TuttArte MECENATE

 

VINCITORI SEZIONE NARRATIVA

1° Premio Internazionale IL LABIRINTO
Il concorso è indetto e organizzato dalla Associazione Onlus Mecenate
e dal Labirintismo Movimento Artistico e Letterario
                                                 
Il Premio IL LABIRINTO è un concorso  multimediale. Tutti gli autori partecipanti al Concorso sono stati inseriti nel sito del Labirintismo e le loro opere rimaranno sempre on line in www.labirintismo.it  Il concorso si ispira alle tematiche dell movimento d'avanguardia artistico-letterario Labirintismo, che è "un modo di concepire la vita attraverso l’arte. Dato che l’uomo moderno si è inevitabilmente arroccato nel proprio labirinto interiore, impastoiato dal male di vivere, l'arte deve porsi come mezzo conoscitivo e terapeutico per far uscire l’io dal labirinto (.....)Il Labirintismo è una visione della vita attraverso l’arte, che deve liberare l’uomo dalla dominanza del proprio Super-io(dal Manifesto del Labirintismo).
                                                        Il TEMA DEL CONCORSO E’  IL LABIRINTO UMANO DELL’INCONSCIO
                                            L'arte è il filo d'Arianna che permette l'esodo dal labirinto: è il labirinto zero (M. Badiali)

VEDI IL PREMIO NEL SITODELLA ONLUS MECENATE

GIURIA DEL PREMIO

COMMISSIONE DI GIURIA
 La Giuria e’ composta dai soci della Onlus Mecenate e fondatori del Labirintismo
           prof. Massimiliano Badiali (Presidente), prof.ssa Isabella Forgione, dr.ssa Valentina Badiali, dr.ssa Chiara della Marta,
                                    Stefania Liberatori, rag, Rolando Badiali, prof.ssa Lelia Burroni, Sandro Ricci, Daniele Locci,
                                                                                dr. Denny Bonicolini, dr.ssa Barbara Cantelli.
IL GIUDIZIO DELLA GIURIA E' INSINDACABILE.
 

1° PREMIO

Carlo Caruso di Roma

Una carezza nel Labirinto

                                                  
Ricordo quand’ero un cucciolo, e ancora giocavo coi miei fratelli davanti alle mamma paziente che, distesa a terra per allattarci, ci leccava il pelo e ci guardava attenta. Fu allora che ricevetti dal mio padrone quella prima carezza.  Era un bell’uomo snello, forte della sua armonia, la pelle scura e la barba bruna, gli occhi neri scintillanti di un lampo mediterraneo, l’irrequietezza del mare nel silenzio di un’anima potente e serena.
Lui sorrise alla mia mamma, che abbaiò orgogliosa. Poi, mi prese in braccio e mi parlò.
- “Ti chiamerai Argo - mi disse- e come il gigante Argo sarai la fedele guardia della mia casa!”
Gli occhi neri del Re Odisseo scintillarono di un sorriso marino; poi lui mi adagiò delicatamente a terra e mi lasciò l’eterno sigillo di una lunga carezza.
Nella piccola e forte mano del Signore di Itaca, avvertii il fremito di quella terra inesausta, stretta fra braccia del mare, tormentata dalle tempeste, memore d’infinite partenze e d’infiniti ritorni. Sentivo il tocco di un cuore sapiente, che racchiudeva in sé la Visione del Labirinto: tutta nostra esistenza corre lungo strade intricate ed ignote, proprio come il percorso di un labirinto, dove possiamo perderci per sempre. Ma quando distendiamo il Filo della Sapienza e della Fedeltà a ciò che amiamo, quel medesimo peregrinare diviene il doloroso cammino della Conoscenza che ci riporta,  infine, al Centro del nostro Cuore.
Ero troppo cucciolo per capire, come ora capisco, che quella carezza era un pegno di fedeltà del re alla sua terra e ai suoi cari, una presenza affidata per sempre a me, che ero il suo fedele ed umile guardiano.
Lui già sapeva che, nel tempo, non mi sarei mai scordato di  lui.
Com’era bello e possente il mio padrone quando, vestito della sua corazza, con la pelle di montone sulle spalle, partì con gli altri principi e re greci! Tra quei giganti dall’aspetto violento, la sua piccola figura risplendeva di una vigorosa armonia, che lo rendeva nobile re tra i re.
Nello sguardo recava la dolente consapevolezza di un destino che lui aveva tentato inutilmente di evitare, persino fingendosi pazzo[1], un destino scritto nelle palme delle sue mani, nel cuore della sua terra, un percorso che si riannodava al misterioso Labirinto della nostra storia, che si celava nel suo stesso nome Odisseo[2].
Tutti quanti un giorno partiamo  per un viaggio e non conosciamo bene quel che ci aspetta, quel che faremo e neppure quello che davvero vogliamo. Persino il nostro cuore è racchiuso nel labirintico percorso del sogno profondo, e quando ci svegliamo d’improvviso ci chiediamo meravigliati, a volte spaventati, che cosa abbiamo fatto.
Allora vorremmo che l’incubo fosse finito: ma non ci rendiamo conto che il nostro sonno quotidiano, la nostra ignoranza e inconsapevolezza di tutti i giorni ci restituiscono ancora alla separazione dalle persone amate ed al Labirinto. Solo pochi individui, per qualche istante, riescono a capire dove veramente stanno andando.
 
Negli anni successivi, feci la guardia alla culla del suo bambino, stetti vicino alla sua nobile moglie, ascoltai con silenzioso amore i sospiri di lei, quella fedeltà racchiusa nel buio misterioso del suo prezioso cuore, una fedeltà che, come il gomitolo di lana, sempre vive abbracciata a se stessa.
E accompagnai i primi passi del bimbo, detti voce alla casa silenziosa con il mio gioioso abbaiare, e ancora – me ne rendo conto solo ora che sono vecchio- ancora parlava per me la carezza di Odisseo, una dolce presenza che, attraverso il mio latrato, cercavo di narrare ai suoi familiari ed ai suoi amici.
Talvolta persino gli esseri umani posseggono qualche sensibilità. E allora mi dicevano “Ti manca tanto il tuo padrone, vero?” e per tutta risposta andavo ad annusare quel tronco d’albero che faceva da base al talamo nuziale del mio gentile Signore, quel luogo che lui aveva tanto amato.
Allora il piccolo Telemaco mi abbracciava, e piangeva in silenzio.
  Col tempo gli uomini si stancano di piangere. Accade che la loro grande intelligenza li renda troppo irrequieti; così, inseguono dei miraggi, si lasciano confondere da magie ingannevoli rilucenti in uno sguardo, stritolare nel profumato abbraccio di una sirena. Allora si scordano delle persone amate, i cui volti e presenze sbiadiscono, portati via dal sale dell’acqua marina.
Ma io restavo sempre lì,, a latrare e a scodinzolare all’immagine di Odisseo che portavo sempre dentro di me. Che cos’è il tempo che ci allontana da noi stessi, se non un gomitolo con cui gioca uno stupido gatto bizzoso, un filo che si disperde per tutte le direzioni, ma che la Sapienza  del Cuore riporta sempre alla sua perfetta forma sferica?
E donai quell’amore invincibile ai miei cuccioli, che si lasciavano leccare beati; nelle sale del palazzo reale, annusavo i passi del mio Signore che – lo sentivo! - stava cercando di riavvolgere il Gomitolo del Destino.
Lo vedevo paziente e indomito tra i pericoli di strade ignote, mentre procedeva oltre i vincoli della magia ingannevole, oltre la trappola della libidine o l’odio di anime orbe, che uccidono chi ha la colpa di vedere più di loro.        
Nel tempo, a Itaca cambiavano le persone, qualcuno partiva per sempre, i fanciulli crescevano, e non sapevano neppure chi fosse Odisseo; dal porto spalancato sul mare, nelle mattine profumate di brezza, nelle sere vellutate, quando un marinaio soffiava nel suo piffero la nostalgia della sua terra lontana, giungevano nuove notizie dal mondo.
Uomini stranieri approdavano con le loro merci recando con loro storie di terre ignote; poi, svanivano in quello stesso mare che li aveva portati.                 
Vedevo la disperazione negli occhi di Telemaco e di Penelope; così mi  sedevo vicino a quel tronco d’albero, in attesa fiduciosa; allora il figlio mi abbracciava e si addormentava pian piano. Era questo il mio modo di narrargli la ninna nanna.
Ora che ho recitato il mio ruolo, è giunto il tempo di farmi da parte; tuttavia, indugio sulle soglie della Vita, perché so che Lui non può tardare a  tornare, e, per quel momento, dovrò esserci. Per questo, mentre qualche suo amico, abbandonatosi al dolore, non ha retto al peso degli anni, il mio amore mi ha mantenuto in vita. E adesso, fermo sulla soglia –ormai faccio fatica anche a muovermi- attendo il ritorno del mio Sole. 
Lasciamo per un attimo Argo, anzi, guardiamolo un istante con affettuosa attenzione: sta sulla porta del palazzo, respira con fatica, gli occhi fermi e attenti; il corpo è logoro, ma per lui l’attesa è appena cominciata: amore serenamente irremovibile!
  Odisseo è giunto sotto mentite spoglie. I suoi vecchi amici sono morti in mare, oppure sono partiti; volti indifferenti nella folla lo ignorano o lo scrutano curiosi. Ha percorso tante migliaia di miglia per scoprire che non ha una casa.
“Che cos’è la casa – si chiede -, se non il luogo che si ricorda di te? Quante volte ho vagheggiato l’abbraccio della mia terra, ho sognato di veder rifiorire, tra le strade della mia Itaca, delle presenze affettuose, di sentire sulle spalle le braccia di un amico che ti afferra e ti guarda stupito! Questo anonimo brusio della folla è più doloroso del mio esilio per i mari! Eppure da qualche parte devo trovare il filo da cui sono partito, che mi riannoda al mio cuore disperso!”.
La gente non lo nota neppure. Allora, diviene un mendicante e porge la sua ciotola di povero, vuota, a una goccia d’amore.
“Dove sei , Odisseo – si chiede-, nei mari disseminati di isole e d’incantesimi spietati, nei porti dove hai dormito per una notte, nei terrificanti luoghi dove cari amici hanno lasciato le loro ossa, sotto le mura di Ilio, ormai dirute, in questa isola che ha scordato il tuo nome?”  
Avanza con questa domanda, il cuore ancora disperso nel Labirinto dell’esistenza.
Sale le scale che lo conducono alla sua casa con gran pena e fatica, mentre una parte di lui vorrebbe andare via: ma DOVE?
E intanto, giunto davanti alla porta del palazzo, sente provenire da un cantuccio un respiro affannoso e riconosce  quel vecchio cane che gli sorride come un’acqua al saluto del Sole, con occhi teneri e gravidi di un amore mai vinto, cresciuto per venti lunghi anni. Allora, sente nuovamente sbocciare   volti e presenze avvolti nel profumo della sua terra, che lo abbraccia come figlio.  
  Negli occhi di Argo scintilla quella carezza mai dimenticata, che si è  trasformata passando di cuore in cuore, che d’un lampo illumina Odisseo e gli riaccende la memoria di un piccolo cucciolo che lui accarezzò affettuosamente, di una casa dove suo figlio piangeva nella culla, e sua moglie lo incoraggiava nella penosa vigilia della partenza, un filo di Vita che si andava riavvolgendo, e che, in uno sfolgorio di Luce, lo riportava al Centro di se stesso.

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2° PREMIO

Simone Censi di Macerata

Riflesso Tonico Labirintico

 
Canali semicircolari, utricolo e sacculo.
Con un disumano sforzo mi stacco dalla fonte di vita e cado. L’accellerazione mi schiaccia ma il sistema motoneuronico gamma antigravitario mi riporta a testa alta.
Per quando atterro e mi riprendo è già ora di correre via.
Il viaggio è il fulcro di tutto, perché presuppone un movimento che può essere fatto anche da fermo se intorno tutto si muove.
Qualsiasi cosa intorno a noi si muove anche le cose ferme che per quanto ferme sono composte da molecole in movimento e che, anche impiegando secoli per movimenti millesimali, sono sempre in movimento e nell’arco spazio temporale prima o poi non ritroverete le cose dove le avete lasciate.
Anche Voi, che siete fermi sappiate che siete in movimento. Se non vi piegate Voi al superiore volere del mondo lo farà il supporto dove poggiate i Vostri stanchi sederi.
Così io.
Con il mio cavallo di legno tra un affollato deserto di stelle.
Fin dove la sabbia si incolla al cielo seguendolo nell’ eterno andirivieni astrale, le dune arroventate dal sole venivano solcate dal sicuro passo del mio puledro, ricomposte dolcemente dal vento che al mio passaggio cancellava ogni traccia.
Così il destino dell’uomo che attraversa il mondo e dal mondo si diparte senza che niente più rimanga sennò una tabula rasa pronta per essere nuovamente solcata.
Il sole mi punta alla testa e sembra voglia far lievitare qualcosa. Nel cranio ribollono mari in tempesta, imperversano giorno dopo giorno nella mia mente ed ergono innanzi sulla mia strada fortezze intangibili che imbizzarriscono il mio cavallo.
Arretra, soffre, nitrisce si ripropone e si impenna.
Disarcionato, lanciato, sbattuto e scaraventato.
Io a terra e il mio cavallo non più.
Intorno a me pareti di sabbia a farmi da prigione, stretto in un intestino rabbioso di cunicoli. Avvolto tra spire mortali, respiro affannato, polmoni bruciati dal caldo vento del deserto.
Ritornai a trovare la luce della notte dopo non so quanto tempo e potei solo che riabbracciare il cadavere scomposto del mio cavallo di legno. Lo lavai con le mie lacrime e anche la luna pianse con me mentre lo seppellivo.
Partii a piedi da solo e voltandomi non vidi più il castello che crollò come crollano le cose quando non ci fai più caso.
Denominatore comune delle barriere mentali: sono insormontabili finché l’illogico intelletto le tiene in piedi e sono pronte ad abbandonare la realtà lasciando dietro solo una folta nube di sabbia che coprì il cielo.
Piovve sabbia per secoli ma non me ne accorsi affatto.
Camminai e mi addormentai più volte per la stanchezza. Un incubo di un caldo soffocante che ti si appiccica ai vestiti e non riesci più a togliertelo.
Il vento mi cullava e mi cantava una nenia all’orecchio. La nenia quasi un canto sussurrato mi avvolgeva, mi conquistava e mi portava giù sempre più giù quasi che mi volesse far sparire e accasciandomi a terra. Così fu.
Quando rinvenni non ero più io, non eri più tu e quello che mi circondava non c’era più.
Era tutto buio e vedevo le stelle nel limpido cielo. Nonostante tutto vidi per terra un grande foro o forse me ne accorsi perché ci caddi dentro. Riuscii a caderci dentro senza muovermi forse perché chi si muoveva era lui e così quella voragine spasmodica si contorceva, si disarticolava e si espandeva per la voglia che aveva di ricomprendermi. Ed io non feci nessuna resistenza e andai giù.
Un punto lontano e rosso mi illuminava. Poi con la velocità di un proiettile mi trapassò più volte il cuore e la mente. Oramai per quel punto rosso non ero altro che un passaggio, ma non provai dolore fino a quando non fu più solo punto ma per la velocità una linea che poi diventò curva flessibile che mi cinse e mi stritolò.
Dibattendomi caddi da una nuvola all’inferno.
Una luce, un boato, il buio e un lampo, ancora il buio e un gran caldo e la sabbia spostata dal vento mi aveva completamente coperto. Accarezzai il mio cavallo di legno ritrovato e disseppellito perché un cavallo di legno non può morire, ma io non lo sapevo e lui nemmeno.
Il destriero ritrovato mi portò verso l’infinito. Ma non mi bastava perché un destino era da compiersi e così ritornai sui miei passi verso quella fortezza che prima non c’era e adesso anche.
Con estremo coraggio salii le scale tutte d’un fiato e mi gettai dalla torre più alta. Dello schianto morii, morii e rinacqui sette volte. Un fiore cresce dal terreno, coltivato dalla mia cenere e il vento lo carpì come carpì me, la malattia che non perdona.
Ho sete, non so di cosa, ma ho sete.
Una mano spuntò dalla sabbia e mi trascinò sotto con essa. Tutto era viola, viola, perdutamente viola, spudoratamente viola, viola.
Sembrava la fine quando un’aquila senza ali mi portò nel cielo sopra le nuvole e ancora più su.
Cademmo insieme ma io caddi rovinosamente a terra mentre lui sparì. Ma sopravvissi e continuai a viaggiare con il mio cavallo di legno in un deserto di stelle.
 

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3° PREMIO

Marco Settembre di Roma

Pantomima amarognola!

 

A me francamente sembrava di aver chiuso solo un occhio, eppure... A prescindere dal fatto che un artistoide ha tutto il diritto di non chiudere oc-chio per tutta la notte, poi nessuno al mondo dovrebbe impedirgli di chudere un occhio per un istante, così, quasi per gioco, per vedere se la visione mo-noculare in condizioni di sonno arretrato garantisce una visione sfocata di tutto il dannato mondo circostante, cavoli. E invece, che mi capita? – “Bada!”, mi dicevano in casi simili vent’anni fa – mi sono ritrovato in macchi-na con gli occhi che lacrimavano ed un sonno assurdo ancora appiccicato alla mia zucca, apparentemente semivuota, al momento. E stavo perlomeno attento a non imboccare nessuna deviazione dal percorso, a meno che non fossero le solite deviazioni dalla norma, quelle che chi mi conosce ha impa-rato ad accettare. Se però quello era un giorno come tutti gli altri, la legge di Murphy, l’unica che conosco, sarebbe scattata a determinare associazioni indebite a macchia di leopardo per il resto del tempo (o devo pensarlo con la T maiuscola?) Se qualcosa può confermare la profezia che vado mulinandomi in testa, ebbene, quel qualcosa entrerà in azione il prima possibile, ecco quello che dice la mia legge di Murphy. Il motore almeno non tossicchiava quella mattina, forse dipendeva dai primi caldi, che prosciugano l’umidità dai bronchi e dai pistoni, ma non pensai di ritenermi fortunato solo perché avevo ormai raggiunto il parcheggio interno della Sede. Se le grandi arterie di circo-lazione si gonfiano spesso del sangue dei sinistrati, i parcheggi come questo rassicurano un po’ chi ci entra, pensando a tutti coloro che invece devono soffrire chissà quanto a restarne al di fuori, esclusi. Io no, però certo non mi bastava per sentirmi a posto con tutti i miei me stesso, che pure cercavano parcheggio in un mondo dalle arterie intasate come una vecchia mummia vi-va ma barcollante.

“Giovane, non può parcheggiare sulle cisterne di fegato, si sposti, più avanti troverà una piazzola di terracotta smaltata”; il vecchio parcheggiatore, con-vinto di far bene a trovarsi lì, aveva i denti sparsi su tutto il viso e un casco oblungo dal quale sbucavano diversi coltellini svizzeri disposti a riccio. Mi spostai, e con una manovra da manuale di contrappuntatore spugnale “real-time” sistemai il veicolo in verticale, infilandomi senza metafore sessuali, per il momento, tra un armadietto di plastica azzurra e un grande girasole a schiaffi meccanici.
Alcune note stridenti sgusciavano fuori dall’acuminato car stereo di un proba-bile responsabile vendite creando onde da mal di mare negli strati d’aria accumulati sul parcheggio flottante, ma io non c’entravo niente, a meno che non dovessi fare colazione; la mia radio, viceversa, prima che la chiudessi stava trasmettendo i discorsi smozzicati di un sedicente esperto di qualcosa, che diceva: “...superare il problema astratto e forse parziale dell’inconscio come spauracchio e giungere alla sua vera essenza” Uh! Alle 8:41 di mattina!
Per favorire la mia fuoriuscita dall’abitacolo di quella che sembrava la carlin-ga a specchio del mio trabiccolo missilistico, emisi vari sbuffi a singhiozzo come un mantice scassato e con un gesto più che plateale  feci in modo di immettermi nel brulichìo di impiegati sgambettanti, carrelli in movimento, scartoffie svolazzanti. Era quello il solito andazzo o dovevo pensare che se mi ponevo queste domande non potevo escludere di essere portatore di emo-zioni inconsulte? Avrei provato a rispondere più tardi, ora ero impegnato a escludere l’idea di non essere l’unico ingranaggio in funzione, nè l’unico gra-nello di vetro capace di bloccare i meccanismi. I miei, peraltro. 
L’immensa struttura rotante composta da innumerevoli parti mobili si faceva ammirare non senza generare una forma di strabismo, forse necessaria per farsi coinvolgere nelle spire di un agglomerato apparentemente privo di lo-gica costruttiva, in cui centinaia di materiali diversi sfidavano qualsivoglia stile architettonico decretandone il superamento in un incessante consumo di stili. Ma, superate le porte girevoli, in cui percepii la Volontà cieca, schopen-haueriana e oscura, di qualcuno o qualcosa che mi spingeva a mordermi la coda come un cane proprio dentro quel posto, mi ritrovai nell’atrio, o anche nel mare magnum delle scelte degli altri. Com’erano bravi, lo facevano ap-posta a mettersi a confronto con la mia incompetenza? Ma non potevo arren-dermi subito. Ecco, dopo la macchinetta per la distribuzione di orticaria, a de-stra in fondo, potevo avanzare verso la disordinata piattaforma del disgusto che mi competeva, se non ricordavo male.
Mi sembrava però di procedere per accumulazione, e sebbene fosse un pro-cedimento spontaneo, mi parve come se volessi colmare una manchevolezza di cui avrei dovuto prima e in qualche altro modo, cogliere il senso.
All’apertura di una gabbia ascensionale (o ascensoriale?), mi lasciai coinvolgere da un brutale movimento verticale alla cui manutenzione squadre intere di micro-organismi si dedicavano nelle ore di chiusura degli uffici. Un senso di disagio si impadroniva di me mentre, dentro quel cubicolo, mi sentivo innalzare come un pinnacolo svettante, insieme ad altri che proble-matizzavano la mia euforia con un’angoscia allusiva. Ne uscii dopo un tempo indefinito e cercando di dissimulare l’espressione devastata che premeva da dentro per affacciarsi sul mio volto. “Accesso 16 lato Nord, livello 30, settore L2F, corridoio 39, stanza 415B, nicchia 4”, queste le indicazioni riportate a caratteri unti su un complesso orbitale di strutture in perenne movimento, tutte anch’esse dissimulate da un “effetto parete” assai poco convincente. “Lo vedi che sono LORO a fare così?”, pensai; “non devo esagerare ad as-sumermi la colpa...”
Perplesso da tanta ragguardevole perizia nel farsi beffe del mio auto-controllo, ordinai del latte di quaglia freddo ai tuberi molli vestiti da ma-snadieri che fino a quel momento m’avevano fissato con la scusa che cer-cavano evidentemente di seguirmi. Mi risposero con un brusìo; forse senza volere gli ero parso minaccioso, magari pensavano che le quaglie fossero animali loro consanguinei o modelli di robot sotto falso nome. Ma vent’anni fa avrei detto loro di peggio; era un peccato infatti conoscersi in quelle disgra-ziate circostanze. Le stanze! Non persi altro tempo e cercai di vederle, ma le regole della instabile struttura erano incise ovunque:
“Nel rispetto delle regole del Polo Direzionale Fantasma e della Neuro-Giun-zione Filastroccale del Gran Rigurgito Perenne, si ricorda che ogni attività all’interno dello stabile deve contenere almeno uno degli elementi sottoin-dicati:
Sanguinaccio, sudore e lacrime, produttività di gruppo, aspirapolvere e suc-chiasoldi, statuette di pane raffermo e retorica stantìa, acclamazione della censura, maschere da Polifemo con ali di pollo cucite sugli zigomi alti, un rastrello per l’inciampo dei tonti”.
E ancora: “E’ severamente vietato in azienda l’uso di psicofoni tascabili con detonatore a coscienza, lingue di Menelicche, bombe “Alienation” a sputo di sentenze”.
“Ciò che è conscio lo è solo per un momento”
“L’uso delle cartelline porta-letame è proibito dalle 12 alle 15 per una pretesa assenza di idiozia nell’area fannullonica 3B”.
L’ultima volta che ero stato lì era tutto diverso, ora la disposizione degli ar-redi s’era inasprita: intravedevo gli uncini bucaguanciali a scatto, nascosti nei bagni e dietro le bacheche carnose.
Uno speciale tunnel a scomparsa contrassegnato con una zampa di upupa, segnava l’ingresso nel nuovo reparto BMIULSCCQEUEN (Bestie Meccaniche Impazzite Urlanti Lanciate Senza Controllo Contro Qualsiasi Essere Umano E Non). “Qualora ci si trovasse per errore ingurgitati nel folle teatrino del do-lore, si prega di avvertire gli organi competenti tramite l’apposito citofono, prima del possibile massacro”.
“Si prega di non lasciare corridoi in giro”.
Cominciavo a pensare di poter essere classificato tra i possessori di braccia di gelatina, visto il tremore con cui mi penzolavano giù, ma in quel momento, con una brusca frenata e un frastuono come di stoviglie lanciate giù da una scala antincendio, un paio di sculture di corteccia viola mi spinsero con una garbata, melliflua violenza verso una porta lontanissima, che tra le tante, si accese, mi si presentò davanti e si capovolse. C’ero dentro con tutte le scar-pe, e mi sentii come quando da piccolo ancora non riuscivo ad allacciarle... alla mia mente.
Dentro la Stanza della Sede. Apparvero in rapidissima sequenza varie inter-sezioni di improbabili piani, le geometrie si fusero in una bizzarra scomposi-zione di ortaggi e disegni infantili, delineando infine... un saloncino ad ampol-la arredato con mobili smaltati e colonne tortili in resina acetalica  che ospi-tava un’unica scrivania vuota. Con uno sforzo da sub-umano notai che da un cassetto semi aperto del mobile o della memoria, un uomo piccolissimo cer-cava di risalire fino al piano, arrampicandosi con fatica, anche lui.
Raggiunta la superfice, l’ometto dagli occhi vispi prese un microfono e disse:
“Non badare al mio aspetto, non tornerò normale finché non lo farai tu. La prego si accomodi. Io sono solo il dirigente porta-coriandoli del settore 455, rappresento il ventre molle dell’impero di facezie e mi occupo di connettere il mondo irreale al mondo fetibondo. Sono dieci volte che tento di spedirle la lettera di convocazione, per costringerla ad una difficile integrazione, ma tu nelle giornate non idonee ti presenti qua spontaneamente ogni volta creando scompiglio. La Creatura di Palle che alberga molti piani al di sopra di questa stanza sarà contento di me, non certo di te”.
Riuscii a stento ad interrompere quella fastidiosa voce fin troppo amplificata: “Papà... secondo von Hartmann l’inconscio è la matrice originaria e indiffe-renziata della realtà, della quale tutta questa materia e il mio spirito sono opposte manifestazioni...”
“Ma quale inconscio del cavolo!?”
“E allora ascoltami: sono approdato in questo stupido labirinto sbilenco di marionette malvestite per risolvere le vostre dannate questioni metafisiche a suon di bastonate psichiche e non per diventare parte di luoghi e personaggi tanto raccapriccianti quanto insulsi! Io voglio fare il fumettista di notte, e...”
L’omino sorpreso gettò la testa all’indietro spalancando gli occhi di ambra: “Vedo che hai preso l’ascensore, eh? E non diventare rosso, piccolo ipocrita, so bene quello che fai con... Comunque, la new economy ha creato molte nuove figure professionali. Nel labirinto delle relazioni aziendali si configurano reti di competenza che intrappolano l’individuo, utilizzando solo una piccola parte del suo potenziale operativo. Fumettista? Le elenco immediatamente le figure professionali delle quali abbiamo bisogno; dunque…
Cesellatore dimensionale spazi angusti, proroga L.
Capo trituratore meningo-posturale all’anagrafe, con qualifica di sonda fognaria immersa.
Genuflettore precario per rifiuti olfattivi, lato B, adempimenti silurali.
Maschera pendolare di quinto livello sotto-catramato all’induttore ma-jonesico centrale.
Budello maggiore con incarichi di malgoverno peduncolare all’emisfero larvale ovest...”
“Bastaaa!”, urlai.
Dal soffitto calò una tendina di ragnetti accompagnati da una cortina fumogena tossica, dovuta al sigaro di mio padre, che egli maneggiava con fare osceno, specie se rapportato alla scena in cui mia zia si agitava sul sofà aspettando che lui finisse di toccarsi per passare... alle vie di fatto. Non po-tevo scegliere momento più sbagliato per confessare la mia omosessualità. Me ne resi conto e mi fermai. Il mio compagno era due passi dietro di me, nel corridoio (mai lasciare corridoi in giro), e squittì una risatina da ochetta; c’erano delle tensioni sotterranee tra noi, ma lo amavo in quel momento. Quando mio padre sentì il rumore, venne fuori di testa e ci inseguì davvero come ladri fin sul pianerottolo – aveva già dei sospetti su me e Lionel – e sul pianerottolo, vedendo che avevamo preso l’ascensore, si mise a sbraitare come un ossesso – perché quello era – approfittandosi vigliaccamente del fatto che il destino perverso aveva bloccato il gabbiotto metallico dell’ascen-sore, con noi dentro, nel mezzo della tromba delle scale. Urlò che “il suo ascensore” faceva “su e giù che era un dannatissimo piacere, a settant’anni, mentre alle checche pazze gli si blocca, con le donne, e allora gli serve chi...” E nel frattempo noi “checche” impazzivamo, nell’ascensore, strillando rabbia e paura, e Lionel disse che mi avrebbe denunciato, me e mio padre, e lo amai di meno. E tutto proseguì finché il signor Grant non uscì fuori sul pianerottolo del piano di sotto, e gli studenti del quinto piano si affacciarono da sopra ridendo a crepapelle. E quando l’ascensorista arrivò, io ero ormai “pronto e fatto”, con i graffi di Lionel in faccia, ma deciso a ripetere l’espe-rienza, ogni tanto, così, nella Sede della mia testa, credo, tanto per capire meglio. E ogni volta rimettevo le cose a posto e pensavo di andare a trovare mio padre in ufficio per spiegargli che: “ingegneria proprio no, ci si fanno gli ascensori”, se così posso esprimermi, con quel minimo rispetto che riesco a raggranellare.
Alcune voci nel Centro per l’Igiene Mentale di Seattle:
“Nelle pieghe di un sistema ormai al collasso è prevedibile che gli individui più deboli si smarriscano; tuttavia, in quelle stesse pieghe, dovrebbe essere lecito ritrovarli”.
“Ragazzo, pure tu, te la sei andata a cercare...”
“Non è grave, in fondo; o per lo meno dipende da quanto vuoi punirti. Prima che ci pensino altri, dàtti una severa lezione, prendi queste!”
Lo sciagurato eseguì, ingoiò le due coccinelle vive, e in capo ad un quarto d’ora si sentì perduto: molti stimoli vennero meno, capì che avrebbe dovuto accontentarsi di un’identità in scala ridotta. Quando doveva spostarsi in “con-dizioni d’urgenza”, non aveva la macchina, ma una sedia a rotelle spinta da un infermiere sempre con la tosse, perché lui “era bloccato”. Il parcheggio era il giardino interno, di cui aveva fatto il giro milioni di volte, ossessiva-mente, prima di restare convinto, ma neanche sempre, che aveva trovato il suo posto nel mondo. E gli affaccendati impiegati, ognuno dei quali avrebbe potuto scambiarsi di ruolo con lui, erano dei derelitti malati, nei confronti dei quali non provava alcun senso di fratellanza universale.
E poi gli venne a mancare il punto di riferimento, trovandosi a che fare, viceversa, con un padre assente. Tanta pena gli risultò buffa, adesso; stava meglio? Ma meglio di chi? Non ci dovevano essere altri se stesso a cui pa-ragonarsi, altrimenti si sarebbe fatto più forte il rischio di inventarsi altri sè che pretendessero di stare ancora meglio, e che lo scontassero con l’onta di mandar giù le pasticche. Ecco, già gli veniva in mente che dipendeva da lui “chiudere un occhio” su certe cose.
Mamma disse: “Non è colpa nostra, ci credi?”
Dopo aver preso visione delle possibili sanzioni a casaccio del folle mo-noblocco tetragono, toccandomi con le mani proprio lì mi lasciai trasportare da un ascensore a ventosa verso gli interstizi morbosi del mostro aziendale. “Ho le mie idee, anche se confuse”, pensai, mentre disorientati danzatori simil-pulviscolari sventolavano moduli e certificati come in un fumetto under-ground.
 

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4° PREMIO

Carla Cirillo di Benevento

Arianna di Creta

                                                 
Avreste dovuto vederlo Teseo al suo arrivo sull’Isola. Uno straniero lo è ancora di più straniero in un’isola. Tutto quello che a noi viene dal mare è estraneo e si chiama semplicemente Altro. Teseo non aveva un aspetto molto diverso da quello dei suoi compagni, tranne un insolito taglio di capelli, lunghi sul collo con una sfrangiata sugli occhi che poteva essere un colpo di lama poco scaltro. Che capelli ondeggianti, notai, e già allora avrei dovuto allontanarmi, raggiungere qualche parente malata su un’isola vicina, o fingermi io stessa ammalata, ma… non serve a molto sfuggire a se stessi.
Lo si notava Teseo perché voleva confondersi, apparire se non simile a noi dell’Isola, cosa impossibile, almeno simili agli altri Ateniesi. Ma non poteva esserlo. Teseo non aveva la stessa paura dei suoi compagni: al Sole la sua Ombra non tremava e sapeva guardare negli occhi, se anche provava a abbassarli. So che è stato detto molto di lui. Arrivò da noi e aveva un triste racconto. Le sue avventure erano strabilianti e a buon fine e lui, poi, sapeva raccontarle. Non risparmiava nessun particolare: una delizia per le madri tremanti e paurose e una sfida per tutte le ragazze che sognano di essere madri. Ercole, suo cugino, certo gli somigliava, ma Ercole era potenza muscolare, Teseo aveva tutto raccolto negli occhi. Occhi tanto pieni di visioni al punto da scoppiare…
Ascoltandolo. Da lui imparai a parlare.
Non che non sapessi farlo: ma credevo prima di conoscerlo che certe cose, certe emozioni fossero lo stesso nome: anzi molte parole non c’erano prima di lui, solo germinavano nella sua Ombra saldissima al Sole. Aveva un compito, disse. Non aveva ancora soluzione.
Scelse di dire a me di che cosa si trattava.
Sembrava che io fossi stata lì da sempre solo per ascoltarlo, qualunque altro motivo avessi immaginato per me di attesa: nel mare non c’erano più altre isole, solo acqua profondissima, amica, solidale.
Delizioso racconto superficiale.
Immotivato.
Una vocazione non invocata: io, allora, dovevo e volevo aiutarlo e dovevo soprattutto, se potevo, suggerirgli una risposta. Era la confusione dei nomi: la mente un po’ incespicava. Seppi allora di avere un altro cuore al posto del cervello, e che adoravo solo l’intuizione.
Perché io ascoltavo i suoi racconti, dalla sua voce accorata. Di quelle sue imprese di lotta con i mostri lungo le strade tanti avrebbero detto molto esasperando particolari, ma di quello che ancora provava e che aveva provato…I pericoli erano andati: lui era lì e me li raccontava, ma i ricordi. Neanche io che ho ascoltato ripeto per me stessa il racconto: lascio che tutto sia un dolore o una sensazione vaga, non le do ancora il nome che le appartiene: questo è il mio solo modo di pregare.
Fai il tuo lavoro e vattene, pensai una notte, sebbene le parole con cui lo pensavo erano altre, ma dovevamo ancora capire qualcosa e per farlo dovevamo aspettare l’uno di fronte all’altra. Senza poter fare altro e, quindi, senza desiderare altro.
Io sentivo che non avrei avuto niente da lui, tranne una chiarezza assoluta di un paio di parole. Era abbastanza. Forse poteva essere anche una ricompensa grave, insopportabile, una luce accecante di significato: la mia Ombra avrebbe ondeggiato al Sole. Solo fai il tuo lavoro e parti.
Tutto quello che avrebbe potuto unirmi a lui, ormai ci separava: i suoi ricordi erano diventati i miei: conoscevo i suoi occhi quanto i suoi ricordi e di certi sapevo particolari che lui non aveva detto o che neanche ricordava….Gli uomini trascurano delle donne che hanno un intuito di donne: le donne non commettono quasi mai questo errore.
Poi, entrò in un intrico di sotterranei con squarci improvvisi di vedute sul cielo, finestre aperte sui corridoi su un azzurro di una limpidezza devastante. Io ero proprio dietro di lui, ma non poteva vedermi.
La storia inventata da mio padre e mia madre gli era stata raccontata da molti e era davvero fantastica: il toro-uomo che abitava e muggiva e uccideva sotto le nostre case. Il nostro desiderio indesiderabile… Ma provare a entrare nelle sue quattordici stanze… la differenza tra paura e terrore, un potere che faceva delirare.
Io ero proprio dietro di lui, ma non sapeva vedermi.
Molti erano già entrati e avevano detto di avere ucciso il toro, perdendo la faccia, molti avevano detto che Asterione dormiva, che li aveva accolti con indifferenza, o anche che non c’era nessuno nella casa sotterranea: non erano più tornati nelle loro case per eccesso di menzogna e vergogna, queste sì, come parole combaciano… Teseo avanzava e cercava. Aveva paura e terrore e fiducia e una audacia da cane randagio. Io lo precorrevo e sapevo che una nota stonata era risuonata in un coretto apparentemente esatto. Gli avevo insegnato una nostra filastrocca da cantare se avesse avuto paura nei tratti bui e quando si canta è così naturale danzare. Cantando, danzava. Era il mio filo tagliente di parole. Nel suo, qualche perla era mancata. Io sapevo contare: fino allo stupore di un compito senza premio.
Io ero accanto a lui, ma lui non sapeva vedermi, quindi non lo doveva fare. Al ritorno avrebbe saputo dire chi era e allora avrei capito anche io chi sono.
Aveva pensato di lasciarmi alla porta della Casa.
Aveva pensato che io sarei rimasta sulla porta della Casa.
Per tutto il tempo di quel viaggio nei sotterrane bui e assolati, tenendola, non aveva sentito la mia mano… Capì allora di dovere mettere un cervello al posto del cuore.
“Potremmo essere diversi”, aveva detto, imboccando il primo corridoio, o potrei trovarti al fondo di queste strade. “
“E’ lo stesso”, gli risposi. “Dobbiamo comunque imparare chi siamo”.

 

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5° PREMIO

Stefano Santarsiere di Casalecchio di Reno (Bo)

Il venditore di posizioni

                                               
Da un’ora non smetteva di rigirarsi nel letto.
Solitamente si addormentava prima ma stavolta le riusciva impossibile. Fissava Alfio nell’oscurità, invidiandone il sonno pasciuto che restituiva tutto quel rumore. Si era grattata la gola una quindicina di volte. Fino a sentirla bruciare. Per un attimo il russare calava d’intensità, poi ricominciava alle stesse frequenze. Allora lei afferrava il cuscino e lo spostava nervosamente da un lato, tuffandoci sopra la testa. Si sforzava di ignorare quel ronfo sordo che faceva tremare il letto, ma doveva sempre arrendersi: la sua attenzione ne era attratta come da una calamita. Sopraffatta dalla sua stessa lucidità, provava a deviare i pensieri da quel fracasso. Fingeva che non ci fosse nessuno di fianco a lei. Si concentrava sui dettagli della sua quotidianità, sul lavoro, sulla consulente con cui aveva sottoscritto un servizio di notifiche via sms delle operazioni bancarie. Ma erano idee troppo evanescenti per il silenzio della camera da letto, dove il russare di Alfio risuonava come un cantiere in piena attività. Macchine per movimento terra. Un plotone di ruspe.
A tratti diventava roco, più energico, innalzandosi come se lo sforzo di respirare trasfigurasse nell’acme di una gigantesca fonderia. Oppure restava sospeso per lunghi attimi, in apnea. Lei in ascolto trattenendo il fiato, paventando il momento in cui si sarebbe sbloccato. E puntualmente, recuperando aria, il marito esplodeva in una specie di scomposto latrato.
Pensò di alzarsi. Qualunque cosa pur di sfuggire all’opprimente giacere sotto i colpi di mortaio di Alfio. Rabbrividì al pensiero di scoprirsi e percorrere il corridoio tra la camera da letto e il salotto, dove magari si sarebbe addormentata davanti alla televisione. E quel brivido la fece stringere nelle sue stesse braccia. Andare più giù sotto le coperte, dove il russare era leggermente attutito.
Ecco, le coltri erano più accoglienti del buio freddo che incombeva tutt’intorno. Chiudendo gli occhi le sembrò di escludere anche un po’ di quei rumori gutturali. Il ritmo di quell’innaturale inspirare-espirare entrò in una specie di languida sintonia con la sua mente sfinita. Le parve di abbandonare il proprio corpo. Il buio si stemperò in una luce lattiginosa: e nel giro di poco lei immaginò di librarsi a mezz’aria.
Usciva all’aperto, ma non avvertiva freddo. Aprì gli occhi su un mondo di opifici e strade dritte, sotto un cielo color cemento bagnato. Seguendo il bandolo di quel tumulto cavernoso che echeggiava dappertutto, le parve di sorvolare un’area industriale dedita a produzioni siderurgiche. Altissime ciminiere eruttavano pennacchi di fumo. Scritte incomprensibili spiccavano sui tetti dei capannoni: Non c’è limite al peggio. Oppure: solo quelli che hanno gli occhi nel vuoto han diritto di uscire dal gioco.
Ci fu una specie di dissolvenza incrociata e si ritrovò su una risaia vastissima, che rifletteva un sole metallico: una sorta di occhio malevolo che scrutava centinaia di mondine chine sull’acqua. Le mondine si muovevano all’unisono, raccogliendo il riso con movimenti meccanici come pupazzi a molla, seguendo il ritmico russare che riempiva lo spazio tra cielo e terra. Anche lì.
Altra dissolvenza. Era in mezzo a un’esibizione di aerei d’epoca. Biplani a motore la sfioravano portandole il rumore a un centimetro dalle orecchie. Acrobazie vertiginose la terrorizzarono. Occhiali tondi e copricapo di cuoio di aviatori folli la circondarono per un bel pezzo.
Poi lo spettacolo svanì e lei si ritrovò ancora più in alto, in un punto al di sopra della foschia. Era immersa in un cielo color acquamarina, illuminata dai raggi dorati di un sole pomeridiano. Grandi nuvole che parevano di organza veleggiavano all’orizzonte. Lassù il fracasso sembrava addolcirsi, svanire nel mondo ostile che si allontanava sotto.
Il suo sguardo individuò qualcosa. Un oggetto bianco e largo che si avvicinava. Dopo un po’ riconobbe la forma sinuosa di un pianoforte a coda che galleggiava nell’aria. Oltre la superficie dello strumento, vide spuntare la testa del pianista che stava eseguendo un brano di arpeggi e pause, di note che si ripetevano una volta, due volte, poi crescevano di un’ottava e infine rinnovavano il fraseggio. Non faticò a riconoscere il Sogno d’amore di Franz List. Un’esecuzione impeccabile.
Librandosi dinanzi al pianoforte, avrebbe voluto chiudere gli occhi e godersi la musica, finalmente libera dal fragore che l’aveva inseguita fino al limite delle nubi. Ma era incantata dalla luce che la circondava, da quel cielo saturo di tonalità cristalline che il sole spandeva nello spazio.
Il pianista sprigionò una vertiginosa progressione armonica. Raggiunse la tonica finale della melodia e s’interruppe, una mano sollevata sulla tastiera e il capo chino.
Quindi si alzò dallo sgabello e venne avanti allargando le braccia.
“Che piacere!” annunciò. Era un uomo di mezza età, ma piccolo di statura come un ragazzino di dodici anni. La fronte cotta dal sole lo faceva somigliare a un affittacamere di una località di villeggiatura; gli occhi color lavanda erano spalancati come noci, nonostante la luce. Ma era vestito in modo straordinario: un frac color perla, un gilet nero, un’enorme cravatta a scacchi il cui nodo pareva tener dritta tutta la persona. Ed esibiva un sorriso che sembrava inghiottire una parte di cielo, come un buco nero.
Lei non tese le sue mani, anzi si ritrasse un poco. Il pianista non fece caso al gesto della donna e ripeté che era un piacere ricevere la sua visita. “E non le sembra che l’ambiente, e la musica meravigliosa con la quale accolgo le mie visitatrici siano molto meglio del posto da cui provengono? Da cui proviene lei,” osservò. “Ah, potere di un ospite munifico!” disse, a mani giunte e sollevando lo sguardo. “Che effetto straordinario hanno nell’animo delle persone un paesaggio invitante e le giuste maniere! Se Churchill avesse invitato Hitler nella contea di Oxford, offrendogli un brandy al calduccio dei suoi immensi caminetti, sarebbe mai scoppiata la seconda guerra mondiale? Avrebbero discusso amabilmente per tre ore e il furer avrebbe restituito la cortesia in Baviera, con della Weizenbier e dell’ottimo rindfleisch.” L’uomo occhieggiò la sua visitatrice, come a sollecitare un’opinione su quell’ipotesi, ma subito riprese. “E se Giulio Cesare avesse usato maggior garbo nei confronti di Bruto e Casca Longo? Chi avrebbe osato rifilargli una sola coltellata?”
Lei lo osservava in silenzio, cercando di cogliere il significato di quegli strani discorsi.
L’uomo parve indovinarne i pensieri e aggiunse: “Voglio dire, cara signora, che la pacatezza e la buona disposizione di spirito sono alla base del progresso civile,” si fece avanti, muovendo un passo nel vuoto e spostandosi di un metro. “Se tali qualità vengono a mancare, tutto è perduto. L’uomo scade nella sua dimensione bestiale. E diviene preda di sé stesso.”
“Certo,” approvò la donna.
Il pianista restò un momento in silenzio e poi disse, con una sfumatura commossa nella voce: “Deve evitare di smarrire la sua tranquillità, signora. Deve recuperare la buona disposizione di spirito.”
“Non capisco,” rispose lei. “E comunque, posso sapere con chi ho a che fare?”
“Oh!” eruppe il pianista. “Che scriteriato! Che villano! E dopo tutti i discorsi sulle buone maniere, sull’ospitalità! Oh,” rise, tenendosi la pancia e piegando il mento sull’enorme nodo di cravatta, “Il mio nome è Ipno.”
“Ipno?” fece lei, stupita.
“Fu il mio amico Ovidio a chiamarmi così. Venne a farmi visita prima di cominciare a scrivere le Metamorfosi.”
“Lei è il dio del sonno?”
“Non mi definirei un dio,” disse il pianista. “E’ una questione di stile. L’umiltà è un’altra dote salvifica. Mi chiami imprenditore.”
Adesso la donna stava per scoppiare a ridere. Per impedirselo fissò gli occhi stralunati del pianista che si allargavano irrequieti, febbrili, come se quella conversazione avesse uno scopo ben preciso nella mente dello strano personaggio. Come se ci fosse un doppio fondo nella cassettiera dei suoi pensieri.
“Oggi come oggi, qualunque cosa possiede un controvalore in denaro,” continuò lui. “E tale controvalore, nell’economia di scambio, è commisurato all’utilità individuale. Se il sonno è la maggiore di tutte le utilità, e io ne rappresento il sublime dispensatore, perché non ci devo guadagnare la mia fetta?”
“Non fa una piega,” convenne lei. “Quindi dovrei pagarla per lasciarmi dormire?”
L’uomo fece un gesto con la mano come per allontanare una zanzara. “Nossignora! Non posso lucrare su un bene di prima necessità come l’induzione del sonno. Sarebbe come lucrare sull’acqua potabile, sull’ossigeno.” Levò uno sguardo deciso sulla donna. “Io guadagno sulle attività migliorative del sonno,” spiegò. “Sui beni di corredo. Sul di più che non è previsto nel pacchetto gratuito buio-melatonina-addormentamento.”
D’un tratto la donna capì. Alfio.
E nello stesso istante, come se quel pensiero avesse innescato un sortilegio, i rumori di suo marito ricominciarono. Anche lassù, oltre le nuvole. Un russare profondo e incalzante che echeggiava come un corno da nebbia, senza origine e senza direzione. La donna reagì con un fremito di sorpresa e di rancore.
“Io ho il potere di evitarle la tortura,” dichiarò il pianista, in tono partecipe.
“E come?” ribatté lei.
“Si lasci pregare…” L’uomo si avvicinò. “Posso?” Prese la mano destra della donna, le aprì le dita, la guidò delicatamente fino all’orecchio destro e ve la poggiò sopra. Poi, con entrambe le mani, prese la donna per le spalle e la girò lentamente sul fianco destro. Esercitò una leggera pressione della testa sulla mano. L’uomo fece la stessa cosa con la mano sinistra, con l’unica differenza che le aprì il dito indice e lo infilò per un centimetro nel condotto uditivo - e lei quasi non sentì più l’immenso russare di suo marito. Infine le ritrasse le ginocchia. Raccolse le cosce sul ventre. Le accavallò le caviglie.
“Chiuda gli occhi,” le sussurrò.
Lei obbedì, e per alcuni minuti si lasciò cullare in quella posizione. Le palpebre calate. Il rumore che si era ritirato in fondo alle sue percezioni. E sentì di poter perdonare l’indifferenza di Alfio, la sua ostinazione a russare nonostante lei non riuscisse a chiudere occhio per ore.
Perché adesso anche lei poteva dormire.
E proprio mentre i suoi pensieri svanivano nel passaggio dalla veglia al sonno, la voce del pianista la fece sussultare.
“Fa trecento euro,” esclamò tutto contento.
La donna lo guardò incredula. “Che vuol dire?”
“E’ il costo di questa posizione!”
“Non capisco.”
“Vuole dormire nonostante tutto il fracasso di suo marito? E allora non si faccia condizionare da inutili parsimonie,” la esortò. “Cosa sono trecento euro di fronte alla serenità di un riposo ininterrotto? Che prezzo ha per lei la distensione, la lucidità quotidiana, l’efficienza della propria mente in seguito a un sonno ristoratore? Il sonno di un’intera notte!”
“Ma…” balbettò la donna, disorientata da quelle parole.
“E i disturbi da deficit di riposo dove li mettiamo?” incalzò il pianista. “Irritabilità. Mancanza di concentrazione. Atteggiamento irresoluto. E perfino, nel lungo periodo, squilibri delle funzionalità cardio-vascolari e del peso corporeo. E’ questo che vuole?” Strepitò alzando le sopracciglia. “Diventare una cicciona abulica e malata di cuore?”
La donna sbatté le palpebre. Si passò la lingua sulle labbra. Il pianista la scrutava con una luce ossessiva nelle pupille. “Suo marito non smetterà mai di russare,” dichiarò, asciutto. “Non sono difetti che svaniscono. Anzi peggiorano con l’età e con l’assottigliarsi delle mucose faringee. E non vi saranno cerotti, spray nasali, fluidificanti, aerosol, auto-ipnosi, stimolazioni sensoriali, niente di niente che risolverà il problema. E lei finirà per odiare quell’uomo.” A quel punto sorrise, allargando la bocca nera che inghiottiva luce. “E’ questo che vuole? Logorare il suo matrimonio e anche la sua salute, la sua socialità, la sua carriera…”  
“Voglio vederne altre,” l’interruppe lei, attirata nel vortice della negoziazione.
“Ma certo!”
Il pianista aiutò la donna sistemarsi in una nuova posizione: pancia in su, gambe incrociate a far pressione sul basso ventre, gli indici di entrambe le mani infilate nelle orecchie, gomiti larghi. “Lei è una persona magra, complimenti!” Disse. “Ciò favorisce l’efficacia della posizione.”
“Questa quanto viene?”
“Trecentocinquanta. Ma le posso fare il tre per due. Settecento per tre notti.”
“Mmm… il russare non lo sento,” osservò la donna socchiudendo le palpebre. “Ma in questa posizione rischio di farlo io.”
“Niente paura. Proviamone un’altra.” E sistemò la donna a pancia in giù. Palmi premuti sulle orecchie. Avambracci sotto il petto per bloccare i movimenti. “Sa cosa diceva il mio amico Eraclito? Per coloro che sono svegli esiste un solo mondo comune, mentre chi si addormenta entra in un mondo suo proprio.”
“Non mi passa il sangue,” disse la donna.
“Perché ha un seno florido,” ammiccò il pianista.
Provarono altre cinque posizioni per non sentire il russare. Il pianista aveva un nome diverso per ognuna di esse: la posizione della farfalla, dell’agave, del bimbo sazio. Per ognuna proponeva un prezzo, uno sconto, una promozione.
Nel frattempo non cessava di raccontare aneddoti e curiosità risalenti al suo fantasmagorico passato: “Meno male che lei non ha le pretese del mio amico Endimione. Voleva imparare a dormire a occhi aperti!” Oppure: “Sa che durante la stesura della Teogonia, Esiodo assumeva delle droghe per venire da me tutte le volte che gli gradiva?”
Infine la donna fece la sua scelta: la posizione della preghiera. Testa poggiata sul mento. Gomiti distesi a fare pressione sulle dita che tappavano le orecchie. Costo: quattrocentocinquanta per cinque notti.
L’accordo fu sancito con una stretta di mano. “Non se ne pentirà,” disse il pianista. “Ha fatto la scelta migliore per lei e per suo marito, che in ogni caso non ha colpa!”
E si allontanò, esibendosi in una serie impressionante di piroette miste a inchini, ripetendo “Che piacere fare affari con lei. Torni a trovarmi!”
Ma la donna, che era rimasta nella posizione della preghiera, stava già scivolando in quel sonno che agognava da ore.
“Cara?”
La voce di Alfio la svegliò. Inghiottì un grumo di saliva che le era rimasto in bocca. La luce filtrava attraverso i fili della persiana.
“E’ ora,” le sussurrava il marito sfiorandole una spalla. “Ho preparato il caffè. Mi dispiaceva svegliarti prima. Dormivi così profondamente...”
Fece un profondo respiro. Si passò la lingua sulle labbra e con un certo sforzo sollevò la testa. Sentiva le braccia leggermente intorpidite, un po’ di prurito sotto il mento.
“Che ore sono?” borbottò.
“Le sette e venti.”
In macchina accese l’autoradio e si godé alcune hit del periodo. Apprezzava la musica pop e le melodie di certi artisti anglosassoni. Ma ascoltando il brano di una musicista americana le venne in mente un’opera di Franz List. L’impareggiabile Sogno d’amore. Chissà perché avrebbe desiderato sentire quel pezzo per pianoforte, quanto di più lontano dalla musica trasmessa in quel momento alla radio.
 Lavorò con impegno e concentrazione per tutto il giorno. Si sentiva perfettamente in forma, a proprio agio. Qualche collega se ne accorse e non lesinò i complimenti: lei li respingeva con pudore, ma senza negarsi un intimo orgoglio. In qualche modo intuiva che erano elogi meritati.
 Alle quattro del pomeriggio ricevé l’sms. Il testo diceva:
Cassa di Risparmio di Sant’Anastasio. Servizio ‘Dimmi con un sms’.
Come da lei richiesto, abbiamo provveduto all’addebito sul Suo conto della somma di € 450 a favore di Ipnos S.r.l.
Messaggio del beneficiario: Che piacere fare affari con lei. Torni a trovarmi!

 

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6° PREMIO

Arianna e Selena Mannella di Curino (Biella)

Il segreto del labirinto

                                               
Avevano progettato tutto da molto tempo, erano giorni che parlavano di quella misteriosa spedizione che avrebbero fatto nel cuore della foresta, stando bene attenti a non farsi scoprire dalla mamma. Lei era sempre impegnata nelle faccende di casa e a prendersi cura del loro fratellino appena nato. Sulle prime erano stati molto gelosi del suo arrivo, ma con i giorni, scoprirono che se la mamma era indaffarata con il piccolo, loro due sarebbero stati meno controllati.
Non l’avevano mai fatto, ma marinare la scuola era l’unica cosa da fare per avere tutto quel tempo a disposizione, in modo che la madre non si accorgesse della loro assenza.
Come da programma, prepararono gli zainetti con il necessario. Mirko mise nel suo una torcia, una lunga corda rubata dal garage, una borraccia con dell’acqua e un martello che non aveva uno scopo ben preciso, ma che poteva tornare sempre utile. Gloria invece, aveva messo nel suo dei viveri, che erano l’equivalente del pranzo che la madre gli aveva preparato per la scuola, in più, aveva rubato dalla dispensa due tavolette di cioccolato. Aveva sentito dire dai grandi che quando si fanno sforzi fisici è l’unico integratore che dona un po’ di forza. Quello che volesse dire, non le era ben chiaro, ma il cioccolato era comunque molto buono. I libri non utilizzati per quella mattina furono ben nascosti sotto al letto.
Presero il pulmino come tutte le mattine, salutando la mamma e cercando di nascondere la loro eccitazione. Scesero davanti alla scuola perché l’autista non li avrebbe comunque fatti scendere prima. Per una volta lasciarono che i compagni si incamminassero per primi sulle scalinate che conducevano nelle aule, poi, quando tutti gli altri si misero a correre al suono della campanella, corsero nella direzione opposta.
Il tragitto per arrivare al luogo stabilito, fu abbastanza faticoso, l’ingresso della grotta era proprio in mezzo al bosco.
“Mirko ti sei ricordato di prendere la torcia?”
“Si, stai tranquilla!”
“Mirko ti sei ricordato di prendere la borraccia?”
“Si, stai tranquilla!”
“Mirko ti s…”
“Gloria! Adesso basta, eravamo d’accordo tutti e due per fare questa spedizione, quindi concentriamoci sulla strada e alla scoperta del tesoro!”
Gloria e Mirko, avevano sentito dire dagli adulti che quella grotta un tempo era una miniera e che il carbone estratto da essa, avevano fatto arricchire molte persone. Sentivano spesso i loro genitori parlare dei soldi che non bastavano mai e delle tante spese per il nuovo fratellino. Avrebbero così trovato quella ricchezza che gli avrebbe permesso di stare più tranquilli.
L’entrata della grotta era così buia che Gloria rabbrividì di paura. Mirko prese dallo zaino la torcia e dopo aver preso per mano la sorella si avventurarono al suo interno. Le pareti di pietra erano umide e scivolose al tatto.
“Gloria stai attenta a dove metti i piedi è scivoloso…scivoloso…scivoloso…”
Un secondo dopo averlo detto, Gloria scivolò su una pietra portandosi dietro il fratello che teneva per mano.
“AAAA….”
“Ma dove siamo finiti…finiti…finiti…?”
I loro occhi ci misero un attimo per abituarsi alla semi oscurità.
“Com’è grande qui dentro…dentro…dentro…” I due bambini accortosi dell’eco che ripeteva innumerevoli volte le loro parole, nonostante la caduta, scoppiarono in una fragorosa risata. La grotta sembrò rispondere a quel divertimento.
“Sei tutta intera Gloria!”
“Ma dove siamo finiti? Sembra un labirinto… si è anche rotta la torcia! Come faremo a ritornare”.
“Cerca di stare tranquilla, proviamo a seguire uno di questi corridoi.” Fortunatamente nella grotta, c’erano pietre di quarzo che brillavano di luce propria. I bambini stretti uno all’altro, tutti impolverati dalla caduta, si avventurarono per quel labirinto. Camminarono e camminarono, ora neanche più l’eco delle loro parole riusciva a farli ridere. Ad un certo punto si ritrovarono davanti un corridoio identico a quello già percorso.
“Mirko di qua siamo già passati!”
“Ma che dici, è solo che questi cunicoli si assomigliano tutti!” La bambina non credette alle parole del fratello e si mise a piangere. Mentre Mirko lottava per non piangere anch’egli, qualcuno o qualcosa attrasse la loro attenzione.
“Hei! Dico a voi!!”
I due bambini si guardarono intorno cercando di capire da dove arrivasse quella voce. “Sì, dico proprio a voi, non dovete piangere!!” I bambini guardarono ai loro piedi e videro un piccolo quarzo rosa che gli parlava.
“Ma come fai a parlare?” Chiese Mirko accovacciandosi vicino alla pietra parlante.
“Qui tutte parliamo, questo labirinto è magico!”
“Oooo …” dissero i bambini e sul loro viso si dipinse lo stupore. Ma a scuola quando ci hanno parlato del labirinto hanno detto che è impossibile uscirvi!”
“Allora vi hanno detto una cosa sbagliata!”
“Allora ci aiuterai ad uscire da qui?” Chiese Gloria che ora aveva smesso di piangere.
“Certo, prendetemi con voi e seguite quella luce”.
I bambini ora più tranquilli, si incamminarono nella direzione indicatagli. Sul soffitto di quella lunga grotta, vi erano pietre dai colori molto strani e poi dovevano stare bene attenti alle punte che scendevano dal soffitto per non battere la testa. Alcune di loro avevano la forma di uccelli, sembravano un enorme stormo pronto a volare via.
“Che cosa sono quelle?” Chiese Gloria alla nuova amica. Qualcosa che assomigliava a pipistrelli, stava dormendo a testa in giù.
“Ma non vedi che sono pipistrelli!” Disse il fratello con aria saputa.
“Bravo Mirko, ma qui da noi spiegate le ali nere, diventano delle bellissime farfalle!” A quelle parole una di quelle creature volò nell’aria volteggiando sotto i loro occhi. Man mano che si addentravano nel labirinto l’aria diventava sempre più fredda.
“Ma tu quarzo sai dov’è nascosto il tesoro!”
“Ma a voi chi l’ha detto? Gli umani non sono a conoscenza di quello che si può trovare qui sotto. Se ci avessero scoperto questo luogo non esisterebbe più!”.
“Perché parli così Quarzo?”
“Perché tanti anni fa, l’uomo veniva in queste caverne con degli arnesi per scavare la roccia. In testa portavano grossi elmetti per proteggersi. Questi labirinti li abbiamo creati apposta per loro, in modo che non potessero raggiungere il nostro mondo”.
“Allora vuoi far perdere anche noi!!”
“No piccolo, voi siete ancora innocenti e voglio che continuiate ad esserlo, voglio che scopriate che ci sono molte forme di vita nel modo e che ognuna merita rispetto. Quando sarete a casa insegnatelo anche agli altri…
I bambini annuirono, anche se il loro gesto non fu visto nell’oscurità. Il viaggio durò a lungo, un corridoi si susseguiva alla’altro, senza la pietra parlante non sarebbero mai riusciti ad uscire. La luce che li colpì in viso li fece trasalire.
“Hei dormiglioni! E’ ora di alzarsi! E’ domenica dobbiamo andare a pranzo dalla nonna!”
I bambini stupiti si guardarono intorno, solo un attimo prima erano in quel labirinto con il Quarzo parlante. Dov’era finita la loro amica e la promessa di vedere il loro tesoro segreto? Sgranarono gli occhi increduli davanti a quel giorno di sole. Non credevano di aver sognato tutto e poi non gli era mai capitato di fare lo stesso sogno. Confusi e spaesati i due fratelli si prepararono per andare dalla nonna.
“Ma cosa pensi che sia successo Gloria!”
“Forse la lezione del maestro di ieri ci ha fatto fare quel sogno. Ricordi che parlava di quel Minotauro rimasto intrappolato nel labirinto a causa del patrigno!”
“Non lo so Gloria, era troppo vero per essere un sogno”. La bambina guardò sotto al letto, i libri di scuola erano dove li avevano lasciati il giorno prima. Mirko tirò fuori dallo zaino impolverato la torcia che come ricordava non funzionava più. La madre li chiamò in cucina. Tutti ben vestiti e con l’abito della domenica, sorrisero davanti a quello che videro.
“Bambini dove avete preso questa pietra, deve valere una fortuna!!”
 
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7° PREMIO

Lavinia Lucia Costantino di Monza

Labirinto

Nice che dice:
A, Amante.
( essendo il termine afferente al campo dei sentimenti, l’autrice decide di trattarne il significato attraverso una storia vera che dice di aver sentito raccontare da un’amica. Chè i sentimenti si fanno, ahinoi, sulla pelle della gente, e allora anche le parole che li indicano devono essere spiegate con il gusto di quelle pelli, e di quella gente)
C’era una volta una tale Nice.
Nice aveva letto, un giorno, la storia di Elisewin del signor Alessandro Baricco: Elisewin era una bambina che parlava con una voce di donna, quando voleva.
Lette che ebbe queste parole, Nice decise che sarebbe per sempre rimasta una bambina con parole di donna, e che avrebbe passato la vita a scivolare da un luogo all’altro, con la leggerezza della bambina e con gli istinti della donna. Aveva fatto un patto con se stessa, si era tatuata una luna azzurra sul polso come le sacerdotesse di Avalon di cui aveva letto in un altro libro ancora. L’azzurro se ne era andato, la cicatrice biancastra a forma di mezzaluna era rimasta. Lei era rimasta, tutta dentro quella cicatrice, tutta dentro se stessa e verso il mondo da scoprire. Come una cometa buttata in avanti con tutta la sua luce.
Sarà stato anche questo a portarla dov’è ora. In una stanza bianca, perfettamente illuminata. Fastidiosamente illuminata. Chirurgicamente illuminata. Senza che però ci sia né una fonte di luce, né tantomeno una finestra. E meno male, perché se ci fosse, Nice avrebbe paura di guardare fuori e di scoprire che il cielo non esiste più.
Per un attimo, mentre si guarda i piedi da bimba in calze da bimba e scarpe da bimba, la sua testa da donna si chiede per distrarsi: cosa potrebbe nascere al posto del cielo? Oh, per lei.. mille cose. Ma lei è sempre disposta a credere a tutto, lei semplicemente per tutta la vita non ha fatto altro che accudire nella sua testa la nascita dei pensieri più bizzarri e barocchi che riusciva a pensare, per poi andarseli a cercare davvero nella vita di tutti i giorni. Si è fabbricata una vita così.
Nice è una abituata alle nascite, alle sorprese, alle attese che ti portano verso il tuo destino, al tuo destino che ti sveglia mentre sonnecchi e ti porta fuori rotta. Nice segue con il dito le albe e i tramonti della sua fucina di pensieri, Nice nasce sempre, non è mai morta e non vede perché dovrebbe succederle qualcosa proprio ora.
Ma quelli che le stanno davanti non paiono proprio così, non come lei. Quelli che le stanno davanti in questa stanza claustrofobica e ovattata come un utero violentemente bianco, sono occhi. Niente corpi, volti, visi. Solo occhi in fila a guardarla, come soldati. Non hanno fucili, non hanno bocche eppure da qualche parte sparano in fila queste parole:
… E DUNQUE LEI HA UNA SOLA POSSIBILITA’ PER SALVARSI LA PELLE: DEFINISCA LA PAROLA AMANTE NELL’ACCEZIONE DA LEI INTESA.
SE LA COMMISSIONE LINGUISTICA IN COLLABORAZIONE CON LA COMMISSIONE MORALE LA GIUDICHERANNO SINCERAMENTE CONVINTA DEL FATTO CHE LA PAROLA AMANTE DESIGNI PER LEI UNA REALTA’ DIVERSA DA QUELLA COMUNEMENTE INTESA DALLE SUDDETTE COMMISSIONI, ALLORA ESSE STESSE POTREBBERO – e si levò un coro di occhi accigliati e parole esplosive : E DICIAMO…: POTREBBERO! - GIUDICARLA.. EHM .. INNOCENTE.
MA FINO A QUEL MOMENTO, LEI E’ UFFICIALMENTE INCRIMINATA DI LESIONE NON PREMEDITATA MA REITERATA DEL CODICE MORALE E DI VOLONTARIO SOVVERTIMENTO DEL CODICE LINGUISTICO, A SCOPO APOLOGETICO.
Nice non sa come, ma ha capito perfettamente.
Per salvarsi la pelle deve convincere tutti che quello che le è successo meritava la momentanea sospensione del codice morale e il sovvertimento dell’ordine linguistico. Deve convincerli che dove loro dicono amante, lei dice sinceramente qualcos’altro. E che questo qualcos’altro.. oh! Se solo voi aveste alle spalle e nel cuore il mio mondo, potrebbe colpire anche voi, signori della corte! Sorride Nice. Sa benissimo cosa deve dire. Riscatta il suo corpo di bambina, lo affila con voce di donna, lo rende tagliente con l’arma dei suoi pensieri.
Sorride Nice. Lei questo giorno lo aspettava da tanto..
“Innanzitutto, signori della corte, chiedo che venga messa agli atti un’attenuante: mi chiamo Nice, e, nomen omen, come dal Codice Linguistico dell’antica Roma” – Nice ridacchia tra sé per questa scudisciata ai boriosi giudici- “sono affetta dalla malattia dell’ Inevitabile Esercizio della Forza Plastica. C’è un personaggio che la Commissione Morale ha cancellato dalle cronache, ma c’è. Si chiamava Nietzsche, e diceva che la forza plastica è la forza di crescere a proprio modo su se stessi.”
Si leva un brusio. Da un paio d’ occhi, che immagina appartenere a una donna, Nice sente arrivare una voce: “No bambina! Non è così che ti salverai!!”
Nice la guarda, le sorride e continua:
“Chiarito questo, ora comincio con la voce Amante…

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8° PREMIO

Alberto Arecchi di Pavia

Nelle spire del Labirinto

È giorno di festa, ma non si ode il suono delle campane. Paolo si ricorda con una stretta al cuore che un interdetto papale grava sulla città. Gli è stato predetto che i suoi sforzi potrebbero trovare compimento proprio oggi, nel centro mistico della città, dopo un lungo itinerario rivolto ai quattro punti cardinali.
Il giovane si reca alla Cattedrale e spende tutta la mattinata in preghiera. Cerca di abbandonarsi, vince la tentazione di ragionare con la propria testa. Si sente vicino alla soluzione dell’enigma e concentra tutte le proprie energie, attento a non fissarsi sui luoghi, sull’aspetto delle cose, a non pretendere una risposta ai propri interrogativi dalle persone che incontra, dalle pietre degli edifici, dalle ombre che gli danzano intorno. Non può più arrovellarsi alla ricerca di soluzioni logiche. Deve sgombrare la mente e tenersi disponibile per qualsiasi rivelazione. Entra nel duomo di santo Stefano e s’inginocchia al suolo in una navata laterale, presso un pilastro. Nella penombra, si sdraia prono sul pavimento, a braccia aperte, e aderisce fermamente al suolo, quasi volesse compenetrarsi con la madre terra. Si sente fortemente ricaricato d’energia, ma non riceve l’illuminazione tanto sperata.
Verso mezzogiorno decide di rialzarsi dall’angolino silenzioso ed esce nella piazza. La giornata è fredda e il sole non si vede. Cadono rare gocce di pioggia, gelide. I passanti si muovono con l’aria intirizzita di chi avrebbe preferito che la giornata non fosse neppure incominciata.
Paolo pensa che il digiuno possa aiutarlo ed evitargli la distrazione dei richiami corporali. Si copre col cappuccio della tonaca e s’incammina in solitudine, a lenti passi, attraverso un dedalo di vicoli secondari, maleodoranti. Raccolto nei propri pensieri, vaga a lungo pensieroso, incurante dei rumori della città. Si avvia a compiere la propria meditazione nella gloriosa basilica di san Michele, ove un tempo s’incoronavano i re.
Attento ad ogni ombra, ad ogni soffio d’aria, nell’illusione quasi magica che qualcuno dall’alto lo stia osservando e voglia sottoporlo ad un’ultima prova, prima di rivelargli la chiave dei suoi segreti. È pronto a captare ogni minimo sussurro, come il vento che spira tra le chiome degli alberi, o la parola casualmente pronunciata da un passante. Sente che quella parola gli deve arrivare, ma non riesce a coglierla, né con le orecchie, né con gli occhi, né sulla pelle o nel profondo del pensiero.
Dall’angolo d’un edificio conventuale, lo spia la testa di un caprone dall’espressione oscena, scolpito in un grottesco doccione, come ad esorcizzare il demonio e tenerlo fuori dell’edificio.
Arriva davanti alla basilica di san Michele. La facciata della chiesa è coperta da fasce orizzontali di sculture: sirene, draghi e guerrieri s’intrecciano in una muta danza con edificanti scene bibliche, coi lavori dell’uomo durante i mesi, coi segni dello zodiaco. Molti di quei bassorilievi conservano le vivaci coloriture date dagli artisti che li hanno scolpiti. Con atteggiamento reverenziale, entra nella basilica dalle grandi cupole. Si raggomitola su se stesso, ombra avvolta nel saio, proprio al centro della navata principale. I suoi pensieri si rivolgono alle profezie e alle apparizioni che lo angosciano, dai significati sfuggenti. Supplica insistentemente un’illuminazione. Una voce interiore gli martella incessantemente nel cuore il versetto: “Tutto ciò che appartiene al corpo del diavolo non si trova al centro di Gerusalemme, città santa, ma nelle spire del labirinto”.
Nella basilica di san Michele vi sono tre luoghi che concentrano le energie della natura e delle alte sfere. Il primo è il cerchio delle incoronazioni, al centro della navata, circondato da quattro pietre nere, dove si poneva il trono regale. Il secondo è il centro della cupola, all’incrocio tra navata e transetto, simbolo del mondo intero. Infine il centro del gran labirinto in mosaico, effigiato sul pavimento, davanti all’altar maggiore, immagine d’ispirazione esoterica e simbolo della vita umana.
Come spinto da una forza sovrumana, Paolo deve alzarsi e salire i gradini verso l’altare. La luce radente, che proviene dalle finestre della facciata, gli fa apparire nitidi anche i minimi particolari della pietra, anche i più lontani, con una nitidezza che manca ancora ai suoi pensieri. Giunge sul presbiterio e vede dinanzi a sé, sul pavimento, il labirinto circondato dai Mesi e dalle Costellazioni. È come se i muscoli si muovessero in modo indipendente dal suo volere, rispondendo a stimoli provenienti da un’altra volontà.
Paolo si ritrova all’inizio del percorso sinuoso del labirinto circolare. Con lentezza esasperante, si muove automaticamente a percorrerlo. Il tracciato è lungo e stretto, 32 tratti in avanti e 31 volte all’indietro. Il suo volto punta verso ciascun punto cardinale, per poi ruotare all’improvviso. Un drago alato, un lupo che cavalca una capra, un uomo a cavallo d’un uccello bianco (un charadrius, ossia quell’uccello che, posto presso un malato, ne aspira la malattia) e un cavallo alato fanno cornice al suo rito. Dal bordo orientale del mosaico, la sfilata dei mesi osserva, dominata dall’anno–imperatore, il piccolo uomo che percorre il cammino simbolico alla ricerca della verità.
Paolo è catturato nelle spire inestricabili del labirinto, che si avvolgono e si sviluppano, incastonate nel pavimento, come le spire d’un serpente. Le circonvoluzioni rotatorie gli fanno perdere l’orientamento e lo sprofondano in una strana ebbrezza. Sente uno strano senso di smarrimento e si sente annebbiare la vista. Al centro del labirinto incontra un Minotauro orrido, rivolto verso la facciata della chiesa. La parte superiore del corpo, di fattezze umane, è quella d’un moro, armato di pesante scimitarra dalla forma falcata, con la testa fasciata da un turbante nero, col quale si copre anche la bocca. Il luogo centrale del labirinto non consente vie di fuga: è necessario combattere, e il giovane può contare solo sulle sue mani nude. Paolo riesce a scansare due fendenti e ad atterrare l’avversario, con una prontezza e una forza che non si conosceva. Lassù, la finestra a forma di croce, intagliata nel robusto muro della facciata, raccoglie gli ultimi raggi del tramonto. Nel fascio di luce gli sembra di vedere, come un fantasma, il viso di Valentina. La donna ha sulla fronte un diadema col brillante. Poco a poco, la pietra acquista luminosità. I raggi solari le danno vita, fa male fissarla.
Il giovane chiude gli occhi, per un solo istante. Quando li riapre, il brillante è confitto nella fronte della Bestia e la luce che ora emana è quasi sanguigna, lampeggiante. Il mostro apre le fauci e Paolo si sente perduto.
Rimane a lungo prono sul pavimento. Quando si riprende, l’oscurità riempie la basilica. Il labirinto è scomparso. I suoi occhi non vedono più niente. Tastando come un cieco incontra con le mani il tronco d’un albero, al centro del labirinto. Una voce interiore lo incita a salire. Si sente totalmente al di fuori della realtà. Pensa per un solo attimo allo spettacolo grottesco di sé stesso che si arrampica su un tronco d’albero, che non dovrebbe esserci, vicino all’altare d’una chiesa buia. La voce lo spinge. Le mani e i piedi fanno una buona presa sul tronco scabroso. Comincia ad arrampicarsi, senza nessuna sensazione di fatica. Mano dopo mano, stringendo le ginocchia al tronco, cerca gli appigli l’uno dopo l’altro.
I vestiti l’impacciano, soprattutto le pesanti brache di panno, che s’impigliano alle asperità del tronco. Le mani gli sudano leggermente. Estrae un fazzoletto dalla cintura, per asciugarsele. La sua mente ora è sgombra, ogni attesa d’illuminazione si è dissipata e ha la sensazione d’una gran pace, d’una luce che gli nasce dentro e lo pervade. Sale per un’eternità, nel buio e nella nebbia, oltre la volta della basilica, verso un cielo che non può vedere. La soluzione deve stare in alto, ora gli sembra così semplice. L’aveva cercata ad ovest, ad est, a sud e a nord, non l’aveva vista al centro, benché fissasse l’attenzione, perché era lì, proprio sopra di lui. È dunque questa la rivelazione tanto sperata, attesa, cercata? Man mano che risale, vede nella nebbia intorno, come strane luminescenze, i volti delle persone che l’hanno accompagnato nella sua ricerca, risente come in un bisbiglio le loro voci. Sono come bolle d’aria sott’acqua, che tendono alla superficie, e anch’egli le segue, cercando di emergere.
Un formicolio si diffonde in tutto il corpo, ma gli sembra lontano, come si trattasse del corpo d’un altro. Si sente fatto solo di coscienza, percepisce soltanto un movimento ascensionale. Il volo lo rende euforico, non vorrebbe fermarsi mai. È come se per tutta una vita non avesse aspettato altro che di salire verso la cima di quell’albero. Ora non c’è più nessun albero, ma sente di continuare la propria ascensione, fluttuando in una sostanza eterea e luminosa. Percepisce in un lampo che quella è la sua pietra preziosa: si sta muovendo all’interno stesso del brillante, non vede una sorgente di luce precisa perché la luce è dappertutto, emana da ogni dove e la sente, potente, dentro di sé. Finalmente vede e comprende tutto ciò che desiderava sapere: Paolo si è completamente identificato col brillante.
Nello stesso punto dello spazio, secoli e secoli dopo, uno straccetto impolverato, sporco d’erba e di sudore, appare dal nulla, in alto, nella cupola del san Michele e scende volteggiando pigramente. Ondeggia a tutti i soffi d’aria e non si decide ad arrivare al suolo. Un raggio di luce improvviso ne trae, per un istante, un candido bagliore. Lo straccio plana, come un pigro aquilone, e va ad impigliarsi in un gancio di ferro che sporge da uno dei grandi pilastri d’arenaria. Rimarrà a lungo appeso lassù, sino a che qualcuno non avrà l’ardire d’arrampicarsi per andare a prenderlo. Nessuno potrebbe immaginare che quello straccio provenga dagli abissi del tempo, unica traccia concreta d’un uomo che ha raggiunto la verità.

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9° PREMIO (ex aequo)

Francesco Franceschini di Terni

L'ospite notturno

Le 4 e 25 di mattina. Non è più notte, non è ancora giorno.
Mi sveglio di colpo, uno strappo netto dal sonno.
Un’ombra si muove nella stanza. Cerca di non far rumore, di non urtare i mobili. Si ferma davanti al letto matrimoniale. Ne sfiora le sponde con le mani. E’ un uomo, è scalzo, lo capisco dai suoi passi: attutiti, felpati, come di gatto.
Non è un ladro: avrebbe già colpito. Chi è? Che cosa vuole?
Osserva me e mia moglie dormire, non capisco con quali intenzioni, in questa mattina presto d’agosto.
Siamo in vacanza, io e Lina. Sette giorni di noia dopo un anno di lavoro. L’appartamento al mare è troppo sulla strada: chiasso di motori e adolescenti ubriachi che sbraitano fino a tardi.
La settimana ventura saremo ai ferri corti. Questo viaggio è l’ultima speranza. Si è sfasciato il nostro matrimonio come un gigante che perde i pezzi. Non di schianto, no; piuttosto un poco alla volta, con noncuranza. E’ invecchiato male, come noi.
Logoro come lo sfilacciato mare del pomeriggio, bavoso e freddo, che non hai voglia a tuffarti.
Non è cambiato niente da che siamo qui. Solo il mio umore da schizzato s’è fatto funebre, non più alti e bassi ma elettroencefalogramma piatto. Il mare mi fa di questi scherzi. Lina, perché m’hai convinto a venire?
Lina ha preso sonno subito, dopo l’ultimo screzio di ieri sera. Ha detto “non ti sopporto più!”, è caduta esausta. Io mi sono addormentato a fatica, con un deejay idiota a rintronarmi dalla spiaggia e davanti agli occhi la scena di quel tale, oggi al minimarket, che apriva al figlio le scatole dei cereali per fargli rubare gli adesivi di Garfield.
Mi sento soffocare. Crisi da fame d’aria, ha detto il dottor Pazzi. Mi ha prescritto un farmaco che non serve.
L’uomo ora è vicinissimo alla mia faccia, sento che mi scruta, compatisce le mie rughe, i miei capelli radi, annusa il mio alito. I suoi occhi si posano sugli occhiali, le Muratti lights, le Valda che tengo sul comodino.
Prende in mano il libro in cima alla pila di 4 o 5 che sono sul pavimento: In un tempo freddo e oscuro di Joe R. Lansdale. Passa le dita nel solco della rilegatura, come fosse il solco proibito di un’ amante bambina. La sabbia che c’è finita dentro gli solletica i polpastrelli. Legge qualche riga, poi lo rimette in cima al mucchio. La pila vacilla, ora cade.
No: lui la rimette in equilibrio, senza far rumore.
Si mette in ginocchio, sul tappeto algerino che ho preso da Aziz a buon mercato. Lo punge l’odore delle coperte ai piedi del letto, delle lenzuola che teniamo tra le gambe per un impossibile refrigerio. Inspira la polvere e la stanchezza, il sudore dei nostri corpi.
Sta un po’ così, biascica qualcosa che non afferro, come un treno di parole legate assieme senza interpunzioni e stacchi. Un penitente che ripassa una giaculatoria.
Poi si avvicina a mia moglie e sembra bisbigliarle qualcosa all’orecchio. Pochi istanti, come una litania. Ho paura, sto per accendere la luce, mettermi a urlare, porre fine a quel gioco sadico. Ma sono come paralizzato.
Ora prenderà Lina, e io non potrò che assistere impotente. Poi forse ci ucciderà, dopo aver fatto i suoi comodi anche con me. O forse no: ho letto troppi noir tutti uguali.
Forse il nostro ospite è innocuo. E’ solo un tipo singolare che s’è introdotto in casa d’altri a un orario insolito.
E se fosse il vicino di casa? Quel vecchietto bianco e pacifico che ci ha regalato il suo ombrellone, tanto lui in spiaggia non ci va più? I vecchi fanno di queste cose. Sono socievoli, a volte un po’ invadenti. Ti ricordi, Lina, di Rosemary’s baby? E di quello che è successo dopo, quella faccenduola del reverendo Manson?
Se è il nostro vicino, vorrà riprendersi l’ombrellone? Si è pentito di avercelo dato? E’ entrato dalla finestra, sicuro. Sei una stupida, Lina, ti ostini a tenerla spalancata, perché dici che ti manca l’aria. Stupida, stupida…
Ora ti giri su un fianco, ti gratti il naso, fai una smorfia che conosco. Come se niente fosse.
L’ospite si muove con sicurezza, sembra conoscere la stanza a menadito. Si avvicina alla finestra, guarda il chiarore del mattino.
Mi azzardo ad aprire gli occhi. Solo una fessura. E’ alto e pingue, un po’ mi assomiglia.
Decido di muovermi anch’io. Per rassicurarlo. Se sto troppo fermo capisce che sono sveglio. Piego le ginocchia e sono una specie di zeta, una zeta scritta da uno spastico.
Mi libero del cuscino, smanio: gesti che danno l’idea di uno che dorme e nel sonno brancola, come un funambolo accecato.
Una volta il dottor Pazzi mi disse che siamo animali diurni. Quel che accade di notte sfugge al nostro raziocinio. Di giorno a uno segue due e a due segue tre. Ciò che accade è spiegabile, a volte doloroso, ma d’un dolore aritmetico. Di notte tutto si rimescola, l’uomo è nudo al cospetto del suo cervello, pieno di fantasmi. Due diventa dispari, tre pari. A delirio segue delirio, e i sogni sono frammenti impazziti di noi.
Decido di non subire oltre la situazione.
Spalanco gli occhi, che faticano qualche secondo ad abituarsi al grigiore della stanza. Farfalline di luce mi lampeggiano davanti, poi riconosco i miei alluci, lo scrittoio, la parete di fronte.
Lui non c’è più. Tremo all’idea che si sia infilato sotto il letto, in agguato, pronto ad afferrarmi le caviglie non appena metto giù i piedi.
Tace la stanza, impaurita.
Mi faccio coraggio. Metto un piede per terra. Poi l’altro. Non perdo tempo a cercare le pantofole. Sono in piedi, poi subito a terra, ventre piatto contro il pavimento a esplorare la caverna dei sogni, il posto dove licantropi e strie, in ogni mia notte di ragazzino, si davano convegno.
Sotto il letto non c’è più leggenda.
Sento un tramestio in bagno. Accorro. La luce svogliata del giorno filtra dalle persiane. Una faccia allo specchio si allarga, sciupata. Capelli arruffati, barba ispida, strisce che l’attraversano, come di biacca.
Mio Dio, è una faccia che conosco. Stanca di una stanchezza incurabile, lo specchio ne tradisce le rughe da cinquantenne, gli occhi di spento terrore, il sospetto del tempo che si assottiglia, e bisogna fare presto, più presto.
E’ dietro di me, sembra non vedermi. Se mi volto scompare. E’ dietro di me, e dentro, e mi ricorda, ecco, la mia faccia allo specchio la prima volta che ho tradito Lina, il compiacimento che spense il senso di colpa.
Vedo Chiara, i suoi vent’anni, il mio orgoglio, la mia preda. Il suo corpo bianco sul letto, i nostri incontri settimanali. Vedo me che l’amo.
Con lei, la mia giovinezza.
La mia giovinezza che è fuggita via come un ladro. I giorni della bellezza, della superba vita che se ne infischiava di tutto sono andati. Come amici che all’alba rincasano e rimani solo a contare il vino che hai bevuto. A contare i danni.
Come il tempo che ha piegato il suo sorriso a un ghigno e ti invita ai funerali, a patetiche seconde nozze di finti giovanotti in camicie hawaiane. E’ il tempo a confessarti che non c’è rimedio, che i tuoi giorni s’accorciano, come a settembre un po’ prima ogni sera si spegne il sole.
A ottobre è finita l’estate e tu non l’hai vista finire.
Chiara rimane con me quando ho più paura; nuda s’allunga su di me, mi bacia. Mi elemosina del tepore che fa ripartire il mio sangue. Non le ho chiesto ancora per quanto sarà.
La faccia dietro di me, il mio ospite taciturno, si sposta fino a sovrapporsi alla mia. E’ la mia. L’ospite è dentro di me, sotto la mia pelle, nel mio cervello, nella malattia che m’avvelena il sangue e che tra sei anni mi avrà vinto.
E’ il me stesso che nasce dallo scempio di questa mia vita, il delatore che si china su Lina e le confida in un orecchio ogni tradimento, ogni gesto d’amore che per stanchezza evitai, il terrore di un’insonnia popolata di presagi.
Non lo credevo così acre, l’autunno. Sgarbato di modi, strappa l’anima, mortifica i titani che siamo stati. E il me stesso ch’è venuto a cercarmi ha guardato e visto la sua miseria.
Tra poco Lina si sveglierà col sospetto che sia stato solo un sogno ed io, che di sogni nutrivo la vita, saprò che non c’è sogno in grado di restituirmi la mia pace.
 

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9° PREMIO (ex aequo)

Valeria Leone di Benevento

L'evasione

 
La vista è sempre la stessa da “casa” di Giovanni: un placido ippocastano, imponente e frondoso, alterna i rami a sprazzi di cielo. Combinando il verde con il blu a primavera, il giallo con il grigio in autunno. Sul marciapiede, piedi e storie diverse schiacciano le foglie in un frettoloso viavai.
Un tappeto di ricci e piccoli frutti, simili alle castagne, ma più lucidi, più piccoli, più belli, rotola ogni sera davanti agli occhi di Giovanni, sul verde di un’aiuola.
A Giovanni non manca la compagnia. Ed è sempre diversa: passanti, uomini, donne, giovani mamme con i propri bambini gli passeggiano davanti quasi ogni giorno a volte allegre, a volte stanche, a volte frettolose, altre volte tranquille.
E i bambini. Sono rumorosi, si inseguono, si azzuffano, corrono dietro a palloni di cuoio. Giovanni li guarda spesso giocare, di alcuni ha imparato i volti e li ritrova sempre con un senso di sollievo. Qualche punto fermo nella sua vita è dato da un paio di visi noti, dal susseguirsi puntuale delle stagioni, dalla ricerca quotidiana di un espediente per vivere.
É stata una pessima idea, come gli è venuto in mente! Il fatto è che a luglio faceva caldo e si stava bene per strada, dalle nove di sera alle sette del mattino l’aria era calda. E i bambini scendevano a giocare e si inseguivano tra gli alberi e gli facevano compagnia prima di andare a dormire.
Non ci aveva pensato, a luglio, che poi avrebbe iniziato a fare più freddo e i bambini sarebbero tornati a scuola, poi a casa a fare i compiti e alle nove a letto, al caldo, al massimo davanti alla play station. Di certo non sarebbero andati a giocare a pallone per strada, all’ombra dell’ippocastano. E le mamme non avrebbero spinto carrozzine, di inverno. Sarebbero rimaste nelle loro case moderne riscaldate dai termosifoni.
Ah, che pessima idea aveva avuto! Intanto ora il freddo incomincia a pungere e il vento stasera ha spazzato il tappeto di foglie nell’aiuola.
 Ieri notte è stata la più dura, il giornale non bastava a coprirsi. Che idea assurda! Scegliere come dimora una panchina! Che incosciente, che stupido incosciente era stato. Questo pensava, rabbrividendo.
L’incoscienza è la costante nella vita di Giovanni. Niente programmi, niente progetti. Lui quella vita se l’è scelta. Niente imposizioni, per carità. Vivere ogni giorno come in un’avventura, avere il mondo come casa. Un’idea romantica. Quando aveva iniziato se la cavava alla grande. Tanti espedienti, fantasiosi a volte, per vivere, mangiare, riscaldarsi. Si era procurato delle buffe marionette, con un cartone aveva allestito un teatrino portatile, comodo, maneggevole, e campava con i soldi lasciati nel cappello dai passanti. Anni da re aveva vissuto, Giovanni, niente da dire. Il re della strada. Cambiava alloggio e città come un uccello migratore e paragonarsi ad un uccello era l’idea più alta ed appagante che Giovanni potesse immaginare. Era tronfio e spavaldo in quei tempi, Giovanni.
Il fatto è che la vita costa, anche per quelli come lui, clochard, senza tetto, barboni, avventurieri o che dir si voglia. E poi la gente è diventata tirchia, diciamocelo. Inoltre la vecchiaia arriva per tutti e con essa acciacchi, reumatismi: il corpo diventa esigente, inizia a chiedere sempre di più. Puoi fingere di ignorarlo, con superbia, con strafottenza, ma poi ti serve il conto e ti tortura ed esige, esige, esige, diventa petulante.
Le marionette rendono meno di prima, la vita è cattiva perché ti toglie tutto anche se non hai niente. Anzi, se non hai niente ti toglie di più.
Giovanni non si fa scrupoli, non ha remore, rubare, scassinare, può farlo. Certo, è scomodo, è rischioso, è una grana in più. Ma c’è quel maledetto istinto di sopravvivenza!
Il problema è non farsi beccare, ma quel ginocchio, quel ginocchio lo rende incerto, claudicante: non si può correre con quel ginocchio. Ed un giorno ci si fa acchiappare dai poliziotti.
Ma dai, che idea assurda, come gli è potuta venire in mente? Perché diavolo qualche volta non pensa a lungo termine?
Obblighi speciali di sorveglianza: ogni giorno, dalle nove di sera alle sette di mattina, farsi trovare dagli agenti su quella panchina eletta a dimora, perché lui una dimora vera non ce l’ha. Questo è stato il patto con il giudice.
Ed ora è bloccato su questa panchina mentre il vento si alza prepotente ed una foglia lo schiaffeggia sul viso, beffarda.
Se non fosse per quell’orgoglio ostinato, le lacrime che bruciano negli occhi supererebbero la soglia invalicabile delle palpebre. Ah, questo vento, guarda un po’, fa bruciare gli occhi, li fa lacrimare. Con la mano ruvida Giovanni si strofina le palpebre. Così non va. Non è arrivato a quegli anni, Giovanni,  per darla vinta al vento, per farsi burlare dalle stagioni.
Al diavolo la violazione degli obblighi di sorveglianza.
Quel giudice odioso! Gli ha limitato la libertà, l’unico bene che sia riuscito a procurarsi nella vita con ostinata caparbietà. Quel bene gli è stato tolto con poche parole. L’unico bene che per lui contasse qualcosa. Obblighi speciali di sorveglianza! É quella parola che proprio non gli va giù: "obblighi". Phuà! "Sorveglianza". Phuà!
Sono le 19,30 e, mentre si allontana, con un intrinseco compiacimento, Giovanni immagina le facce degli agenti quando troveranno la panchina vuota. Prova a sorridere a se stesso in una vetrina, ma distoglie lo sguardo, intuendo un senso di colpa, di paura, salirgli su per le gambe malate. Se fa in fretta, forse riuscirà a tornare alla panchina in tempo, non vuole altre grane. Mai più davanti a un giudice. Lui che non si è lasciato mai giudicare da nessuno.
Un giaccone per stare più caldo e supererà anche questo inverno. Anche se quella panchina è così maledettamente esposta a nord.
Giovanni entra nell’ipermercato ostentando indifferenza, ma riesce ad essere goffo mentre gira circospetto tra gli scaffali. Niente da fare: non è tagliato per il furto.
Vera piuma d’oca. La sua amica Clementina, che vive da anni nella stazione, binario 8, gli aveva spiegato una volta che erano più caldi, i giacconi di vera piuma d’oca.
Dato che Giovanni era stato il re della strada, aveva sempre nutrito una sorta di protervia nonché una propensione per le cose belle. Per lui solo il meglio.
Così afferra il giaccone di vera piuma d’oca facendo cadere maldestramente la gruccia. Se lo prova. Caldo è caldo, ma come gli starà? Urge uno specchio. Giovanni si aggira nel reparto dimentico dell’ora, della fretta. Dimentico che per tornare alla panchina ci vorranno almeno tre quarti d’ora e sono già passate le 20,00.
Bello, bel modello questo giaccone. Lo prendo. Giovanni è indeciso sul colore, poi opta per il testa di moro: si nota meno lo sporco. 
Ma come si trafuga un giaccone? Oddio, andare di nuovo davanti al giudice per quel furto. Panico. Tanto tempo per decidersi, ed ora l’incertezza di agire, il dubbio, il tremore.
Che disdetta, fosse stato più deciso, più veloce, più agile. A saperlo, che per quel furto non ci sarebbe stata neanche punizione.
Bastava farsi trovare in tempo sulla panchina dagli agenti. Bastava arraffare e scappare, ma fare in tempo, correre, arrivare in orario.
E dire che lui, in fondo, non voleva evadere, voleva solo stare caldo, che diamine, possibile che non lo capiscano?
Intanto per il furto l’hanno prosciolto. Che beffa, pensa Giovanni, mentre si gira i pollici pensoso nella cella di San Vittore.
Sei mesi per la violazione degli obblighi di sorveglianza e niente per il furto.
Che beffa assurda: sei mesi rinchiuso in un carcere, la negazione e l’antitesi della sua filosofia di vita. É questo l’unico pensiero che tormenta Giovanni: rinchiuso tra quattro squallide mura, lui, il re della strada. E neanche la soddisfazione di essere lì per un gesto temerario: prosciolto per il furto! Phuà!
In cella per essere evaso dalla panchina. Violazione degli obblighi speciali di sorveglianza. "Obblighi", "sorveglianza".
Martellano nella testa di Giovanni, queste parole, mentre l’avvocato si danna per ottenergli una pena più blanda, l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per la firma quotidiana.
"Obbligo", ancora. Phuà.
Nel cortile del carcere uno stormo di uccelli attraversa la porzione di cielo concessa ai reclusi. Giovanni rimpiange quasi gli scampoli di blu tra le fronde dell’ippocastano vicino alla panchina che aveva eletto a dimora.
Un fremito d’ali, una giravolta fatta con maestria fendendo l’aria e sembra che quei pennuti lo sberleffino, mentre volano liberi in cielo. Liberi.
Giovanni affonda le mani nelle tasche e volta loro le spalle, offeso e sdegnato. E rinuncia agli ultimi minuti dell’ora d’aria.
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10° PREMIO

Ferruccio Fabilli di Cortona (Ar)

Uno sguardo dall'alto su certi dedali interiori

 
Nella tiepida giornata di primavera, sull’erba all’ombra di un tiglio, si godeva la magnifica vista della valle, dopo una ascesa a piedi di un paio d’ore in cima al colle. Michele aveva chiuso con un lungo passato di militanza politica. Forse non casualmente aveva raggiunto il buon ritiro di Romano - che  com’era sua consuetudine riceveva gli amici sul prato di casa -  uno dei suoi guru politici giovanili, ma che da oltre venti anni, senza tradire idee e compagni, si era ritirato a vita privata. Per Michele che alla riflessione aveva coniugato l’azione, il fare, il raggiungere l’obiettivo, l’immersione nell’avventura, l’uscita dall’appartenenza politica, probabilmente definitiva, fu un bel momento di riflessione  sui suoi trascorsi di oltre un trentennio di vita. <<Salendo da te ho pensato ad una metafora del momento che attraverso: mi è crollato a fianco un intero borgo con la sua cinta muraria, ma quel crollo mi ha procurato un enorme piacere!>> buttò là Michele, preso dall’ansia di condividere certe sensazioni.
<<Che ti rappresenterebbe il borgo crollato con tutta la cinta muraria?>> domandò incuriosito Romano.
<<E’ stata fatta  piazza pulita di organizzazioni, partiti e rappresentanti politici - il borgo -, che dicevano di rappresentare il comunismo in Italia!  Parolai, narcisi, invidiosi l’uno della “statura” dell’altro, capaci di frammentarsi in organizzazioni sempre più piccole da diventare delle dimensioni dell’orto di casa, senza senso; usavano un linguaggio così involuto da non capirsi neppure tra di loro!>>
<<Come sai, anch’io da tempo non riponevo più tanta fiducia sulla sinistra italiana. Non si dica poi dei comunisti. Di dirigenti locali o nazionali che mi rappresentino quell’idea, di persone viventi, faccio fatica a fare un nome.>>
<<Una sensazione che non ebbi neppure al crollo del muro di Berlino. A quel momento, pur pensando necessaria una profonda revisione critica dell’esperienza politica dell’Est Europa,  ma ritenendo opportuno mantenere in piedi un progetto politico della sinistra di trasformazione in Italia, avrei usato la metafora di un borgo in rovina, da restaurare, anche in modo radicale, partendo però dal salvabile che vedevo.>>
<<Oggi dunque parteggi per nessuna prospettiva politica?>>
<<Il nuovo, il giusto passerà dal desiderio di felicità che alberga in ognuno, che la politica dovrà assecondare e aiutare a realizzare, anche a chi fosse scettico, o  a chi tale desiderio fosse sopito per le troppe delusioni patite.>>
<<In effetti, anch’io, da una ventina  d’anni non mi sono lasciato coinvolgere più di tanto dalla politica, dedicandomi invece al lavoro di pubbliche relazioni, per la mia azienda; al privato, creando nuovi contatti con persone interessanti; alla buona tavola ed alla cucina, che mi riesce bene e, infine, ma non per ultimo, a recitare versi amorosi…!>>concluse con  un sorriso sornione.
<<Sono percorso da una sensazione piacevole, come di essere uscito da una grande fatica condivisa con altri, che aveva prodotto certi risultati tangibili, ma che ultimamente si era trasformata in un incubo, dove al contrario di politici coerenti e capaci - tutti i giorni - ho avuto   a che fare con arrivisti, capaci di scimmiottare stanche formule politiche senza senso, senza cultura, assetati di potere fine a se stesso, senza il minimo barlume di attenzione all’utilità sociale delle scelte politiche; protesi solo all’immagine, al proprio successo personale, a crearsi una tribù da strumentalizzare e non da guidare saggiamente!>>
<<Tornando alla metafora del borgo raso al suolo, significa che non salvi niente della nostra esperienza politica e dell’essere stati comunisti?>>.
<<Quello stare bene, dopo aver immaginato raso al suolo il mio ideale borgo, è riferito al recente crollo della classe politica della sinistra italiana;  mentre non ho dubbi a salvare il vecchio Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels,  una lettura – certamente datata, ma verosimile - di come il mondo si possa rendere più giusto, sul solco della tradizione evangelica del Discorso della montagna di Matteo,  e mi tengo il ricordo e gli insegnamenti appresi dalla tua vecchie rete di compagni che mi facesti conoscere, pomeriggio dopo pomeriggio, su e giù per il nostro comune, viaggiando con la tua vecchia Citroen.>>
<<Anche a me mancano quelle vecchie figure genuine di militanti; forse il mio disimpegno iniziò quando uno ad uno persi, con la loro morte, i migliori punti di riferimento.>>
<<Meraviglioso quel covo di vecchi operai “sovversivi”: Quinto, Severino e Olinto! La fede granitica nel partito non impediva loro di vedere la mollezza di certi dirigenti o i punti critici della linea politica del momento. Sorprendente fu Quinto, quando, oramai ricurvo a novanta gradi per l’artrosi alla spina, parlando delle lotte mezzadrili e dei loro ideali politici, subito dopo il crollo del muro di Berlino, ebbe l’acume di domandarsi: “Cosa dirà la storia delle nostre lotte?” Alla sua preoccupazione immediata, cercai di tranquillizzarlo: “Una storia scritta tra cento anni, darà atto che, qui da noi,  nel nome del comunismo e del socialismo masse ingenti di diseredati si costruirono una dignità e un ruolo da protagoniste nella società e nell’economia!”. Quinto non replicò, ma con un lieve sorriso sulle labbra fece un gesto con il capo come a dire: “Lo spero!”.>>
<<Che dici, vado a prendere un boccia di vino fresco?>> disse Romano alzandosi e, senza attendere la risposta, si incamminò verso la sua cantina.
Rimasto solo alla frescura, con il sottofondo dello scroscio di un ruscelletto, a Michele tornò in mente un’altra sua - clamorosa per lui  - fuoriuscita: quella dalla chiesa cattolica, prima abbandonando il seminario e poi allontanandosi dalla pratica religiosa. Al contrario del recente gioioso distacco dalla politica, quell’antico primitivo distacco fu molto più complicato e sofferto.
L’ ideale metafora, che in quel momento gli rappresentava  la chiesa da cui si era distaccato, era un castello in cui avrebbe potuto di nuovo riparare e trovare qualche rara persona con cui ragionare serenamente del senso della vita, senza doversi definire  beneficiario del dono della fede. Luogo complesso e affascinante; per la continua emorragia di proseliti, immaginato quasi deserto, di cui non ebbe nostalgia nel seguito della propria vita; caso mai reminiscenze.
“Com’era capitato che un ragazzino, di poco più di nove anni, si fosse distaccato da una famiglia affettuosa, per rinchiudersi in seminario: un ambiente rigoroso e improntato al raggiungimento dell’obiettivo di far crescere nuovi preti cattolici?”. Non erano state le parole del ministro del culto ai suoi genitori: <<Michele ha la vocazione sacerdotale!>>, né  la marcatura stretta del prete al piccino attratto e impegnato a collaborare nei vari riti festivi e nell’indottrinamento per ricevere il  sacramento della comunione, bensì fu decisiva la fuga dal terrore di un maestro elementare; il quale usando duri metodi correttivi (schiaffi, mettere in ginocchio sui sassolini, far stare in piedi dietro la lavagna o la messa al ludibrio permanente nel  banco degli asini, che tuttavia fu tenacemente e permanentemente occupato da due  titolari fissi) aveva reso angosciante la frequenza di quella classe elementare.  Il seminario era stata la disperata scelta per sfuggire al nazi-maestro, a cui Michele si impegnò di aggiungere l’impegno di approfondire l’effettiva esistenza della vocazione sacerdotale, ancora un po’ incerta. D’altronde a quell’età non si poteva pretendere dal ragazzino - su quel tema da adulti – chiarezza e convinzione.
La sera prima dell’entrata in seminario la mamma fece il bagno per l’ultima volta a quel figlio che, travolgendo la volontà di resistenza degli affettuosi genitori, mentre vedeva mescolare le lacrime materne nel catino col tiepido bagnetto, si propose di superare una sfida  impegnativa: entrare in un mondo nuovo, aprirsi una nuova prospettiva di vita, quella del chierico, cercando di non deludere genitori e conoscenti che l’avevano un po’ troppo mitizzato esaltandone la scelta di dedicarsi al Signore.
L’impatto non fu duro, per quanto ancora bambino, Michele approfittò delle molte offerte di giochi tra i giovani seminaristi:  pallavolo, ping-pong, calcio-balilla, Monopoli, scacchi, dama e soprattutto ogni giorno c’era un’ora di gioco del calcio, un momento magico nella giornata! A quel gioco partecipavano tutti, dai più grandi ai più piccoli, mentre per gli altri divertimenti era necessario arrivare nella sala di ricreazione sgomitando, decisi alla conquista del passatempo preferito.
La mescolanza  di piccoli e grandi, consentì al ragazzino di spaziare nella conoscenza dei riti e dei canti cattolici, della cui teoria e pratica erano disseminate le giornate in seminario.  La fase storica e culturale fu molto ricca di stimoli,  coincidente con i lavori del Concilio Vaticano II. Il vescovo – delegato conciliare - riportava da Roma, satura dei cattolici più rappresentativi, i personaggi più disparati: il prelato afono a cui – fu detto - che i Cinesi avevano mozzato la lingua come tortura; il missionario proveniente dall’India a raccontare il fenomeno dei fachiri; il vescovo di uno dei tanti santuari mariani più frequentati a raccontare i miracoli accaduti in quella plaga; il Cappuccino esperto di monachesimo povero; il Gesuita bravo a predicare negli esercizi spirituali
A fronte di tanta attenzione ai principi religiosi inculcati –  sia pure ansiogeni per  severità e coercizione fisica e mentale per un ragazzino -, assiduo nella partecipazione ai canti corali – meravigliosi quelli  gregoriani! – Michele ebbe un grosso difetto: non studiava per tutte le quattro ore pomeridiane previste, distraendosi con i giornalini, più spesso a fumetti; incantevoli quelli di Jacovitti, con gli improbabili pistoleri in paesaggi disseminati di cactus a forma di salame affettato! Finché, scoperto, fu messo, inutilmente, sotto pressione dal prefetto – il capo gruppo – che, a suon di ceffoni, cercò di riportarlo ad seguire con diligenza gli impegni scolastici. Evidentemente il livello di difficoltà non era tale da impedire a Michele, nonostante il suo ostinato disimpegno dai doveri scolastici, di completare senza difficoltà il ciclo degli studi primari.
Un periodo caratterizzato da forti contrasti: (duri)il freddo dei rigidi inverni patito nelle ampie camerate, mitigato da una borsa dell’acqua calda per scaldare gelide lenzuola; l’acqua ghiacciata delle abluzioni mattutine; la precoce sveglia mattutina per consentire di fare la meditazione e di assistere alla messa, prima della colazione e della scuola; l’obbligo delle confessioni quotidiane – “che peccati mortali avrebbe potuto compiere un ragazzetto ristretto in quell’ambiente?” -; (piacevoli) l’aver imparato a tenere un diario segreto, il piacere di scrivere poesie, la lettura di vite di santi e di riviste missionarie che svelarono mondi nuovi e sentimenti religiosi eroici;  la partecipazione a riti suggestivi, capaci di indurre forti emozioni.
La fine delle scuole  primarie coincise con la scelta di Michele di lasciare il seminario. La decisione era di scegliere tra l’insensibilità ai fenomeni sessuali, compatibile con la permanenza in seminario, e la risoluzione di liberarsi dai vincoli. Il padre spirituale fece capire chiaramente al ragazzo che il seminario non era compatibile con nessuna  idea del sesso, che non fosse l’astinenza! Salvo l’onanismo clandestino, che il ragazzo vide e praticò, e  l’omosessualità, o peggio la pedofilia, di cui il seminario era pervaso. Michele ne ebbe una diretta testimonianza in seguito alla sofferta testimonianza di un quasi coetaneo, un ex seminarista, violentato dai ragazzi più grandi di lui! L’idea di essersela scampata bella non fu molto consolante, pensando alla ipocrisia di quell’ambiente, in cui prima di coricarti avevi l’angoscia di morire nel peccato, andando all’inferno solo per non aver confessato una smanettata del pisello.
Scelse di liberarsi dall’oramai insopportabile impegno, confortato dalla comprensione dei genitori e del capo del seminario (il Rettore), il quale - contrariamente alla previsioni, che nell’incontro di commiato si immaginava gli avrebbe frapposto numerose difficoltà - disse all’adolescente: <<Fai liberamente le tue scelte. Sappi che se ti troverai in qualsiasi difficoltà puoi contare sul mio aiuto!>>.
Quelle parole non solo dettero coraggio al ragazzo, inducendogli un minore pessimismo sull’immediato futuro; ma gli alleviarono il senso di enorme solitudine che affrontò all’uscita dal seminario, coniugata al distacco dalla chiesa cattolica. Maturato nella convinzione che se c’è un Dio è dell’amore, che non può aver  concepito di far vivere l’uomo col pensiero permanente della morte in purezza pena la condanna all’inferno. Un Dio che non avrebbe scelto di essere rappresentato da una organizzazione politica a sfondo religioso, caricata di così tante bardature ideologiche e rituali che Michele stimò lontanissima dalla vita Gesù, considerata la pietra di paragone.
Lo studio della storia gli rafforzò la giustezza dell’idea del distacco dalla chiesa, - la quale, di fronte a legittimi interrogativi non risolti o non risolvibili, poneva la questione di accettare per  fede la verità rivelata direttamente dalla divinità -, come quando lesse in un “Libro dei Morti” – chissà perché proibito!? – lo stesso elenco dei comandamenti che Mosè sostenne essergli stati dettati direttamente da Dio sul Sinai, mentre era una copiatura evidente di credenze degli egizi…
L’affanno per il distacco da un mondo familiare e non ostile, fu compensata da un grande senso di libertà, mentale e fisica, conclusa la volontaria restrizione nell’ambiente organizzato, ma chiuso, ipocrita e ginofobo del seminario.
A fatica Michele si costruì una nuova rete di amici ed  espresse in cuor suo il proposito di non aderire mai più ad alcuna  idea e/o organizzazione in modo integrale, soprattutto quando pregiudizialmente gli fossero state imposte credenze fideistiche ed esclusive.
Un convinto proposito  disatteso ai venti anni per la  politica, seguendo il filo di Donello – un coetaneo politicamente smaliziato, che per l’ansia di essere un super comunista concluse la sua breve vita in seno ai bordighisti, residui seguaci di Bordiga uno dei fondatori del PCI -   che lo condusse alle prime riunioni alla Casa del popolo;  dove i giovani apprendisti politici  si scaldavano e/o scornavano sulle vicende del “Che” in America Latina, sulle occupazioni studentesche delle Università e sulla linea del partito, sui rapporti lavoratori e studenti…
Michele, che per due o tre anni frequentò quell’ambiente senza accettare di prendere alcuna tessera, estendendo una rete di interessanti amicizie, tra i giovani e gli anziani, nel frattempo, si convinse che o lasciava quell’ambiente, oppure, per viverne a pieno la vita, avrebbe dovuto iscriversi e prendere le responsabilità che l’organizzazione gli avrebbe attribuito. Scelto l’impegno, anche a discapito degli studi universitari, fu gratificato dei notevoli sacrifici, che richiese una militanza tanto impegnativa, con incarichi politici e amministrativi molto prestigiosi. Ma il prestigio non era il suo obiettivo di vita, bensì l’impegno e la conoscenza  che andarono bene per un certo periodo di crescita di Michele e del movimento di cui fece parte.
Quella stagione declinò rapidamente: forse il giovane Michele era salito su un carro della storia quando questo stava esaurendo il carburante delle idee e dell’utilità. Tuttavia fu una efficace immersione totale su un modo di pensare e di vivere, ispirato dal partito e dal sindacato, condiviso con centinaia di persone, molte delle quali, specialmente le più umili, si sentivano effettivamente compagni, cioè coloro che dividono il pane!
Romano, più grande di Michele di una quindicina d’anni, era stato in quel senso un vero compagno. Uno che non accettava supinamente una ritualità noiosa, quando alle riunioni prendevano la parola sempre gli stessi su qualsiasi argomento, o i giochi di potere per raggiungere incarichi politici o amministrativi non meritati. Privilegiava il tempo dell’ascolto e della conversazione, spesso a casa degli stessi compagni, col buon vino, accompagnato da pane e prosciutto o pane e formaggio. Smitizzava la vita di partito con racconti tanto paradossali quanto significativi, su fatti e personaggi di quella organizzazione, non per il piacere del pettegolezzo, ma per il gusto dell’ironia e della dissacrazione. Come quando si divertì, con pochi selezionati complici, a diramare l’ordine ad alcuni dirigenti comunisti comunali di dormire fuori per evitare di essere catturati nottetempo dalla polizia, ricevendo delle risposte esilaranti. Il più diligente, dormì all’addiaccio, dopo aver caricato nella sua Bianchina 500  un fucile doppietta  – essendo portatore di un paio di occhiali come culi di bicchiere, ci si domandò “a quale bersaglio avrebbe potuto mirare?” -,  la radio e un materasso così ingombrante che quasi non c’era più spazio nell’autovettura per l’autista. Il patetico rispose: <<Stanotte non posso! Vedrò domani notte, se starà meglio la mamma!>>. Lo stratega assicurò che: <<Io non dormo fuori casa, perché se mi venissero a prendere, posso scappare dal retro, ho un’altra via d’uscita!>> Come se gli eventuali sbirri fossero degli sprovveduti.
Erano tutti personaggi eminenti del partito, che,  per loro fortuna,  vennero messi alla prova della clandestinità solo per scherzo! Quel mondo un po’ naif ma politicamente efficace, fu messo in confusione dalle prime divisione sulle prospettive del vecchio partito comunista che a livello locale,  nel bene e nel male, era diventato come un accogliente gran caravanserraglio.
 Michele più volte si era posta la domanda: <<Qual è la spinta interiore che ci fa entrare in mondi nuovi e sconosciuti, molto impegnativi?>>, senza riuscire a trovare altra risposta più soddisfacente della vecchia definizione dantesca “fatti non fummo a viver come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza”, più calzante della pur vivida rappresentazione di Albert Camus in Sisifo:che la raffigura come una fatica a cui siamo destinati, che ci perseguita e ci intriga, che si ripete perpetuamente ogni volta che si è giunti vicini all’obiettivo agognato, riportandoci ogni volta al fondo dell’erta da scalare. Camus rappresenta senz’altro lo spirito del secolo Ventesimo: duro, ideologico, con grandi movimenti di massa che costringevano il singolo a schierarsi, pena l’emarginazione sociale, economica  e culturale, il  non contare e/o non poter raggiungere obiettivi di vita importanti. Un’epoca che Michele auspicava superata. Mentre l’espressione dantesca la riteneva più idonea a descrivere il suo attuale approccio alla vita, quella di  perseguire liberamente il proprio percorso di conoscenza e di virtù, senza imposizioni o condizionamenti.
Romano era già di ritorno dalla cantina con una bottiglia di vino rosso e due bicchieri in mano, con la faccia sorridente disse: <<Ti ricordi quel pomeriggio, quando  a casa tua scolai un paio di bottiglie?>>
<<Si, certo e mi parve di capire che avevi un problema col fidanzamento della tua figlia prediletta con un carabiniere! Fu la reazione di gelosia di un padre per la figlia, o eri frastornato dal fatto che sarebbe entrato in casa  di un vecchio comunista un rappresentante di quelle forze dell’ordine che in molte piazze avevano legnato i tuoi compagni?>>.
<<Fu un mio momento di grande debolezza: volevo la felicità di mia figlia, però mi sembrava di essere vittima della legge del contrappasso, costretto a dare al nemico la luce dei miei occhi! Oggi amo mio genero come un figlio; ma che confusione ebbi allora!>>.
I due antichi sodali scaldarono i loro animi col vino, convinti che con la leggerezza e l’ironia si possono affrontare anche i passaggi più impegnativi della vita, che  pensare a sé stessi troppo a lungo in profondità allontana dalla realtà e  scatena sentimenti non sempre piacevoli e di facile dominio.
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SUL 1° PREMIO INTERNAZIONALE
IL LABIRINTO
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