinità solo per scherzo! Quel mondo
un po’ naif ma politicamente efficace, fu messo in
confusione dalle prime divisione sulle prospettive del
vecchio partito comunista che a livello locale, nel
bene e nel male, era diventato come un accogliente gran
caravanserraglio.
- Michele più volte si era posta la
domanda: <<Qual è la spinta interiore che ci fa entrare
in mondi nuovi e sconosciuti, molto impegnativi?>>,
senza riuscire a trovare altra risposta più
soddisfacente della vecchia definizione dantesca “fatti
non fummo a viver come bruti, ma per seguire virtude e
conoscenza”, più calzante della pur vivida
rappresentazione di Albert Camus in Sisifo:che la
raffigura come una fatica a cui siamo
destinati, che ci perseguita e ci intriga, che si ripete
perpetuamente ogni volta che si è giunti vicini
all’obiettivo agognato, riportandoci ogni volta al fondo
dell’erta da scalare. Camus rappresenta senz’altro lo
spirito del secolo Ventesimo: duro, ideologico, con
grandi movimenti di massa che costringevano il singolo a
schierarsi, pena l’emarginazione sociale, economica e
culturale, il non contare e/o non poter raggiungere
obiettivi di vita importanti. Un’epoca che Michele
auspicava superata. Mentre l’espressione dantesca la
riteneva più idonea a descrivere il suo attuale
approccio alla vita, quella di perseguire liberamente
il proprio percorso di conoscenza e di virtù, senza
imposizioni o condizionamenti.
- Romano era già di ritorno dalla cantina
con una bottiglia di vino rosso e due bicchieri in mano,
con la faccia sorridente disse: <<Ti ricordi quel
pomeriggio, quando a casa tua scolai un paio di
bottiglie?>>
- <<Si, certo e mi parve di capire che
avevi un problema col fidanzamento della tua figlia
prediletta con un carabiniere! Fu la reazione di gelosia
di un padre per la figlia, o eri frastornato dal fatto
che sarebbe entrato in casa di un vecchio comunista un
rappresentante di quelle forze dell’ordine che in molte
piazze avevano legnato i tuoi compagni?>>.
- <<Fu un mio momento di grande debolezza:
volevo la felicità di mia figlia, però mi sembrava di
essere vittima della legge del contrappasso, costretto a
dare al nemico la luce dei miei occhi! Oggi amo mio
genero come un figlio; ma che confusione ebbi allora!>>.
- I due antichi sodali scaldarono i loro
animi col vino, convinti che con la leggerezza e
l’ironia si possono affrontare anche i passaggi più
impegnativi della vita, che pensare a sé stessi troppo
a lungo in profondità allontana dalla realtà e scatena
sentimenti non sempre piacevoli e di facile dominio.
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